Ho cominciato a raccontare di me, dal Predio, il quieto ritiro della Nazionale argentina, dove ho faticato per recuperare dall’incidente al tendine d’Achille subito a Palermo il 28 aprile 2013. Vi ho raccontato poi della mia infanzia da ragazzo a Buenos Aires, di gioie e dolori con l’Inter, di come si diventa un calciatore professionista, della pressione, dello stress, della felicità. Ma non vi ho detto ancora che una parte cruciale della mia vita sportiva l’ho trascorsa con una maglia diversa da quelle di Talleres, Banfield e Inter: la albiceleste, la maglia biancazzurra della Nazionale argentina.
Il Predio è il posto giusto per fare la mia fisioterapia, perché è un po’ come essere a casa, dove tutti ti coccolano: il magazziniere mi passa la bombilla del mate se mi vede un po’ stanco, nello spogliatoio si possono fare due chiacchiere tranquille, stemperare le tensioni. Ho scelto di ricominciare ad allenarmi qui perché fare parte della Nazionale è qualcosa di diverso rispetto a giocare per un club: in campo si è consapevoli di rappresentare un intero paese.
Io sono cresciuto in Argentina, poi sono diventato cittadino italiano grazie alle origini friulane di mio padre. Anche mia moglie Paula viene da una famiglia italiana, ha parenti piemontesi. Siamo due eredi di emigranti, tornati alla madrepatria degli antenati. Un giorno, in un ristorante sul lago di Como, mentre ancora porto l’ingessatura alla gamba, la mia amica Maria Cristina Russo, brillante manager sportiva, comincia a discutere insieme a due altri amici presenti: «Pupi è argentino e lo sarà fino alla morte». «Macché argentino, ormai Javier è italiano, i suoi tre figli crescono qui. Il Capitano è italiano.» Mi sento come quando da bambini gli zii provano a imbarazzarti chiedendoti: «E tu, vuoi più bene alla mamma o al papà?». Allora tu, pensando quanto un adulto possa essere banale, rispondi in cantilena: «Uguale a tutti e due…».
L’Argentina, il mio paese, è davvero meraviglioso. Abbiamo tutto: il mare, le montagne, i fiumi, le pianure sterminate, le pampas. Dentro i suoi confini si può viaggiare dal clima tropicale del Nord alla tundra dell’estremo Sud, verso l’Antartide. Le navi che passano dal Sud Atlantico al Sud Pacifico devono attraversare lo Stretto di Magellano. A scuola studiavamo che il Cerro Aconcagua è la montagna più alta dell’emisfero meridionale. Viviamo in un paese immenso, 2.780.400 chilometri quadrati, solo sette paesi al mondo sono più grandi. Una massa di terra, fiumi e laghi sterminata per soli 42.610.981 abitanti. Al confronto, in Italia, 61.482.297 abitanti si affollano in appena 301.340 chilometri quadrati. I ritmi sono diversi, un caffè espresso si beve in un sorso, per degustare il mate serve almeno un’ora. La pasta italiana si serve al dente, l’asado argentino cuoce senza fretta.
Anche se adesso vivo per la maggior parte del tempo in Italia, voglio capire bene cosa sta succedendo nel mio primo paese, l’Argentina, e invito a pranzo un amico, un argentino come me cresciuto qui, poi divenuto un importante uomo di affari, sempre in volo tra i suoi uffici di Buenos Aires, Londra e New York. Di fronte a un’empanada e a un bicchiere di rosso Malbec argentino (acqua per me, naturalmente), gli chiedo: «Crescono tutti i paesi latinoamericani e noi restiamo nei guai. Dimmi, senza usare il solito gergo di voi economisti, qual è il problema dell’Argentina?».
Il mio amico mi guarda come un calciatore professionista guarderebbe il bambino che chiede: «Come faccio a giocare la finale dei Mondiali?». Poi beve un bel sorso di Malbec e prova a spiegare. «Il buon Dio, caro Pupi, è stato generoso con il nostro paese. Ci ha regalato risorse naturali immense e preziose: le pampas, fertili e perfette per l’allevamento di bestiame, le miniere di piombo, zinco, stagno, rame. Abbiamo petrolio e uranio, ti basta? Un secolo fa, nel 1910, eravamo ben più ricchi di Germania e Francia, e stavamo avvicinandoci agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Da Parigi, Berlino, Madrid e Roma si partiva per Buenos Aires. Raccoglievamo e sfamavamo folle di emigranti, il nostro avvenire sembrava assicurato. E invece, generazione dopo generazione, i nostri leader hanno disperso quelle promesse, finché siamo andati in default all’inizio del secolo. Va bene, lo so che non vuoi che usi il solito gergo da economista: diciamo che se un paese non riesce a ripagare il suo debito internazionale dichiara bancarotta, e adesso siamo di nuovo sull’orlo di guai seri. L’inflazione la ricordi anche tu, no? Quando andavamo a scuola e il panino e la Coca-Cola al pomeriggio costavano il doppio che al mattino, e tuo padre Rodolfo non poteva fare un preventivo per i lavori in muratura perché, di settimana in settimana, i prezzi di calce e cemento andavano alle stelle... E poi c’è stata la dittatura militare, la “guerra sporca”, i ragazzi e le ragazze svaniti nel nulla, desaparecidos. Gli altri paesi dell’America Latina crescono, noi negli ultimi anni abbiamo avuto momenti buoni, ma ora stentiamo, ed è un peccato. In anni duri, più della metà degli argentini ha patito la miseria, adesso “solo” uno su tre è povero. Certo, è un progresso, ma non può bastare: sono quattordici milioni i cittadini in condizione di povertà, la metà sono bambini come quelli cui garantite una scuola e una mensa grazie alla tua Fondazione Pupi a La Traza.»
Per riflettere sulla situazione dell’Argentina e per capire che cosa sta succedendo, vado a discutere con mio suocero Andrés, uno studioso che ha dedicato tutta la vita a questi problemi, dannandosi per analizzarli e per dare concretamente una mano, ieri quando raccoglieva i giovani a Remedios de Escalada, oggi con i bambini della Fondazione Pupi. Andrés, quando le cose non si mettono bene, borbotta: «Argentina: todos los malos de España, todos los malos de Italia, todos los malos de Arabia», come se tutti i guai del pianeta si accanissero contro il nostro paese.
Vado a trovarlo alla mensa della Fondazione Pupi. Le bidelle ci danno un piatto di quello che mangiano i bambini oggi: pollo, purea di patate, un bicchierone d’acqua. Andrés mi fa lezione: «L’Argentina paga la debolezza delle istituzioni politiche. Il paese è ricco, avevamo un’ottima base industriale, ma serve uno Stato che sostenga i poveri, amministri la giustizia, modernizzi i servizi e la burocrazia, dia una mano alle aziende produttive e tagli le unghie a chi se ne approfitta. Invece i leader si lasciano corrompere, il malcostume dilaga, nessuno riesce a eliminare la povertà nei barrios».
Nel paese che cento anni fa era tra i più ricchi al mondo e adesso fatica a crescere, il calcio diventa pasión de multitudes: è un motivo di unità e orgoglio, in una vittoria sul campo si sogna il riscatto personale e collettivo, e la Nazionale albiceleste svuota le strade quando l’inno argentino risuona allo stadio:
Oíd, mortales, el grito sagrado:
«Libertad, libertad, libertad!».
Oíd el ruido de rotas cadenas,
ved en trono a la noble igualdad.
Ya su trono dignísimo abrieron
las Provincias Unidas del Sur
y los libres del mundo responden:
«Al gran pueblo argentino, salud!
Al gran pueblo argentino, salud!»
Y los libres del mundo responden:
«Al gran pueblo argentino, salud!».
I critici, gli intellettuali più severi, accusano il calcio di distrarre la gente dai problemi seri. Una volta Arrigo Sacchi provò a smontarli dicendo: «Il calcio è la cosa più importante delle cose non importanti». Una buona battuta, ma io non credo che la vita funzioni come una matrioska russa: il lavoro, la politica, il calcio, la famiglia, uno dentro l’altro, ma distinti, separati. Credo che la gente si appassioni alla sua nazione, ai temi seri, politici ed economici che la riguardano, e poi tifa, non perché il calcio sia una droga, un narcotico, ma al contrario perché, soprattutto in un paese in difficoltà, la Nazionale è simbolo di comunità, vola al di là dei guai di ogni giorno, offre speranza a chi non ne ha più.
Ho cantato l’inno per dodici volte con la Nazionale Olimpica, vincendo anche l’argento ad Atlanta nel 1996, in una finale persa 3-2 contro la Nigeria, e detengo il record di ben 145 presenze nella «Selección» maggiore, con venticinque fasce da capitano. Dietro di me, come presenze, c’è una formazione stellare di giocatori: Ayala, Simeone, Ruggeri, Maradona, Batistuta. Nel mondo non sono poi tanti i campioni che hanno giocato nelle loro Nazionali più di me: fra gli altri Lothar Matthäus in Germania, Martin Reim in Estonia, il lettone Vitālijs Astafjevs, Iván Hurtado in Ecuador, una banda di veterani. Stare tra loro è un onore, ma anche il mio record – come tutti i record – è destinato a essere superato, è questa la natura dello sport. E credo di sapere già chi lo batterà: un ragazzo tranquillo e garbato, cui ho dato consigli da fratello maggiore in Nazionale e che, mentre scrivo, ha collezionato 82 presenze. Si chiama Lionel Andrés Messi Cuccittini, detto Leo, e il giorno in cui andrà in campo con l’albiceleste per la centoquarantaseiesima volta lo chiamerò per primo, congratulandomi con lui, così come Lionel, quel 28 aprile 2013, mentre ancora sentivo un dolore lacerante al tendine sinistro «saltato» sul campo del Palermo, fu il primo a mandarmi un sms, bruciando in volata Mourinho, Totti e Beckham: «Come stai, capitano? Ti aspetto, torna presto».
Messi è spesso sottoposto a critiche, soffre l’invidia di tanti, come tutti i grandi: chi in prima pagina gli dà addosso per la controversia con il fisco spagnolo, chi nella cronaca sportiva ne mette in dubbio la stoffa di fuoriclasse. Leo ha segnato 348 gol a soli ventisei anni, 35 in Nazionale, quanti goleador servono, sommati, per pareggiare il suo record? «Per contendere davvero il primato di numero uno del calcio a Pelé e Maradona, Messi deve prima vincere i Mondiali» dicono. Ma perché mai? Non bastano tre Palloni d’oro e la medaglia d’oro olimpica? Sono certo che, se Lionel vincesse i Mondiali, gli ipercritici osserverebbero: «Eh, ma Pelé di Campionati del Mondo ne ha vinti tre, Maradona due, Messi solo uno…».
Non credo che la qualità sportiva e umana di un calciatore si conti a coppe. Serve un’analisi più ricca, più complessa, e se guardate cosa sta facendo Lionel a ventisei anni, be’… è lì, davanti a tutti.
Ho debuttato con la Nazionale di Daniel Passarella, un duro che gli interisti ricordano strapazzare il malcapitato raccattapalle che tardava a restituirgli il pallone. Il mio esordio, il 16 novembre 1994, fu in un’amichevole vinta 3-0 contro il Cile, a Santiago. Ai Mondiali di quell’anno, negli Stati Uniti, siamo stati eliminati agli ottavi, e Maradona fu squalificato per uso di efedrina: insomma, non facemmo una bella figura, c’era da ricominciare.
In squadra con me Passarella chiama ragazzi poi diventati celebri: Matías Almeyda, Roberto Ayala, Hernán Crespo, Claudio López, Néstor Sensini, Diego Simeone.
Quando con la Nazionale Olimpica, ad Atlanta, ci supera in finale la Nigeria, che a sorpresa aveva eliminato il Brasile, poi medaglia di bronzo, sul podio con me salgono quel giorno tanti futuri compagni dell’Inter: i nigeriani Nwankwo Kanu e Taribo West, i brasiliani Ronaldo, Roberto Carlos e Zé Elias. Siamo quasi una squadra con gli argentini futuri nerazzurri: io, Almeyda, Simeone e Crespo.
Due di questi compagni, West e Almeyda, spiccano nei miei ricordi per l’originalità e l’anticonformismo, in un mondo del calcio a volte afflitto da comportamenti tutti uguali, «di plastica».
Taribo West, alto, forte, un vero colosso, si presentava all’allenamento con il saio da predicatore, e poi è davvero finito a predicare in una Chiesa pentecostale, Shelter in the Storm, Rifugio nella Tempesta. Ho in mente l’immagine di lui che corre in campo con le treccine decorate da fiocchetti multicolore e mi abbraccia: «Tu sei mio fratello!». A mensa illustrava «il menu West»: «La cucina italiana è buona, ma vi insegno io a migliorarla. Per esempio, loro mangiano prima la pasta e poi il dolce. È sbagliato, guardate…» e mentre i cuochi della Pinetina distolgono lo sguardo sgomenti, Taribo prende un fumante piatto di spaghetti al pomodoro, ci piazza sopra una bella fetta di crostata alla frutta, un cucchiaino di parmigiano e divora felice la sua creazione.
Una volta a dicembre vola in Nigeria, l’appuntamento per la ripresa degli allenamenti è a gennaio, ma con l’anno nuovo Taribo non si presenta ad Appiano Gentile. I giorni passano, quando finalmente, quasi a febbraio, riappare, fasciato in una tunica tradizionale africana.
«Taribo,» gli chiedo «ma dove sei stato? Da settimane non ci dai notizie.»
«Mi sono sposato.»
«Va bene, ma che c’entra. Sei sparito, in tanti si sposano senza sparire.»
«Sparito? Niente affatto. Non sapete che da noi la cerimonia tribale dura un intero mese? È normale...»
Passionale e allegro, West era l’opposto di Lippi e lo faceva impazzire. Una volta il mister ci convoca per un’importante seduta di tattica, e a West tocca marcare il centravanti. Lippi lancia il pallone e grida: «Accorcia Taribo, accorcia». Taribo resta immobile, e l’attaccante conquista la palla. Il mister allora ripete l’esercizio: «Ora, accorcia Taribo», ma niente da fare, West resta di sale. Neppure al terzo tentativo, il grido di Lippi «Accorcia Taribo!» sortisce alcun effetto: West è una statua in campo. Lippi fischia lo stop, raccoglie il pallone sottobraccio e chiede: «Che succede Taribo, non mi capisci? Ti ho detto di accorciare!».
«Dio mi ha detto: “Taribo, tu non accorciare”» ribatte serissimo West.
«A me Dio non ha detto un cazzo…» bofonchia Lippi.
Una sera Taribo mi invita a cena a casa sua e decido di andare. Avere molti compagni di tanti diversi paesi è un ottimo modo per conoscere abitudini, usanze e culture lontane da noi, che alla fine rivelano la nostra comune umanità. Non sapevo però che, prima di poter mangiare, la fede di Taribo imponesse più di due ore di preghiera, e così mi tocca aspettare fino a tarda notte.
L’originalità di Matías Almeyda, con me e Taribo sul podio olimpico di Atlanta, era diversa ma non meno preziosa. Andre Agassi racconta nel suo libro di avere detestato il tennis per tutta la vita, di non essersi mai divertito tra servizi, dritti e volée, e di avere chiesto invano alla moglie, la campionessa Steffi Graf, cosa mai ci trovasse di così appassionante. Matías mi prendeva da parte in ritiro e, senza che nessuno ci sentisse, cominciava a ragionare come Agassi: «Pupi, io odio il calcio, capisci? Lo detesto, è noioso. Tu non trovi noiosi gli allenamenti?».
«No Matías, io mi diverto un sacco con i compagni, per me la settimana di preparazione alla partita è la parte più bella del nostro lavoro.»
«Non ti capisco, se tornassi indietro farei qualunque mestiere ma non il calciatore. Odio il pallone, odio il calcio, credimi...»
Non sono discorsi che sentite di frequente negli spogliatoi. Almeyda è un uomo insolitamente intelligente, disposto a riflettere sulla nostra esistenza di sportivi. Devo ancora chiedergli come mai la sua insofferenza per il nostro comune mestiere, così rara e che avrebbe dovuto portarlo all’indolenza, a tirare indietro la gamba in allenamento e in campionato, non gli abbia invece impedito di accumulare un palmarès invidiabile: tre scudetti e la Coppa Libertadores nel River Plate, uno scudetto con la Lazio, club con il quale ha vinto anche tre Coppe Italia, una Supercoppa Italiana, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, ottenendo poi un’altra Coppa Italia con il Parma. Per uno che detesta il calcio un curriculum pazzesco… Che cosa avresti mai fatto, Matías, se avessi amato questo sport? O forse, in fondo, dietro il tuo tormento, lo ami davvero, visto che hai allenato il River Plate e il mio vecchio Banfield?
I dubbi di Almeyda non turbano la gran massa dei cittadini argentini che, quando l’albiceleste chiama, si schierano allo stadio, davanti alla televisione, alla radio, ora magari via web, piratando se sono all’estero attraverso il sito proibito Roja Directa. Ma, dopo le due vittorie mondiali nel 1978 e nel 1986, hanno avuto solo tante amarezze. Ecco perché, come ho accennato, uno dei giornali più influenti d’Argentina, «La Nación», ha dedicato due pagine ai vent’anni senza vittorie della «Selección», dalla Coppa America del 1993 all’estate del 2013.
Nel 1993 alla Casa Rosada c’è Carlos Menem, che per bloccare l’inflazione lega peso e dollaro, mentre alla Casa Bianca un giovane Bill Clinton non ha ancora conosciuto Monica Lewinsky. Nel 2013, Cristina Fernández de Kirchner, presidente argentina, ordina di rimuovere la statua di Cristoforo Colombo dal centro di Buenos Aires per sostituirla con la patriota Juana Arzuduy, mentre a Washington prova a raddrizzare l’economia, dopo la crisi, Barack Obama. Vent’anni, una generazione.
Mi è spesso capitato, dopo una bruciante sconfitta, di vedere qualche compagno fare in fretta la doccia e allontanarsi come per un impegno urgente, l’allenatore magari attardarsi dietro gli appunti di uno schema non applicato bene, i dirigenti guardare l’orologio come ipnotizzati, e capire che sì, anche stavolta tocca al capitano «metterci la faccia» e andare davanti ai giornalisti, pronti con le domande più dure. Per questo non mi sono meravigliato quando il caporedattore de «La Nación» mi ha chiamato e mi ha chiesto: «La Nazionale argentina non vince da vent’anni, ci spieghi il perché con un editoriale?». Potevo non farmi trovare, dire al magazziniere del Predio: «Li richiamo più tardi», e poi staccare il cellulare, ma avrete ormai capito che nascondermi – tranne quella volta dentro la cisterna d’acqua vuota che fece quasi svenire mamma Violeta – non è lo stile di Pupi Zanetti. Quindi rispondo: «Certo, grazie, a che ora volete il pezzo? Quante righe vi servono?», proprio come ai tempi in cui bazzicavo la redazione di «Crónica», portando i panini con le cotolette.
Il paginone de «La Nación» si intitola 20 años, una eternidad e questa è la mia analisi dei due decenni senza vittorie. Non so se abbia deluso, o soddisfatto, gli amici del giornale. So che contiene la mia idea di sport, e per questo mi piace condividerne lo spirito.
Sono un tipo molto fortunato. Ho debuttato nella Nazionale argentina nel 1994 e ho giocato la mia ultima partita nel 2011. Dico «ultima» almeno finora, perché dalla Nazionale nessuno può mai andare in pensione, serve restare sempre pronti. Se rifletto sui miei diciassette anni in Nazionale so che sono stati anni senza un titolo, lo so come lo sanno tutti gli argentini. A qu...