Se sei il figlio che una persona non è costretta ad avere, devi essere particolarmente bravo? Fin ci rifletteva a tarda notte con un disco a basso volume sullo stereo, Joan Baez o Joni Mitchell o Son House o Skip James. “You know, I laid down last night” cantava Skip James “and I thought to get me some rest; but my mind got to rambling, like a wild geese from the West.” “Sai, ieri sera mi sono coricato, e pensavo di riposarmi un po’; ma i miei pensieri hanno preso a vagare, come un’oca selvatica dall’Ovest.” Quelli erano anche i momenti in cui Fin pensava a sua madre. Erano i momenti in cui sentiva la sua mancanza, e quando sentiva la sua mancanza ne avvertiva la vicinanza. Poteva quasi parlarle. A volte la sognava, niente di speciale, ma lei era lì, in poltrona o per strada, mentre attorno a lei succedevano altre cose, e lui esclamava: “Mamma! Non mi ero reso conto che eri ancora viva. Sono così felice di vederti. Quanto mi sei mancata!”. E lei lo abbracciava. Al risveglio Fin aveva la sensazione di essere stato a trovarla, o che lei fosse stata a trovare lui, e affrontava la giornata con maggior energia. Non si verificavano spesso, quelle visite. A volte Fin cercava di provocarle. Si concentrava su sua madre, tentando di farla apparire in sogno con la forza di volontà, ma poi i suoi pensieri cominciavano a vagare, come un’oca selvatica dall’Ovest.
Di giorno, la scuola, la sera i pretendenti, con i piedi sul tavolino, il giornale aperto, il ghiaccio tintinnante nei bicchieri di whisky, indecisi su quale disco ascoltare.
«È come il Mondo Bizzarro. A volte giocano a carte. Biffi beve, Jack è in pieno trip, Tyler è imbottito di amfetamine. È qualcosa di biblico» raccontò Fin a Phoebe. «Se ne stanno lì, tutti e tre insieme, come una nube di locuste.»
«Stai mischiando le metafore.»
«Sono similitudini.»
«Meno male che Lady è un tipo intraprendente.»
Quella settimana Phoebe la trovava in molti, l’intraprendenza. Era una parola con un sacco di vibranti alveolari. «E se avessi l’erre moscia e fossi costretto a pronunciarla?» s’interrogava. «Intuapuendente.»
Era intuapuendente, Lady? Certo, era agile. Sapeva danzare come Muhammad Ali. Sapeva danzare e fare battute e difendersi alle corde. Ma perché si trovava ancora sul ring? A undici anni Fin era stato incaricato di trovarle il marito adatto. Si era reso conto ormai da tempo che un soggetto simile non esisteva. Non per Lady. Li sapeva respingere troppo bene.
«Perché non dice a tutti e tre che non li ama, che dovrebbero andarsene e lasciarla in pace?»
«Perché se lo facesse» spiegò Phoebe «resterebbe sola.»
Fin si disse che a suo modo, eccentricamente, Lady stava cercando amore e libertà insieme, e che lui non aveva il diritto di dire nulla. Cercò di non dire nulla. Ci provò con tutte le sue forze. Ma lo spassionato melodramma che stava andando in scena in salotto non aveva mai sosta, non dava mai pace, e un pomeriggio che trovò Lady da sola, prima che i pretendenti scivolassero ai loro posti sulle scomode poltrone, Fin non riuscì a trattenersi. «Quando una persona normale e sana di mente rifiuta di sposare un’altra persona normale e sana di mente, le due persone smettono di vedersi» disse.
«E tu come fai a saperlo?» chiese Lady.
«Leggo libri.»
«Voglio solo che mi si lasci in pace» disse.
«Non è vero. Lo dici e basta. Continui a dire che vuoi libertà, che vuoi essere lasciata in pace, che te ne vuoi andare.»
Lei stava svuotando i posacenere. «Sudicioni.»
«Ma poi ti circondi di uomini che non ami, ed è come se li tenessi al guinzaglio. Questo, però, significa che sei costretta a reggere la parte opposta del guinzaglio.»
«Ti prego, Fin, non farmi prediche. Sono stufa di tutti quelli che mi spiegano cosa voglio.»
«Hai paura di restare sola.»
«Dico sul serio, Fin. Smettila.»
Ma Fin era solo all’inizio. La seguì dal tavolino in salotto a quello lungo la parete in fondo ai gradini che portavano in cucina, poi le andò dietro fino al bidone della pattumiera all’esterno, dove lei scaricò cenere e mozziconi.
«Ti vuoi legare a qualcuno perché hai paura di trovarti sola e andare alla deriva. È patetico, Lady. È questo che è patetico, non il fatto di essere sola, o di avere ventisette anni. È questo.»
Lady abbassò con violenza il coperchio sul bidone. «Sei uguale a tutti gli altri, lo sai? Identico a chiunque altro.» Lo disse in tono normale, poi si girò verso la cucina e rientrò senza fretta, e Fin sentì montare la rabbia. Non l’aveva sentito? Non capiva cosa stava succedendo? Non voleva essere libera?
«E non vai mai da nessuna parte» le gridò dietro. «Sei una codarda. E un’ipocrita. E... e una vecchia zitella!»
Andò a fare una camminata, il giro che aveva fatto quando era appena arrivato al Village. Era strano percorrere le strette strade con Gus. Cercò di rifare lo stesso cammino, di ritrovare la stessa curiosità ansiosa e senza meta, la sensazione che l’intrico di vie fosse un nuovo mondo, un mondo senza fine. Ora, però, non erano che strade, strade invase da altri ragazzi, ragazzi più grandi giunti al Village da chissà dove, alla ricerca di chissà cosa e dall’aria trasandata e un po’ stordita. Fissavano il cane, il grosso collie dalla criniera bianca che li incrociava impettito, e lanciavano un’occhiata a Fin. Non molto tempo prima lui era stato uno di loro, un ragazzo di chissà dove. Ora era un newyorkese come tanti.
Fin andò a camminare anche il giorno dopo e il successivo, soltanto per uscire da quella casa in cui i pretendenti di Lady bevevano i suoi liquori, sgranocchiavano i suoi cracker e i suoi formaggi e le sue patatine. Si spinse sempre più in là, fino alla Bowery, fino all’East River, fino a Chinatown, fino a Wall Street. Lady era sempre la solita, pensò. Non prestava attenzione a quello che lui diceva. Le giornate si stavano allungando, potevi vedere il sole che tramontava sul fiume, lento, tormentosamente lento, minacciando di non farlo mai, come Lady con i suoi pretendenti. Poi a un tratto il cielo diventava grigio e il sole scompariva così, di punto in bianco. Come Lady.
Lei scomparve il giorno del suo ventottesimo compleanno, l’1 aprile 1968. Non vi avevo ancora detto che Lady compiva gli anni il primo di aprile, vero? Be’, è così. E quel giorno svanì senza lasciare traccia.
Fin era in camera sua con Henry James. Era un sonnacchioso lunedì pomeriggio. Stavano ascoltando le Mothers of Invention e fumando erba. Henry e James non si somigliavano più. Henry era diventato alto, James no. Ma erano sempre insieme, e il soprannome era rimasto. A un certo punto, spinti dalla fame, scesero ciondolando le scale.
«So cosa state combinando» disse Mabel «e non è niente di buono.»
Fin aprì il frigo e vide una torta margherita. «L’avevi messa da parte?» chiese a Mabel.
«Servitevi pure» rispose lei. «Mandate pure in rovina Miss Lady.»
Fin stava già affondando il coltello nella torta. «A proposito, dov’è Lady?»
«Starà dando fuoco alla sua cartolina di chiamata alle armi.»
James scoppiò a ridere, seguito da Henry e poi da Fin, e a quel punto non riuscirono più a smettere.
Mabel poteva aver sorriso, ma Fin non ne era sicuro. Ricordava di essere uscito con Henry James, di aver vagato per il Village, di aver giocato sull’altalena nel cortile di una scuola, di averli accompagnati alla fermata della metropolitana, di essere tornato a casa e di aver bussato alla porta della camera di Lady.
Nessuna risposta.
Voleva suonarle una nuova canzone che aveva imparato con la chitarra, Single Girl, Married Girl della Carter Family. C’era un verso in cui la ragazza sola restava a letto fino all’una mentre quella sposata era costretta ad alzarsi al sorgere del sole. Lady l’avrebbe apprezzato. Fin non era altrettanto sicuro riguardo ai versi sul neonato fastidioso e rumoroso che interferiva con la gioia di vivere: forse Lady si sarebbe resa conto di quanto era stata fortunata a saltare la parte del neonato ed essersi ritrovata con un ragazzino di undici anni che sapeva vestirsi da solo e mangiare senza sbrodolare e andare in bagno senza aiuto, ma era anche possibile che la canzone la rattristasse e basta. C’era una parte di Fin che cercava ancora di accontentarla, la stessa che si sforzava di farlo quando aveva cominciato a vivere con lei. Certo, tutti cercavano di accontentare Lady. Aveva quel suo modo di essere così apertamente soddisfatta quando ci riuscivi, di mostrare una felicità travolgente. Gioia: era quello il termine giusto. Il suo ampio, cavallino sorriso di gioia. Quando le davi un lampone, il lampone più grosso e più rosso del Jefferson Market. O quando le preparavi una tazza di tè se era raffreddata e ci versavi un po’ di whisky, poi aggiungevi una fettina di limone. O quando la ringraziavi per un libro. O quando le cantavi una canzone.
Fin bussò alla porta, ma Lady non rispose.
Dov’era? Avrebbe dovuto essere a casa. C’era pollo fritto per cena, aveva detto Mabel. Il pollo fritto era una richiesta speciale di Miss Lady per il suo compleanno. Fin le aveva lasciato il suo regalo sul letto: ormai doveva averlo visto.
«Lady» la chiamò bussando di nuovo.
Okay. Non era ancora rientrata.
Nessun problema.
Fin salì in camera sua e... e cosa? Iniziò a sognare a occhi aperti, probabilmente, perché a un tratto si ritrovò seduto sul bordo del letto e secondo l’orologio erano passati tre quarti d’ora.
Scese al pianterreno. In salotto niente Lady. Proseguì fino in cucina. «Lady non è ancora tornata?» domandò.
Mabel scosse la testa.
«Magari stasera resta fuori.»
Lei la scosse di nuovo, poi sollevò la coscia di pollo che stava pulendo. «Per questo tornerà.»
Fin tornò di sopra. Stava leggendo Manchild in the Promised Land, ritagliandosi di tanto in tanto una pausa per dedicarsi a L’isola del tesoro. Li trovava stranamente simili. Un ragazzo in un mondo di adulti egoisti, pazzi, violenti e pittoreschi.
Tornò di nuovo davanti alla camera di Lady, perché era possibile che prima stesse dormendo. Bussò ancora, ma ancora niente. «Lady» disse, e la sua stessa voce aveva un suono strano.
Cos’era a preoccuparlo? Non lo sapeva. Solo quella sensazione di assenza, di vuoto nella casa, perché magari lei era distesa in camera sua, in punto di morte. O già morta. A volte da piccolo Fin lo pensava, che lei fosse morta e l’avesse lasciato come l’avevano lasciato tutti gli altri. A volte scendeva dal letto e andava a controllare. Lei non se ne accorgeva, diceva che quando dormiva era come morta. “Come morta” era accettabile, pensava Fin. “Morta” no. Si portava accanto al letto e si sforzava di udire il suo respiro, restando lì per quella che sembrava un’ora intera, preoccupato. Una notte, però, non aveva resistito: aveva chiamato il suo nome e l’aveva svegliata, e lei si era drizzata a sedere e l’aveva preso fra le braccia. Un’altra volta Fin aveva aperto la porta e l’aveva trovata a letto con qualcuno, e da allora non aveva più osato entrare. Si fermava davanti alla soglia, come a volte faceva Gus.
«Lady!» chiamò ora e aprì la porta. Forse l’avrebbe trovata a letto con qualcuno. Forse l’avrebbe trovata morta sul pavimento.
Non era morta sul pavimento, e nel letto non c’era nessuno. La stanza era vuota. Una luce giallo carico penetrava obliqua dalla finestra. Il letto era perfettamente liscio, il copriletto di velluto color lavanda indisturbato, tranne che per una cosa. Una busta appoggiata sui cuscini. Una busta azzurro pallido. Non li si vedeva, ma sul retro aveva il nome e l’indirizzo di Lady in rilievo. Fin...