Forse dovrei presentarmi.
Mi chiamo Carter Kane – matricola di liceo part-time, mago part-time, apprensivo a tempo pieno riguardo a tutti gli dei e i mostri egizi che cercano costantemente di uccidermi.
D’accordo, metterla così è un po’ esagerato. Non tutti gli dei mi vogliono morto. Solo un buon numero, ma questo ci sta, visto che sono un mago della Casa della Vita. Per le entità soprannaturali degli antichi Egizi siamo un po’ come la polizia, che vigila perché loro non combinino troppi casini nel mondo moderno.
Comunque: quel giorno, nella fattispecie, ero a Long Island, sulle tracce di un mostro isolato e pericoloso.
I nostri veggenti stavano registrando interferenze magiche in quella zona ormai da parecchie settimane. Tra l’altro la stampa locale aveva cominciato a riportare che in un’area di stagni e paludi vicino alla Montauk Highway era stata avvistata una creatura enorme, che sbranava la fauna selvatica e spaventava gli abitanti.
Un giornalista l’aveva persino definita il Mostro della Palude di Long Island. E quando i mortali cominciano ad allarmarsi, sai che è arrivato il momento di dare un’occhiata come si deve.
Normalmente, in missione con me sarebbero venuti mia sorella Sadie o qualche altro nostro iniziato della Brooklyn House. Ma erano tutti nel Primo Nomo, in Egitto, per un corso di una settimana sul controllo dei demoni del formaggio (ebbene sì, giuro che esistono, e ve li sconsiglio vivamente).
Quindi ero da solo.
Attaccai Freak, il mio grifone domestico, all’imbarcazione volante di canne che usiamo solitamente per questo genere di perlustrazioni, e passammo la mattina a sorvolare la zona sud degli acquitrini, in cerca di indizi.
Se ti stai chiedendo perché stavo su delle canne, invece di cavalcare direttamente Freak, immagina due ali di colibrì che frullano più velocemente e con più forza delle pale di un elicottero. Se non vuoi essere ridotto a fettine, è più prudente stare su una barca appesa sotto la pancia del grifone, a distanza di sicurezza dalle ali, te lo garantisco!
Freak ha decisamente buon naso per la magia. Dopo un paio d’ore di pattugliamento strillò il suo “FREEEEEEK!” e virò di scatto a sinistra, volando in cerchi concentrici sopra un’insenatura verde e paludosa racchiusa da due appezzamenti di terreno lottizzato.
— Laggiù? — chiesi.
Freak fremette e gracchiò, agitando nervosamente la coda spinata.
Sotto di noi non riuscivo a vedere molto: solo un fiume dalle acque brune che mandava riflessi nell’aria calda dell’estate. Il corso d’acqua serpeggiava tra canne e macchie di alberi contorti, per poi gettarsi nella baia di Moriches.
La zona somigliava un po’ al delta del Nilo, in Egitto, solo che qui le parti paludose erano costeggiate su entrambi i lati da aree residenziali, con file e file di casette dal tetto grigio.
Poco più a nord, una fila di automobili strisciava lentamente sulla Montauk Highway; probabilmente, vacanzieri in fuga dalla folla cittadina che andavano a rimpinguare la folla degli Hamptons.
Se sotto di noi c’era davvero un mostro carnivoro, mi chiesi quanto ci avrebbe messo ad assaggiare il primo umano. E se poi fosse stato di suo gradimento… be’, sarebbe stato circondato da un ricco buffet in stile all-you-can-eat (ossia: puoi mangiare tutto quello che riesci a mangiare).
— Ok — dissi a Freak. — Fammi scendere sulla riva del fiume.
Subito dopo avermi depositato, Freak lanciò uno strillo e schizzò in cielo, con tutta la barca.
— Ehi! — gli gridai, ma era già troppo tardi.
Descrivere Freak è facile: i mostri carnivori lo terrorizzano. Come i fuochi d’artificio, i pagliacci e l’odore di quell’assurda bibita inglese di Sadie, la Ribena (ma in questo caso non ha affatto torto. Sadie è cresciuta a Londra, e ha gusti decisamente bizzarri).
In pratica, ecco che del mostro mi sarrebbe toccato di occuparmene da solo; una volta finito, avrei dovuto fischiare per farmi venire a riprendere.
Aprii lo zaino per dare una controllata all’arsenale: una corda magica, la bacchetta curva d’avorio, un blocchetto di cera per modellare uno shabti – una statuetta magica –, il mio set da scrittura e una pozione curativa che la mia amica Jaz aveva preparato per me un po’ di tempo prima (mi capita spesso di farmi male e lei lo sa).
C’era solo un’altra cosa di cui avevo bisogno, quindi mi concentrai e allungai una mano nella Duat.
Nel corso degli ultimi mesi avevo fatto grandi progressi e sapevo immagazzinare provvigioni d’emergenza nel regno delle ombre: armi di scorta, vestiti puliti, una piccola riserva di caramelle Fruit by the Foot, confezioni da sei di root beer fresca… tuttavia, infilare la mano in una dimensione magica mi dava ancora una strana sensazione, come se stessi trapassando spessi strati di tendaggi freddi e pesanti.
Chiusi le dita intorno all’impugnatura della mia spada e la tirai fuori: un pesante khopesh dalla lama ricurva come un punto interrogativo. Armato di spada e bacchetta, ero pronto per una passeggiata nella palude alla ricerca di un mostro famelico… Proprio il massimo della vita, vero?
Feci un passo nell’acqua, e immediatamente affondai fino alle ginocchia. Il fondo del fiume aveva la consistenza di uno stufato rappreso. Ad ogni passo sentivo le scarpe fare rumori molto maleducati – suck-plop, suck-plop – e fui felice che Sadie non fosse con me. Avrebbe sghignazzato per l’eternità.
Il peggio, però, era che con tutto quel fracasso potevo solo sognarmelo di avvicinarmi al mostro di soppiatto!
Intorno a me sciamavano nugoli di zanzare. All’improvviso mi sentii molto nervoso, e molto solo.
“Potrebbe andar peggio” mi dissi. “Potrei essere alle prese con i demoni del formaggio.”Ma non riuscii a convincermi granché.
Dalle case dei giardini confinanti sentii ridere e gridare alcuni ragazzini che, probabilmente, stavano giocando. Per un attimo mi chiesi come sarebbe stato essere un ragazzo normale, starsene in giro con gli amici in un caldo pomeriggio estivo… L’idea era così affascinante che mi distrassi.
Per questo non notai subito l’incresparsi dell’acqua. Invece, a una cinquantina di passi davanti a me, “qualcosa” stava emergendo in superficie: una successione di protuberanze color grigio-nerastro, dall’aspetto piuttosto coriaceo.
Quel “qualcosa” tornò immediatamente a immergersi, ma ora sapevo con cosa avevo a che fare. Avevo già visto vari coccodrilli, nella mia vita, ma questo era grosso da far paura.
Mi tornò in mente El Paso, l’inverno precedente, quando mia sorella e io eravamo stati attaccati da Sobek, il dio coccodrillo. Decisamente un brutto ricordo.
Sentii alcune gocce di sudore scivolarmi lungo il collo.
— Sobek — mormorai — se sei tu che vieni ancora a rompere, giuro su Ra…
Il d...