Uscendo dal campo, Hazel gli comprò un espresso e un muffin alle ciliegie da Bombolo, il mercante a due teste.
Percy trangugiò il muffin in un istante. Il caffè era fantastico. “Ora ci vorrebbero solo una doccia, dei vestiti puliti e un po’ di sonno, e tornerei come nuovo” pensò.
Osservò un gruppetto di ragazzini in costume e teli da bagno entrare in un edificio dai comignoli fumanti di vapore. Risate e sciaguattii riecheggiavano all’interno, come in una piscina coperta.
— Le terme — spiegò Hazel. — Ti ci porteremo prima di cena, spero. Non sai che ti perdi!
Percy sospirò. Non vedeva l’ora.
Più si avvicinavano ai cancelli, più gli alloggi dei soldati si facevano grandi e belli. Anche i fantasmi sembravano passarsela meglio, con armature più lussuose e aure più brillanti.
Percy cercò di decifrare le insegne e i simboli di fronte agli edifici. — Siete suddivisi in diverse Case?
— Più o meno. — Hazel chinò la testa per schivare il volo radente di un ragazzino in groppa a un’aquila. — Abbiamo cinque coorti, con una quarantina di ragazzi ciascuna. Ogni coorte è suddivisa in alloggi che ospitano dieci ragazzi l’uno.
Percy non era mai stato un asso in matematica, ma non ci mise molto a fare la moltiplicazione. — Mi stai dicendo che ci sono duecento ragazzi al campo?
— Più o meno, sì.
— E sono tutti semidei? Certo che gli dei si sono dati da fare…
Hazel rise. — Non tutti sono figli delle divinità maggiori. Ci sono centinaia di divinità romane minori. E poi un sacco di questi ragazzi sono legati, cioè di seconda o terza generazione: i loro genitori erano semidei, o i loro nonni.
Percy strizzò gli occhi. — Figli di semidei?
— Perché ti sorprende tanto?
Percy non lo sapeva. Nelle ultime settimane aveva dovuto preoccuparsi di sopravvivere giorno per giorno, e l’idea di vivere così a lungo da diventare adulto e avere dei figli… be’, sembrava un sogno impossibile. — Questi le… come hai detto?
— Legati.
— … hanno gli stessi poteri di un semidio?
— A volte sì, a volte no. Ma possono essere addestrati. Tutti i più grandi generali e imperatori romani dichiaravano di discendere dagli dei. E nella maggior parte dei casi era vero. L’augure del campo, Ottaviano, è un legato discendente da Apollo. Ha il dono della profezia, pare.
— Pare?
Hazel fece una smorfia amareggiata. — Vedrai.
Percy non si sentì molto rincuorato, dal momento che quel tizio aveva in mano il suo destino. — Allora le divisioni, le coorti o come si chiamano… sono formate in base al genitore divino?
— Che idea orribile! — Hazel sgranò gli occhi. — No, gli ufficiali decidono dove assegnare le reclute. Se fossimo suddivisi in base alle divinità, le coorti non sarebbero mai pari. Io sarei da sola.
Percy sentì una morsa di tristezza, come se nel suo passato si fosse già trovato in quella situazione. — Perché? Da chi discendi?
Prima che lei potesse rispondere, qualcuno alle loro spalle gridò: — Aspettate!
Un fantasma corse loro incontro: un vecchio con la pancia grossa e una toga così lunga che continuava a intralciargli il passo. Li raggiunse e si mise ad ansimare con il fiato corto, l’aura violacea che gli tremolava intorno al corpo. — È lui? Una nuova recluta per la Quinta, forse?
— Vitellio… Abbiamo un po’ fretta — replicò Hazel.
Il fantasma scrutò Percy con la faccia scura e gli girò intorno, studiandolo come se fosse un’auto usata. — Non lo so — borbottò. — Vogliamo solo i migliori nella nostra coorte. Ha tutti i denti? Sa combattere? Pulisce le stalle?
— Sì, sì e… no — rispose Percy. — Ma lei chi è?
— Percy, ti presento Vitellio. — L’espressione di Hazel diceva: “Lascialo divertire.” — È uno dei nostri Lari; si interessa sempre delle nuove reclute.
I fantasmi di un portico vicino emisero dei versi di scherno, mentre Vitellio camminava avanti e indietro, inciampando sulla toga e tirandosi su la cintura da cui pendeva una spada. — Sì! — esclamò. — Ai tempi di Cesare – Giulio Cesare, bada – la Quinta Coorte era una meraviglia! La Dodicesima Legione Fulminata, l’orgoglio di Roma! Ma oggi? Ah, come siamo ridotti. Guarda Hazel, qui, con quella spatha. Un’arma ridicola per un legionario romano: la spatha è per la cavalleria! E tu, ragazzo… puzzi di fogna greca. Non sei stato alle terme?
— Ho avuto un po’ da fare con le gorgoni — replicò Percy.
— Vitellio, dobbiamo portare Percy dall’augure prima che possa unirsi a qualsiasi coorte — intervenne Hazel. — Perché non vai a vedere dov’è finito Frank? Sta facendo l’inventario in armeria. E sai quanto lui apprezzi il tuo aiuto.
Le sopracciglia cespugliose dello spettro si alzarono di scatto. — Marte Onnipotente! Permettono a quel probatio di controllare le nostre armi? Siamo rovinati! — Si allontanò come una furia, fermandosi però a ogni passo per raccogliere la spada o aggiustarsi la toga.
— Scusalo, Percy — disse Hazel. — È un po’ eccentrico, ma è uno dei Lari più anziani. È qui dalla fondazione della legione.
— Ha chiamato la legione… Fulminata?
— Nel senso di “armata di fulmini”. È il nostro motto. La Dodicesima Legione è stata in circolazione per tutta la durata dell’impero romano. Alla caduta di Roma, molte legioni sono scomparse. Noi siamo entrati in clandestinità, agendo agli ordini segreti dello stesso Giove. L’obiettivo: restare vivi, reclutare semidei e i loro figli, mantenere in vita Roma. Lo facciamo da allora, spostandoci ovunque l’influenza romana è più forte. Da qualche secolo siamo negli Stati Uniti.
Per quanto la cosa sembrasse assurda, Percy non ebbe alcun problema a crederci. In realtà gli suonava molto familiare, come se lo avesse sempre saputo.
— E tu sei nella Quinta Coorte — intuì. — Che forse non è la più popolare… giusto?
Hazel aggrottò la fronte. — Proprio così. Sono arrivata lo scorso settembre.
— Quindi… poche settimane prima che quel ragazzo, Jason, scomparisse. — Percy capì di aver toccato un punto dolente.
Hazel abbassò lo sguardo. Rimase in silenzio a lungo, tanto da poter contare ogni singola pietra del lastrico. — Vieni — disse infine. — Voglio mostrarti il mio panorama preferito.
Si fermarono fuori dai cancelli. Il forte era situato sul punto più alto della vallata, da cui riuscivano a vedere quasi tutto.
La strada proseguiva sino al fiume e poi si divideva. Una diramazione conduceva a sud, attraversava un ponte e risaliva la Collina dei Templi. L’altra proseguiva a nord ed entrava in città, una versione in miniatura dell’Antica Roma. A differenza dell’accampamento militare, la città era caotica e colorata, con gli edifici arroccati a ogni angolo disponibile.
Perfino da lontano, Percy riusciva a scorgere la gente riunita nella piazza, gli avventori del mercato, i genitori che giocavano con i figli nei parchi. — Avete delle famiglie qui?
— In città, certo — confermò Hazel. — Quando ti accettano nella legione, devi svolgere dieci anni di servizio. Una volta finito, puoi decidere di fare quello che vuoi. Quasi tutti i semidei tornano nel mondo mortale. Ma per alcuni… be’, è pericoloso là fuori. Questa valle è un santuario. Puoi andare al college in città, sposarti, avere figli, andare in pensione una volta anziano. È l’unico posto sicuro sulla terra, per quelli come noi. Perciò sì, un sacco di veterani si stabiliscono qui, sotto la protezione della legione.
Semidei adulti. Semidei che potevano vivere senza paura, sposarsi, mettere su famiglia. Percy faticava ad afferrare il concetto. Sembrava troppo bello per essere vero. — Ma… e se la valle venisse attaccata?
— Abbiamo delle difese. I confini sono magici. — Hazel storse la bocca. — Ma la nostra forza non è più come prima. Negli ultimi tempi, gli attacchi dei mostri sono aumentati. Quello che ci hai raccontato sulle gorgoni che non morivano… lo abbiamo notato anche noi, con altri mostri.
— E sapete cosa lo sta causando?
Hazel distolse lo sguardo.
Percy intuì che gli stava nascondendo qualcosa… qualcosa che le era stato ordinato di non rivelare.
— È… complicato — rispose infine la ragazza. — Mio fratello dice che la Morte non…
Ma fu interrotta da un elefante. Qualcuno alle loro spalle gridò: — Toglietevi di mezzo!
Hazel tolse Percy dalla strada un attimo prima che un semidio passasse in groppa a un pachiderma adulto ricoperto da un’armatura nera antiproiettile. Sul fianco dell’armatura c’era una scritta: ELEFANTE… cosa che a Percy sembrò decisamente ovvia.
L’animale si allontanò rapido lungo la strada e svoltò verso nord, diretto a un grande campo aperto dove c’erano delle fortificazioni in costruzione.
Percy sputò per liberarsi della polvere che gli era entrata in bocca. — Ma che…?
— Un elefante — spiegò Hazel.
— Sì, ho letto. Ma perché avete un elefante in giubbotto antiproiettile?
— Stasera ci sono i ludi di guerra — replicò la ragazza. — E quello è Annibale. Non potevamo escluderlo, si sarebbe arrabbiato.
— Giusto. Per carità…
Hazel rise. Era difficile credere che fosse la stessa ragazza malinconica di qualche attimo prima. Chissà cos’era stata sul punto di dire, si chiese Percy. Dunque aveva un fratello. Però aveva detto che sarebbe stata sola, se il campo fosse stato diviso in base ai genitori divini.
Percy non riusciva ancora a capirla bene. Sembrava una ragazza gentile e tranquilla, matura per la sua età, considerato che non poteva avere più di tredici anni. Però sembrava anche celare una tristezza profonda, come se si sentisse in colpa per qualcosa.
Hazel indicò a sud, al di là del fiume. Nuvole nere si stavano raccogliendo sopra la Collina dei Templi. Lampi rossi inondarono di luce sanguigna i monumenti.
— Ottaviano è occupato — disse. — È meglio andare.
Poco più avanti, passarono di fronte a dei tizi con le zampe caprine che ciondolavano sul ciglio della strada.
— Hazel! — chiamò uno di loro. E si avvicinò trotterellando, con un grande sorriso stampato in faccia. Indossava una camicia hawaiana scolorita e non portava i pantaloni, solo un fitto vello caprino marrone. La voluminosa capigliatura afro si muoveva a scatti a ogni suo gesto. Gli occhi erano nascosti dietro un paio di occhialetti tondi dalle lenti arcobaleno. In mano aveva un cartello: LAVORO CANTO PARLO ME NE VADO IN CAMBIO DI DENARII.
— Ciao, Don — disse Hazel. — Scusaci, non abbiamo tempo…
— Oh, che figata! Che figata! — Don si mise a seguirli al trotto. — Un ragazzo nuovo! — Sorrise a Percy. — Ce li hai tre denarii per il bus? Ho lasciato il portafoglio a casa, e devo andare al lavoro, e…
— Don — lo interruppe Hazel, in tono di rimprovero — i fauni non hanno il portafoglio. E non lavorano. E non hanno una casa. E noi non abbiamo autobus, qui al campo.
— Giusto — replicò lui, allegro. — Ma i denarii ce li hai?
Percy sorrise. — Ma come, i fauni non fanno nulla? Non dovrebbero lavorare per il campo?
Don belò. — I fauni… lavorare per il campo? Da morire dal ridere!
— I fauni sono… ehm, spiriti liberi — spiegò Hazel. — Stanno da queste parti perché, be’, è un posto sicuro per andarsene in giro e chiedere l’elemosina. Noi li tolleriamo, ma…
— Oh, Hazel è fantastica — disse Don. — È gentile! Tutti gli altri ragazzi sono sempre lì a dire: “Vattene, Don!” E lei invece: “Don, per favore, te ne vai?” La adoro!
Il fauno sembrava innocuo, eppure Percy lo trovava un po’ inquietante. Non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che i fauni non potessero essere solo dei senzatetto che mendicavano denarii.
Don posò lo sguardo a terra e trasalì. — Evvai!
Si chinò a raccogliere qualcosa, ma Hazel ...