Millennio di Fuoco - Seija
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Millennio di Fuoco - Seija

  1. 420 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Millennio di Fuoco - Seija

Informazioni su questo libro

Baviera 1999 d.C. Mille anni sono trascorsi da quando il demoniaco popolo vaivar è apparso in Europa, muovendo dalle lande desolate oltre il Volga per reclamare il possesso delle terre abitate dagli umani e cambiare la Storia per sempre. Da allora una guerra infinita strazia il continente ormai condannato a un eterno medioevo, in cui i regni nati dalle ceneri dell'antico Sacro Impero sopravvivono a fatica tra alleanze precarie, rovesciamenti di fronte ed epidemie.
I vaivar avanzano con armate di creature innaturali e spaventose, i manvar: la loro marcia procede inesorabile e sono giunti ormai nel cuore della Baviera.
Ed è qui che troviamo Seija, giovane coraggiosa e tenace, l'erede di un'antica stirpe di guerrieri pagani, cacciati dalle terre di Kaleva proprio in seguito all'invasione dei vaivar. Adesso il suo popolo, decimato e nomade, sopravvive offrendo ai cristiani la propria abilità militare in cambio di cibo e di un luogo sicuro in cui piantare le tende. Seija è pronta alla lotta contro l'esercito vaivar comandato dal più grande nemico degli umani: Raivo, il Traditore dalla Mano Insanguinata, stratega temibile, condottiero spietato e unico uomo a essersi venduto anima e corpo ad Ananta, l'immortale regina dei vaivar, per farsi trasformare in un demone plurisecolare e sterminare quella che una volta era la sua specie.
Ma quando Seija è costretta ad affrontare il Traditore nel pieno della battaglia, il fantasma di un antico segreto cambia per sempre il suo destino. Perché il condottiero nemico prima esita e poi scatena contro di lei una caccia senza quartiere? Perché ne è così ossessionato da trascurare persino gli obiettivi militari, pur di catturarla? Cosa è accaduto davvero tre secoli fa alla Torre della Strage, il maniero del Traditore, nel giorno in cui Raivo ha rinunciato alla sua umanità? Cecilia Randall, dopo aver incantato i lettori con Hyperversum e Gens Arcana, torna con una nuova saga fantasy: Millennio di fuoco. Ricco di riferimenti letterari e cinematografici, da Dracula a Star Wars a Il Signore degli Anelli, il primo volume della saga, Seija, unisce l'avventura all'emozione, il racconto di una guerra millenaria alla storia di un amore maledetto ma capace di attraversare gli oceani del tempo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804625018
eBook ISBN
9788852043710

VENTOTTO

C’è un silenzio dolce nella stanza, sottolineato dal crepitio del fuoco nel caminetto. La semioscurità è morbida, avvolgente; le due lampade a olio animano le ombre tra i drappeggi del baldacchino verde e sui blasoni con la Torre affrescati sulle pareti.
In piedi sulla pelle d’orso stesa davanti al fuoco, si toglie la sopravveste e la lascia cadere sullo scranno lì accanto. I lacci dell’abito sulla schiena sono più riottosi e lei non ha alcuna voglia di litigare con loro; desidera solo stendersi sul letto e lasciarsi andare. Dimenticare il mondo fuori da quel nido in cui ha ciò che le è più caro. “Aiutami” invita, senza voltarsi.
Lo sente avvicinarsi alle sue spalle. Le sue mani forti le sfilano i lacci dalle dita e iniziano a scioglierli in silenzio, scendono lungo la spina dorsale.
Via via che la costrizione della stoffa si allenta intorno al busto, lei sente crescere il desiderio: è una tensione deliziosa che sale dal grembo e si diffonde in ogni vena. Abbandona le mani lungo i fianchi e aspetta, assaporando ogni momento.
Lui le fa scivolare l’abito dalle spalle, poi la circonda con le braccia e scioglie il primo nodo che le chiude la camicia sul seno. Il suo respiro caldo le sfiora il collo. La sua presenza è imponente, riempie il silenzio e il cuore. Lei abbandona la testa all’indietro, si appoggia col dorso al suo petto ed è un invito a cui lui non sa resistere. La bacia alla base del collo, quasi la morde, e lei si fa sfuggire un gemito, un altro, quando lui le stringe i seni nelle mani. Ora è nuda, la camicia si è afflosciata ai suoi piedi insieme all’abito, e il calore del fuoco arriva diretto sulla pelle. Arriva fin dentro l’anima.
Chiude gli occhi. Lascia che lui la prenda in braccio e la trasporti fino al letto, dove la adagia supina. La coperta è fresca sotto la schiena o forse è lei che si sente bruciare. Il fruscio le dice che anche lui si sta liberando dei vestiti e allora si distende per accoglierlo, allungando le braccia fino a toccare la testiera di rovere intagliato a foglie d’edera.
Il materasso s’inarca quando lui sale sul letto.
All’improvviso lei sente il peso addosso, la schiaccia giù, le strappa il fiato dai polmoni. Ha un singulto di sorpresa, subito strozzato da una presa assassina alla gola. Allora riapre gli occhi e vede le sue zanne, le pupille accese da una luce inumana, spietata come una luna d’inverno. Rimane paralizzata.
Lui è enorme, sopra di lei. “Ti ho preso. Sei mia” ringhia. Le impedisce di urlare, le schiaccia la carotide con artigli color sangue, tutto il braccio è insanguinato fino al petto. “Adesso ho deciso cosa fare di te.”
Le zanne biancheggiano nel buio, quando si avventano su di lei.
Seija spalancò gli occhi, con un grido bloccato nella bocca aperta. Il cuore batteva all’impazzata. Spostò lo sguardo ovunque, nella penombra che avvolgeva ogni cosa, nel silenzio rotto solo dal crepitio del fuoco... ma non c’erano affreschi sulle pareti intorno a lei, solo legno grezzo di abete, il cui odore si mescolava a quello del fumo. Quando si sollevò sui gomiti, i muscoli protestarono così forte da strapparle un grugnito. Mentre cercava di riprendere il controllo del proprio cuore rimase a fissare il focolare quadrato di mattoni al centro della stanza e la pentola agganciata all’intelaiatura di ferro battuto. Il suo contenuto bolliva e proiettava volute di vapore verso l’apertura sul tetto, da cui arrivava la luce smorzata di un pomeriggio ormai prossimo alla fine.
Allora, ricordò. Era a casa. Insieme ai superstiti aveva raggiunto il villaggio in piena notte, dopo due giorni di marcia quasi senza soste, ed era crollata non appena aveva potuto toccare il letto.
“A casa...” Si ridistese e si passò le mani sulla faccia, se le premette a pugno sugli occhi, ma l’incubo che l’aveva svegliata di soprassalto non voleva svanire. Era lì, nella sua testa, vivido e preciso.
Un incubo, sì, non c’era altra spiegazione, eppure oltre all’angoscia persisteva un sentimento altrettanto potente, qualcosa che prendeva alla pancia e si faceva beffe della ragione.
“No. Non è possibile.”
Seija guardò in alto e cercò d’istinto il cielo, perché le faceva orrore ciò che rivedeva nel buio delle palpebre abbassate.
No, non era suo quel desiderio irrazionale che le aveva fatto provare i brividi al pensiero di essere baciata, accarezzata...
No, non era lei. Erano i ricordi di quella donna, brandelli delle visioni del passato rimasti imprigionati nella sua testa da quando Britte glieli aveva fatti rivivere in tutta la loro sconvolgente intensità. Aveva provato come sulla sua stessa pelle le emozioni dei due amanti nel letto dal baldacchino verde e adesso queste sensazioni si mescolavano alle sue paure, generando sogni assurdi. Era solo uno scherzo crudele del dio Untamo, niente di più. Niente di vero o di reale.
Eppure quelle mani sulla pelle...
“Basta!”
Si sedette sul bordo del letto. Non ne poteva più di rimanere immobile sul materasso di foglie secche. Si sentiva soffocare. Doveva muoversi, fare qualcosa per impegnare il cervello e scacciare quell’incubo assurdo.
Si alzò e sotto i piedi trovò la morbidezza familiare delle pelli di lupo stese a mo’ di tappeto. Aveva dormito con addosso i vestiti insudiciati dalla battaglia e dal lungo viaggio di ritorno; a malapena aveva avuto la forza di calciare via gli stivali, dopo essersi fatta aiutare a togliere l’armatura, e ora si sentiva più sporca di un maiale. Sporca fuori e dentro, dopo così tanto sangue; sporca persino nei pensieri.
Grazie agli dèi, qualcuno aveva intuito le sue necessità perché, oltre a un pitale, aveva fatto portare nella casupola la tinozza di legno e l’aveva anche quasi riempita. Seija si preparò subito. La pentola sul fuoco conteneva solo acqua e bolliva; la prese aiutandosi con alcuni stracci per non scottarsi e andò a vuotarla nella tinozza. Controllò la temperatura con un dito: era perfetta, ma in quel momento non le sarebbe importato nemmeno se fosse stata gelida o bollente. Si immerse fino al collo, anche se doveva tenere le ginocchia vicine al petto, si bagnò i capelli e si abbandonò con la schiena contro il legno. Il calore le entrò nelle ossa a lenire l’indolenzimento, ma la tensione ancora non si allentava, la testa era occupata da mille, troppi ragionamenti.
Iniziò a strofinarsi con tutte le sue energie, consumò un intero pezzo di sapone prima di capire che l’odore del sangue non era più sul corpo o nei capelli ma solo nella sua testa. Si rannicchiò nell’abbraccio dell’acqua calda e rimase a fissare i ghirigori fluttuanti che il sapone sciolto disegnava sulla sua superficie lucida. Nell’immobilità fu riassalita dal ricordo della battaglia, dei morti, di Hannele... e del Traditore che alzava la spada da lontano.
Schiaffeggiò l’acqua con stizza e riportò i pugni sugli occhi.
Lui, lui e sempre lui. Il maledetto assassino che aveva quasi ucciso Ari e sgozzato Hannele. Dominava i suoi pensieri, si era impadronito della sua vita, persino dei suoi sogni.
“Come faccio a liberarmene?” si domandò. Ora cominciava a temere che la sua presenza l’avrebbe perseguitata anche se fosse morto, il suo spettro imprigionato per sempre nella sua mente insieme ai ricordi dell’amante uccisa. Forse avrebbe dovuto offrire un sacrificio a tutti gli dèi, intercedere per quella donna morta e aiutarla ad abbandonare il mondo per tornare nel Grande Tutto. Forse, con un’offerta adeguata, avrebbe smesso di tormentarla.
La porta si aprì piano, ma la fece trasalire. Seija si girò e riconobbe nel rettangolo di luce morente la sagoma curva dell’anziana Ritva. Portava un cesto pieno di legna e si muoveva producendo solo un lieve rumore di sottane. «Sei sveglia!» esclamò. «Che fai, qui al buio come un gufo?»
Seija si rese conto solo allora che la notte incombeva. «Ho perso la misura del tempo» rispose, e si guardò i polpastrelli raggrinziti. «Ora esco.»
«Aspetta, ti aiuto» disse la donna. Posò il cesto vicino al fuoco, accese una lampada, prese due teli di lino dalla cassapanca e tornò verso la tinozza tenendo il più grande steso tra le braccia aperte. «Ecco, adesso esci, prima di prendere freddo.»
Seija obbedì e si lasciò asciugare come quando era solo una bambina e Ritva le faceva da madre al posto di quella che lei non aveva fatto in tempo a conoscere. Si godette la breve illusione di essere ritornata all’infanzia con un groppo di malinconia in gola. Ritva corrugava la fronte sempre allo stesso modo quando le vedeva addosso una nuova cicatrice, come faceva tanti anni prima quando le contava le sbucciature sulle ginocchia o sui gomiti. «Non so se hai più lividi o tagli» brontolò. «Da adesso in poi basta, o finirai per sembrare una bambola ricucita.»
«Starò più attenta» promise Seija, ma poi i crampi al ventre le fecero stringere le labbra.
Ritva lo notò. «Stai male?»
Seija si arrotolò il telo più piccolo intorno ai capelli bagnati. «No, non ho niente, o almeno niente che non accada tutti i mesi.»
L’altra le sorrise. «Passerà in fretta come sempre, vedrai. I giorni della luna sono una benedizione della dea Rauni: ti ricorda che come donna hai un compito ben più sacro e importante della guerra.»
«Lo so.» Seija si massaggiò l’addome. «Se Rauni lo vorrà, anch’io un giorno darò la vita a nuovi saahavi.»
Ritva le ammiccò con il suo viso tutto rughe fra le trecce bianche. «In attesa che la divina madre della natura ti ascolti, puoi cominciare a guardarti intorno. L’inverno è lungo e la guerra si ferma con il ghiaccio e la neve: un buon motivo per restare al riparo e farsi scaldare da un bel fuoco... o da un bel giovanotto.»
L’immagine del caminetto acceso nell’alcova semibuia si riaffacciò subdola nella testa. Lei nuda davanti al fuoco e quelle mani... Seija guardò altrove e si mise a strofinare i capelli col telo di lino.
«Nel frattempo, però, cerchiamo di farti stare meglio» concluse Ritva, che aveva notato il suo gesto brusco. «Vestiti, su. Mettiti qualcosa di comodo, arrivo subito.»
La donna raccolse gli abiti sudici e uscì. Seija prese le pezze lavate e ripiegate dal mese precedente, la biancheria, una camicia lunga e l’abito di lana rossa che le aveva regalato Ari per la festa dell’autunno. Si vestì, concentrandosi su ogni singolo laccio da annodare. Quando ebbe finito, si lisciò il vestito. Le piacevano tanto i ricami geometrici lungo lo scollo a punta e la cintura con i fiori di pietre dure. La facevano sentire bella, almeno per una volta, e femminile, delicata: una ragazza a cui regalare una corona di biancospino e un sorriso, e non una combattente con cui dividere il peso della guerra.
Ritva tornò con un pentolino, una tazza e un cucchiaio di legno. «Ecco qui: camomilla e valeriana. Attenuerà il dolore» annunciò, mettendo il pentolino sul fuoco e mescolandone il contenuto.
Seija portò uno sgabello alla donna e una pelle di lupo per sé e si sedette in terra accanto al focolare. Il profumo dell’infuso e il calore del fuoco la fecero già sentire meglio. «Grazie» disse, quando Ritva le porse la tazza fumante.
«Ci ho messo anche tanto miele» le sorrise lei, e con un pettine d’osso iniziò a districarle i capelli per asciugarli più in fretta.
«Il tramonto si avvicina» buttò lì Seija dopo parecchio, per iniziare una conversazione.
«Sì» rispose Ritva. «Il nostro ultimo giorno qui. Tuo fratello ha già dato ordine di levare il campo; domani saremo pronti per partire.»
Seija lasciò vagare gli occhi sulle pareti della casupola. Le dispiaceva abbandonarla, anche se non aveva mai avuto un vero caminetto e tra le assi filtrava qualche spiffero d’aria dispettosa, specie durante i temporali. Era stata comunque il suo piccolo nido per più di un anno, con la trapunta di pezze colorate sul letto di legno e la cassapanca intagliata, eredità di sua madre; l’aveva resa più accogliente possibile, sempre con la consapevolezza di dover essere pronta a lasciarla da un giorno all’altro, come aveva fatto durante tutta la sua vita nomade. Adesso anche quella povera costruzione sarebbe rimasta vuota, alle spalle dei saahavi di nuovo in marcia.
«Mi dispiace lasciare questo posto» disse Ritva, facendo eco ai suoi pensieri. «L’acqua qui è buona e anche negli orti cresce finalmente qualcosa. Pazienza. Ricominceremo da capo un po’ più in là.»
«Riusciremo mai a fermarci davvero da qualche parte?» mormorò Seija con gli occhi al pavimento. «Siamo come nuvole. Ogni volta un soffio di vento ci spazza via.»
«Le nuvole si disperdono, i saahavi volano via insieme, forti come le sterne. Lo stormo è compatto e il vento non ci spaventa» la consolò Ritva, lisciandole i capelli col pettine.
«Ma i cacciatori sono sempre in agguato.»
«E nemmeno loro ci fermano, lo dovresti sapere. Che cos’è questa improvvisa sfiducia? Non è da te. Che ti succede?»
«Niente. Sono solo molto stanca. Sono successe troppe cose e troppo in fretta. Non hai idea.»
«Oh, sì, invece. Qui al campo non si parla d’altro.»
Seija si girò a guardare la donna da sotto i capelli.
«Tutti sanno della tua vittoria a Etten e anche che quel demone spaventoso ti ha giurato vendetta, eppure tu continui a mandare all’aria i suoi piani.»
“Magari fosse così semplice” pensò Seija, ma non poteva certo dirlo ad alta voce. C’erano segreti che poteva confidare solo ad Ari, altri nemmeno a lui, come il sogno di poco prima. Tornò a fissare il pavimento.
«Posso solo immaginare quanto sia stata dura per te» proseguì Ritva e rallentò col pettine, quasi temesse di provocarle altro dolore, fosse pure quello di un capello strappato. «Ma sei sopravvissuta e hai dimostrato di essere forte e coraggiosa. Sei la degna erede di Arvo, come tuo fratello. Tutti sono fieri di te.»
«Non lo merito.» Seija chiuse gli occhi. «Il Traditore mi dà la caccia. Ho messo in pericolo quelli che mi sono stati vicini e succederà ancora perché non so come fare per evitarlo.»
«E quanti ne hai salvati? Quanti sono tornati vivi dall’ultima battaglia grazie a te? Ho sentito raccontare anche questo. Quando tutti credevano che tuo fratello fosse morto, sei stata tu a impugnare le redini e a organizzare la ritirata. E quante vite hai salvato, prima? Pensa anche solo alla piccola che hai fatto portare qui, al sicuro.»
Seija rialzò la testa. «Come sta Britte? Si è ambientata? Era così arrabbiata con me che non mi ha nemmeno salutata quando è partita.»
«Sta benissimo. Ha già imparato qualche parola della nostra lingua e le piace aiutarmi a cucinare, anche se non c’è verso di convincerla a tog...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. MILLENNIO DI FUOCO - SEIJA
  3. Prologo
  4. Uno
  5. Due
  6. Tre
  7. Quattro
  8. Cinque
  9. Sei
  10. Sette
  11. Otto
  12. Nove
  13. Dieci
  14. Undici
  15. Dodici
  16. Tredici
  17. Quattordici
  18. Quindici
  19. Sedici
  20. Diciassette
  21. Diciotto
  22. Diciannove
  23. Venti
  24. Ventuno
  25. Ventidue
  26. Ventitré
  27. Ventiquattro
  28. Venticinque
  29. Ventisei
  30. Ventisette
  31. Ventotto
  32. Epilogo
  33. Glossario
  34. Breve cronologia
  35. Ringraziamenti
  36. Copyright