All’improvviso il Dottore sentì il suono più potente dell’universo, più piacevole del coro mattutino degli uccelli, più gioioso del riso dei bimbi, più dolce del gorgoglio di un ruscello. Era il brusio di uno stabilizzatore dimensionale relativo di un TARDIS modello 40 in fase di materializzazione.
Colta alla sprovvista, la sfera ronzò, si staccò dalla fronte del Dottore e balzò via, distratta dall’intrusione. Era l’unica possibilità per salvarsi, e il Dottore la prese al volo: saltò in piedi e si gettò verso la porta, non ancora del tutto formata, della cabina telefonica della polizia che si stava materializzando all’imbocco del vicolo.
Romana abbassò energicamente la leva rossa sulla console di comando mentre il Dottore si buttava attraverso la porta e si afflosciava a terra ansimando per lo sforzo.
«Padrona!» esclamò K-9 chiamando Romana allo schermo dello scanner.
Il monitor mostrava una piccola sfera grigia che svolazzava all’esterno, ronzando furiosamente. Di tanto in tanto si lanciava contro le porte del TARDIS come una vespa disorientata che cercasse di passare attraverso il vetro di una finestra. Ogni volta che la sfera ci sbatteva contro, un’irritante vibrazione si diffondeva per la sala comandi, facendo fremere Romana.
«Riuscirà a entrare?» chiese a K-9.
«Dati insufficienti, Padrona» rispose K-9. «Suggerisco l’immediata smaterializzazione.»
«E allora fallo, K-9!» ordinò Romana.
K-9 avanzò con la sonda protesa e innescò la sequenza automatica di smaterializzazione. Un attimo dopo il cilindro centrale cominciò ad alzarsi e abbassarsi mentre il TARDIS svaniva dal vicolo.
Romana si accucciò a controllare le condizioni del Dottore. Lui sputò tutto il fiato dalla gola, tossì e le tastò il braccio. Quando finalmente riuscì a parlare, le disse: «Grazie, Romana, grazie infinite, davvero grazie...» E poi gridò: «Te la sei presa comoda, K-9!».
Lo schermo oculare di K-9 lampeggiò stizzito.
«È stato K-9 a trovarti» disse Romana. «Ho sentito di nuovo quelle voci e lui ha rintracciato la loro provenienza. Ringrazialo.»
Il Dottore si alzò e si aggiustò la sciarpa. «Ho detto “grazie”.»
«Di’ “grazie, K-9”» lo incalzò Romana.
«Grazie, K-9» disse il Dottore. «E così... quella specie di pallina dell’albero di Natale è la fonte di quelle voci.»
«Affermativo, padrone» disse K-9.
«E dimmi un po’, che cos’è?»
«Oggetto non identificato» disse K-9. «Origine e composizione sconosciute. Apparente obiettivo prioritario della sfera: estrazione psicoattiva.»
Il Dottore si sfiorò la fronte. «Questo avrei potuto dirtelo io» mormorò. «L’ho sentita mentre provava a strapparmi la mente.»
Romana deglutì. Doveva comunicare al Dottore la brutta notizia. «La sfera ha attaccato il professore» disse con voce tremante.
«Il professore!» esclamò il Dottore. «Ma certo, mi è sembrato di avere sentito la sua voce mescolata alle altre. E come sta?»
Romana si accorse di non poter rispondere.
Il Dottore la fissò sgomento. «Come sta?» ripeté freddamente.
Fu K-9 a rispondere. «La vita del professore è terminata, padrone.»
Romana avrebbe dato qualsiasi cosa pur di non vedere l’espressione che attraversò in quel momento il volto del Dottore. Per un secondo il suo contegno, che era rimasto saldo persino quando aveva affrontato Davros e il Guardiano Nero, si dissolse, e lui apparve solo stanco, triste e vecchio.
«Il professore è morto?» mormorò.
Romana annuì. «Crediamo che quella sfera gli abbia sottratto la mente.»
«Voi credete?» esclamò il Dottore con un lampo furioso nello sguardo. «Voi non c’eravate? Avreste dovuto badargli, avevo lasciato delle istruzioni ben precise!»
«Io gli stavo badando» ribatté con voce flebile Romana. «Sono solo tornata qui per un secondo.»
«E l’hai lasciato solo» disse il Dottore. «Perché? Perché l’hai lasciato solo?»
Romana deglutì. Non c’era modo di sfuggire alla verità, né di nascondere la propria responsabilità nella morte del vecchio amico del Dottore. «Sono tornata a cercare del latte.»
«Del latte» ripeté il Dottore in tono inespressivo. Romana ebbe l’impressione che si stesse sforzando di non sembrare deluso, per il suo bene. Sapeva che lei non avrebbe potuto sopportarlo, dopo tutto quello che avevano passato insieme.
«Sì» confermò.
«Capisco» rispose freddamente il Dottore.
«Be’, altrimenti sarebbe uscito lui a prenderselo...» cominciò Romana.
Il Dottore la fermò con un cenno della mano. «Niente spiegazioni» disse con voce stanca mentre si avvicinava alla console, dove cominciò a manovrare leve e interruttori con la disinvoltura acquisita in secoli di esperienza.
«E il libro?» chiese Romana mordendosi il labbro. «Sei riuscito a prenderlo?»
Il Dottore chiuse gli occhi. «Ce l’avevo fatta» disse senza alzare la testa. «Ma poi mi è caduto.»
Romana avvampò. Dopo tutto quello che le aveva fatto passare! «Tu l’hai fatto cadere!»
«Sì, l’ho fatto cadere!» rispose rabbioso il Dottore. «Né io né te oggi ci siamo esattamente coperti di gloria!»
Seguirono alcuni secondi di terribile silenzio, disturbato solo dall’onnipresente mugolio delle apparecchiature del TARDIS e dal macinare degli ingranaggi nel cilindro centrale della console.
Infine Romana poggiò una mano sulla spalla del Dottore. «Mi dispiace.»
Il Dottore trasalì per quel contatto fisico così spontaneo. «Anche a me» disse avvicinandosi a un’altra sezione della console, dove si mise a manovrare delicati strumenti di navigazione. «Ma non abbiamo tempo.» Fissò il profondo cuore rosso del cilindro centrale. «Potremmo non avere più tempo per niente.»
Chris Parsons non ci capiva più nulla.
Pochi istanti dopo che K-9 aveva dichiarato la morte del professore, Romana si era stretta forte le tempie sostenendo di udire un chiacchiericcio confuso di flebili voci non appartenenti a esseri umani. Al che K-9 aveva replicato di avvertire a sua volta qualcosa, «un’attività telepatica del grado 8,4 della scala Van Zyl». Chris, invece, non sentiva proprio niente.
A quel punto K-9 e Romana si erano precipitati nella cabina telefonica della polizia che loro chiamavano TARDIS e, prima di andarsene, Romana aveva gridato a Chris di sorvegliare il corpo del professore. Un attimo dopo il grosso lampeggiante blu in cima alla cabina telefonica della polizia aveva preso vita, accompagnato da un tremendo ansimare lamentoso, del genere che potrebbe emettere un’elefantessa con le doglie, e la cabina era scomparsa, lasciando un solco quadrato nel tappeto.
Chris si disse che non era il caso di stupirsi. L’interno della cabina doveva essere ovviamente una specie di veicolo, e quindi cosa c’era di più naturale del fatto che si dissolvesse nell’aria?
Trovava molto più sgradevole essere stato lasciato solo in una stanza buia insieme a un cadavere. Non aveva mai visto un morto prima d’ora, se non si contavano Diana Oss o tutti gli scheletri e i crani che i suoi amici di Medicina insistevano a disseminare nelle loro camere al campus. E Chronotis non aveva avuto una morte tranquilla. I tratti del suo viso, sbalzati dall’ultima luce del giorno, apparivano orribilmente contorti dal dolore.
Chris si alzò ad accendere una lampada da tavolo, ma questo peggiorò solo le cose. Gli occhi vitrei del cadavere lo scrutavano come a dire: “È tutta colpa tua”. Chris si tolse il giubbotto e coprì il corpo del professore.
Tese una mano con cautela per chiudere le palpebre dell’uomo, come aveva visto fare nei film.
E in quel momento avvertì una sensazione simile a una scarica elettrica, che però per ovvi motivi non poteva essere elettricità, e si ritrasse stupito, congratulandosi con se stesso per trovare ancora la forza di stupirsi dopo tutto ciò che aveva visto nelle ultime ore.
Un’aura di particelle di luce dorata cominciò a danzare intorno al cadavere del professor Chronotis.
«No, la prego, non lo faccia» disse Chris senza rivolgersi a qualcuno in particolare, ricordandosi l’ultima incalzante raccomandazione di Romana. «Come posso proteggerla da questo? Sono solo un terrestre. La prego, la smetta con tutto questo luccicare.»
L’aura dorata divenne più luminosa e le particelle presero a ruotare sempre più velocemente intorno al corpo supino del professore. A un tratto Chris si rese conto di riuscire a vedere quanto restava del motivo del logoro tappeto attraverso la pelle incartapecorita del professore. Alcuni secondi dopo il bagliore si era dissolto, lasciando solo il tappeto, il giubbotto di Chris e una pila di atlanti. Il professore era svanito.
«Oh, perfetto» fece Chris.
Fu tentato di andarsene all’istante e di lasciarsi tutta quella faccenda alle spalle. Non erano affari suoi. Poi si ricordò dell’incredibile opportunità in cui si era imbattuto. Lui, Chris Parsons, aveva stabilito per primo un contatto tra la razza umana e delle creature aliene. Il primo contatto conosciuto, a ogni modo: in tutti quegli anni il vecchio Chronotis doveva aver confuso o irritato un’infinità di persone, ignare del fatto che in realtà lui arrivava dal pianeta Zoot o da chissà dove.
Chris scosse la testa. Avrebbe voluto che Clare fosse lì.
Clare! Doveva essere ancora al laboratorio, forse con quel Dottore che era andato a prendere il libro. Si guardò in giro in cerca di un telefono, ma poi si ricordò che il professore non l’aveva. C’era una cabina telefonica appena fuori dal cancello del college, magari poteva usare quella...
Il gemito elefantino riprese all’improvviso, e Chris strizzò le palpebre mentre ecco che, senza nessuna logica, una potente luce blu cominciò a lampeggiare a mezz’aria. Pochi istanti dopo, la cabina telefonica era ricomparsa dal nulla, esattamente nello stesso punto in cui si trovava prima.
Chris trattenne il fiato e si preparò ad affrontare lo sguardo glaciale di Romana mentre le avrebbe raccontato di come aveva fallito nel sorvegliare il corpo del professore.
E invece dalla cabina saltò fuori una figura singolare, con una lunga giacca e una chilometrica sciarpa multicolore, che si fermò di colpo non appena vide Chris. «E tu chi sei?» gli chiese infuriato, con gli occhi fuori dalle orbite.
«Chris Parsons. Diplomato al liceo di Bristol, laureato al St John» rispose automaticamente Chris, imprecando tra sé per la figura da idiota che stava facendo.
«Mai sentito» disse lo sconosciuto, per poi aggiungere, nello stesso identico tono: «Sei tu la causa di questa catastrofe!».
Chris non intendeva lasciarsi accusare senza reagire. «Io non ho fatto niente!» Osservò lo sconosciuto con maggiore attenzione. «Ah, sei tu!» disse.
L’uomo socchiuse i grandi occhi azzurri. «Tu sai chi sono?»
«Mi hai quasi ribaltato dalla bicicletta» borbottò Chris. «Eravamo in Pepys Street. Ti ho scampanellato.»
«Cos’hai fatto?» chiese lo sconosciuto. Dietro di lui Romana e K-9 sbucarono dal TARDIS.
«Ti ho scampanell...