Una certa giustizia
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Una certa giustizia

  1. 392 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Una certa giustizia

Informazioni su questo libro

In un rispettabile studio legale di Londra viene trovato il corpo di Venetia Aldridge, uno degli avvocati più in vista della città. La donna è stata pugnalata spietatamente, ma da chi? Quando l'ispettore Dalgliesh comincia a indagare, scopre che i sospetti sono molti, davvero troppi.
Un thriller cupo e affascinante da una delle ultime scrittici che possono definirsi degne eredi della grande tradizione del giallo inglese.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804464457
eBook ISBN
9788852043420

LIBRO SECONDO
Morte alle Chambers

11
Alle sette e mezzo di giovedì 10 ottobre, Harold Naughton lasciò la sua casa di Buckhurst Hill, camminò fino alla stazione e, poco prima delle sette e tre quarti, prese un treno della Central Line per Chancery Lane. Aveva fatto quel tragitto per quasi quarant’anni. Quando era ragazzo, i suoi genitori vivevano a Buckhurst Hill e il sobborgo aveva mantenuto ancora in parte l’individualità e la fisionomia di una cittadina di campagna. Anche dopo essere diventato uno dei tanti dormitori della metropoli, continuava a regnare, nelle sue vie alberate e nelle stradine di villette, una certa pace rurale. Subito dopo il matrimonio, lui e Margaret erano andati ad abitare in quello che era allora uno dei pochi quartieri di condomini moderni.
Aveva sposato una ragazza dell’Essex; per lei la campagna era la foresta di Epping, il Southern Pier il luogo da cui vedere il mare e sentirne l’odore, la Central Line per Liverpool Street e oltre era il mezzo per andare, seppur di rado, ad assaporare le pericolose delizie di Londra. Il padre di Harry era morto quando era in pensione da un anno e, in seguito alla scomparsa della madre, avvenuta tre anni dopo, lui aveva ereditato la casetta dove era stato allevato nel mondo claustrofobico e iperprotetto di un figlio unico. Ma le cose stavano andando bene, Stephen e Sally avevano bisogno ciascuno della propria camera, Margaret sognava un giardino più grande. La casa di famiglia era stata venduta e il ricavato era servito come anticipo per la moderna villetta a schiera alla quale Margaret aspirava intensamente. Il giardino era lungo ed era stato allargato qualche anno dopo, quando il loro anziano vicino, che aveva bisogno di soldi e non riusciva più a tenere in ordine il suo pezzetto di terra, era stato ben contento di vendere.
Margaret aveva dedicato con gioia la propria vita alla casa, al benessere del marito, all’educazione dei figli, al giardino e alla serra, alla chiesa locale e ai suoi copriletti patchwork. Non aveva mai sentito la necessità di trovarsi un lavoro e lui, d’altro canto, dava troppa importanza alla sua quiete domestica per spronarla a cercarlo. Quando, in un momento di crisi, i guadagni di Harry alle Chambers erano diminuiti, aveva avanzato timidamente l’ipotesi di rispolverare le sue capacità di segretaria. Ma lui aveva detto: «Ce la caveremo. I bambini hanno bisogno della tua presenza».
E se l’erano cavata. Ma quel giorno, mentre il treno sferragliava nelle tenebre della galleria, dopo la parentesi luminosa della stazione di Stratford, lui, seduto con il suo «Daily Telegraph» ancora ripiegato, si domandava se se la sarebbero cavata ancora. Alla fine del mese, dopo la riunione delle Chambers, avrebbe saputo se gli era stata concessa la proroga del contratto, di tre anni nella migliore delle ipotesi, o di uno, forse rinnovabile. Se la risposta fosse stata negativa, che ne sarebbe stato di lui? Da quasi quarant’anni le Chambers erano la sua vita. Vi aveva dedicato tempo ed energie per un bisogno che sentiva dentro di sé più che per vera necessità. Non aveva hobby; non ne avrebbe avuto il tempo, eccetto che nei weekend, e quelli li passava dormendo, guardando la televisione, girando in macchina con Margaret per la campagna, falciando il prato e svolgendo i lavori più pesanti in giardino. Del resto, quali hobby avrebbe potuto avere? Avrebbe forse potuto dare una mano in chiesa, ma c’era già Margaret, membro del Consiglio parrocchiale, che faceva i turni come donna delle pulizie e addetta agli addobbi floreali ed era la segretaria part time dell’Associazione femminile del mercoledì. Gli ripugnava l’idea di rivolgersi al vicario, di metterlo in imbarazzo con le sue richieste: “Per favore, mi trovi un lavoro. Sto diventando vecchio. Non ho una specializzazione. Non ho niente da offrire. Per favore, mi faccia sentire ancora utile”.
C’erano sempre stati due mondi, il suo e quello di Margaret. Uno di questi mondi – così lei era arrivata a credere o aveva deciso di credere – era la misteriosa comunità maschile di cui suo marito, dopo il presidente delle Chambers, era il membro più importante. Non pretendeva niente da lei, nemmeno che lei se ne interessasse. E lei non si lamentava mai di quello che le Chambers esigevano da suo marito, la sveglia al mattino presto o il ritorno a casa a tarda sera. Harry telefonava regolarmente prima di uscire dall’ufficio se doveva tardare, e lei calcolava al minuto quando mettere a scaldare lo sformato, quando tirare fuori l’arrosto dal forno per farlo riposare, quando accendere il gas sotto le verdure perché fossero cotte a puntino come piaceva a lui. Il lavoro di Harry era importante e bisognava tenerne conto perché assicurava quel reddito senza il quale il suo mondo sarebbe crollato.
Ma nel mondo di Margaret c’era posto per lui? Il solo interesse che avessero condiviso era stata l’educazione dei figli, e anche di quello se n’era occupata soprattutto Margaret. Quando lui tornava a casa, Sally e Stephen dormivano già. Toccava a Margaret farli mangiare, leggergli le favole prima che andassero a letto e, quando avevano raggiunto l’età scolare, ascoltare i loro racconti di piccoli trionfi e di piccole sofferenze. Quando invece avevano avuto bisogno del padre – se mai ne avevano avuto – lui non c’era mai. I figli erano ancora una fonte comune di ansie, lo sono sempre. Stephen era appena stato ammesso a Reading, e si temeva che non superasse il primo anno. Sally, la maggiore, fisioterapista diplomata, lavorava in un ospedale di Hull. Veniva a casa di rado, ma telefonava alla madre almeno due volte la settimana. Margaret, che voleva dei nipoti, temeva che non ci fosse un uomo nella sua vita, o che ce ne fosse uno che Sally non si sentiva di presentare ai genitori. Quando i figli erano a casa, Harry andava d’accordo con entrambi. Non aveva mai fatto fatica ad andare d’accordo con gli estranei.
Suo padre, quando faceva lo stesso tragitto partendo da Buckhurst Hill, scendeva dal treno alla stazione di Liverpool Street e prendeva un autobus che, passando per Fleet Street, lo portava in Middle Temple Lane. Lui, invece, preferiva scendere tre fermate dopo e farsi a piedi Chancery Lane. Gli piacevano l’aria fresca della City al mattino presto, i suoi primi movimenti, come di un gigante che si sveglia e comincia a stiracchiarsi, il profumo confortante del caffè via via che si aprivano i bar per i lavoratori mattinieri o per quelli che smontavano dal turno di notte. I negozi e gli edifici pubblici di Chancery Lane erano per lui come vecchi amici: le London Silver Vaults; Ede e Ravenscroft, abiti e parrucche, con lo stemma reale sopra la porta e la vetrina nobilitata dal colore scarlatto e dall’ermellino cerimoniali; il maestoso Public Record Office dove era conservata, come lui ricordava ogni volta che lo oltrepassava, la Magna Charta; gli uffici della Law Society con la cancellata di ferro e le teste di leone dorate.
Di solito attraversava Fleet Street per entrare in Middle Temple Lane dal portale di Wren. E non ci passava mai sotto senza alzare lo sguardo sull’insegna dell’Agnello pasquale con il vessillo dell’innocenza. Una rapida occhiata a quell’antico simbolo era la sua unica superstizione. E anche, pensava a volte, la sua sola forma di preghiera. Ma da qualche mese l’ingresso da Fleet Street era chiuso per restauri e gli toccava quindi proseguire per l’angusta viuzza di fronte alle Royal Courts of Justice, passando davanti al pub George ed entrando dalla porticina inserita nel grande cancello.
Quella mattina però, una volta arrivato nella viuzza, non si sentiva ancora pronto ad affrontare una giornata di lavoro e, senza nemmeno fermarsi, continuò a camminare di buon passo verso Trafalgar Square. Aveva bisogno di tempo per pensare, e aveva anche bisogno di un po’ di esercizio fisico mentre cercava di orientarsi in quel guazzabuglio di ansia, speranza, senso di colpa e vaghi timori. Se gli avessero offerto di rimanere, doveva accettare? Non sarebbe stata semplicemente una scappatoia per rimandare l’inevitabile? E cosa voleva Margaret in realtà? Gli aveva detto: «Non so come se la caveranno le Chambers senza di te, ma tu devi fare quello che ritieni più opportuno. Possiamo tirare avanti anche con la sola pensione, ed è ora che tu abbia una vita tutta tua». Quale vita? Lui l’amava, l’aveva sempre amata, anche se gli riusciva difficile credere che loro fossero le stesse persone che, nei primi tempi del matrimonio, non vedevano l’ora di andare a letto per gettarsi l’uno nelle braccia dell’altra. Anche fare l’amore era ormai diventata un’abitudine, confortante, rassicurante e riposante come il pasto della sera. Erano sposati da trentadue anni. Ma davvero la conosceva così poco? Davvero pensava che stare a casa con Margaret sarebbe stato per lui intollerabile? Un frammento di conversazione, udito per caso dopo l’eucarestia cantata dell’ultima domenica, era caduto nella sua mente come un masso: «Ho detto a George che deve trovarsi qualcosa da fare. Non lo voglio tra i piedi tutto il giorno».
Ma Margaret aveva ragione: con la sua pensione avrebbero potuto tirare avanti. Era stato del tutto sincero quando aveva lasciato intendere a Mr Langton che non ce l’avrebbero fatta? Non aveva mai mentito a Mr Langton. Erano entrati alle Chambers nello stesso periodo, Mr Langton come avvocato appena abilitato, lui come assistente di suo padre. Erano invecchiati insieme. Non riusciva a immaginare le Chambers senza Mr Langton. Ma adesso c’era qualcosa che non andava. Negli ultimi mesi sembrava avere perduto la forza, la sicurezza, la sua stessa autorità di presidente delle Chambers. E non aveva l’aria di stare bene. Aveva delle preoccupazioni. Possibile che stesse cercando di nascondere una malattia incurabile? Forse il pensiero di ritirarsi a vita privata costringeva anche lui ad affrontare i problemi di un futuro incerto? E se fosse andato in pensione, chi avrebbe preso il suo posto? Se gli fosse subentrata Miss Aldridge, lui avrebbe voluto davvero restare? No, almeno quella era una certezza. Non avrebbe voluto fare l’amministratore con Miss Aldridge presidente delle Chambers. E non lo avrebbe voluto neanche lei. Sapeva che l’unica voce che si sarebbe levata contro di lui sarebbe stata la sua. Non che lo detestasse per qualche motivo. E nemmeno Harry la detestava, sebbene gli incutesse un po’ di paura, per quel tono secco e autoritario, per quelle domande che esigevano risposte immediate, ma se fosse diventata lei il presidente delle Chambers non avrebbe voluto lavorare alle sue dipendenze. Comunque non sarebbe andata così, era un’ipotesi assurda. Le Chambers avevano solo quattro penalisti, e avrebbero voluto che a Mr Langton subentrasse un QC non penalista. Il candidato alla successione era Mr Laud; dopo tutto già ora i due arcivescovi gestivano insieme le Chambers. Ma, se Mr Laud avesse assunto quella carica, avrebbe avuto la forza di opporsi a Miss Aldridge? Se Mr Langton si fosse ritirato, l’avrebbe avuta vinta Miss Aldridge, che avrebbe ribadito con maggior forza la necessità di nominare un manager a capo dell’ufficio, di introdurre nuovi metodi e nuove tecnologie. E c’era posto per lui in quel mondo moderno, dove i sistemi erano più importanti delle persone?
Camminava ormai da più di mezz’ora. Ricordava solo confusamente il tragitto che aveva seguito, ma rammentava di aver passeggiato irrequieto avanti e indietro sull’Embankment e di essersi poi spinto oltre Temple Place prima di proseguire a nord, per una strada di cui aveva dimenticato il nome, fino all’Aldwych e da lì sullo Strand fino alle Royal Courts of Justice. Aveva finalmente preso una decisione. Se glielo avessero proposto, sarebbe rimasto ancora per un anno, non di più, e in quell’anno avrebbe deciso cosa voleva fare del resto della sua vita.
Pawlet Court era deserto. La luce filtrava solo da alcune finestre del pianterreno, dove impiegati coscienziosi quanto lui avevano già cominciato la loro giornata di lavoro. Lì l’aria odorava di nebbia più che nello Strand, come se quella corte conservasse ancora un po’ della fredda umidità della notte di ottobre. Le prime foglie cadute circondavano il grosso tronco di un ippocastano in un pigro disordine. Tolse di tasca il suo mazzo di chiavi e cercò a tentoni prima il bordo di una delle serrature di sicurezza Banham, poi la più piccola Ingersoll appena sopra e girò la chiave per aprire. Il sistema di allarme entrò in azione all’istante emettendo il suo solito suono acuto e prolungato. Lui avanzò senza fretta, sapendo con precisione di quanto tempo disponeva per accendere la luce nella reception, inserire la chiave più piccola nel pannello di controllo e togliere l’allarme. Accanto al pannello c’era un tabellone di legno con i nomi dei membri delle Chambers impressi su elementi scorrevoli, dal quale risultava se erano presenti in sede. Secondo il tabellone, al momento erano tutti assenti. Non tutti i membri si preoccupavano sempre di tenerlo aggiornato, ma in teoria l’ultimo che usciva avrebbe dovuto far scorrere fino in fondo il suo nome e inserire poi l’allarme. Le donne delle pulizie, Mrs Carpenter e Mrs Watson, che arrivavano alle otto e mezzo di sera, erano di solito le ultime persone presenti nelle Chambers. E alle dieci, quando se ne andavano, si premuravano di verificare che l’allarme fosse inserito.
Guardò con occhio critico la reception che fungeva anche da sala d’aspetto. Il word processor di Valerie Caldwell, con la sua custodia, era esattamente al centro della scrivania. Il divanetto a due posti, le due poltrone e le due sedie per i visitatori erano al loro posto, così come le riviste, sistemate con ordine sul lucido tavolo di mogano. Era tutto come si aspettava di trovarlo, ma con una piccola differenza: a quanto pareva, né Mrs Carpenter né Mrs Watson avevano passato l’aspirapolvere sul tappeto. L’elettrodomestico, acquistato sei mesi prima, era straordinariamente potente nonché molto rumoroso, e lasciava di solito tracce rivelatrici sul tappeto. Il pavimento, comunque, sembrava pulito. Forse una di loro vi aveva passato lo spazzolone. Non era suo compito controllare il lavoro delle donne delle pulizie e quelle mandate dalla celebre impresa di Miss Elkington erano fidate e autonome, ma a lui piaceva tenere d’occhio ogni cosa. La reception era per così dire il biglietto da visita delle Chambers, e le prime impressioni sono quelle che contano.
Diede poi un’occhiata alla sala riunioni, a destra dell’ingresso, che ospitava anche la biblioteca. Anche lì era tutto in ordine. Nella sala si respirava l’atmosfera di un club ma non trasmetteva la stessa idea di confortevole intimità. Non mancava però di eleganza. Ai due lati del caminetto di marmo i dorsi dei volumi rilegati in pelle rilucevano dietro i vetri delle librerie settecentesche, ciascuna sormontata da un busto di marmo, a sinistra quello di Charles Dickens, a destra quello di Henry Fielding, entrambi membri dell’Onorevole Società del Middle Temple. Gli scaffali senza vetri sulla parete di fronte alla porta ospitavano cronache giudiziarie, raccolte di delibere parlamentari, Le Leggi d’Inghilterra di Halsbury e volumi su vari aspetti del diritto civile e militare. Sugli scaffali più bassi erano invece allineate le annate di «Punch», rilegate in pelle rossa, dal 1880 al 1930, regalo d’addio di un ex membro delle Chambers che, a quanto si diceva, era stato costretto dalla moglie a sbarazzarsene prima di trasferirsi in una casa più piccola.
Le quattro poltrone di pelle erano disseminate qua e là con un’eccentrica indifferenza alle esigenze di un colloquio riservato. Un largo tavolo rettangolare di quercia, antico e quasi annerito dagli anni, occupava con le sue dieci sedie gran parte della stanza. Di rado le riunioni delle Chambers si tenevano lì; Mr Langton preferiva indirle nel suo studio, e se le sedie non bastavano i colleghi si portavano le proprie e si disponevano in cerchio in modo informale. Ma quando qualcuno suggeriva di cedere la sala riunioni a qualche nuovo membro delle Chambers in nome di un uso più razionale degli spazi, c’era sempre chi si opponeva. Il tavolo, che un tempo era appartenuto a John Dickinson, era il vanto delle Chambers e nessun’altra stanza era in grado di ospitarlo.
Da lì una doppia porta si apriva sull’ufficio dell’amministratore, ma veniva usata di rado perché normalmente vi si accedeva dall’atrio. Entrandovi, Harry se...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di P.D. James
  3. Una certa giustizia
  4. LIBRO PRIMO - Avvocato difensore
  5. LIBRO SECONDO - Morte alle Chambers
  6. LIBRO TERZO - Una lettera dai morti
  7. LIBRO QUARTO - I canneti
  8. Nota dell’autore
  9. Copyright