Verso la fine dell’estate, i quattro cugini, Tom, William, Philip e John, erano venuti a far visita alla Famiglia. Non c’era posto nella vecchia grande casa, e quindi essi vennero sistemati su brandine nel granaio che, di lì a poco, doveva prendere fuoco.
C’è da dire che la Famiglia non era una famiglia che rientrasse nella regola. Ogni suo componente era più straordinario dell’altro.
Affermare che, per lo più, essi dormivano di giorno e si dedicavano a singolari lavori notturni, è premessa opportuna.
Precisare che alcuni di loro potevano leggere il pensiero altrui, e che altri volavano con i fulmini per atterrare con le foglie sarebbe minimizzare la verità.
Aggiungere che alcuni di essi non potevano essere visti riflessi negli specchi, mentre altri potevano essere riflessi nello stesso specchio in diverse forme, grandezza e materia, non sarebbe che ripetere voci che rasentavano il vero.
Vi erano zii, zie, cugini e nonni numerosi come i funghi velenosi e quelli mangerecci.
E all’incirca di tutti i colori che potresti mettere assieme in un’alacre nottata nei boschi.
Alcuni erano giovani, altri esistevano da quando la Sfinge aveva affondato le sue zampe di pietra nella sabbia marina.
In complesso era, per quantità, estrazione, tendenze e talento, la più incredibile e miracolosa masnada. E la più incredibile tra essi era:
Cecy.
Cecy. La ragione, la ragione vera, la ragione determinante perché ogni membro della Famiglia venisse in visita, ma non solo in visita, bensì per pendere dalle sue labbra e restarci appeso. Perché lei era sfaccettata come una melagrana. Il suo talento era specifico ma caleidoscopico. Lei possedeva tutti i sensi e i sentimenti di tutte le creature del mondo. Lei assommava tutti i cinema e i teatri e tutte le gallerie d’arte del tempo. A lei potevi chiedere quasi ogni cosa, e lei te ne faceva dono.
Le chiedevi di svellerti l’anima, come un dente cariato, e di spedirtela tra le nuvole per darle pace, ed ecco che eri proiettato e aspirato in alto, a condensarti insieme con le nuvole e scioglierti come pioggia a fecondare prati e fare sbocciare fiori.
Le chiedevi di prendersi la suddetta anima e di incorporarla nella linfa di un albero, e la mattina dopo ti svegliavi con le tue propaggini cariche di mele, e con uccelli canterini tra le foglie verdi della tua testa.
Le chiedevi di farti vivere in una rana, e trascorrevi i giorni a fior d’acqua, e le notti a gracidare strane canzoni.
Le chiedevi di trasformarti in pura pioggia, e cadevi irrorando ogni cosa. Volevi essere la luna, e di colpo eri lassù a guardare in basso, e vedevi la tua pallida luce riflessa imbiancare città perdute, del colore delle pietre tombali, delle tuberose e di spettri.
Cecy. La quale ti estrapolava l’anima, ne estraeva la saggezza che vi era compressa, per trasferirla in qualche animale, vegetale o minerale.
Nessuna meraviglia di quei raduni di consanguinei e affini. Non stupiva che essi rimanessero a lungo dopo il pranzo, dopo la cena, facendo la mezzanotte, settimana dopo settimana!
E adesso, ecco arrivati i quattro cugini.
In effetti, già al tramonto del primo giorno di permanenza, ognuno dei quattro disse: «Allora?».
Erano allineati davanti al letto di Cecy, nella grande casa, dove lei riposava per lunghe ore, sia di notte sia di giorno, tanta era la richiesta di esibizione dei suoi talenti da parte della Famiglia e degli amici.
«Allora,» disse Cecy, a occhi chiusi e con un’espressione scherzosa sulle sue adorabili labbra «quali sarebbero i vostri desideri?»
«Io…» disse Tom.
«Magari…» dissero William e Philip.
«Non potresti…» disse John.
«Farvi fare una visitina al manicomio locale,» dedusse Cecy «a razzolare dentro i cervelli di gente molto strana?»
«Sì!»
«Detto e fatto!» acconsentì la loro cugina. «Andate a sdraiarvi sulle vostre brande nel granaio.» I quattro si precipitarono. Si distesero. «Così. E adesso, su! Si parte!» gridò lei.
Come tappi, le loro anime schizzarono via. Come uccelli, esse volarono. Come lucenti invisibili aghi, sparati in varie e assortite orecchie che popolavano il manicomio ai piedi della collina, al di là della valle.
«Ah!» gridarono, deliziate per quello che vi trovavano e sentivano.
Durante la loro spirituale assenza, il granaio si incendiò.
Nella generale confusione, le grida, le corse per attingere acqua, il parapiglia isterico, nessuno si ricordò di quello che c’era nel granaio, o dove fossero andati a finire i quattro cugini, o di che cosa Cecy, ora addormentata, stesse facendo. E tanto profondo era il sonno di quella adorata figliola da non farle sentire le fiamme, né il fatale momento in cui i muri crollarono e quattro torce in forma umana venivano combuste. Gli stessi cugini, per qualche istante, non avvertirono le ripercussioni dei propri corpi polverizzati in cenere. Poi, lo scoppio di un tuono silenzioso rimbombò sulla terra, scosse i cieli, scagliò in sibili di vento gli spiriti degli scomparsi cugini ad alloggiare sugli alberi, mentre Cecy, con un sussulto, scattava a sedere sul letto.
Correndo alla finestra, guardò fuori e lanciò un urlo che squassò la nuova dimora dei cugini. I quattro, al momento del botto, si trovavano in vari settori del manicomio della contea, ad aprire botole nelle teste balzane dei ricoverati, a spiare dentro gorghi di nebulosi coriandoli, a stupirsi dei colori della follia e delle oscure arcate d’arcobaleno da incubo.
Tutta la Famiglia si era radunata, stupefatta e incredula, attorno al granaio crollato. All’urlo di Cecy, le teste si voltarono.
«Che è successo?» gridò John dalla bocca di lei.
«Già, che è stato?» disse Philip, muovendo le labbra di Cecy.
«Mio Dio» ansimò William, guardando con gli occhi di Cecy.
«Il granaio è bruciato» constatò Tom. «Siamo morti!»
La Famiglia, le facce annerite nel cortile fumante, girò sui tacchi, come al passaggio di un funerale, a fissare Cecy sconvolta.
«Cecy?» chiese la Madre vibrante d’angoscia. «C’è qualcuno con te?»
«Sì, io, Tom» risposero le labbra di Cecy.
«E anch’io, John.»
«Philip, eccomi qua!»
«William, presente!»
Le quattro anime risposero all’appello, con la voce della cugina.
La Famiglia attendeva.
Poi, all’unisono, le voci dei quattro giovani posero la domanda finale e tremebonda:
«Non avete salvato neanche un corpo?»
La Famiglia sprofondò di qualche centimetro nel suolo, sotto il peso di una risposta che non poteva fornire.
«Ma…» Cecy si puntellò sui gomiti, si toccò il mento, la bocca, la fronte, dentro la quale un quartetto di fantasmi viventi si spintonava in cerca di spazio. «Ma… che ne faccio di loro?» Passò in rassegna tutti quei volti che dal basso erano rivolti a lei. «I miei cuginetti non possono rimanere qui dentro. È semplicemente assurdo che prendano alloggio nella mia testa!»
Quello che lei gridò, subito dopo, o ciò che i cugini ciangottarono, compressi come sassolini sotto la lingua di lei, o quel che disse la Famiglia, correndo per il cortile come galline scottate, si perse nel vuoto.
Con un rombo di tuono da Giorno del Giudizio universale, il resto del granaio crollò.
Con un ruggito riverberante, la fiamma salì sulla cappa del caminetto in cucina. Un vento d’ottobre indugiò sul tetto ad ascoltare ciò che la Famiglia andava discutendo nella sottostante sala da pranzo.
«A me sembra…» disse il Padre.
«Non sembra, è!» interruppe Cecy, con occhi che passavano dall’azzurro al giallo, al nocciola, al castano.
«I giovani cugini, dobbiamo sistemarli altrove. Trova loro alloggi provvisori, finché non venga il momento in cui si riesca a sistemarli in nuovi corpi…»
«Più presto è, meglio è» disse una voce dalla bocca di Cecy, ora in falsetto, ora profonda, ora con due note intermedie.
«Joseph potremmo scaricarlo da Bion. Tom potrebbe prenderselo Leonard. William, magari a casa di Sam, e Philip da…»
Tutti gli zii, chiamati in causa, arruffarono le penne, per nulla entusiasti.
Leonard parlò per tutti. «Siamo già troppo presi. Stracarichi di lavoro. Bion col suo negozio, Sam con la fattoria.»
«Ba’…» Disprezzo e sconforto scaturirono dalle labbra di Cecy, in quadruplice armonia.
Il Padre sedeva accigliato. «Vergogna! Ci deve essere qualcuno di noi con un sacco di tempo a disposizione, con un angolino libero nel retrobottega dell’inconscio o nel soppalco del cervello. Animo! Volontari! In piedi!»
La Famiglia trattenne il fiato, raggelata, perché di colpo la Madre si era alzata, ma puntando il manico della sua scopa da strega.
«Quest’uomo, sì, proprio quello, ha sempre avuto tutto il tempo libero che ha voluto. E io, qui, ne faccio il nome, lo invito e lo designo!»
Come se la loro testa fosse comandata da un unico filo, tutti si girarono a fissare il Nonno.
Il Nonno scattò in piedi, come punto da una vespa.
«No!»
«Silenzio.»
La Nonna chiuse gli occhi sul problema, incrociò le braccia sul petto, simile a una gatta che facesse le fusa. «Tu hai tutto il tempo disponibile che vuoi.»
«No, per Giosuè e Gesù Cristo!»
«Questa,» proseguì la Nonna, indicando attorno a intuito, con gli occhi sempre serrati «è la Famiglia. Nessuno al mondo è come noi. Noi siamo di qualità eccezionale e strana. Dormiamo di giorno, andiamo in giro di notte, voliamo con i venti e l’aria, cavalchiamo uragani, leggiamo i pensieri, odiamo il vino come fosse sangue, facciamo magie, viviamo in eterno o per mille anni, secondo i casi. In poche parole, siamo la Famiglia. Essendo questo vero e indubitabile, non c’è nessun altro su cui contare, a cui rivolgerci quando capita un guaio…»
«Io non…»
«Taci.» La Nonna aprì un occhio, grande come la Stella dell’India, fiammeggiante, che poi si velò, si richiuse. «Tu sputi sui mattini, sprechi i pomeriggi e prostituisci le notti. I quattro cari cugini non possono restare all’ultimo piano del cervello di Cecy. Non è corretto che quattro esuberanti giovanotti soggiornino nel delicato cervello di una signorina perbene.» E qui la bocca della Nonna si addolcì. «Inoltre, sono tantissime le cose che tu puoi insegnare ai cuginetti. Eri già in azione molto prima che Napoleone invadesse la Russia, per poi scappare, o che Ben Franklin si prendesse il vaiolo. È bene che i ragazzi restino dentro l...