Voci d'estate
eBook - ePub

Voci d'estate

  1. 378 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Le piccole cose dell'amore. Le piccole cose che riempiono la vita. Laura Haverstock impara a conoscerle in un villaggio della Cornovaglia dove vivono dei parenti di suo marito Alec. Contagiata dagli slanci di Eve, dalla serenità di Gerald e dall'entusiasmo di Ivan, Laura dimentica l'insicurezza e la gelosia. Tanto da accettare con gioia l'imprevisto, sconvolgente ritorno di Gabriel, figlia di Alec e della sua prima moglie.
Un magistrale ritratto di donna sullo sfondo del più romantico paesaggio inglese.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804382560
eBook ISBN
9788852040429

Voci d’estate

Hampstead

L’assistente dello studio medico, una ragazza attraente con gli occhiali cerchiati di tartaruga, accompagnò Laura fino alla porta e gliela aprì. Facendosi da parte per farla passare, le rivolse un sorriso smagliante, come se quella visita fosse stata un incontro piacevole fra amiche, che tutt’e due avevano gradito molto. Al di là della soglia, scesi pochi gradini lucidi e consunti dall’uso, ci si ritrovava in Harley Street: la strada, inondata di una vivida luce solare, sembrava ritagliata a fettine dalle sagome d’ombra delle case sul marciapiede opposto.
«È un pomeriggio stupendo» aveva commentato l’assistente, e aveva proprio ragione: era una giornata serena e luminosa della fine di luglio. Mentre lei indossava il classico completo da impiegata, gonna di gabardine con camicetta a maniche lunghe, scarpe chiuse e calze di nylon che inguainavano le sue gambe rotondette, Laura invece era già senza calze e indossava un vestito di maglina di cotone. Ma la brezza vivace che spazzava le strade portava con sé un brivido di frescura, nonostante l’estate, perciò Laura aveva messo un pullover di cachemire di colore chiaro intorno alle spalle, annodando le maniche sul petto.
Laura rispose di sì, ma non le venne in mente nient’altro da aggiungere, in quel momento, a proposito del tempo. La ringraziò, quindi, anche se l’assistente non aveva fatto un granché, a parte annunciare alla dottoressa Hickley il suo arrivo puntuale per l’appuntamento, e riapparire, quindici minuti dopo, per riaccompagnare Laura alla porta.
«Di niente. Arrivederci, signora Haverstock.»
«Arrivederci.»
Il portoncino dipinto di nero lucido si richiuse, e Laura, lasciandosi alle spalle la facciata imponente di quella bella casa, fece pochi passi lungo il marciapiede del viale, e arrivò fino al parcheggio a pagamento, dove, per un puro miracolo, era riuscita a trovare un posto libero. Si chinò a infilare la chiave nella serratura della portiera, e qualcosa cominciò ad agitarsi sul sedile posteriore. Quando Laura sedette al posto di guida, Lucy con un salto superò il sedile e le finì in braccio, poi, alzandosi sulle zampine posteriori e sventolando alla massima velocità la codina morbida e folta, con la lunga linguetta rosea le affibbiò una frenetica e calorosa lavata di faccia.
«Oh, povera piccola Lucy, chissà che caldo pazzesco hai patito!»
Aveva lasciato uno spiraglio aperto nel finestrino, ma l’interno della macchina si era lo stesso trasformato in un forno. Alzò una mano e spalancò il tettuccio apribile. La situazione migliorò decisamente, l’aria più fresca ora poteva circolare, anche se sentiva i raggi caldi del sole picchiare sulla testa.
Lucy si compiacque di ansimare un po’, a testimonianza del suo personale disagio canino, del fatto che la perdonava di averla abbandonata, e del suo amore, che era tutto per Laura. Nonostante questo, era una creaturina ben educata, dai modi gentili, che si faceva scrupolo di salutare Alec ogni sera, quando tornava a casa dal lavoro. Alec diceva sempre alla gente che quando aveva sposato Laura aveva preso un “paghi-uno-prendi-due”. Come uno che si trova a una vendita promozionale: una moglie nuova di zecca, e un cagnolino in omaggio, tutto compreso.
Quando aveva un disperato bisogno di qualcuno con cui confidarsi, Laura parlava con Lucy, le raccontava quei particolari e quei segreti che non avrebbe potuto riferire ad altre persone senza incorrere in pericoli. Neppure riferirli ad Alec. Anzi, soprattutto Alec, visto che questi pensieri segreti di solito riguardavano proprio lui. Qualche volta Laura si domandava come si regolavano le altre mogli: avevano anche loro segreti per i loro mariti? Marjorie Anstey, per esempio, che era sposata con George da sedici anni e gli organizzava completamente la vita, dai calzini puliti ai biglietti d’aereo, ne aveva? Oppure Dafne Boulderstone, che flirtava spudoratamente con qualunque uomo incontrasse e continuamente veniva colta sul fatto in qualche ristorantino discreto, a cenare tête-à-tête con il marito di qualcun’altra... chissà se rendeva Tom partecipe dei suoi segreti? Se le capitava mai di mettersi a ridere insieme a lui, magari della propria superficialità? Oppure Tom era davvero freddo e distaccato, persino indifferente, come appariva di solito? Forse, semplicemente non gliene importava niente.
La settimana seguente, quando si sarebbero ritrovati tutti insieme in Scozia, per fare quella vacanza all’insegna della pesca al salmone pianificata da mesi, Laura forse avrebbe avuto più tempo per osservare il loro ménage matrimoniale, e magari ne avrebbe tratto qualche utile conclusione...
Fece un lungo sospiro, pensando che doveva essere decisamente rimbecillita. Che senso aveva star lì seduta a fantasticare su delle eventualità impossibili, quando sapeva, ormai, che non sarebbe più andata in Scozia? La dottoressa Hickley non aveva usato mezzi termini, in proposito: «Facciamola finita il più presto possibile, senza perdere altro tempo. Un paio di giorni di degenza in ospedale, e poi un lungo riposo».
Era accaduto ciò che Laura temeva. Allontanò il pensiero di Dafne e di Marjorie. Era su Alec che doveva concentrarsi, adesso. Doveva agire con grinta e determinazione, prendere il toro per le corna e studiare un piano d’attacco. Perché, qualunque cosa fosse successa, Alec avrebbe dovuto assolutamente andare a Glenshandra con gli altri e lasciare Laura a casa, da sola. E questo, lo sapeva, avrebbe richiesto una certa dose di persuasione. Era necessario architettare un piano convincente e a prova di bomba, immediatamente, e nessun altro avrebbe potuto farlo, se non lei.
Accasciata davanti al volante della macchina, Laura però si sentiva tutt’altro che pronta a interpretare il ruolo della donna energica e decisa.
La testa le doleva, la schiena le doleva, tutto il suo corpo era una fitta di dolore. Pensò a quanto ancora ci sarebbe voluto prima di arrivare a casa, una casa alta e stretta nel quartiere di Islington, non molto lontana, ma abbastanza lontana quando ci si sentiva stanchi e depressi, in un afoso pomeriggio di luglio. Pensò a quanto le mancava ancora, prima che potesse finalmente salire al piano di sopra, distendersi sul letto, al fresco, e dormirci su per il resto del pomeriggio. Alec era un convinto sostenitore dell’utilità di svuotare la mente, per dare al subconscio la possibilità di risolvere problemi apparentemente insolubili. Forse così il subconscio di Laura sarebbe riuscito, mentre lei dormiva profondamente, a tirar fuori la carta vincente, e dopo un lavorio indefesso, le avrebbe fatto omaggio, una volta sveglia, di qualche soluzione geniale, a cui chissà perché non aveva pensato prima. Ci rifletté ancora e sospirò di nuovo. Non aveva una grande fiducia nel proprio subconscio. A essere sinceri, non aveva neppure tanta fiducia in se stessa.
«Non l’ho mai vista così pallida» le aveva detto la dottoressa Hickley, il che era di per sé già abbastanza seccante, dato che la dottoressa Hickley era una donna distaccata e molto professionale, e raramente si lasciava andare a fare simili osservazioni spontanee. «È meglio fare un esame del sangue, tanto per essere sicuri.»
Si vedeva così tanto, allora?
Laura controllò il suo aspetto nello specchietto montato sul retro dell’aletta parasole. Poi, senza troppo entusiasmo, tirò fuori il pettine dalla borsa e cercò di far qualcosa con i capelli. Un po’ di rossetto. Ma il rossetto era troppo vivace, il colore meno adatto per il pallore della sua pelle. Si guardò un po’ più da vicino gli occhi castano scuro e frangiati da ciglia lunghe e folte. Davano l’impressione, pensò, di essere un po’ troppo grandi per stare su quel viso, come due buchi ritagliati in un foglio di carta bianca. Puntò uno sguardo severo su di sé come per dire: andare a casa e mettersi a letto non servirà a niente, non è così che troverai la soluzione, lo sai, vero? Doveva pur esserci qualcuno a cui chiedere consiglio, qualcuno con cui parlare. A casa non c’era nessuno, perché Mrs Abney, che abitava nell’appartamento del seminterrato, ogni pomeriggio, tra le due e le quattro, cascasse il mondo, si metteva a letto, senza mai sgarrare. E reagiva con decisione contro qualunque elemento di disturbo, anche se fosse qualcosa di importantissimo come l’uomo che veniva a leggere il contatore.
Qualcuno con cui parlare.
Phyllis.
Geniale. Una volta dimessa dall’ospedale, pensò, potrei andare a stare da Phyllis. Se io fossi con lei, allora sì che Alec potrebbe andare in Scozia lo stesso.
Non riusciva a capire perché questo piano così logico non le fosse venuto in mente prima. Tutta contenta di sé, Laura riprese a sorridere, ma a quel punto un colpo di clacson la fece sobbalzare, riportandola alla realtà. Una massiccia Rover di colore blu si era affiancata alla sua macchina e, a giudicare dalla faccia paonazza del guidatore, era chiaro che desiderava sapere se aveva intenzione di lasciar libero il parcheggio o se invece voleva restare seduta lì a gingillarsi e a farsi bella davanti allo specchietto per il resto della giornata.
Sentendosi imbarazzata, Laura spinse via l’aletta parasole, sfoderò un sorriso più accomodante di quanto in realtà non sarebbe stato necessario, poi accese il motore e, con un po’ di agitazione, iniziò una serie di manovre concitate per cercare di uscire dal parcheggio senza urtare niente e nessuno. Avanzò timidamente fino a Euston Road, fece un breve tratto, sempre tenendosi accostata al bordo della strada, poi si inoltrò nel flusso del traffico a tre corsie della Eversholt Street, da dove poi svoltò a nord e si avviò su per la collina, in direzione di Hampstead.
Si sentiva improvvisamente meglio: almeno aveva avuto un’idea e si stava dando da fare per metterla in pratica. Il traffico si era fatto più scarso, poteva aumentare un poco la velocità e lasciare che l’aria si riversasse all’interno dell’auto entrando dal tettuccio aperto. Quella strada le era familiare e ci si trovava a suo agio, come con un’amica, perché quando era una ragazzina, e abitava con Phyllis, tutti i santi giorni faceva quel tragitto con l’autobus, prima fino alla scuola, poi fino al college... Ogni volta che si fermava a un semaforo, riconosceva una per una le case da un lato e dall’altro della strada, alcune tuttora malandate, soffocate dai rami degli alberi che facevano loro ombra, e altre che invece si ripresentavano in società con la facciata dipinta di fresco e il portoncino verniciato con colori brillanti. I marciapiedi illuminati dal sole erano affollati di gente in abbigliamento estivo: ragazze con le braccia scoperte e mamme con i loro figlioletti seminudi. Persino i negozietti avevano esposto allegri tendoni da sole e riversavano fuori la loro mercanzia fino a invadere parte del marciapiede. Laura notò le composizioni di ortaggi, tante piramidi colorate dal tocco artistico, un’esposizione di seggiole rustiche in legno a tinte pastello, e grandi secchi verdi carichi di rose e garofani. All’esterno di un piccolo ristorante c’erano persino un paio di tavolini circondati da sedie da giardino in ferro smaltato di bianco e degli ombrelloni a strisce. “Proprio come a Parigi” pensò Laura. “Come vorrei che vivessimo a Hampstead!” Ma in quel momento l’automobile dietro di lei diede fiato alle sue trombe, e si rese conto che il semaforo era diventato verde da un pezzo.
Solo quando si trovò praticamente già in fondo a Hampstead High Street le venne in mente che Phyllis avrebbe anche potuto non essere in casa.
Laura avrebbe dovuto fermarsi prima a telefonare. Cercò di immaginare dove sarebbe potuta andare Phyllis in un pomeriggio estivo così bello, e non era facile, perché c’erano infinite possibilità: a far compere nelle boutique d’abbigliamento o d’antiquariato, a gironzolare in cerca di offerte allettanti nelle gallerie d’arte preferite; oppure a presenziare a una riunione del comitato per avvicinare le masse alla musica classica, o a raccogliere fondi in favore del restauro di qualche vetusta dimora di Hampstead in rovina.
Era troppo tardi, comunque, per farci qualcosa, perché Laura era quasi arrivata, ormai. Un attimo dopo stava svoltando dalla strada principale, verso una secondaria che andava via via restringendosi, girava intorno alla collina, e poi si raddrizzava nuovamente. Da qui Laura poteva vedere la schiera di casette georgiane che si inerpicavano sulla collina di pari passo con la strada, ciascuna un po’ più alta della precedente come se fossero disposte sui gradini di una scala. I portoncini d’ingresso si affacciavano a pianterreno, su una pavimentazione di porfido, e di fronte a quello di Phyllis c’era la sua macchina parcheggiata. Almeno era un segnale promettente, anche se non voleva necessariamente dire che Phyllis fosse in casa, visto che era una infaticabile camminatrice, ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il libro
  3. di Rosamunde Pilcher
  4. Voci d’estate
  5. Voci d’estate
  6. Copyright