
- 112 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Tristessa
Informazioni su questo libro
Tristessa, la protagonista di questo romanzo pubblicato nel 1960, è una prostituta di Città del Messico, con la quale il narratore intreccia una relazione. Bellissima e, a suo modo, pura e innocente, la ragazza rappresenta ciò che del Messico Kerouac conosceva: fascino, miseria, pericolo. Il narratore sogna romanticamente di salvarla con la forza del proprio amore, ma dovrà scontrarsi non tanto con altri uomini innamorati di Tristessa, quanto con un rivale imbattibile, la morfina. Tragico e romantico, Tristessa è basato su una vicenda autobiografica (la "vera" Tristessa si chiamava, paradossalmente, Esperanza), e ci regala forse il più bel ritratto femminile che il padre della Beat Generation abbia lasciato.
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Informazioni
Print ISBN
9788804631262eBook ISBN
9788852043956Parte prima
FREMENTE E CASTO
Sono in taxi con Tristessa, ubriaco, una grossa bottiglia di whisky Juarez Bourbon nella sacca della ferrovia la sacca dei soldi che mi accusarono di aver rubato alla ferrovia nel 1952 – eccomi qui a Città del Messico, sabato sera piovoso, misteri, vecchi vicoli di sogno senza nome caracollano via, la stradina in cui camminavo tra moltitudini di tetri Indios Vagabondi avvolti in tragici scialli da farti piangere e ti sembrava di veder balenare coltelli sotto le pieghe – sogni lugubri e tragici come quello della Notte della Vecchia Ferrovia in cui mio padre se ne sta seduto grosso di cosce nella carrozza fumatori della notte, fuori c’è un frenatore con luce rossa e luce bianca, che arranca lungo i desolati vasti foschi binari della vita – ma ora eccomi su questo altopiano Vegetale Messico, la luna di Citlapol alla cui luce poche notti prima ero inciampato sul tetto sonnacchioso diretto all’antico gabinetto di pietra sgocciolante – Tristessa è fatta, bella come sempre, allegra se ne torna a casa per infilarsi a letto e godersi la sua morfina.
La sera prima in una tranquilla lite sotto la pioggia sedevo con lei cupo ai banconi di Mezzanotte mangiando pane e zuppa e bevendo Delaware Punch, ed ero uscito da quell’incontro con una visione di Tristessa nel mio letto fra le mie braccia, la stranezza della sua guancia d’amore, azteca, giovane india con misteriosi occhi dalle palpebre alla Billy Holliday e parlava con forte voce malinconica come Luise Rainer attrice viennese dalla faccia triste che faceva piangere tutta l’Ucraina nel 1910.
Magnifiche increspature di pera modellano la sua pelle fino agli zigomi, e lunghe palpebre tristi, e la rassegnazione della Vergine Maria, e vellutata carnagione caffè e occhi di uno straordinario mistero con un lamento di dolore inespressivo come la profondità della terra per metà sprezzante e per metà penoso. “Sto maale” ripete sempre a me e a Bull in casa – Sono a Città del Messico i capelli arruffati sconvolto supero in taxi il Ciné Mexico in piovosi ingorghi stradali, tracanno dalla bottiglia, Tristessa azzarda lunghe filippiche per spiegarmi che ieri notte quando l’ho messa sul taxi l’autista ci ha provato e lei gli ha dato un pugno, notizia che l’autista di oggi apprende senza battere ciglio – Andiamo giù a casa di Tristessa a svaccarci e sballarci – Tristessa mi ha avvisato che la casa sarà un gran caos perché sua sorella è ubriaca e malata, e El Indio sarà lì ritto e maestoso con l’ago della morfina ficcato nel grosso braccio scuro, ti guarda fisso occhi scintillanti oppure aspetta che la puntura dell’ago gli dia quel fuoco che desidera e dice “Hm-za… l’ago azteco nella mia carne di fuoco” come l’omone di Culiao che mi ha regalato l’oppio quella volta che sono venuto in Messico a caccia di altre visioni – La mia bottiglia di whisky ha uno strano tappo molle messicano e ho paura che venga via inzuppandomi la sacca di Bourbon 40 gradi.
Nelle folli strade bagnate del sabato sera come a Hong Kong il nostro taxi procede lento per le vie del Mercato e poi sbuchiamo nel quartiere delle puttane e passiamo dietro le odorose bancarelle di frutta e le baracche delle tortillas ai fagioli e dei tacos con le panche di legno fisse – È il quartiere povero di Roma.
Pago il taxi 3,33 dando al tassista 10 pesos e chiedendo “seis” di resto, me li dà senza battere ciglio e mi chiedo se Tristessa mi ritenga uno che butta via i soldi come il tipico Americano Ubriacone in Messico – Ma non c’è tempo per pensare, stiamo filando via sui marciapiedi luccicanti di riflessi al neon e fiammelle di candele degli omini seduti sul marciapiede a vendere noci esposte su asciugamani – svoltiamo rapidi nel maleodorante vicolo del suo tugurio a un piano – camminiamo tra rubinetti sgocciolanti e secchi e ragazzi e ci chiniamo sotto il bucato ed eccoci alla sua porta di ferro, che è aperta sull’interno di adobe ed entriamo in cucina la pioggia che cade ancora dalle foglie e le assi che fanno da tetto alla cucina – l’acquerugiola sfrigola in cucina sopra i resti dei polli nell’angolo umido – Dove, miracolosamente, ora vedo la gattina rosa fare pipì sui mucchi di okra e mangime per polli – La camera da letto è completamente in subbuglio, come se vi avessero frugato dei pazzi con brandelli di giornale ovunque e il pollo becchetta riso e pezzi di panino sul pavimento – Stesa a letto giace la “sorella” malata di Tristessa, avvolta in un copriletto rosa – è tragico come la notte in cui spararono a Eddy nella piovosa Russia Street –
Seduta sulla sponda del letto Tristessa si sistema le calze di nylon, le tira fuori a stento dalle scarpe con il grosso viso triste dalle labbra arricciate a sorvegliare i propri sforzi, osservo come storce convulsamente i piedi in dentro quando si guarda le scarpe.
È una ragazza talmente bella, chissà cosa direbbero tutti i miei amici a New York e su a San Francisco, e cosa succederebbe giù a Nola a chi la vedesse passare per Canal Street sotto il sole torrido con gli occhiali da sole e l’andatura pigra, intenta a legarsi il kimono sul soprabito leggero come se il kimono andasse portato sul soprabito, strattonandolo convulsa e gridando come una matta “Ecco qui il taxi – ehi tu ehi chi – eccoti qui – ti ripoorto i sooldi”. I soldi sono sooldi. Dice soldi come la mia vecchia zia francocanadese di Lawrence “Non sono i tuoi sooldi, che voglio, è il tuo amoore” – L’amore è amoore. “È il tuo amoore.” Il tuo amo-o-re. – Lo stesso vale per Tristessa, è sempre strafatta, e sta male, si fa dieci grammi di morfina al mese – barcolla per le strade della città ma è così bella che la gente si volta a guardarla – Gli occhi sono radiosi e scintillanti e la guancia umida di bruma e i capelli da india neri freschi e lisci divisi in 2 treccine dietro la nuca con l’acconciatura ondulata tipo zolla erbosa (la corretta acconciatura india a cattedrale) – Le scarpe che continua a guardarsi sono nuove di zecca non logore, ma lei lascia cadere le calze e continua a tirarsele su e a storcere i piedi convulsa – Immagina che bella ragazza a New York, in un’ampia gonna a fiori alla New Look e una maglia di Dior in cashmere rosa a seno piatto, e le labbra e gli occhi a fare il resto. Qui è ridotta a malinconici-vestiti da povera signora india – signore indie che si vedono nell’imperscrutabile buio degli androni, sembrano buchi nel muro non donne – i loro abiti – poi guardi meglio e vedi la coraggiosa e nobile mujer, la madre, la donna, la Vergine Maria del Messico. – Tristessa ha un’icona enorme nell’angolo della sua camera.
Dà verso la stanza, rivolta alla parete della cucina, nell’angolo destro per chi guarda la sventurata cucina con l’acquerugiola che stilla ineffabile dal tetto di ramoscelli e assi (un tetto da rifugio bombardato) – L’icona raffigura la Madre Santissima che ti fissa dalle sue sciaraderie blu, le vesti e l’armamentario da Damema, davanti alla quale El Indio prega con devozione quando esce a procurarsi la roba. El Indio vende curiosità, pare – non lo vedo mai a San Juan Letran a vendere crocefissi, non lo vedo mai per strada, né a Redondas, né altrove – La Vergine Maria ha una candela, un grappolo di quei lumini di vetro economici pieni di cera che bruciano per settimane, come le ruote tibetane della preghiera l’inesauribile aiuto del nostro Amida – Sorrido quando vedo quella incantevole icona –
Tutto attorno ci sono immagini di morti – Quando Tristessa sta per dire “morto” giunge le mani in atteggiamento devoto, dimostrando la sua fede azteca nella sacralità della morte, e allo stesso modo nella sacralità dell’essenza – Ha una fotografia dello scomparso Dave mio vecchio amico degli anni passati morto di ipertensione all’età di 55 anni – Il suo vago volto greco-indio ti guarda dalla fotografia pallida e indefinibile. Non riesco a vederlo con tutta quella neve. È certamente in paradiso, le mani giunte a V nell’eterna estasi del Nirvana. Ecco perché Tristessa continua a giungere le mani e pregare, e a dire anche “Io amo Dave”, ha amato il suo ex protettore – Lui era un vecchio innamorato di una giovane. A 16 anni lei si drogava già. Lui l’aveva tolta dalla strada e, a sua volta tossicomane di strada, ce l’aveva messa tutta, e alla fine era entrato in contatto con certi ricchi drogati e le aveva fatto vedere come si vive – una volta all’anno facevano l’autostop fino a Chalmas sulla montagna per salirne una parte in ginocchio e arrivare al santuario di stampelle abbandonate dai pellegrini miracolati, i mille tapete di paglia stesi nella bruma dove la notte dormono all’aperto con coperte e impermeabili – per poi tornare, devoti, affamati, guariti, ad accendere nuove candele alla Madre e battere di nuovo la strada in cerca di morfina – Dio sa dove la trovavano.
Mi siedo ad ammirare quella maestosa madre degli amanti.
Impossibile descrivere l’orrore di quel buio nei buchi sul soffitto, il bruno alone della notte cittadina persa in una verde altitudine vegetale sopra le Ruote dei tetti blakeani di adobe – Adesso la pioggia vela lo sconfinato verde del fondovalle a nord di Actopan – ragazze carine saettano su marciapiedi pieni di pozzanghere – I cani abbaiano alle macchine strobilanti – L’acquerugiola si svuota misteriosa nell’Umida pietra della cucina, e la porta luccica (metallo) scintillante e bagnata – Il cane ulula d’agonia sul letto. – Il cane è la piccola mamma chihuahua lunga 30 centimetri, graziose zampette con dita e unghie nere, una cagnolina così “fine” e delicata che basta toccarla per farla guaire di dolore – “Y-e e e-p” Puoi solo far schioccare delicatamente le dita e lasciarle sfregare il musetto umido (nero come quello di un toro) contro le unghie e il pollice. Dolce cagnolina – Tristessa dice che è in calore e per questo piange – Il gallo starnazza sotto il letto.
Per tutto il tempo il gallo è rimasto ad ascoltare sotto le molle, meditando, voltandosi a guardare tutto attorno nella sua muta oscurità, il rumore dei sovrastanti esseri umani dorati “B e u - v e u - V A A?” strilla, grida, interrompe mezza dozzina di conversazioni simultanee che sibilano sopra di lui come carta strappata – La gallina chioccia.
La gallina è uscita, ci zampetta fra i piedi, becchettando delicata il pavimento – A lei piace la gente. Vuole venirmi vicino e sfregarsi a volontà contro la gamba dei pantaloni, ma non la incoraggio, anzi non l’ho ancora vista ed è come il sogno del grande folle padre nel granaio selvaggio della Nuova Scozia squassata dalla piena del mare che sta per sommergere la città le pinete circostanti nello sconfinato Nord – C’erano Tristessa, Cruz sul letto, El Indio, il gallo, la colomba sopra il caminetto (mai un suono eccetto le rare prove di battito d’ali), la gatta, la gallina, e quell’ululante maledetta bastardina Espana Chihuahua nera.
La siringa di El Indio è piena, conficca l’ago con violenza ma è spuntato e non penetra nella pelle così ci riprova più forte e lo spinge ma invece di trasalire aspetta estasiato a bocca aperta e si spara tutto in vena, fino in fondo, in piedi – “Deve farmi un favore, Mr Gazookus,” dice Old Bull Gaines interrompendo i miei pensieri “mi accompagni da Tristessa – sono a corto –” ma io scoppio dalla voglia di sparire da Città del Messico passeggiando nella pioggia sguazzando nelle pozzanghere senza imprecare non interessato ma solo per cercare di tornare a casa, a letto, morto.
È il delirante dannato libro dei sogni del maledetto mondo, pieno di suppliche, disonestà e accordi scritti. E corruzione, ai bambini per i dolci, ai bambini per i dolci. “La morfina allevia il dolore,” continuo a pensare “e il resto è il resto. È quel che è, io sono quel che sono, Adorazione del Tathagata, del Sugata, del Budda, perfetto nella Saggezza e nella Pietà che ha realizzato, e sta realizzando, e realizzerà, tutte queste parole misteriose.”
– Ecco perché porto il whisky, per bere, per uscire impetuosamente dalla tenda nera – Allo stesso tempo un commediante nella città della notte – Assillato dalle oscurità e dalla noia, stufo marcio, bevendo, chino, borbottando, “E ora dove vado cosa faccio” – Avvicino la sedia nell’angolo ai piedi del letto per potermi sedere fra la gattina e la Vergine Maria. La gattina, la gata in spagnolo, la piccola Tathagata della notte, color rosa dorato, nata da 3 settimane, folle nasino rosa, folle muso, occhi verdi, vibrisse da baffuto leone dorato – Le passo il dito sulla testolina e lei salta su facendo le fusa e la piccola macchina delle fusa si avvia per un attimo e lei si guarda attorno felice nella stanza osservando ciò che facciamo. – “Sta facendo pensieri d’oro” penso. – A Tristessa piacciono le uova altrimenti perché tenere un gallo in questa casa di femmine? Come posso sapere come si fanno le uova. Alla mia destra le candele votive brillano contro la parete d’argilla.
È infinitamente peggio di quel sogno a Città del Messico in cui vago desolato per bianchi appartamenti vuoti, grigio, solo, e in cui i gradini di marmo di un albergo mi terrorizzano – È la notte piovosa a Città del Messico e sono nel mezzo del quartiere del Mercato dei Ladri e El Indio è un ladro rinomato e anche Tristessa era una borseggiatrice ma io mi limito a tastare il rotolo di banconote infilato alla maniera dei marinai nel taschino portaorologio dei jeans – E nel taschino della camicia ho i traveller’s cheque che in un certo senso è inutile rubare – Quella, Ah quel vicolo dove quei balordi messicani mi fermano e frugano nella mia sacca e prendono ciò che vogliono e poi mi invitano a bere – È buio quanto imprevedibile su questa terra, mi accorgo di tutte le innumerevoli manifestazioni che la mente pensante inventa per collocare un muro d’orrore davanti alla sua perfetta consapevolezza che non c’è muro e non c’è orrore soltanto la Trascendentale Vuota Baciabile Luce Lattiginosa dell’autentica e perfettamente vuota natura dell’Eternità Perenne. – Lo so che va tutto bene ma io voglio le prove e i Budda e le Vergini Marie sono qui a ricordarmi il solenne voto della fede in questa aspra e stupida terra in cui scateniamo la nostra cosiddetta vita in un mare d’ansia, carne per intere Chicago di Tombe – proprio in questo momento mio padre e mio fratello giacciono fianco a fianco nel fango del Nord e io dovrei essere più in gamba di loro – così sveglio che sono morto. Alzo lo sguardo viscoso sugli altri, lo vedono che ero perso a riflettere nella mia sedia nell’angolo ma anche loro stanno inseguendo le loro preoccupazioni (tutte mentali al 100%) infinite e irrefrenabili – Chiacchierano in spagnolo, colgo solo sprazzi di quella conversazione virile – Tristessa continua a dire “chinga” ogni due frasi, un’imprecazione da Marine – lo dice con disprezzo serrando i denti e mi preoccupa “Conosci le donne quanto credi?” – Il gallo imperturbabile emette uno strillo.
Tiro fuori dalla sacca la mia bottiglia, il Canady Dry, li apro entrambi, e mi verso un goccio in una tazza – ne preparo un’altra per Cruz che è appena saltata giù dal letto per vomitare sul pavimento della cucina e adesso vuole un altro drink, ha passato tutta la giornata alla cantina per donne dalle parti del quartiere delle puttane di Panama Street e dell’inquietante Rayon Street con il cane morto per strada e i mendicanti sul marciapiede senza cappello che ti guardano disperati – Cruz è una donnina india senza mento dagli occhi chiari e indossa scarpe scollate con i tacchi alti e vestiti sgualciti, che gente squinternata, in America uno sbirro sgranerebbe gli occhi vedendoli passare tutti malmessi che litigano e barcollano sul marciapiede, come epifanie della povertà – Cruz si fa un goccio e vomita anche quello. Nessuno ci fa caso, El Indio tiene la siringa in una mano e un pezzetto di carta nell’altra e litiga, il collo teso, rosso, furioso con un’urlante Tristessa dagli occhi vivaci che danzano per rispondere colpo su colpo – La vecchia signora Cruz geme nel tumulto e risprofonda nel letto, l’unico letto, sotto la coperta, il volto bendato e unto, la cagnolina nera raggomitolata contro di lei, e la gatta, e si lamenta di qualcosa, ha bevuto da star male, e El Indio che non la smette di chiedere a Tristessa altra morfina – Butto giù il mio drink.
Nell’appartamento di fianco la madre ha fatto piangere la figliola, sentiamo i suoi sommessi e supplichevoli strilli che spezzerebbero il cuore a un padre e forse è così – Passano camion, autobus, un frastuono micidiale, stracarichi di gente diretta a Tacuyaba e a Rastro e alla Circumvalacion che corre attorno alla città – le strade caotiche e fangose che percorrerò per tornare a casa alle 2 del mattino schizzando incurante nelle pozzanghere, guardando staccionate solitarie al tetro luccichio del velo di pioggia illuminato dai lampioni – L’abisso e l’orrore del mio coraggio, la tensione Virya dei muscoli del collo di cui l’uomo ha bisogno per stringere i denti e avanzare in strade solitarie di pioggia notturna senza la speranza di un letto caldo – La testa mi cade e si affatica al pensiero. Tristessa dice “Come sta Jack – ? –” Domanda sempre: “Perché sei così triste?? – ‘Muy dolorosa’” come volesse dire “Sei colmo di dolore” perché dolore si dice dolor – “Sono triste perché tutta la vida es dolorosa” rispondo sempre, nella speranza di insegnarle la Prima delle Quattro Grandi Verità – Del resto, cosa potrebbe esserci di più vero? Con gli occhi viola sbatte le palpebre in un cenno di rappresaglia, ‘h a - hum,’ comprendendo da saggia india il tono di ciò che ho detto, e annuendo, re...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Tristessa
- Parte prima - FREMENTE E CASTO
- Parte seconda - UN ANNO DOPO…
- Cronologia
- Bibliografia
- Copyright