Vajont: quelli del dopo
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Vajont: quelli del dopo

  1. 84 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Vajont: quelli del dopo

Informazioni su questo libro

Fu come un colpo di falce, il 9 ottobre 1963, alle 22.45 duemila persone e un intero paese furono cancellati per sempre. Più di quarant'anni sono passati e il ricordo dei morti è ancora sospeso sulla valle. Anche se i fatti di quella terribile notte diventano sempre più lontani, quel passato resta inciso sulla pelle di chi l'ha vissuto. Come Mauro Corona, lo scrittore-alpinista di Erto; e come i personaggi di questo testo inedito. All'osteria del Gallo Cedrone sei uomini si ritrovano a discutere fuori dai denti, tra un bicchiere di vino e l'altro, sulle responsabilità della tragedia; sul dopo Vajont, sui chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso. Dalle loro parole ruvide e coinvolte emergono accuse, notizie, fatti. E soprattutto il ritratto di un piccolo popolo pieno di inestinguibile dolore, ma mai vinto.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804558170

Vajont: quelli del dopo

Alla memoria di Rachele Filippin (Benetto), superstite dignitosa
Avvertenza
Questo testo è il prodotto di un paziente ascoltare discussioni e affermazioni, debitamente registrate. È solo storia ertana, gli altri paesi coinvolti nella catastrofe non c’entrano.
Personaggi
JAN (superstite, ha avuto cinque morti in famiglia)
PRIMO AVVENTORE (superstite)
SECONDO AVVENTORE (superstite)
TERZO AVVENTORE (superstite)
L'OSTE (nato dopo il disastro, quindi emarginato dai superstiti, ma proprio perché allora non ancora nato si è documentato in maniera ineccepibile)
QUARTO AVVENTORE (che entra alla fine)
Osteria Gallo Cedrone, Erto vecchia, sei di sera. Tre ertani sui settant’anni a un tavolo bevono. Entra un tizio sui sessanta un po’ alticcio. Saluta, ordina un bicchiere di rosso. Poi alza lo sguardo a una foto che sta sulla parete. Raffigura l’inaugurazione del coronamento della diga del Vajont. Vi sono ritratti ingegneri, capi, autorità e quant’altro. Il tizio appena entrato alza un pugno verso la foto e grida:
Jan:
Maledetti, ci avete uccisi. Uccisi tutti, anche noi siamo morti. Dobbiamo solo cadere, ma siamo morti quella notte. Maledetti!!
L’oste interviene con espressione stufa:
Smettila Jan, ancora questa storia, ogni sera, ogni mattina: è ora di finirla!
Jan, quasi con ira:
Sta’ zitto tu. Cosa parli, non hai avuto morti, nel ’63 non eri neanche nato. Ma io non ho più nessuno, né genitori né fratelli. Cinque, tutti giù, nella melma e nemmeno trovati. Neanche una tomba per piangere, niente. E dovrei stare zitto!
(Poi, rivolto ancora verso la foto)
Maledetti! Che Dio vi maledica in eterno.
L’oste, con aria offesa, ribatte:
Cosa c’entra se non ho avuto morti? Se non ero ancora nato? Non vuol dire che non senta dolore per i morti. Invece dovete finirla voi di alzare la voce solo perché avete avuto i morti. Siamo tutti uguali: non si può dividere il Vajont in chi ha avuto e chi non ha avuto morti come tendete a fare da quarant’anni.
Uno dei tre avventori interviene rivolto all’oste:
No, calma, non puoi dire questo. C’è differenza tra chi ha perso la gente e chi non ha perso nemmeno un cerino. Quest’ultimi sono la maggior parte e dal Vajont hanno avuto solo benefici. Adesso che Jan stia rompendo i coglioni con questa storia sono d’accordo, ma dire che siamo uguali, no.
Oste, un po’ contrito:
Hai ragione, ho esagerato, ma sembra sia una colpa non essere crepati nel Vajont o non essere nati prima. Tutte le sere… sempre con ’sto Vajont. È ora di finirla. È diventato un mercato il Vajont, quasi peggio di Lourdes o Padre Pio dove si commercia di tutto. Fra un po’ si metteranno a vendere magliette con la diga.
Il secondo avventore finisce il suo bicchiere e, guardando dentro al vetro con calma, esordisce:
Siamo tutti in colpa. La colpa è nostra che invece di mandarli via a calci in culo quando sono venuti a fare i rilievi li trattavamo come fossero salvatori. Gli facevamo i servi. Tutti abbiamo venduto la terra alla SADE per una pipa di tabacco. Anche voi (rivolto agli altri due avventori) avete venduto la terra e siete andati col cappello in mano a chiedere assunzione in diga. Tutto il paese, giovani e vecchi, siamo andati a lavorare alla diga. Ubbidienti e contenti di avere paga ogni mese senza andare fuori. Che bello! Tutti qui, vicini alle cosce delle mogli, delle morose, fedeli come cagnolini alla SADE. Anche chi faceva il contadino è finito a tirare su malta in diga. Ha mandato in mona vacche e zappe ed è andato a ruscare per la sade. E così i boscaioli: via la manéra e giù alla diga! Questa è la verità, che vi piaccia o no.
Jan, più calmo, interviene e dice:
E con questo? Non era un buon motivo per ammazzarci senza nemmeno avvisarci. Anche mio padre era andato a lavorare in diga per fare un po’ di soldi. Eravamo in sei in famiglia, ma l’abbiamo pagata cara. Avevo tre fratelli, tutti più giovani, e mia madre. Più nessuno, nemmeno una traccia, neanche una scarpa. Io mi sono salvato perché ero a Torino con mio zio alla fiat. Almeno fossi morto anch’io con loro.
L’oste, cinicamente:
Sei sempre in tempo ad ammazzarti, se ci tieni tanto.
Jan:
Vaffanculo tu, coglione, che non eri neanche nato.
Il terzo avventore, fino allora rimasto zitto, interviene, pacato:
Smettiamola! Ormai quello che è stato è stato. Dobbiamo finirla con ’sto Vajont. Anch’io ho perso mia moglie quella stramaledetta notte, ma non ho fatto tanto casino. Sono rimasto zitto, non ho detto niente. E nessuno di noi aveva detto niente fin quando non è venuto Paolini a fare il suo spettacolo in televisione. I primi anni dopo la frana accendevamo i falò e suonavamo le campane tutta la notte, il 9 ottobre. A mano si tirava le corde. Sapevano tutti quello che era successo. E dopo un anno nessuno diceva più niente, i telegiornali nemmeno una parola, i giornali neanche una riga. E dopo anche noi, sempre meno. Col tempo niente più falò, niente campane, niente di niente. Qualche candela ogni tanto giusto per non vergognarsi. Il Vajont era dimenticato, non sapevamo nemmeno più cosa fosse. Fino a Paolini, qualche anno fa, che ha di nuovo tirato fuori la storia. Se non ci fosse stato lui!!
L’oste interviene deciso:
Paolini ha fatto un miracolo, un lavoro eccezionale, e se oggi viene gente a vedere il paese la domenica, e pure il sabato e quasi tutti i giorni, è merito suo. Ho potuto riaprire l’osteria grazie a lui. Prima qui non passava anima viva. Potevi dormire sulla strada. Adesso viene gente e mangia e beve, e si può campare. Merito suo e di quell’altro che ha fatto il film, quello… come si chiama…?
Primo avventore, senza alzare gli occhi dal bicchiere:
Martinelli si chiama, Renzo Martinelli.
Oste:
Sì, Martinelli. Anche lui, con il suo “cinema” ha portato gente nella valle. E se bar e ristoranti del paese nuovo sopravvivono è merito di quei due, Paolini e Martinelli. Altrimenti avremmo chiuso baracca tutti quanti.
Primo avventore, deciso, rivolto all’oste:
Calma calma, non esageriamo. Paolini che? Sì, hai ragione, ha scoperchiato la pentola, ha raccontato all’Italia la nostra storia, gli dobbiamo molto. Ma non credere che lo abbia fatto per le nostre brutte facce. Sapeva di avere sotto il culo il cavallo buono, lo ha domato e condotto in r...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Vajont: quelli del dopo
  3. Vajont, il passato esiste
  4. Vajont: quelli del dopo
  5. Copyright