Pamela
  1. 672 pagine
  2. Italian
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eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Pamela uscì tra 1740 e 1741 e ottenne subito uno straordinario successo di pubblico in Inghilterra e nei paesi europei nei quali nel giro di un paio d'anni fu rapidamente tradotto: persino Goldoni ne trasse l'argomento per una fortunata commedia. Cuore del romanzo sono le vicende di una cameriera sedicenne, di grande bellezza e ancora più grande virtù, che resiste ai tentativi di seduzione del proprio padrone, del quale pure è sinceramente innamorata, fino a riuscire a condurlo al matrimonio. Una trama di sconvolgente novità per l'epoca, con una protagonista donna, di umile condizione sociale, e per di più impegnata in una battaglia per affermare la parità dei sessi in materia di etica sessuale. Un romanzo che appare ancora oggi di interesse per la narrazione avvincente e ricca di suspense, per la minuziosa descrizione della vita quotidiana settecentesca, ma soprattutto per la finezza dell'analisi psicologica. Richardson rappresenta infatti con vivacità e sottigliezza rare le emozioni della protagonista e trova nella nuova forma del romanzo epistolare il veicolo più adatto per l'espressione di quel "sentimento" che il Settecento, il Secolo dei Lumi, andava proprio allora scoprendo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804592235

CONTINUAZIONE DEL DIARIO

DOMENICA sera, verso le nove
Bene, miei cari genitori, eccomi qui (lo credereste?) presso una locanda in un povero paesino, quasi come il vostro; adesso me ne farò dire il nome. E Robin mi assicura che ha l’ordine di portarmi da voi. Oh, se dicesse la verità e non mi ingannasse un’altra volta! Ma non avendo altro da fare (e sono certa che non dormirò un attimo questa notte, se pure mi coricassi), voglio scrivere per passare il tempo, e riprendere la mia storia dove l’ho lasciata, alle tre di oggi.
È venuta da me la signora Jewkes con questa risposta per quanto riguarda le mie carte: «Il mio padrone dice che ancora non le leggerà, per evitare che qualunque cosa possa esservi contenuta lo induca eventualmente a modificare le sue decisioni. Ma se riterrà che valga la pena di leggerle, in seguito ve le manderà da vostro padre. Perciò», ha detto, «ecco il denaro che vi avevo preso in prestito: poiché adesso è tutto finito con voi, vedo».
Mi ha vista piangere, e ha detto: «Vi pentite?». «Di che cosa?» ho detto io. «Non saprei», ha replicato, «ma di certo lui ha assaggiato un campione delle vostre censure satiriche, altrimenti non sarebbe tanto irritato. Oh!» ha continuato, e ha alzato una mano in aria, «avete un bel caratterino! Ma adesso spero che metterà i piedi sulla terra.» «Lo spero anch’io», ho detto. «Sono più che pronta, signora Jewkes.»
Lei ha aperto la finestra e ha detto: «Chiamo Robin che vi prenda la valigia: armi e bagagli! Sono contenta che ve ne andiate». «Io non ho parole», ho replicato, «da sprecare con voi, signora Jewkes; ma», facendole una profondissima riverenza, «vi ringrazio con tutto il cuore di tutte le virtuose cortesie che mi avete dedicato. E così addio! poiché non prenderò valigia, ve lo assicuro, né alcun’altra cosa oltre a quello che ho addosso, tranne queste poche cose che mi ero portata dietro nel mio fazzoletto.» Poiché durante tutto questo tempo avevo indossato gli abiti che mi ero comprata io, anche se parecchie volte il mio padrone avrebbe voluto che facessi altrimenti. Ciononostante avevo riposto carta, inchiostro e penne.
Così sono scesa dabbasso, e quando sono passata accanto al salotto, lei è entrata e ha detto: «Signore, avete niente da dire alla ragazza prima che vada?». L’ho sentito rispondere, anche se non l’ho visto: «Chi vi ha permesso di dire la ragazza, signora Jewkes, in quella maniera? Io sono il solo che ha offeso!».
«Chiedo perdono a vostra eccellenza», ha detto la sciagurata, «ma se fossi l’eccellenza vostra, dopo tutti i disturbi che vi ha arrecato non se ne andrebbe così, avendola passata liscia.» «Basta! come vi avevo già detto», ha detto lui, «come! dopo aver avuto tali dimostrazioni che la sua virtù è tutto il suo orgoglio, dovrei derubarla di quella? No», ha aggiunto, «che vada, testarda e sciocca che non è altro; però merita di andarsene virtuosa, e così sarà.»
Sono stata talmente sopraffatta dalla gioia per questa bontà inattesa, che prima di rendermi conto di quello che facevo ho aperto la porta e ho detto, cadendo in ginocchio sulla soglia, con le mani giunte e sollevate: «Possa Iddio benedire il vostro onore! Possa Iddio Onnipotente benedire il vostro onore, per questo saggio della vostra bontà! pregherò per voi finché vivrò, e lo stesso faranno mio padre e mia madre!».
Lui mi ha voltato le spalle e se n’è andato nel suo studiolo, e ha chiuso la porta. Non ce n’era bisogno, poiché non gli sarei andata vicino!
Certo non ho detto tanto da renderlo così tanto adirato.
Credo di avere esitato a lasciare la casa. Potete crederlo? Che cosa poteva avermi preso, mi domando! Sentivo qualcosa di così strano, e avevo il cuore così pesante! Mi domando che cosa mi doleva! Ma questo saggio della sua bontà era così inatteso! Credo che fosse tutto qui! Pure, ho ancora un cuore molto strano. Certo, certo non posso essere come gli israeliti di una volta, che mugugnavano e avevano fame delle cipolle e dell’aglio dell’Egitto, dove avevano sofferto una così pesante schiavitù. Ti sottoporrò, o cuore contraddittorio, ingovernabile, a uno scrutinio severo circa queste tue strane emozioni, quando sarò da mio padre; e come troverò in te qualsiasi cosa che non dovrebbe esserci, stai pur certo che verrai umiliato, se una rigida astinenza, preghiere e mortificazione saranno in grado di ottenerlo!
Pure, dopotutto, questa sua ultima bontà mi ha toccata in un punto troppo sensibile. Quasi non avrei voluto sentire quello che ha detto, eppure penso di essere contenta di aver sentito; poiché sarei felice di poter pensare il meglio di lui, per il suo bene.
Bene, e così sono uscita per andare alla carrozza, la stessa che mi aveva portata qui. «E allora, signor Robert», ho detto io, «eccomi qui un’altra volta! un bel trastullo per i potenti, non più di una palla da tennis della sorte! Senza dubbio avrete i vostri ordini.» «Sì, signora», ha detto lui. «Non chiamatemi signora», ho detto io, «e non vi togliete il cappello davanti a una come me.» «Non mi avesse il mio padrone», ha replicato lui, «ordinato di non mancarvi di rispetto, ve ne avrei tuttavia mostrato tanto quanto potevo.» «Molto gentile, signor Robert», ho detto io, col cuore colmo.
Il signor Colbrand (montato in sella, con le pistole davanti) mi si è avvicinato non appena sono salita, anche lui col cappello in mano. «Come, monsieur!» ho detto, «voi venite con me?» «Per un tratto», ha detto lui, per scortarmi. «Spero che sia per cortesia, anche da parte vostra, signor Colbrand», ho detto.
Non avevo nessuno a cui agitare il fazzoletto, adesso, né da cui accomiatarmi, e così mi sono rassegnata alle mie contemplazioni, con questo mio strano cuore ribelle, che non avevo mai trovato tanto indocile prima. E la carrozza si è avviata! E quando sono uscita dal viale degli olmi, sulla strada maestra, era difficile non pensare che fosse tutto un sogno. Poche ore prima, mi dicevo, ero così in alto nel favore del mio padrone, con venti cose gentili che mi venivano dette, e una generosa sollecitudine per le disgrazie che egli mi aveva arrecato; e ora solo per una parola avventata, scacciata con un’ora di preavviso, e tutta la sua gentilezza mutata in odio! E io ora, dalle tre alle cinque, a parecchie miglia di distanza! Ma se vado dai miei cari genitori, ho pensato, spero proprio che tutto tornerà a posto.
Che strane creature sono gli uomini! I gentiluomini, dovrei dire piuttosto. Poiché tu, mia buona madre, anche se ti è toccata in sorte la povertà, hai avuto un destino migliore: tu e mio padre avete sempre avuto la felicità l’uno dell’altra! Tuttavia anche questo mi fa piacere, che egli abbia avuto la bontà di non consentire alla signora Jewkes di parlar male di me, così come ha disprezzato i suoi consigli tanto poco femminili. Oh, che cuore nero ha quella povera sciagurata! Perciò non devo inveire tanto contro gli uomini; poiché il mio padrone, per quanto cattivo lo abbia ritenuto, non è cattivo la metà di questa donna! Certo lei deve essere atea! Credete che non lo sia?
Non siamo potuti arrivare oltre questo posto piccolo e povero, e questa dimessa birreria, piuttosto che locanda, poiché presto ha cominciato a farsi buio, e Robin non ha corso quanto avrebbe potuto. È costretto a cercare di usare al meglio i suoi cavalli.
Il signor Colbrand e anche Robert sono molto civili. Vedo che lui ha la mia valigia legata dietro la carrozza. Non l’ho chiesta; vuol dire che non arriverò come una pezzente.
Si sono completamente liberati di me, vedo! Armi e bagagli! come dice la signora Jewkes. Bene, certo la mia storia alimenterebbe un sorprendente tipo di romanzo, se fosse raccontata bene.
Le dieci
Il signor Robert è venuto da me in questo momento e mi ha pregato di mangiare qualcosa. L’ho ringraziato, ma ho detto che non posso mangiare. Gli ho detto di invitare il signor Colbrand ad avvicinarsi, e quello è venuto, ma nessuno dei due ha voluto sedersi né rimettersi il cappello. Che beffa è questa verso una povera anima come me! Gli ho chiesto se avevano licenza di dirmi la verità su quello che devono fare di me. Entrambi hanno detto che a Robin è stato ordinato di portarmi da mio padre, e il signor Colbrand doveva lasciarmi dopo dieci miglia e quindi dirigersi all’altra casa, dove attendere l’arrivo del mio padrone. Hanno parlato con tale serietà che non ho potuto fare altro che credergli.
Però, quando Robin è sceso, l’altro ha detto che aveva una lettera da consegnarmi il giorno dopo a mezzodì, quando avremmo fatto sosta per nutrire i cavalli, com’era previsto, da certi parenti della signora Jewkes. «Non posso», ho detto, «chiedere il favore di vederla questa sera?» Egli è sembrato così poco incline a contrariarmi, che nutro speranze di convincerlo entro poco tempo.
Bene, miei cari padre e madre, ho la lettera, dietro grandi promesse di segretezza e di non approfittarmi del contenuto. L’ho aperta senza rompere il sigillo. Eccone una copia:
«Quando queste righe ti saranno consegnate, sarai molto avanti sulla strada che porta da tuo padre e tua madre, con i quali da tanto tempo desideri di trovarti; e io, spero, avrò cessato di pensare a te con la minima ombra di quell’affetto che il mio sciocco cuore nutriva per te. Non ti porto, tuttavia, del rancore; ma poiché è finito il tempo di trattenerti, non vorrei che tu restassi con me un’ora più di quanto necessario, dopo il tuo contegno così poco generoso con me, quando inclinavo a passare sopra ogni altra considerazione e a farti delle profferte onorevoli.
«Voglio ammettere un’altra verità – che se non mi fossi diviso da te come ho fatto, ma ti avessi consentito di restare finché non avessi letto il tuo diario (con la libertà con cui senza dubbio mi ci hai trattato) e finché non avessi ascoltato le tue ammalianti suppliche, temevo di non potermi fidare della mia stessa determinazione. E questa è stata la ragione, non ho difficoltà a riconoscerlo, per cui ho deciso di non vederti e di non sentirti parlare: conosco bene la mia debolezza in tuo favore.
«Ma poiché la mia follia amorosa stava per costarmi così cara, sono deciso a prevalere su di essa. E tuttavia non posso fare a meno di dire che vorrei che tu non pensassi a sposarti in fretta; e in particolare, che non ti prendessi quel maledetto Williams. Ma che cosa mi importa di tutto questo adesso? È solo che ho ancora la debolezza di desiderare che, poiché in passato ti ho considerata mia, e tu hai fatto così presto a sbarazzarti del tuo primo marito, tu non rifiuti, in memoria di me, quella considerazione che ogni donna decente osserva quando perde un marito, vale a dire che renderai un tributo di dodici mesi, anche se fosse soltanto a titolo di tributo, alle mie ceneri.
«Le tue carte ti saranno fedelmente restituite. Ho pagato un così caro prezzo per la mia curiosità, che se sapessi che cosa mi sono costate ti considereresti ampiamente vendicata.
«Pensavo di scrivere solo poche righe, ma ho finito per dilungarmi. Ora cercherò di radunare i miei pensieri sparsi e recuperare la ragione; e troverò abbastanza difficoltà a colmare gli abissi che hai scavato nella mia famiglia, perché, lascia che te lo dica, anche se posso perdonare te, non potrò mai perdonare mia sorella, né i miei domestici. Bisogna pure che la mia vendetta si sfoghi da qualche parte.
«Non dubito della tua prudenza quanto a evitare di espormi più di quanto sia necessario per la tua giustificazione; e per questa tollererò di essere accusato da te, e accuserò anche me stesso, se sarà necessario. Poiché io sono, e sempre rimarrò
Colui che ti augura ogni bene, con affetto.»
Questa lettera, mentre io mi aspettavo qualche nuovo inganno, mi ha colpita assai. Poiché qui egli confessa apertamente il grande valore che mi attribuisce, e spiega il suo contegno inflessibile con me. Così tutta questa perfida storia della zingara è, a quanto pare, una falsificazione, e mi ha completamente rovinata! Poiché, o miei cari genitori, perdonatemi! ma avevo constatato con mio dolore, prima, che il mio cuore era troppo parziale in suo favore; ora però, trovandolo capace di tanta franchezza, di tanto affetto, non solo: anche di tanto onore, sono assolutamente sopraffatta. In ogni caso è stata una fortuna che non avevo motivo di aspettarmi. Ma è certo, questo ve lo devo confessare, che non potrò mai pensare a nessun altro al mondo se non a lui! Presunzione! direte voi; e questo è. Ma l’amore, immagino, non è una cosa volontaria – lamore, ho detto! Ma andiamo, io non spero; perlomeno non è, spero, andato così lontano da mettermi molto a disagio: poiché io non so come è venuto, né quando è iniziato, ma mi si è insinuato addosso strisciando, strisciando, come un ladro, e prima che sapessi di che si trattava, aveva laspetto dell’amore.
Vorrei, dato che è troppo tardi e che il mio destino è così assolutamente, così irrevocabilmente deciso, non aver ricevuto questa lettera, né averlo sentito prendere le mie parti contro quella vile donna; poiché allora mi sarei considerata beata per l’essere sfuggita così felicemente alle sue trame. Mentre ora il mio povero animo è tutto sottosopra, se posso dirlo, e sono fuggita dalla mia prigione solo per essere ancora più prigioniera.
Ma spero, dato che è così, che tutto vada a finire nel migliore dei modi; e col vostro prudente consiglio e con le vostre pie preghiere, riuscirò a superare questa debolezza. Però state pur certo, mio caro signore, che osserverò un tempo più lungo di dodici mesi, come autentica vedova, quale tributo, e più che un tributo, alle vostre ceneri! Oh, la cara richiesta! quanto gentile, quanto affettuosa! Oh, fossi stata la più grande duchessa del paese! Allora avrei potuto mostrargli la mia gratitudine, e non, come adesso, tribolare sotto il peso della riconoscenza, che mi opprime a morte; e che, se fossi stata una duchessa, non avrei mai potuto controbilanciare se non con una vita intera di amore fedele e di lieto rispetto e obbedienza!
Perdonate, vi prego, mio caro padre, perdonate la vostra povera figliola! Come mi affliggo a trovare questa prova così severa! O mia indifesa giovinezza, e teneri anni, non mi giustificherete voi in qualche misura? Mai in precedenza avevo saputo, non avrei potuto avere idea di che cosa significasse essere così coinvolta! Ma la preghiera e la rassegnazione alla Divina Volontà, e i benefici delle vostre buone lezioni ed esempi, spero, mi metteranno in grado di superare questa dura prova.
Pure, o mio cuore traditore, traditore! Come puoi trattarmi così? E non avvertirmi prima delle disgrazie che stavi per farmi piombare addosso? Come hai potuto darti tanto sconsideratamente al fiero assalitore, senza nemmeno consultare un momento la tua povera padrona! Ma la tua punizione sarà la prima e la maggiore: e bene, perfido traditore! tu meriti di soffrire, per aver ceduto così debolmente tutto te stesso, prima che arrivasse una richiesta, e a qualcuno, inoltre, che mi aveva trattata con tanta durezza; e quando avevi pur tenuto così bene la tua postazione contro gli assalti più violenti e dichiarati, e pertanto, come credevo, unici pericolosi!
Dopotutto, o non devo mostrarvi questa confessione della mia debolezza, o strapparla dai miei scritti. [Memorandum, da considerare quando torno a casa.]
LUNEDÌ mattina, le undici
Siamo appena arrivati qui, nella locanda tenuta dai parenti della signora Jewkes. Il primo complimento che ho ricevuto è stato, con fare assai impudente: «Le è piaciuto il signore?». Non ho potuto fare a meno di dire: «Donna ardita e sfrontata! vi sembra appropriato da parte di una che come voi tiene una locanda, trattare i passeggeri con tanta libertà?». Scherzava soltanto, ha detto, e ha chiesto scusa: ed è venuta a pregare di perdonarla, molto sottomessa, dopo che Robin e il signor Colbrand le hanno parlato un poco.
Quest’ultimo con gran formalità mi ha consegnato, davanti a Robin, la lettera, che gli avevo restituito a tale scopo. E io mi sono ritirata come per leggerla; e così ho fatto, poiché non mi sembra di poterla leggere troppo spesso, anche se per la pace del mio animo farei forse meglio a tentare di dimenticarla. Mi dispiace, credo, di non potervi riportar...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Pamela
  3. Introduzione di Masolino d’Amico
  4. Cronologia
  5. Bibliografia
  6. PAMELA
  7. Avvertenza
  8. Prefazione del curatore
  9. Contenuto
  10. Volume primo
  11. Volume secondo
  12. Continuazione del diario
  13. Note
  14. Copyright