Io sono voce
eBook - ePub

Io sono voce

  1. 192 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

«Ho potuto verificare quanto dice san Paolo, ossia che lo Spirito di Dio non tiene prigionieri nella paura, ma è spirito di amore, di confidenza e di mutua fiducia.»
Voce a servizio della Parola, Carlo Maria Martini ha voluto nel suo lungo episcopato risvegliare la fede e renderla sempre più «personale e matura». Perché se il patrimonio della fede non è ancora spento, corre però il rischio di estinguersi nell'affidarsi soltanto alla tradizione di gesti e di pratiche, in una vita che perde ogni giorno il proprio ultimo scopo. Riprendendo le parole di san Carlo, ribadisce che va risvegliata l'«assopita pietà» nella civiltà contemporanea, stanca di cristianesimo, in cui va ridestato lo stupore della fede cristiana. Compito della Chiesa è quindi oggi più che mai mettere i cristiani in condizione di vivere l¿incontro salvifico.
Il cammino compiuto da Martini nella sua personale esperienza e nell'incontro continuo con credenti e non credenti è ripercorso in questo volume attraverso i più significativi passaggi tratti dalle sue opere: da La scuola della Parola a Conversazioni notturne a Gerusalemme, dalla meditazione sul «Discorso della montagna» a Le età della vita, ad altri testi che testimoniano la grandezza di una personalità costantemente in ascolto della Parola di Dio e in dialogo con le ragioni umane.
A un anno dal suo spegnersi, la voce di Martini, che risuona in queste pagine, diventa sempre più nitida e profonda, un forte richiamo per tutte le coscienze.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Io sono voce di Carlo Maria Martini, Virginio Pontiggia in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804634140
eBook ISBN
9788852042980

Io sono voce

Preambolo
Le due chiamate della mia vita

Il servizio episcopale: «Si insegna e si servono gli altri»
Vorrei ricordare con gratitudine a Dio un anniversario che oggi, 28 dicembre 2008, mi tocca da vicino. Nel 1979, infatti, ventinove anni or sono, proprio in questo stesso giorno ricevevo la notifica che papa Giovanni Paolo II, preso atto delle mie difficoltà, decideva nondimeno di inviarmi a Milano come arcivescovo.
Non intendo ripercorrere le difficoltà che gli avevo proposto, espresse in un’udienza privata proprio la vigilia di Natale di quello stesso anno. Vorrei però menzionarne una, a cui il papa diede una risposta che in seguito mi parve profetica. Io dissi allora al pontefice che fino a quel tempo non avevo alcuna pratica pastorale, ero abituato piuttosto alle aule universitarie e a piccoli gruppi di uditori. Avrei potuto aggiungere che non avevo alcuna idea di una diocesi, che non sapevo che cosa fosse una curia e che ignoravo persino l’esistenza di una carica importante come quella di vicario generale. Ma Giovanni Paolo II mi spiazzò subito, dicendomi: «Non sarà lei ad andare alla gente, sarà la gente che verrà a lei».
Debbo riconoscere che fu davvero profetico e non solo in questo particolare. Dopo quasi trent’anni sento il dovere di ringraziare non soltanto il papa per avermi messo sulle spalle questo carico, bensì anche i molti che mi sono venuti incontro in tutto questo tempo, mi hanno accolto con pazienza e benevolenza e sono stati così disponibili con me.
Durante il mio episcopato ho anche avuto modo di conoscere una Chiesa locale con tutte le sue prerogative: la Chiesa di Milano, con la ricchezza delle sue tradizioni, il fascino dei suoi monumenti, l’ordinamento delle sue istituzioni e soprattutto con l’obbedienza e la dedizione instancabile del suo clero e dei suoi laici.
Ho potuto ammirare il disegno di Dio nei cammini di molte anime. Anche qui mi ero sbagliato, pensando che essere vescovo comportasse necessariamente una certa distanza dalla gente e dai suoi problemi. Invece la fiducia e l’apertura di moltissime persone mi hanno aiutato a entrare nel santuario di Dio e a contemplare lì le meraviglie del Signore.
Ho potuto cioè verificare quanto dice san Paolo, ossia che lo Spirito di Dio non tiene prigionieri nella paura, ma è spirito di amore, di confidenza e di mutua fiducia.
Un proverbio indiano
C’è un proverbio indiano che parla di quattro stadi nella vita dell’uomo.
Il primo è quello nel quale si impara. Il secondo è quello nel quale si insegna e si servono gli altri, mettendo a punto ciò che si è imparato. Nel terzo stadio si va nel bosco, e mi pare un momento molto profondo: significa che il terzo stadio è quello del silenzio, della riflessione, del ripensamento.
Credo che quando si aprirà per me questo terzo stadio, che è ormai imminente, ritirandomi nel bosco potrò ripensare e riordinare con gratitudine tutte le cose che ho ricevuto, le persone che ho incontrato, gli stimoli che mi sono stati dati in questi ventidue anni di episcopato e che non hanno avuto l’opportunità di essere rielaborati.
E poi c’è il quarto tempo, che è molto significativo per la mistica e l’ascesi indù. Si impara a mendicare. È il tempo in cui si impara la mendicità. L’andare a mendicare è il sommo della vita ascetica. È anche lo stadio in cui si dipende per tutto dagli altri, quello che non vorremmo mai, ma che viene, e al quale dobbiamo prepararci.

I

Il cammino del credere

La ricerca del senso
I due discepoli di Emmaus rappresentano l’uomo alla ricerca del senso, del significato ultimo. Vanno cioè compresi nel loro senso antropologico generale e salvifico: l’uomo è un essere in cammino, bisognoso di significato, e fino a quando non l’ha trovato appare triste, annoiato, nervoso, iroso con se stesso e con gli altri.
L’uomo si chiede quale sia il senso del progresso economico e industriale che ha vissuto, così come si domanda il senso della crisi attuale, che stranamente smentisce la fiducia riposta in quello stesso progresso economico e industriale. Perché, allora, affaticarsi ad accumulare ricchezze, che produrranno nuova inflazione, nuovi poveri, nuove crisi? Perché dare fiducia agli altri se poi tanti mancano di fiducia? Che senso ha la fedeltà?
Da una parte la fedeltà pare aver senso, perché senza di essa non esiste nemmeno un rapporto; dall’altra parte, tuttavia, è sempre più frequente la mancanza di fedeltà nei fatti, nella parola data, nel matrimonio, nell’amministrazione anche pubblica dei beni. L’uomo avverte questo terribile contrasto e va alla ricerca di un’ipotesi più ampia, che accolga le contraddizioni della storia e riveli però la possibilità di comprenderle.
L’uomo non si rassegna – non può rassegnarsi – all’assurdità, al fatto che ci siano avvenimenti di un tipo (buoni) e di un altro tipo (cattivi): non si rassegna alla possibilità di essere colpito dalla malattia in un momento in cui gli è assolutamente necessaria la buona salute; non si rassegna alla morte, che colpisce gli altri mentre sono ancora giovani... L’uomo si chiede il senso di tutto questo dolore, il senso della vita. Forse non sarà sempre un senso religioso quello che cerca, ma è ugualmente molto importante «fare cammino» insieme a quest’uomo, accompagnarsi a lui nella ricerca del senso. Del resto Gesù, avvicinandosi ai due di Emmaus, non ha fatto loro una domanda «religiosa», ma si è accomunato alla loro ricerca di senso.
I due discepoli rappresentano anche la Chiesa alla ricerca di senso. La Chiesa compie infatti un cammino, ricerca continuamente il senso degli eventi: cerca di capire il significato profondo del Concilio Vaticano II, così come si preoccupa di cogliere il senso della crisi postconciliare. La Chiesa cerca cioè di capire quel che di bene e quel che di male oggi avviene.
Noi non possiamo accontentarci di capire il passato: vogliamo comprendere ciò che avviene oggi, ed è proprio questo il nostro processo instancabile. A ogni momento del cammino bisogna infatti riequilibrare la domanda, per capire dove siamo, dove stiamo andando, e qual è il senso delle complesse vicende storiche contemporanee che stiamo vivendo.
Interrogarsi non vuole assolutamente dire che c’è incertezza nella fede! La Chiesa ha la certezza assoluta dei suoi pilastri della fede: l’esistenza di Dio, la resurrezione di Gesù, la sua permanenza nella storia. Deve tuttavia interrogare se stessa per capire l’atteggiamento pastorale da avere nei confronti della società civile, delle forze, le strutture, i movimenti, il pensiero, la cultura; deve interrogarsi, cioè, per capire quale tipo di ipotesi interpretativa può dare.
Si può assumere un’ipotesi catastrofica, che vede tutto andare verso la dissoluzione, oppure un’ipotesi evoluzionista, ottimista, che vede andare tutto per il meglio. O ancora, si può optare per lo sforzo quotidiano del discernimento, che nasce dallo Spirito di Dio e che continuamente ripercorre la tastiera del giudizio del bene e del male, per vivere realisticamente.
I discepoli di Emmaus, modello del nostro cammino di fede
Il significato profondo della corsa dei discepoli di Emmaus è contenuto nella frase che il Vangelo di Luca mette sulle loro labbra: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto, mentre egli conversava con noi lungo il cammino?» (Lc 24,32).
Gesù ha acceso il loro cuore ed essi non riescono più a contenere l’ardore, sentono il bisogno di comunicarlo agli altri. Qui forse già alcuni dei miei lettori si fermano impacciati e un po’ diffidenti: non ho mai trovato – mi dice qualcuno – che l’incontro con Gesù sia tanto entusiasmante. Da ragazzi forse abbiamo provato una simpatia sincera per Gesù, abbiamo partecipato con gioia alla vita della comunità cristiana, al catechismo, all’oratorio. Qualcuno ha fatto anche il chierichetto. Ma poi, a mano a mano ci siamo raffreddati. Un po’ siamo stati distratti dai tanti problemi della vita, un po’ siamo anche stati, per così dire, delusi da Gesù, o almeno dalla Chiesa: ci è parso che la fede cristiana, ricca di fascino nell’infanzia, non sia riuscita poi a dire parole veramente importanti di fronte al lavoro, alla famiglia, ai problemi dei figli, all’impegno sociale, di fronte cioè ai gravi interrogativi dell’età adulta.
Voglio rispettare la condizione spirituale di non pochi dei miei lettori, ma chiedo a questi miei fratelli di non abbandonare subito la lettura. Chiedo loro di rifarsi un po’ più indietro, e di ricongiungersi per un momento a quel punto nel cammino dei discepoli di Emmaus in cui anch’essi erano delusi e senza speranza, prima di incontrare Gesù risorto.
«Speravamo che fosse lui il Salvatore.» Così dissero i due discepoli a proposito di Gesù, quando il viandante misterioso li incontrò per strada e volle sapere la ragione della loro tristezza. Dobbiamo cercare il perché di questa speranza delusa.
I due discepoli avevano i loro progetti e le loro speranze, desideravano un Messia sulla misura delle loro ambizioni: lo volevano impegnato nella ricerca della prosperità economica e del benessere materiale. La morte di Gesù, condannato come un malfattore, non era compatibile con questi progetti; di qui la profonda delusione.
Occorre però che ci chiediamo con molta onestà: erano giusti i progetti superficiali e ristretti di questi due discepoli? O non era più giusto il progetto di Dio, attento ai bisogni materiali ma anche spirituali di tutti gli uomini?
A questo punto dovremmo avere il coraggio di spostare l’attenzione dai progetti dei discepoli di Emmaus per rivolgerla ai nostri progetti. Anche noi abbiamo desideri e aspettative a cui ci aggrappiamo con tanta passione, trascurando talora di considerare la possibilità che esista un progetto di Dio più grande dei nostri pensieri, ma proprio per questo più bello, più utile per noi, più entusiasmante, più capace di dare fiato e speranza.
Certo, non è facile metterci davanti al mistero di questo progetto. Preferiamo rimanere a ciò che si tocca, si misura. Ma non è un dato reale e autentico anche il forte desiderio, che il nostro cuore sente, di andare oltre ciò che è concreto e tangibile?
Forse dovremmo esaminare più spesso e con più attenzione la nostra esperienza, per renderci conto che le speranze che abbiamo riguardo al lavoro, al benessere economico, alla famiglia, alla riuscita dei figli, pur recandoci tante soddisfazioni, sono anche fragili e passeggere. Più volte ci deludono. Ma allora che senso hanno?
Ed è qui che è importante non bloccarsi nel rimpianto e nell’amarezza, ma andare oltre. Perché non vedere in queste speranze grandi, eppure fragili, il segno di una speranza misteriosa e che non delude, a cui è chiamato il nostro cuore?
L’esperienza ci dice che l’attaccamento ostinato degli uomini ai loro progetti individuali rende difficile la convivenza tra le persone. Ciascuno pensa al proprio interesse e non accoglie le esigenze degli altri: di qui le incomprensioni, le ingiustizie, le lotte, le divisioni. Non dovremmo forse convincerci che, per condurre una vita moralmente buona e onesta, dobbiamo aprirci a un Bene che è al di sopra di tutti e propone ideali e impegni che valgono per tutti e per sempre?
So di dire poche e povere parole su un problema formidabile, ma è chiaro che i nostri desideri, le nostre speranze, le nostre stesse delusioni, la difficoltà del nostro stare insieme in famiglia e nella società riportano a Colui che è all’origine dei nostri desideri e può risanare le nostre divisioni. Ci mettono insomma di fronte al mistero di Dio che è Creatore e Padre.
Perché non parlare più a lungo di questi temi insieme, anche in famiglia? Perché non discuterne con qualche persona competente? Perché non fare qualche buona lettura, che ci riproponga la certezza della fede in Dio? Perché non rileggere il Vangelo, per conoscere come Gesù ci parla del mistero di Dio?
Vorrei approfondire un poco quest’ultima domanda. Nell’opinione comune c’è molta simpatia per la figura di Gesù. Tutti conoscono, almeno vagamente, la purezza del suo messaggio, la scelta dei poveri e degli ultimi, la coerenza della sua vita con le sue parole, dalla semplicità della grotta di Betlemme alla drammatica povertà della croce. Se poi non ci si accontenta dei confusi ricordi del catechismo, ma ci si mette a leggere o rileggere il Vangelo, ci si imbatte in un personaggio indimenticabile, che ha detto parole forti sui problemi importanti della vita e si è accostato a ogni uomo e ogni donna, dai più grandi ai più piccoli, con una serenità, una tenerezza, una lucidità impressionanti.
Una lettura attenta del Vangelo ci obbliga però ad andare oltre. Attraverso molte parole e molti comportamenti, infatti, Gesù fa capire in modo chiaro che la particolare intensità con cui egli ha inteso e vissuto la sua esistenza di uomo tra gli uomini deriva da un profondo rapporto con Dio, che è suo Padre. Gesù ha detto parole stupende sull’amore del Padre misericordioso ed esigente; ha proclamato di voler fare sempre la volontà del Padre; nei terribili momenti dell’agonia nel Getsemani ha chiesto al Padre il coraggio di donare tutta la sua vita per la salvezza degli uomini; morendo sulla croce ha affidato la propria vita alle mani del Padre e ha atteso da lui la resurrezione, la pienezza della vita e della gioia. In tutta la sua vita di uomo, Gesù ha dunque rivelato la misteriosa unità che c’è tra lui e il Padre.
Perché non credere a quest’uomo onesto, saggio e generoso, capace di guarire i malati e di resuscitare i morti?
Perché non credere che la vita pienamente umana, da lui vissuta tra noi, rivela i disegni, i desideri, i progetti di Dio su tutta l’umanità?
Perché non credere che Dio, nel suo immenso amore, è venuto tra noi in Gesù e ha veramente dimorato in mezzo a noi sulla nostra terra?
Perché non credere che Dio ci chiama a vivere per sempre accanto a sé, insieme con Gesù risorto?
Anche qui riconosco la povertà delle mie parole. Ci vorrebbe lo stesso Gesù risorto a parlare come ai discepoli di Emmaus. Non posso concentrare in poche righe un itinerario che ciascuno deve compiere, per passare dalla semplice simpatia umana per Gesù alla fede nel Figlio di Dio, che ci salva con la sua morte e la sua resurrezione.
Prego però perché tutti sappiano compiere, e se necessario ricominciare daccapo, questo cammino. Chiedo a Gesù che lui stesso accompagni ciascuno di noi, come ha accompagnato i due discepoli di Emmaus, così che anche noi, al termine del cammino, possiamo ripetere la loro preghiera: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera».
Sulle ombre incerte dei nostri pensieri circa il significato della vita, e sulle peccaminose ambiguità del nostro comportamento verso la dignità e la libertà di ogni uomo, noi invochiamo la presenza di Gesù. Egli è l’uomo vero, perché ci rivela e ci comunica l’amore con cui Dio stesso si prende cura di ogni uomo. Solo in lui noi troviamo la verità e la speranza per la nostra vita.
Il cammino proposto dai Vangeli
L’immagine del cammino e della via ricorre molto di frequente nel Nuovo Testamento, e in particolare nel libro degli Atti degli apostoli che descrive gli inizi della comunità cristiana.
La condizione della vita cristiana è itinerante: in essa è importante cogliere il punto di partenza, la direzione e le tappe successive. Vorrei soffermarmi un momento sul modo in cui la Chiesa primitiva, nella quale sono stati scritti i Vangeli, ha concepito se stessa come Chiesa itinerante: secondo quali tappe ha disposto il suo cammino? Come ha avuto coscienza di dover progredire da una tappa all’altra?
Se leggiamo le pagine del Nuovo Testamento, i...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Io sono voce
  3. Dello stesso autore
  4. Prefazione
  5. Io sono voce
  6. Conclusione - Davanti a Gesù
  7. Fonti
  8. Copyright