Certe volte è la durata di un solo, brevissimo istante che segna il confine tra il prima e il dopo. Quelle parole di Gavelli “Bovo si è sentito male” hanno tracciato la riga tra il noi due, io e Bovo, e il me sola.
Un sapore acre divampa dal mio stomaco, sembra quello delle vecchie tintorie, sta dentro la mia bocca e in tutti i miei sensi, una cosa simile a quando ti iniettano l’anestesia totale e non sai se rivedrai mai la luce.
“Bovo si è sentito male” mi ripete una voce non mia, nella mia testa. Può voler dire tutto e niente, anche un’indigestione, una vomitata e via, oppure un collasso, uno svenimento.
Ma se fosse altro?
Mi siedo sulla tazza del cesso come se all’improvviso mi mancasse la forza anche solo per riprendere fiato.
Il fatto che sia un altro, e non lui in persona a dirmelo, mi provoca un panico totale. Cerco di capire di che si tratta, in che senso si è sentito male, dove si trova, come sta ora.
«È all’ospedale di Macerata. È una cosa abbastanza seria» conclude Gavelli, senza in realtà avermi lasciato capire altro, se non che devo andare, devo raggiungere Bovo in ospedale.
Mi tremano le gambe, sudo, mi agito.
Mi guardo allo specchio del bagno, il trucco si scioglie, l’angoscia che provo è ben visibile. Sento ancora una volta dentro di me quel sapore acre, e poi una specie di grido, di lacerazione, di spaccatura. È questo il momento in cui la mia vita si spezza in due. Da stasera in poi io sarò un’altra. Per sempre.
Subito dopo telefono a Micaela, moglie di Cristian Savani, un amico e collega di Bovo che abita a Macerata. Lei non sa niente e allora le chiedo di correre in ospedale dove è appena stato ricoverato Bovo. Il mio Bovo. Il mio Bovo per sempre.
Torno al tavolo e tutti sono lì come prima, si stanno divertendo, sono tranquilli.
Mi avvicino a Novella e le racconto quello che ho appena saputo, ossia che Bovo si è sentito male e che devo andare a Macerata. Prendo la mia borsa, la mia giacca ed esco dal locale praticamente correndo. Novella e Donatella sentono la mia agitazione e mi seguono, m’invitano a calmarmi. Mentre siamo davanti al locale a Novella squilla il telefono, è suo marito, Andrea Gardini. Le dice che quanto accaduto a Bovo è una cosa seria, ma lei cerca di non darmelo a vedere. Richiudendo la telefonata Novella guarda il display e si accorge che in pochi minuti ha ricevuto almeno dieci telefonate. Sapevano che lei era con me e volevano avvisarmi tramite lei. Mi siedo su un gradino, mi lascio andare a un pianto d’angoscia che vorrei fosse liberatorio ma non lo è. Nessuno mi chiamerà di lì a poco per dirmi che Bovo si è ripreso, per dirmi che non è stato niente di grave, che tra poco lo rivedrò tornare a casa sulle sue gambe e che tutto sarà come prima. Non può essere un pianto liberatorio il mio, ma solo un pianto che m’incastra dentro un angoscia che crescerà sempre più nel corso delle prossime ore.
Novella e Dona non ci pensano nemmeno un istante, rientrano giusto un secondo a prendere le loro borse e a Macerata decidono di portarmi loro.
Come se sapessero tutto. Forse sanno già tutto.
Di sicuro ne sanno più di me e possono anche prevedere quello che accadrà di lì a pochi minuti, quello che mi spezzerà in due ma che io non saprò invece per le prossime ore.
So solo che chiamo mia madre e lei si mette in allarme, come se le avessi appena detto che un suo figlio si è sentito male... Vuole venire con me, ma mi dice che non le ho lasciato le chiavi di casa, che non saprebbe come fare con i bambini. La prego di restare dov’è. È necessario che lei e mio padre stiano con i miei figli, ora più che mai. Poi parto.
Chissà come sarebbe stato se la mia vita si fosse potuta fermare in quel momento, mi sono chiesta tante volte. Ancora di più mi sono chiesta come sarebbe stato se la vita di Bovo si fosse potuta fermare in quei pochi istanti, tra il “si è sentito male” e il poco dopo. Se avessi potuto non sapere, o meglio se tutto questo non fosse successo. Per un attimo mi sembra quasi possibile. Vedo tutto come al rallentatore, in una dimensione surreale dove puoi manipolare la soluzione finale e deciderla tu. Nei sogni si fa così, se il sogno va verso una direzione cupa cerchiamo di cambiarlo e dargli un esito diverso. Forse ora mi sveglio e mi accorgo che non è successo niente. Ma Novella mi scuote, il suo sforzo per essere lì con me a proteggermi dal peggio è così materno, così vero, così reale.
È di nuovo il Gardo che la chiama al suo telefono. Pare che Bovo sia peggiorato.
Lei me lo sta per dire, ma poco dopo, quasi sollevata dal non dover continuare il discorso, deve rispondere di corsa a una nuova telefonata, mi fa cenno con la mano come a dire: “Aspetta, ora ti spiego”.
Al telefono è Luca Casadio, un nostro amico di vecchia data, nonché pediatra dei nostri figli, persona a cui ci rivolgiamo ogni volta che abbiamo bisogno d’aiuto.
La telefonata con lui sembra durare un tempo infinito. È lui che parla, lei tace. Lei fa un sospiro profondo e siccome ha la pelle chiara, non è difficile notare il cambiamento di colore del suo viso. Prima mi sembrava rosso di stupore, adesso mi sembra bianco di angoscia. Non è ancora il momento giusto perché io sappia la verità che ha appena saputo lei.
Così lancia un’occhiata a Donatella dallo specchietto retrovisore. Un’occhiata in cui loro si capiscono e io fingo di no, fingo di non capire quanto siano allarmate e in pena per me. Mi sembra un film, ma un film brutto, una sensazione così stonata! Siamo lì tutte e tre, una macchina di donne che devono mettere insieme finti discorsi, speranze nemmeno appese a un filo e paura di una morte di cui due di loro già sanno.
Siamo appena uscite da un locale con passerella e costumi da bagno pieni di lustrini, gli stessi lustrini del mio top, ma quanto si sposa male tutto questo con il senso di tenebra che provo dentro!
Sento il mio trucco che continua a sciogliersi, insieme a una specie di sudore freddo, ma cerco una strada. Penso che non possa esserci niente di così brutto che riguardi noi, che riguardi Bovo, niente che non sia rimediabile. Bovo si è solo sentito male, niente di più, me lo dico e me lo ripeto. Forse si è sentito male in modo grave, forse non mi può parlare perché lo stanno rianimando, ma ce la farà, ma sì, certo, come potrebbe non farcela, abbiamo tutti presente chi è il Gigante del Polesine, così lo chiamano. Quando mai i giganti non ce la fanno?
«Allora?» domando a Novella che ha chiuso la telefonata con Casadio.
«Allora... niente... Bovo si è sentito male...»
«Ma questo lo sapevo già. Che altro ti hanno detto?»
«Eh... lo stanno visitando...»
«Ma anche prima lo stavano visitando!»
«E si vede che lo devono visitare ancora. Stai tranquilla Fede, stiamo andando da lui...»
Forse è una cosa così seria che ora tutti vi arrampicate sugli specchi perché non sapete che cazzata inventarvi per tranquillizzarmi! Sto per sbottare, ma non lo faccio. So che Novella ce la sta mettendo tutta e lo sta facendo per me.
Lei e Donatella si guardano di nuovo. Al primo sguardo si intendono: è bene non dirmi ancora niente.
“Bovo si è sentito male” risuona nella mia testa e nei miei pensieri. Ma a quel punto mi fermo, non voglio pensare, non voglio andare oltre. Almeno per ora.
Una piccola e prepotente parte di me vuole trascorrere quel tempo del viaggio che rimane fino a Macerata – in tutto tre ore visto il traffico del sabato sera –, aggrappandosi a una speranza flebile, impercettibile, inesistente ormai. Una speranza che si è spenta dolcemente insieme agli ultimi battiti del cuore di Bovo. Ma intanto quel suo cuore, il protagonista cattivo di questa parte di storia, aveva già deciso da tempo cosa fare di lui, del mio Bovo per sempre.
I suoni della strada sono dissonanti, tutti. L’asfalto è un mostro che rimescola qualcosa dentro i miei occhi e sembra sempre più scuro, più ruvido, più amaro. Dentro di me ora c’è il nero, mentre un tempo c’era l’azzurro. È insopportabile quell’asfalto da percorrere fino a quella meta.
Novella e Dona adesso mi parlano di qualunque cosa pur di non riportarmi col pensiero al peggio, quindi di cose del tutto prive di senso. Fanno una fatica da cani, lo sento, parlano a voce alta, hanno un tono diverso, ogni tanto si scambiano occhiate. Io le aiuto in quel loro sforzo, non le interrompo, né lascio trapelare quanto è grande la mia paura, ossia la paura che Bovo se ne stia andando. Faccio in modo di non sentirla nemmeno io quella paura e, anche se è un’impresa impossibile, ci provo per non chiedere alle mie amiche uno sforzo ancora più grande di quello che stanno già facendo. Dentro di me si crea una voce difensiva, che mi dice che lui si salva, certo che si salva. Lo staranno visitando, gli faranno accertamenti, se si è sentito male sarà un po’ acciaccato e magari gli avranno dato qualcosa per dormire. Quando arriverò all’ospedale si riprenderà e lo riporterò a casa con me, evitandogli magari il cazziatone per qualcosa che ha fatto e che ha messo a rischio la sua salute: non riposarsi abbastanza, andare a letto tardi la sera, non aver mangiato sano, non so nemmeno cosa. In realtà la vita di Bovo è sanissima e non ci sono vere ragioni per cui dovrebbe essersi sentito male. È persino un ipocondriaco, si fa fare i controlli, sempre, entra in panico al primo raffreddore della stagione e quando ha la febbre a 36,9 chiede: “Ma cosa avrò mai?” e io gli dico che è un rompicoglioni e che non può comportarsi così, non può. Ecco.
In passato, ha avuto problemi che lo hanno spaventato. Aritmie cardiache peggiorate da attacchi di panico. Era accaduto dopo esserci conosciuti, fu ricoverato e costretto a fermarsi per quattro mesi. Scherzava sul fatto che aveva aspettato l’arrivo dell’infermiera Lisi per sentirsi male.
Ma evidentemente era stato causato da un periodo di stress, a molti sportivi capita. Ogni tanto si faceva applicare l’holter, ossia la macchinetta che controlla i battiti per ventiquattr’ore di seguito, e in quei momenti non gli si poteva stare vicino perché diceva che se lo facevamo innervosire gli si alteravano i battiti. In realtà, da allora in poi, tutto era andato bene e quelle aritmie erano sparite. Il Gigante del Polesine, con quella stazza, quella forza, quella velocità, non aveva più avuto cedimenti, a parte il ginocchio rotto e il naso rotto alle Olimpiadi del ’96 per cui aveva dovuto giocare con una maschera in faccia che ne aveva fatto un personaggio riconosciuto da tutti. Bovo in maschera, che schiaccia con quella forza tutta sua e contribuisce alla medaglia d’argento per l’Italia, com’era bello. Il suo cuore, la sua resistenza, il suo fiato, tutto sembrava più solido che mai.
E ora?
C’è un altro pensiero che mi fa paura. Quello che si sia sentito male in modo così grave da aver subito un danno al cervello o qualcosa di simile. Ogni tanto, durante il viaggio, mi sfiora l’idea di un Bovo gravemente disabile. Il mio amore per lui me lo farebbe accettare, continuerei ad amarlo anche in un letto attaccato ai tubi. Ma penso a lui. Lui vorrebbe? O forse preferirebbe...? Sono cose che non si devono pensare, in nessun senso. Mi blocco di nuovo a forza. Non devo prevedere né immaginare. Tra un po’ lo vedrò e lui starà meglio quando arriverò io.
Quando accadrà, e tutto quest’incubo finirà, le mie amiche che fanno discorsi sulle vacanze estive, sui bambini, le maestre, i compagni dei bambini, i loro sport, le merende, i pediatri, i parchi giochi e tutto il resto, tutti ci abbracceremo in silenzio. Comunque vadano le cose.
Tormentata da mille pensieri che non voglio avere, nessuno che abbia un inizio e una fine, né un senso, vado avanti e aspetto. La radio non si può accendere...
«Non funziona, non funziona proprio» mi dice Novella «non so perché, deve averci messo le mani il Gardo, fa più casini lui...»
Altra balla, utile in quel momento perché probabilmente per radio stavano già dicendo qualcosa su Bovo.
Ci fermiamo all’autogrill e mi squilla il telefono. È Rossella, la mia amica d’infanzia, di Roma. Non fa giri di parole. «Fede... come stai? Cos’è successo a Bovo?» mi chiede con voce ostentatamente calma.
«Non so niente, non mi dicono niente, sto andando a vedere a Macerata...»
«Fammi sapere appena sai qualcosa.»
«Ma certo, ti chiamo dopo.»
Poi ci ripenso. Come fa Rossella a sapere? Come fa da Roma a sapere che Bovo sta male? Chi può averle detto che Bovo sta male? Perché la notizia è giunta fino a Roma?
Richiamo subito mia madre.
«Stanno dicendo qualcosa di Bovo in tivù?»
«No, niente, ma non ho ancora acceso nulla, adesso vedo» risponde lei cercando di tranquillizzarmi. Chiama i miei fratelli, ancora si sa e non si sa, mentre mio padre cerca silenziosamente di ottenere qualche notizia dalla tivù, da Sky.
Sono ancora al telefono con mia madre.
Lì a casa, mi racconterà in seguito, quella sera succede una cosa strana. Mentre lei e mio figlio Alessandro sono sul letto a giocare, Ale d’un tratto si ferma e le chiede: «Ma quando torna papà?».
«Torna tardi, lo sai, quando gioca in trasferta.»
«Ma io voglio che torni.»
Mia madre resta sorpresa. Non era mai capitato che Ale facesse quella richiesta, e la sta facendo esattamente nell’ora in cui Bovo se ne va per sempre.
«Li hai avvertiti i genitori di Bovo?» mi chiede mia madre. Non l’ho ancora fatto. Cosa potrei dirgli se sono io la prima a non sapere nulla? Mi rendo conto che lei sa qualcosa più di me, ma evito di pensarci.
Sembra pure lei dover fare uno sforzo micidiale per tenermi botta.
Solta...