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Harvard, Facoltà di legge
Informazioni su questo libro
Durissimo banco di prova per i futuri avvocati, la Facoltà di legge di Harvard è la più prestigiosa e antica degli Stati Uniti. Scritto da un famoso avvocato, il libro racconta la terribile ed emozionante battaglia quotidiana per il successo.
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Informazioni
Print ISBN
9788804395034eBook ISBN
9788852045219SETTEMBRE E OTTOBRE
Come s’impara ad amare il diritto
8.9.75 (lunedì)
Un breve appunto prima di andare in aula.
Oggi incominciano le lezioni regolari. Inizieremo la vita “normale” della facoltà di legge. Ci saranno quelli del secondo e del terzo corso e la sezione incomincerà il programma che seguiremo per gran parte dell’anno. In questo semestre studieremo Contratti, Procedura Civile, Diritto Penale e Illeciti Civili. Gli ultimi due corsi durano un solo semestre, e saranno le materie sulle quali daremo i primi esami in gennaio. Nel secondo semestre continuano Contratti e Procedura Civile; si aggiungerà Proprietà e ognuno di noi potrà scegliere una materia facoltativa.
Ci hanno avvertiti che le lezioni di oggi (Diritto Penale e Contratti) non assomiglieranno molto a Metodologia Legale. I corsi che stiamo incominciando ora sono considerati le materie tradizionali della facoltà di legge, materie analitiche anziché puramente pratiche. Diversamente da Metodologia, ci saranno i voti; e gli insegnanti saranno professori, non assistenti. I corsi saranno formati da intere sezioni di 140 persone anziché da un piccolo gruppo. E c’è una cosa che mi sembra di pessimo augurio: l’insegnamento avverrà con il famoso “metodo socratico”.
In un certo senso attendo questo metodo socratico con curiosità. Ne ho sentito tanto parlare da quando ho chiesto l’ammissione alla facoltà di legge... se non altro sarà interessante vedere com’è.
La reazione tipica degli studenti mi è stata espressa in modo molto succinto da un commento che ho sentito da David l’estate scorsa, quando mi ha fatto da guida in giro per la facoltà. Imitava il classico cicerone e snocciolava dati e nomi via via che mi portava da un edificio all’altro. Quando siamo arrivati al Langdell, è salito sulla gradinata e ha sollevato la mano verso le colonne e i nomi famosi del diritto, scolpiti sulla fascia di granito sotto il tetto.
«Questa è Langdell Hall» ha detto. «L’edificio più grande del campus della facoltà di legge. Contiene quattro grandi aule e, ai piani superiori, la biblioteca della facoltà, la più grande biblioteca di testi legali esistente al mondo.
«L’edificio prende il nome dal compianto Christopher Columbus Langdell, che fu decano della facoltà verso la fine del secolo scorso. Il decano Langdell è noto soprattutto come l’inventore del metodo socratico.»
David ha abbassato la mano e ha guardato l’edificio.
«Possa marcire all’inferno» ha detto.
Il metodo socratico è sicuramente uno degli elementi che rende lo studio della legge (soprattutto durante il primo anno, quello in cui esso viene ampiamente usato) molto diverso da tutto ciò che gli studenti sono abituati a trovare altrove. Quando insegnavo io, si dava sempre per scontato che fosse impossibile sostenere una discussione in classe con un numero di studenti superiore a trenta. Quando il numero diventava così elevato, l’unico mezzo di comunicazione era la lezione. Ma il metodo socratico, in un certo senso, è un tentativo di sostenere una discussione con un corso di centoquaranta persone.
In generale, la discussione socratica incomincia quando uno studente (che chiamerò Jones) viene scelto senza preavviso dal professore, e interrogato. Secondo la tradizione, Jones sarà invitato a “esporre il caso”, cioè a fare un’esposizione orale delle informazioni contenute normalmente nel riepilogo di un caso. Quando Jones ha risposto, il professore (come faceva Socrate con i discepoli) lo interroga a proposito di ciò che ha detto, e insiste perché renda sempre più chiare le risposte. Se Jones dice che il giudice ha deciso che il contratto è stato violato, il professore gli chiederà quale clausola specifica del contratto è stata violata, e in che modo. La discussione procede così e diventa sempre più ristretta. A un certo punto, Jones può non essere in grado di rispondere. Allora il professore può scegliere un altro studente a caso oppure, più frequentemente, interpella quelli che hanno alzato la mano. I nuovi intervenuti possono continuare la discussione del caso con il professore, o possono semplicemente dare la risposta che Jones non ha saputo dare; e poi il professore riprende a interrogare Jones.
Le procedure adottate in aula dai professori sono così diverse che questa descrizione non può essere considerata tipica. Certi professori non chiedono mai un’esposizione del caso e incominciano invece la discussione con una domanda più circoscritta. Alcuni interrogano gli studenti per trenta secondi, altri continuano a torchiarli per tutta la lezione. Certuni si limitano a insistere con le domande senza fare affermazioni dirette. Molti, tuttavia, usano la risposta d’uno studente come punto di partenza per una breve lezione su un dato argomento prima di riprendere a fare domande.
Comunque venga impiegato, il metodo socratico è spesso oggetto di critiche. Ralph Nader lo ha chiamato “il gioco dove può giocare uno solo”; e ci sono state molte generazioni di studenti che, come David, hanno maledetto cordialmente il decano Langdell. Le pressioni che Peter Geocaris ha descritto al mio gruppo di Metodologia durante l’orientamento fanno sì che molto spesso il fatto di essere chiamato sia un’esperienza imbarazzante. Vi trovate di fronte a 140 persone che rispettate, e vorreste che pensassero bene di voi.
Nonostante i disagi e le proteste degli studenti, moltissimi professori di diritto, inclusi quelli che in altri campi sono liberali o persino radicali, difendono il metodo socratico. Sono convinti che offra il mezzo migliore per preparare gli studenti a parlare nel linguaggio astruso della legge, e per far loro conoscere lo stile di analisi che costituisce una parte importante del modo di pensare di un avvocato.
Quanto a me, la sensazione dominante che inizialmente provai fu di trovarmi allo scoperto. Indipendentemente dai meriti e dai difetti, il metodo socratico si basa sulla tacita licenza di violare una precisa regola del comportamento in pubblico. Quando i gruppi sono troppo numerosi perché sia possibile una parvenza d’intimità, di solito pensiamo che siano divisi per ruoli. L’oratore parla e, in nome dell’ordine, il pubblico ascolta... passivo, anonimo, remoto. Usando il metodo socratico, i professori informano gli studenti che quello che sarebbe normalmente uno spazio personale protetto verrà invaso con ogni probabilità da un momento all’altro.
Può darsi che questa sensazione mi rendesse più attento in aula, ma mi faceva anche sentire molto agitato quando per la prima volta andai alla lezione di Diritto Penale, quell’ultimo giorno di settembre. Erano passate da poco le nove. Cercai il mio posto. Come in molte facoltà di legge, anche ad Harvard i posti in aula sono assegnati in anticipo. L’assegnazione è casuale e c’è un posto diverso per ogni corso. Il numero del posto di uno studente figura su un diagramma dell’aula, che normalmente il professore ha sempre davanti a sé. Molti professori ritagliano addirittura le foto degli studenti dall’annuario e le piazzano sul diagramma. Così gli studenti sono più facilmente riconoscibili quando vengono chiamati; e con questo sistema si evita che vadano a sedersi in fondo all’aula, lontano dai posti assegnati.
L’assegnazione dei posti è un requisito del metodo socratico. Il diagramma permette ai professori di scegliere gli studenti in tutta l’aula per interrogarli, anziché attendere i volontari. Capivo la motivazione razionale, ma ero comunque irritato. Avevo ventisei anni, ero adulto, e mi sentivo ordinare dove dovevo andare a sedermi alle 9.10 del mattino. E a parte questo, c’era l’inquietante possibilità di essere chiamato e, peggio ancora, l’eventualità agghiacciante anche se remota di essere la prima vittima. L’inettitudine poteva fare di me una leggenda. «Ricordate Turow? Mann lo chiamò e lui svenne.» Ero stordito e a disagio quando finalmente sedetti.
Ma non avevo motivo di preoccuparmi troppo. Il professor Mann impiegò l’ora facendo osservazioni introduttive. Non chiamò nessuno e sono certo che anche tutti gli altri gliene furono grati.
Verso le 9.12 mormorò tra sé: «Credo che dovremmo incominciare». Guardò il soffitto e si mise a parlare. Era un uomo vicino alla sessantina, molto meticoloso, con folti capelli bianchi e un viso serio. Portava un abito scuro gessato. Mentre parlava si muoveva avanti e indietro a passo piuttosto rigido dietro la cattedra.
Non mi fu necessario ascoltare a lungo il professor Mann per rendermi conto che non era un grande insegnante. Non era una sorpresa, dopo quello che aveva detto Peter. Non era un segreto che ogni sezione era organizzata in modo che la distribuzione del valore degli insegnanti fosse relativamente equa, il che significava che ognuna avrebbe avuto professori bravi e meno bravi. Come altre istituzioni accademiche, nella scelta del corpo insegnante la facoltà di legge di Harvard non tiene conto esclusivamente della capacità dei docenti.
Gli uomini e le donne che insegnano all’HLS hanno dato prova molte volte di ciò che valgono. In quei pochi giorni avevo visto che venivano trattati come esseri superiori; gli studenti provavano una grande soggezione per la loro intelligenza e soprattutto per i loro successi. Quasi tutti i professori dell’HLS si erano laureati alla facoltà di legge. Dovunque avessero studiato, erano tutti membri della Rivista Giuridica ed erano stati i primi dei rispettivi corsi. Molti erano assistenti legali dei giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti, un grandissimo onore. Dopo la laurea, quasi tutti avevano esercitato la professione legale per qualche tempo, spesso con grande successo, e alcuni avevano interrotto a un certo punto la carriera di docente per assumere posizioni di rilievo nel governo, come vicesegretari di gabinetto, consulenti presidenziali, burocrati d’alto rango. Ma la competenza legale, la capacità di effettuare ricerche e speculazioni sul diritto, continua a essere un criterio fondamentale per l’assunzione nel corpo insegnanti, e la pubblicazione è indispensabile. Bertram Mann, mi era stato detto, aveva scritto molti studi apprezzabilissimi sulla cosiddetta criminalità senza vittime (la prostituzione, l’uso della droga, il gioco d’azzardo) e dopo la prima ora ebbi la certezza che quello era il campo in cui aveva dato il meglio.
Mi era stato detto che insegnava come se parlasse a se stesso: era una descrizione esatta. Ogni tanto si girava a guardarci come per assicurarsi di avere ancora un pubblico; poi tornava a fissare il soffitto e continuava. I suoi commenti avevano tra loro un legame molto vago e ogni osservazione sembrava buttata là.
«Naturalmente voglio che siate preparati ogni giorno» disse a un certo punto. «Molto ben preparati. Come se fosse un esame, tra me e voi, tra me e ognuno di voi. Ma naturalmente...» Alzò una mano e staccò per un momento lo sguardo dai pannelli acustici. «Naturalmente se ogni tanto vi capiterà di non essere preparati dovrete venire comunque in aula; non avete motivo di starne lontani. Se è uno di quei giorni, bene, ditelo... dite “non sono preparato”. E io vi darò un’altra possibilità dopo un giorno o due. Non avete motivo di preoccuparvi.»
Continuò a camminare avanti e indietro, annuendo ogni tanto tra sé. Finalmente parlò del corso. Disse che il Diritto Penale sarebbe stato eccezionale sotto molti punti di vista. Sarebbe stato l’unico corso che si sarebbe occupato espressamente del rapporto tra il governo e i privati cittadini. Disse inoltre che sarebbe stato l’unico corso nel quale avremmo letto attentamente le disposizioni di legge, e non solo i vari “casi”. Avremmo dedicato molto tempo al Codice Penale Modello, un codice stilato negli anni Sessanta dall’American Law Institute, un gruppo di studiosi di diritto, e in seguito adottato da diversi stati.
Dopo la lezione m’incontrai con Terry Nazzario. Mi chiese cosa pensavo di Mann, e io gli risposi che non poteva andare tutto liscio.
«Ma almeno mi è sembrato un tipo per bene» osservò Terry. «Hai sentito cos’ha detto a proposito di quando si è impreparati?»
Ero d’accordo con lui.
Avevamo mezz’ora prima del nostro primo incontro con Rudolph Perini di Contratti. Terry disse che voleva approfittarne per comprare un libro e mi offrii di accompagnarlo. I miei li avevo comprati la settimana prima, ma volevo dare un’occhiata alla Rivendita dei Testi di Diritto dove stava andando Terry... una specie di negozio dove si vendono e si comprano i testi usati.
Giovedì avevo pranzato con Terry e ora lo conoscevo un po’ meglio. La strada che aveva seguito per arrivare alla facoltà di legge era molto diversa da quella della maggioranza degli altri. Aveva all’incirca la mia età, venticinque anni, ma aveva finito il college appena nel giugno precedente. Dopo le medie superiori, a quanto raccontava lui stesso, aveva fatto “il barbone”; ma a vent’anni si era sposato, si era fatto prestare il denaro per aprire un negozio che vendeva apparecchi stereo, e aveva cominciato a studiare la sera. Gli affari gli erano andati bene. Gli erano nati due gemelli e aveva aperto un secondo negozio, assumendo alcuni commessi per gestirli tutti e due mentre lui passava alla divisione diurna del college, dove se l’era cavata benissimo. Nel dicembre precedente una grossa catena gli aveva offerto una somma così ingente per i suoi negozi che non se l’era sentita di rifiutare.
«Ne avevamo abbastanza per darci alla bella vita per tre o quattro anni» mi disse. «Pensavo che avremmo potuto fare qualunque cosa, andare in Europa oppure trasferirci in California e passare le giornate sulla spiaggia. Ma, diavolo, mi piace studiare. Davvero. Alle scuole inferiori non mi ero reso conto della situazione. Voglio dire, non avevo possibilità di trovare un buon posto e volevo essere in grado di fare qualcosa oltre a mandare avanti un negozio. Così ho deciso di iscrivermi alla facoltà di legge. Dopo che mi è andata bene all’LSAT, mi sono detto: Ehi, prova ad Harvard, visto che non vali meno degli altri. E tac! I genitori di Donna, i miei... diavolo, pensano che ci sia qualcosa di strano perché mi hanno accettato.»
Rideva mentre mi raccontava la sua storia. Era un tipo duro, orgoglioso, indipendente, sveglio e intelligente. Lo ammiravo.
La Rivendita dei Testi Giuridici era affollata quando arrivammo. È gestita dalla moglie di uno degli studenti della facoltà in un piccolo ufficio di Austin Hall, e il giorno del rientro era piena di studenti del secondo e terzo corso, a caccia di libri. Dissi a Terry che avrei aspettato fuori.
Dovrei parlare dei testi giuridici, perché ovviamente costituiscono un punto focale dell’attenzione degli studenti. Appartengono a tre categorie generali. Nella prima rientrano i volumi di giurisprudenza che contano un migliaio di pagine e dai quali vengono regolarmente tratti i compiti assegnati in classe. Di solito i casi che contengono sono riveduti e scelti per la loro importanza nello sviluppo di certi campi della legge. Nella seconda categoria, che è una specie di purgatorio accademico, sono i cosiddetti hornbooks o manuali, brevi trattati scritti da noti studiosi che riassumono i casi principali e forniscono descrizioni generali delle dottrine del campo. I professori scoraggiano le matricole dal leggere questi manuali: temono che consultarli limiterebbe negli studenti novellini la capacità di dedurre il principio di diritto dai casi in esame e diminuirebbe il loro interesse in aula, perché spesso questi libri analizzano il materiale più o meno nello stesso modo in cui lo fanno gli stessi professori. Nella categoria più infima, al di sotto della rispettabilità accademica, ci sono gli innumerevoli “aiuti allo studio”, repertori preparati commercialmente e profili dei corsi e delle materie, e riepiloghi di altro genere. La collana più famosa è quella dei Gilbert Law Summaries. Sebbene gli studenti di legge siano andati avanti per generazioni con l’aiuto di questi e altri testi, vi sono professori che affermano di non aver mai udito la parola “Gilbert” sulle labbra di uno studente. Prima d’incominciare, anch’io non ero molto disposto a credere che gli studenti acquistassero una guida per un corso anziché prepararla personalmente. Mi sembrava che quasi confinasse con il plagio.
A qualunque categoria appartengano, per i testi di diritto valgono di solito due considerazioni di carattere generale. Sono molto voluminosi (avevo già dovuto comprare un grosso zaino color arancio per portarli in giro). E costano cari. In particolare le raccolte di giurisprudenza sono costosissime, dai 16 ai 25 dollari se le si compra nuove; i prezzi vengono probabilmente gonfiati perché gli editori sanno che rappresentano una lettura obbligata e quindi gli studenti non possono evitare di acquistarli. Le proteste dei docenti per far ridurre i prezzi non servirebbero probabilmente a molto, e comunque è improbabile che vengano mai avanzate perché molto spesso i professori sono i curatori o gli autori dei volumi che consigliano. In tutti i corsi del mio primo anno, tranne uno, il repertorio di giurisprudenza era stato prodotto o da quel professore o da un altro docente dell’HLS. Gli scambi dei libri usati come pure quelli organizzati dalla Rivendita costituiscono l’unico mezzo a disposizione degli studenti per ridurre le spese.
Terry uscì con un pesante libro verde e me lo mostrò. «Ce l’hai già?»
Esaminai la copertina. Era un compendio di Contratti, scritto (come il nostro repertorio di giurisprudenza) da Gregory Baldridge e da Rudolph Perini.
«Due miei amici mi hanno detto che qui dentro c’è tutto il suo corso»...
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Scott Turow
- Harvard, Facoltà di legge
- Prefazione
- Iscrizione - Incontro con il nemico
- Settembre e ottobre - Come s’impara ad amare il diritto
- Ottobre e novembre - Vergogna
- Dicembre e gennaio - Gli esami (primo atto)
- Febbraio e marzo - Si tira avanti
- Aprile e maggio - Esami (ultimo atto)
- Epilogo
- Postfazione
- Copyright