I musicisti arrivarono proprio mentre Antony stava salendo in camera sua per cambiarsi. Arrivarono con la piccola e squinternata automobile di Mr Copper, il marito della postina, il quale guidava la vettura. I suonatori e gli strumenti erano pressati all’interno così fittamente che ci volle del tempo perché riuscissero a districarli completamente.
Quando furono pronti, Antony li guidò in casa e mostrò lo spazio ch’era stato loro assegnato in un angolo del vestibolo. Il gruppo si sistemò. Mr Copper con la sua fisarmonica, al violino uno stradino in pensione, parente di Mrs Copper e un giovanotto al tamburo, un ragazzone con i capelli lunghi e gli stivali che Antony riconobbe come un giovane di Tarbole che aiutava suo zio con la barca da pesca. I tre indossavano una singolare e fantasiosa uniforme con camicia azzurra e una bella cravatta a farfalla in tartan, dando così l’impressione di un bel complessino locale.
Antony offrì loro un buon sorso di whisky e gli uomini cominciarono a prepararsi, sistemando gli strumenti e esercitandosi con qualche arpeggio.
Il tempo passava. Antony li lasciò, corse di sopra a cercare il suo abito da sera e provò un gran sollievo vedendo che si era provveduto a tutto e ogni cosa lo aspettava in bell’ordine: il classico abito da sera del gentiluomo scozzese, composto da scarpe con la fibbia, calzettoni, camicia, cravatta, panciotto con la giacca di velluto, la cintura del costume e il kilt. Gli accessori d’argento erano stati lucidati e i bottoni della camicia e i gemelli per i polsini erano disposti sul piano del cassettone. Qualcuno, probabilmente Mrs Watty, si era preoccupata di preparare tutto per lui. La benedì dal fondo del cuore, perché come al solito aveva lasciato ogni cosa in disordine ed era quindi rassegnato a fare la solita corsa all’ultimo momento, cercando freneticamente gli oggetti sparsi.
Dieci minuti più tardi, ridiscendeva le scale, la vera immagine del gentiluomo scozzese nella sua tenuta di gala. Nel frattempo erano arrivati gli uomini preposti al buffet e Mr Anderson, in una giacca bianca inamidata, stava disponendo piatti di salmone affumicato sul tavolo, aiutato da Mrs Watty, mentre Mrs Anderson, una massiccia signora che godeva di una buona reputazione per il suo ottimo comportamento, aveva preso posto dietro al banco del bar ed era occupatissima a dare un’ultima lucidata ai bicchieri, sollevandoli a uno a uno per accertarsi, controluce, che non recassero tracce di polvere.
Pareva che per Antony, a questo punto, non ci fosse più nulla da fare. Guardò l’ora e decise che era il momento di versarsi un buon bicchiere di whisky e soda e portarlo di sopra per dare la buonanotte a Tuppy. Era sul punto di farlo quando fu distratto dal rumore di una macchina che si arrestava stridendo sulla ghiaia davanti a casa.
«Chi può essere mai a quest’ora?»
«Chiunque sia» sentenziò Mrs Anderson ripiegando i suoi tovaglioli «è in anticipo di almeno un quarto d’ora.»
Antony si accigliò. Questa era la Scozia occidentale e a nessuno capitava mai di arrivare con quindici minuti di anticipo. Era assai più abituale con un’ora e tre quarti di ritardo. Aspettò con una certa apprensione, vedendosi già intento a fare una cortese e quanto noiosa conversazione nell’apparecchio acustico di Mrs Clanwilliam. Una portiera sbatté, si udì il rumore di passi sulla ghiaia e la porta d’ingresso si aprì. Era Hugh Kyle. Indossava un abito da sera e appariva, almeno così parve ad Antony, immensamente distinto.
«Salve Antony.»
Antony sospirò di sollievo: «Grazie a Dio è lei. È arrivato in anticipo».
«Sì, lo so.» Hugh si richiuse la porta alle spalle e venne avanti, le mani nelle tasche, cogliendo con lo sguardo la casa abbellita da tutti quei preparativi. «Ha davvero un’aria splendida. Come ai bei tempi.»
«Lo so. Tutti hanno lavorato come schiavi. Lei arriva giusto in tempo per un drink. Stavo per versarmi qualcosa da bere e andare su da Tuppy, ma dal momento che lei è qui…» Versò due whisky, aggiunse dell’acqua, ne porse uno a Hugh. «Slaintheva, vecchio amico.»
Alzò il bicchiere. Ma Hugh non pareva dell’umore adatto per brindare alla salute. Rimase lì, tenendo il bicchiere in mano e fissava Antony con occhi che parevano scuri. Senza capirne il perché, Antony si sentì cogliere dall’apprensione. Abbassò il suo bicchiere e disse: «C’è qualcosa che non va?».
«Sì» rispose Hugh in tono deciso. «E penso che sarà bene che ne parliamo. C’è qualche posto dove possiamo ritirarci, senza essere disturbati?»
Flora sedeva alla toilette, avvolta nella sua vecchia vestaglia azzurra che si portava appresso da quando aveva finito le scuole, ed era intenta ad applicare il mascara sulle sue lunghe ciglia. Il riflesso, la donna cioè che la guardava dallo specchio, pareva non avere nulla a che vedere con Flora Waring. Il trucco elaborato, l’acconciatura particolare, tutto era formale, estraneo come una fotografia su un giornale di moda.
Persino la camera da letto alle sue spalle le era estranea. Vedeva la luce dal caminetto elettrico, le tende tirate, l’abito, come un fantasma appeso a un’anta dell’armadio dall’infermiera McLeod, con un certo orgoglio per il lavoro compiuto.
L’orgoglio dell’infermiera era tutt’altro che ingiustificato, perché quell’abito da sera non recava più alcuna traccia di somiglianza con quel modesto abitino da tennis che Mrs Watty aveva fatto scaturire dal baule in solaio. Biancheggiato, inamidato e ricamato, con la sua bella fodera azzurra, aspettava solo Flora che lo infilasse, fresco e nuovo e profumato come neve appena caduta. La fodera azzurra compariva qua e là fra le strisce ricamate e i pizzi, e una fila di sottilissimi bottoncini di madreperla lo chiudevano dalla vita alla gola.
Era una presenza inquietante. Muto, carico di rimprovero, pareva guardarla come uno spettatore che disapprova. Lei sapeva, sentiva di non volerlo indossare. Per tutto quel tempo aveva continuato a rimandare ma ora pareva non ci fosse più alcuna scusa, alcuna possibilità per rinviare ancora. Depose lo spazzolino del mascara, si spruzzò abbondantemente con il profumo che Marcia le aveva regalato e alla fine, riluttante, lasciò cadere il conforto della vecchia vestaglia. Per un istante la sua figura fu davanti a lei, alta e slanciata, il corpo ancora abbronzato dal sole dell’estate, messo ancor più in rilievo dal candore del pizzo bianco che adornava la biancheria. La stanza era calda ma lei rabbrividì. Si allontanò dallo specchio e andò a prendere il vestito, se lo passò sopra la testa, infilò le braccia nelle lunghe maniche e finalmente ne riemerse. Era freddo, un po’ rigido, pareva un vestito di carta.
Allacciò a uno a uno tutti i minuscoli bottoncini, chiuse la cintura. Si mosse cauta, per vedere l’effetto. Vide una figuretta impettita, una rigida sposina di glassa zuccherata in mezzo a una torta di nozze. “Ho paura” si disse, ma la ragazza che la guardava dallo specchio non le offriva alcun conforto. La fissava soltanto, del tutto indifferente, come se non la trovasse particolarmente simpatica. Flora sospirò, si chinò a staccare la corrente del riscaldamento elettrico, spense le luci e uscì. Percorse il corridoio fino alla stanza di Tuppy per mostrarle il vestito e darle la buonanotte.
Dal basso veniva già un indistinto suono di musica. La casa era ben calda, e odorava di ciocchi ardenti nei caminetti e di crisantemi. Voci allegre salivano dalla cucina, creando un’atmosfera particolare di eccitazione e di attesa, come le ore che precedono il Natale, quando tutti aspettano di aprire i loro meravigliosi pacchetti.
La porta della camera di Tuppy era accostata. Dall’interno veniva un mormorio affettuoso di voci. Flora batté leggermente le nocche ed entrò. Tuppy stava affondata fra i cuscini rivoltati di fresco e indossava una liseuse bianca, con dei bei nastri di seta; accanto a lei, molto simile a un bambino appena uscito da un vecchio ritratto, stava il suo nipotino Jason.
«Rose!» Tuppy tese le braccia, con un gesto caratteristico, gaio e affettuoso. «Mia cara bambina. Vieni e lascia che ti guardi. Ora cammina un po’ su e giù.» Flora ubbidì, irrigidita dall’involucro inamidato. «Che donna straordinaria è stata l’infermiera. Pensare che avevamo questo vestito in solaio da anni, ed ecco che ora appare del tutto nuovo, come creato apposta per te! Vieni a darmi un bacio. Che buon profumo. Siediti lì, sulla sponda del letto. Fai attenzione, non devi spiegazzare la gonna.»
Flora si sedette, cauta. Disse: «Con questo collo così stretto mi sento come una donna giraffa».
«Che cos’è una donna giraffa?» domandò Jason.
«Sono donne che si trovano in una certa tribù dell’Africa» gli spiegò Tuppy «e si mettono tanti anelli d’oro intorno al collo finché quello si allunga e si allunga continuamente.»
«Ma questo era davvero un tuo abito da tennis, Tuppy?» Jason guardava Flora, faticando a riconoscere in lei la persona d’ogni giorno, che gli era diventata familiare, in jeans e pullover. Questa nuova persona gli incuteva una certa soggezione.
«Sì, lo era veramente. Quando ero una ragazza molto giovane.»
«Come poteva giocare a tennis con un abito così stretto, non riesco a immaginarlo!» esclamò Flora.
«Be’, per la verità non era molto comodo.» Risero tutti insieme. Tuppy diede un buffetto affettuoso a Flora. Aveva gli occhi molto brillanti, il viso colorito. Se si doveva allo champagne che stava sul suo tavolino da notte, non era possibile saperlo. «Me ne sono stata qui a godermi la musica tutta sola, muovendo i piedi a passo di danza. Ho fatto una sorta di ballo per conto mio. Poi Jason è venuto a trovarmi. È l’immagine di suo nonno e così gli ho raccontato tutto ciò che riguarda la festa e di quando suo nonno festeggiò i suoi ventun anni, e accendemmo i fuochi sulla collina, dietro casa, e tutta la gente del paese venne a vedere e avevamo messo ad arrostire un bue sullo spiedo e c’erano barili e barili di birra. Che festa è stata quella!»
«Racconta la storia del mio nonno e della sua barca.»
«Ma Rose non avrà voglia di sentirla.»
«Oh, certo. La racconti.»
Tuppy non aveva bisogno di altri incoraggiamenti. «Be’, il nonno di Jason si chiamava Bruce ed era un giovane terribile. Passava le sue giornate con i ragazzi della fattoria e alla fine delle vacanze era una fatica fargli rientrare i piedi nelle scarpe. Ma era anche quello che, fin dall’infanzia, aveva avuto una grande passione per il mare. Non aveva mai paura di nulla e a soli cinque anni già nuotava con la forza di un uomo. Quando fu appena un po’ più grande di quanto non sia Jason ora, ricevette in dono il suo primo dinghy. Tammy Todd – lavora ora ad Ardmore – be’, fu suo padre che fabbricò il dinghy per Bruce. E ogni anno, in estate, lo Yacht Club di Ardmore usava organizzare una regata e c’era anche una corsa per ragazzi e… come si chiamava, Jason?»
«Si chiamava la regata dei vagabondi, perché tutte le vele erano piene di toppe.»
«Toppe?» domandò Flora aggrottando la fronte.
«Vuol dire che tutte le vele erano fatte in casa» spiegò Tuppy, «messe insieme con delle pezze di tutti i colori, proprio come un patchwork. E le mamme lavoravano per mesi e mesi a cucire insieme i pezzi e poi vinceva quel ragazzo che aveva le vele più belle e colorate. E Bruce vinse il premio proprio il primo anno e non credo che nessun altro premio più tardi abbia avuto per lui più importanza di quello.»
«Ma lui vinse molte gare, vero Tuppy?»
«Oh, sì, una quantità. E non solo ad Ardmore! Andava giù a Clyde e corse con i Royal Northern e quando poi lasciò la scuola si iscrisse a un gara sull’oceano e andò in America. Ha sempre avuto una barca. Era il suo piacere più grande.»
«Poi venne la guerra e lui si arruolò in marina» intervenne Jason, che non voleva la fine della storia.
«Sì, andò in marina. Ed era imbarcato su un cacciatorpediniere che scortava i convogli nell’Atlantico e qualche volta arrivavano fino al Gairloch o ai Kyles di Lochalsh, e una volta venne a casa per una settimana in licenza e passò più o ...