Si giocava d’azzardo in quegli anni, come si era sempre giocato, con accanimento e passione; perché non c’era, né c’era mai stato a Luino altro modo per poter sfogare senza pericolo l’avidità di danaro, il dispetto verso gli altri e, per i giovani, l’esuberanza dell’età e la voglia di vivere.
Nei paesi la vita è sotto la cenere. Per vivere come si vorrebbe da giovani ci vuole danaro; e di danaro ne corre poco. Allora si gioca per moltiplicarlo e si finisce col fare del gioco un fine, una mania nella quale si stempera la noia dei pomeriggi e delle sere.
Non ci si accorge che a due passi, fuori dalle finestre, c’è il lago e la campagna. Si sta legati ai tavoli a denti stretti e neppure si pensa che lo studio, o un mestiere qualsiasi, potrebbero rompere quell’inceppo che si maledice e si adora, e aprire una strada nel mondo a chi nascendo si è trovato davanti l’acqua del lago e dietro le montagne, quasi a indicare che per uscire dal paese bisogna compiere una traversata o una salita, fare uno sforzo insomma senza sapere se ne valga la pena.
Qualcuno che si ribella o che viene scosso dalla necessità, se ne va a lavorare o a far ribalderie all’estero, o almeno fuori da quei limiti. Gli altri continuano a giocare, a studiarsi, a guardarsi vivere l’un l’altro. Di tempo in tempo trovano qualche nuova forzatura del dialetto o inventano un soprannome che affliggerà una famiglia per due generazioni. Passano una stagione dopo l’altra e aspettano il ritorno di quelli che sono partiti per poterli ascoltare quando raccontano in cerchio al Metropole o al Caffè Clerici.
Forse l’unica benevolenza che i luinesi abbiano tra loro è proprio quella di ascoltarsi in quei racconti e di accettarli per veri.
Ricordo quando il Monti, detto Tonchino, raccontava le sue avventure in Indocina dove per le strade, dopo i temporali, scavalcava serpenti; il Lanfranchi quando parlava di Parigi dove aveva fatto il sarto, tanto che tagliava ancora alla moda parigina dei suoi tempi; il Carletto, detto Còdega per la troppa carne che aveva sul collo, quando descriveva l’Inghilterra e le miniere dove aveva lavorato, o suo fratello Gianni quando parlava dell’America dov’era andato come cameriere di bordo sopra una nave.
Certe volte arrivava da lontano, magari dall’Estremo Oriente o dalla Bolivia, un tale che nessuno conosceva o che solo qualche anziano ricordava per nome: era subito circondato al caffè e finiva per raccontare, aggiungendo nuove contrade e nuove esperienze alla nostra curiosità. Si alimentavano, a quei discorsi, i sogni di quelli che non si sarebbero mai mossi e degli altri che un giorno, senza salutare nessuno, avrebbero preso la strada di quei miraggi.
Si può dire che da noi il mondo veniva conosciuto non sui libri o sulle carte geografiche, ma dai racconti di quelli che erano stati fuori e attraverso le loro avventure. C’era per noi un’Inghilterra che era quella del Còdega, un’America che era quella di suo fratello Gianni, un’Indocina che era quella del Tonchino e due o tre tipi di Parigi: quella del Lanfranchi sarto o quella del Carlo Rapazzini che vi era rimasto dieci anni come taxista. Erano vedute diverse, ma più vere di quelle che a me toccò poi scoprire nei libri, oppure andandovi di persona. A Parigi debbo dire che mi fu sempre molto facile trovare le donne, le strade, i metro e i boulevards del Lanfranchi o del Rapazzini, mentre avevo difficoltà a riscontrarvi le cose lette o studiate.
Era una specie di ereditarietà, perché Luino è terra di emigranti; e perfino le donne hanno una storia di viaggi e di avventure da raccontare. I Battaglia, pionieri dell’industria meccanica tessile, ancora prima della guerra 1915-1918 fornirono macchine per tessitura alla Russia, all’Indocina, alla Persia e ad altri paesi. Mandavano le macchine, ma prima mandavano capimastri e muratori luinesi a costruire lo stabilimento, e appena impiantata la fabbrica arrivavano da Luino le maestre di telaio, le orditrici e le incannatrici a istruire le maestranze del luogo. Donne di Luino, di Voldomino e di Germignaga andarono così in terre lontane per anni; e durante l’ultima guerra i nostri soldati che erano a Smolensk o in altre città lungo il Don, ritrovarono i luoghi descritti loro nell’infanzia dalle madri, e certe volte famiglie di operai che ricordavano ancora quelle donne di Luino.
C’erano poi, specialmente nei paesi delle vallate che scendono verso Luino, i muratori, gl’imbianchini e gli stuccatori che da secoli andavano in Francia, in Svizzera e in Germania a lavorare, seguendo itinerari familiari. E tanti cuochi e camerieri, quasi tutti delle valli di Dumenza, o di Colmegna e Maccagno, che arrivavano fino in Inghilterra. Qualcuno di questi che tornava coi soldi e si comperava un ristorante o un albergo, lo dotava di posate che portavano inciso il nome dei più grandi alberghi d’Europa. Le avevano rubate pazientemente, un poco alla volta, già col pensiero di mettersi un giorno per conto proprio nel mestiere.
Fu un imbianchino di Dumenza, tal Vincenzo Peruggia, che nel 1911, trovandosi a lavorare al Louvre, rubò La Gioconda di Leonardo da Vinci. Se la portò a Luino arrotolata nella sua valigia d’emigrante, poi a Dumenza dove ogni tanto, dopo mangiato, la tirava fuori da sotto il letto e la mostrava ai familiari. Sarebbe ancora a Dumenza La Gioconda se il Peruggia un giorno non avesse pensato di venderla. Appena la srotolò all’Albergo Tripolitania di Firenze dove aveva appuntamento col direttore della Galleria degli Uffizi, venne arrestato e La Gioconda tornò a Parigi.
I luinesi, così irrequieti e avventurosi, quando non potevano andare a lavorare o a cercar fortuna in Francia o altrove, oppure fino a quando non avevano trovato la forza o il pretesto per lasciare il paese, si azzannavano tra loro nel gioco, derubandosi ferocemente, accordandosi in due per spogliare un terzo o in tre per spogliare un quarto, e mutando poi composizione, finché – uno alla volta – si erano spogliati e rifatti tutti quanti, salvo qualcuno che finiva col vendere l’autocarro o la bottega, o magari il letto della madre, come fece il mio amico Protaso, un giorno che la povera donna era in giro a cercargli un posto di lavoro. Protaso, che sarebbe tutto un capitolo di vita luinese, con la sua lunga attesa al paese e poi con i suoi viaggi di soldato e di prigioniero in Australia e in Inghilterra, le sue avventure paurose e il triste ritorno al porticciolo, in vista della casa e della barca dell’unico suo zio, che poi lo tradì lasciando la casa ad altri e costituendo erede Protaso, col fratello Quintino, della barca che era andata in pezzi prima dell’apertura del testamento.
Preso in quelle follie e in quel ritmo veloce di spogliazioni al tavolo da gioco, io stesso andai una volta, per una settimana, a far vita a Milano con una pelliccia di castorino che avevo vinto al Furiga e con in tasca una quantità di “aquilotti” (quei bei pezzi da cinque lire d’argento) che avevo raccolti al tavolo stesso dove in pagamento del suo debito il Furiga mi aveva dato la pelliccia. Come il Furiga potesse avere un cappotto con l’interno di pelliccia era un mistero forse spiegabile con le lunghe assenze di una sua sorella dalla casa e dal paese. So che appena tornato a Luino riaffondai nel gioco e la pelliccia cominciò a passare da uno all’altro.
Si giocava specialmente d’inverno. E in quegli anni quasi soltanto al Metropole, fino a mezzanotte di sopra, nel bar o in una saletta, e a ramino per lo più, gioco permesso dall’autorità e che serviva per dare il fumo negli occhi al Commissario di Pubblica Sicurezza o a qualche altro ficcanaso. Dopo mezzanotte, chiuso il locale, in otto o dieci si scendeva in cantina dove il proprietario, un certo Sberzi già cameriere in Inghilterra, aveva attrezzato, o meglio camuffato, un locale che appariva come una sala per il ping-pong, con in più un certo numero di sedie. Su quel tavolone si gettava un tappeto verde e in mezzo appariva il mazzo delle trecentododici carte dello chemin de fer, posato sopra un cartone che serviva in luogo del sabot per farlo girare da un banchiere all’altro.
Noi accostavamo le sedie cercando di stare a monte di quel giocatore che si riteneva più scabroso, e il gioco incominciava. Gettoni non se ne adoperavano, ma danaro contante: “aquilotti”, decioni (quelli d’argento con la biga), patacche da venti lire (col re soldato sul recto e sul verso la scritta “meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”). Venivano poi sul tavolo, con l’avanzare del gioco, i “verdoni” o biglietti da cinquanta lire ed i biglietti da cento che già a Luino si chiamavano sacchi. Correvano anche, ma più rari, i biglietti da cinquecento e quelli da mille lire, grandi come tovaglioli e chiamati “garibaldini” perché ne erano rimasti ben pochi in circolazione.
Quando eravamo in più di nove si facevano due tavoli; ma di solito il tavolo era unico. Fra gli altri vi sedeva sempre con maggiore frequenza il Rimediotti, un vecchio baro di quasi ottant’anni, fratello del gestore del Dazio, che riusciva ancora a “montare” qualche breve serie nella speranza di agguantarla al volo con una offerta al banchiere e di trarne i suoi tre o quattro colpi sicuri. Ma capitava spesso che per l’incomprensione del banchiere o per qualche sospetto che si cominciava ad avere, la serie capitasse a uno che se la godeva. In quel caso il Rimediotti domandava umilmente di aggiungere un suo “aquilotto” per non restare a bocca asciutta, e sempre gli veniva consentito.
Capitò un inverno che il Commissario di Pubblica Sicurezza, anziché denunciarci, fece compagnia con noi giocando notti intere e perdendo dei mezzi stipendi.
Giocavano con noi, oltre a quelli che ho detto, il ragioniere Queroni (la cui moglie, amante del notaio Brudaglia, si scoprì molto tempo dopo che non era moglie del Queroni ma proprio del Brudaglia, e che i due amici avevano invertito le parti per qualche oscura ragione), il Pisoni, assicuratore e rappresentante della Società degli Autori, il Peppino Kinzler, un paio di Ispettori di Dogana, il Càmola, il Tolini detto Tetàn, tre o quattro altri figli di famiglia e infine l’albergatore stesso Sberzi, che era un dritto quale ci voleva per destreggiarsi coi luinesi ed a Luino, sotto il livello stradale, anzi sotto il livello del lago che batte contro il muraglione del Metropole e in primavera allaga le cantine.
Una di quelle notti, di primavera o fine inverno, il lago era entrato nelle cantine e c’erano almeno dieci centimetri d’acqua sul pavimento. Ma non per questo si poteva rinunciare a quel nascondiglio che era al sicuro da ogni incursione della forza pubblica. Infatti il Metropole, a chi fosse passato dopo mezzanotte, appariva quale un castello disabitato, con le tapparelle e le saracinesche abbassate, le porte e i cancelli chiusi. Nessuna luce trapelava all’esterno, anche perché lo spiraglio della nostra cantina era accecato con stracci e tele di sacco pressate nella feritoia sotto lo scalino della porta laterale. Noi respiravamo l’aria che entrava dalla porta, proveniente dai lucernari che davano verso il lago; e la porta era sempre aperta perché un cameriere andava e veniva con panini imbottiti, birra e liquori. Ogni tanto qualcuno usciva per andare alla toilette di sopra, ma poi orinava, per dispetto allo Sberzi e per far più presto, nel primo andito, contro la porta della dispensa o del corridoio, ben chiuso, dove c’erano le bottiglie piene.
Nel caso che la polizia avesse pensato di sorprenderci, eravamo pronti ad andarcene, al primo allarme, in una camera dei piani superiori, ciascuno la sua, già fissata, dove se anche ci avessero trovato eravamo al sicuro da quella sorpresa in “flagranza” che la legge richiede per il gioco d’azzardo. Quella precauzione era l’eredità che ci aveva lasciato un pretore, frequentatore – anni avanti – della nostra cantina e vera “natura perdente”, come diceva il Rimediotti per qualificare quel tipo di giocatore che sembrava nato con la sfortuna addosso.
Quella notte, sul pavimento c’erano come ho detto almeno dieci centimetri d’acqua, infiltrata dal lago che era cresciuto di livello sul finire dell’inverno. Per non bagnarci i piedi si raggiungeva il posto camminando su un’asse che andava dall’ultimo gradino della scala alla soglia del locale: di lì si saltava sul tavolo per poi calare ciascuno sulla nostra sedia, badando a non mettere i piedi a terra, e tenendoli invece appoggiati ai pioli delle sedie vicine. Il Rimediotti veniva portato sulle spalle dal Cometta che calzava stivali tutto l’anno perché era capitano dei Balilla.
Così appollaiati si giocava con trasporto quando lo Sberzi, verso l’una, e avendo mandato a letto la moglie, entrò nel gioco buttando dalla soglia cento lire sul tavolo e gridando:
«Banco!»
«Macché banco» gli rispose il Pisoni (l’unico che fisicamente non lo temeva). «Prima vengono quelli che sono al tavolo. Banco per me!»
Lo Sberzi finì col sedersi; e tirati fuori vari biglietti da cento cominciò a puntare forte, sempre contro il banco. In breve si trovò senza soldi e tentò di giocare sulla parola. Ma noi, “Coprire” gl’imponevamo, contenti di umiliarlo e per ripagarlo della prepotenza con la quale certe sere ci proibiva di giocare, secondo il suo capriccio. Dovette salire in camera a prendere altri soldi, e tornò giù più torvo, forse perché la moglie aveva capito che stava perdendo.
Per prima cosa pretese, a titolo di cagnotte, un supplemento straordinario della solita tassa che si paga nei locali pubblici per giocare; poi riprese posto facendosi largo coi gomiti e puntando con accanimento contro il banco. In breve si rifece e cominciò a dire:
«Voi siete gente di campagna, pajùk, melgunìtt. Proprio a me volete insegnare a giocare. Io ho sbollettato dei lords in Inghilterra.»
«Quando facevi lo sguattero a Londra?» gli domandava il Pisoni.
Era una gara a provocarlo, forti del fatto che chi vince non si offende mai; e lui, livido, a rinfacciarci colpo su colpo le nostre perdite. Cominciò anche a scoreggiare. Cosa che faceva andare in bestia il vecchio Rimediotti.
«Lei al tavolo non ci sa stare» gli diceva. Ma lo Sberzi faceva peggio.
«Nove» gridava abbattendo il massimo punto, e lo sottolineava con un rumore forte, ostentato.
«Pare di essere a Roma quando portano i ciechi» diceva il Rimediotti scuotendo la testa. Aveva spiegato una volta che a Roma per accompagnare i ciechi per strada usano lanterne che in luogo della fiamma hanno un moccolo di merda.
Si rideva e ci si insultava fra mille oscenità, lo Sberzi da una parte e noi dall’altra, tutti solidali contro di lui che era un uomo grande e grosso, prepotente.
Finché, esaudendoci la sorte, ricominciò con nostra gioia a perdere; e fu un precipizio. Dovette andare un’altra volta in camera a prender soldi. Tornò e combatté per un paio d’ore con gran coraggio; ma a poco a poco fu lasciato nudo come un verme.
Giocata che ebbe l’ultima puntata fu espulso dal tavolo come cosa inutile e rimase sulla soglia a guardare, subendo i nostri lazzi più crudeli.
Intanto si era fatto quasi mattina e nessuno aveva più sigarette. Il cameriere era andato a dormire e lo Sberzi non ci avrebbe venduto un pacchetto a nessun prezzo. Non si poteva, come altre volte, raccogliere le cicche buttate in terra di prima sera, perché l’acqua le aveva disfatte. Più irritati quindi erano i nostri nervi mentre il mazzo girava e col mazzo la sorte, spostando soldi dall’uno all’altro.
D’un tratto lo Sberzi, entrando in acqua fino alle caviglie, venne verso il tavolo gridando:
«Basta! Non voglio più che si giochi. Il mio albergo non è una bisca! Fuori di qui! Non voglio aver da fare con la Questura. Siete tutti dei bari. Ho visto cose che non mi piacciono. Basta! Fuori!»
E così dicendo scuoteva le nostre sedie, poi afferrava il tavolo facendo il terremoto.
«Mai visto un essere simile in sessant’anni che sto ai tavoli di gioco» mormorava il Rimediotti.
Qualcuno prestò cento lire allo Sberzi che ammansito rientrò nel gorgo. Ma poco dopo, ridotto di nuovo a secco, riprese ad espellerci ed ebbe l’idea di chiederci un altro supplemento di tassa per il gioco. Siccome nessuno lo ascoltava, sempre pesticciando nell’acqua che copriva il pavimento si accostò di nuovo al tavolo e cominciò, per impedirci di rifare il mazzo, a sottrarci le carte che ad ogni mano venivano messe da parte. E non solo le ritirava, ma sempre gridando che era l’ultima volta che si giocava da lui, e scoreggiando disperatamente, stracciava le carte man mano che le agguantava, spargendo nell’acqua i quadratini che in breve, galleggiando, ne coprirono tutta la superficie.
Ce ne volle per spezzettare trecentododici carte, ma infine ci riuscì, con quella forza che gli permetteva di stracciarne anche venti in un sol colpo. Era un segno solenne di ripudio del passato che quasi non ci dispiaceva. E lo Sberzi, finalmente calmo e silenzioso, aveva l’aria di uno che avesse fatto giustizia per sempre.
Disgrazia volle che il capitano dei Balilla Dario Cometta gli offrisse in prestito cinquecento lire. Con quei soldi freschi in mano lo Sberzi rivide la possibilità di riprendere tutto quello che aveva perso. Cambiò allora di tono, e dicendo che aveva deciso di concederci ancora un’ora di gioco, andò sopra a cercare altre carte. Scese con cinque vecchi mazzi da ramino che vennero mescolati insieme per fare l’unico blocco delle trecentododici carte che occorrono per lo chemin de fer. E riattaccammo fra i più lepidi scherni allo Sberzi che orm...