Tre racconti
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Tre racconti

Sotto la Sua mano - La Banca di Monate - Il giocatore di Coduri

  1. 182 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Sotto la Sua mano - La Banca di Monate - Il giocatore di Coduri

Informazioni su questo libro

Una indagine storica, una storia di costume e l'analisi di un carattere riferiti con divertimento e gusto del particolare.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804454403
eBook ISBN
9788852043277

Tre racconti

Sotto la Sua mano

a Francesco Messina

Quando nel 1958 il mio amico Ferriani, gran cacciatore, mangiatore e amatore fortissimo al tempo di sua vita, decise d’improvvisarsi editore per stampare alcune opere venatorie, gli proposi di includere nella sua collana, dove già figuravano le opere di Alberto Bacchi della Lega e di Paolo Savi, l’Uccelliera di Giovan Pietro Olina. L’opera, apparsa la prima volta nel 1622 e riesumata altre volte nel corso di tre secoli, era di un gusto così particolare che il Ferriani non esitò ad introdurla nel suo programma, del quale fu l’ultima voce, perché poco tempo dopo un incidente di caccia troncò giorni ed opere di quel gagliardo uomo.
Bisognandomi, nel ristampare l’Olina, andare un po’ oltre le notizie pubblicate dal G.B. Finazzi nella sua Bibliografia Novarese del 1886, pensai di ispezionare presso la Civica Biblioteca Negroni di Novara le carte di un Fondo Olina, colà esistente. Ma non avendovi trovato nulla che riguardasse il mio autore, dopo aver rilevato dai registri parrocchiali della cattedrale di Novara l’atto di decesso del canonico Giovan Pietro Olina “de loco Ortae in Riparia S.ti Julii”, mi venne in mente di andare a Orta, in cerca di un vecchio prete, don Gaudenzio Maffei, mio lontano parente, pensando che non gli doveva essere ignota la figura del suo conterraneo e confratello secentesco.
In un’antica casa, rimasta intatta da secoli dentro e fuori, trovai don Gaudenzio, novantenne, intento ad apporre un’annotazione in fondo a un enorme registro dove da sessant’anni andava elencando tutte le opere d’arte esistenti nelle chiese della diocesi di Novara.
«Questi registri» mi disse «appena io sarò morto scompariranno, perché diventerebbero l’inventario di tutto ciò che è stato rubato, venduto e disperso in questi tempi.»
Don Gaudenzio era un vecchietto alto poco più di un metro, perché la schiena con l’età gli si era arrotondata come un manico d’ombrello. Calvo, con gli occhietti vivaci e il naso a ventola, magrissimo e avvoltolato dentro una talare di color marrone più che nero, il vecchio prete, secondo cugino del mio nonno materno Giulio Maffei, mi mostrò tutta la sua casa, che sembrava un magazzino d’antiquariato tanta era la roba del Sei e del Settecento che vi aveva raccolta.
Dietro la sua scrivania, dove andò a sedersi, c’era un enorme armadio a più porte che teneva tutta la parete.
«Lo vedi questo armadio?» mi disse battendolo con le nocche dietro la schiena. Guardai l’armadio in tutta la sua estensione e notai che era di noce massiccio, di linea severa, lucido come uno specchio e quasi per niente camolato.
Don Gaudenzio aprì un’anta e mi indicò, sugli scaffali più alti, una fila di cartelle piene di documenti.
«La vedi quella cartella gialla lassù, la seconda a destra?» mi gridò. «Farà la fine dei miei inventari delle opere d’arte, perché contiene cose grosse, carte pericolose!»
Venuti a discorrere di ciò che più mi interessava, cioè dell’Olina, don Gaudenzio mi mostrò una copia della rivista «La Martinella», dove tal Giosafatte Rotondi, dopo aver compiuto diligenti ricerche nei registri di Quarna di Sopra, aveva messo in luce la figura di un certo Biagio Pietro Antonio Oglina, prete incarcerato per affari di donne nel Settecento. Mi accorsi subito che si trattava di persona ben diversa dal mio autore, anche se dello stesso cognome, e precisamente di quel “pover Abbaa Ovina” citato dal Porta nella Guerra di Pret.
Capito l’errore, don Gaudenzio andò diritto a un’altra cartella e mi mise davanti tutto quel poco che si poteva sapere sull’autore della Uccelliera, rinviandomi per altre notizie, se pur valeva la pena di cercarne, all’Archivio capitolare della cattedrale di Novara o a quello della parrocchia di San Clemente, ora soppressa, nella cui giurisdizione abitò l’Olina, dopo essersi ritirato a vivere delle magre investiture che gli aveva ottenuto il suo protettore marchese Cassiano dal Pozzo.
Avevo visto per la prima volta don Gaudenzio Maffei, cameriere segreto di Sua Santità, del quale mi aveva parlato tanto mia madre, e mi era sembrato tale personaggio da meritare altre visite, in quella sua casa dove da un finestrino di fianco alla scrivania si vedeva una discesa di tetti fino al lago immobile, e alta sulle acque, l’isola di San Giulio.
Non era passato un mese, che tornai a Orta e salii fino alla casa di don Gaudenzio, dove trovai che era stato sepolto il giorno prima. La sua servente, sconvolta, mi disse che entro otto giorni l’avrebbe seguito, perché aveva ormai ottant’anni e più niente da fare al mondo.
«Allora» chiesi «poco le importerà se metto mano tra le carte di don Gaudenzio?»
«Faccia, faccia» mi rispose «legga, scartabelli, porti via, se crede. Tanto ieri sono venuti due monsignori da Milano, che hanno perquisito la casa da cima a fondo e hanno caricato di carte e di volumi il baule di una macchina. Dovevano tornare oggi a prendere altra roba, ma saranno qui domani.»
Aprii l’armadio, e salito su una seggiola, tolsi dall’ultimo scaffale la seconda cartella, dove don Gaudenzio mi aveva detto di avere dei documenti importanti, tali, aveva sussurrato, da far correre il Vaticano, come forse era corso, ma invano, perché la cartella era al suo posto e sembrava intatta. Seduto sul seggiolone, sciolsi i lacci che la chiudevano e cominciai a sfogliare un pacco di almeno tre o quattrocento carte ingiallite.
Il tavolo di don Gaudenzio era ancora odoroso del tabacco da naso che il prete spargeva dappertutto nel fiutare, e spesso con l’aiuto di un tagliacarte versava nei buchi dei tarli, non per far morire gli insetti a lui tanto simili nell’escavazione delle cose antiche, ma per gioco o per ozio, nelle lunghe giornate e nelle notti di veglia davanti ai libri e ai documenti dai quali cavava quello che ormai, preoccupati di ben altro, sacerdoti, bibliotecari o conservatori di archivi, non cavano più.
La prima carta che mi cadde sotto gli occhi era un estratto, di mano del prete, degli Exempla Inscriptionum Latinorum in usum praecipue Accademicum, raccolti da Gustav Wilmanns e stampati a Berlino nel 1873. Seguiva un volumetto di Innocenzo Reyna apparso a Novara nel 1823 e intitolato Memorie sopra il S. Monte e il Colosso di San Carlo sopra Arona. Venivano poi tre attestazioni notarili datate del 1696 e rogate da un notaio Mangone di Arona. Un intero fascicolo raccoglieva copie di atti notarili datati dai primi decenni del Seicento e appunti vari, sempre di mano del vecchio don Gaudenzio. Almeno cento fogli, scritti in calligrafia minutissima, riguardavano la vita e le opere di san Carlo Borromeo, mentre altri cinquanta parlavano del cardinale Federico Borromeo, figlio del conte Giulio Cesare, cugino di san Carlo e cardinale arcivescovo di Milano fino alla morte, che seguì, come tutti sanno, nel 1631.
Incominciavo a capire che don Gaudenzio Maffei, intorno al 1930 aveva intrapreso una raccolta di notizie e di prove, anche remotissime, atte a dimostrare quel che vi era di prodigioso, e secondo lui di miracoloso e preordinato da Dio, in un certo evento maturato lentamente nei secoli e giunto a conclusione proprio nei luoghi dove aveva esercitato per tanti anni il suo ministero.
Man mano che andavo leggendo, capivo le coperte allusioni del ricercatore e mi rendevo conto dei suoi scrupoli, davanti a certi ritrovamenti che avrebbero potuto condurre intelletti men chiari del suo, o meno illuminati da Dio, a vedere nei fatti da lui indagati niente altro che un seguito di casi e di accidenti o addirittura l’opera del diavolo in persona.
Leggevo forse da quattro o cinque ore, prendendo qualche nota di tempo in tempo, quando mi accorsi che veniva notte. Misi in tasca i foglietti con le annotazioni e me ne andai, proponendomi di tornare presto a completar la lettura delle carte e magari a trascriverle tutte pazientemente, perché non andasse perduta una sensazionale scoperta, tale da illuminare di nuova luce la figura di un gran santo delle nostre parti.
Due giorni dopo mi rimisi in viaggio per Orta e tornai a bussare alla porta di don Gaudenzio, ma appena la servente si affacciò, aprì la porta per dirmi:
«Doveva portarla via quella cartella. Ieri sono tornati i due monsignori, l’hanno aperta e dopo aver letto qualche foglio l’hanno avvolta in una coperta, come un gatto rabbioso, poi l’hanno legata con un grosso spago e cacciata, insieme ad altri fascicoli che hanno raccattato un po’ dappertutto, nel baule della loro macchina.»
Discesi in riva al lago e andai a sedermi sotto le piante, davanti all’isola di San Giulio che una nebbia leggera aveva allontanato dalla riva e faceva tremolare nell’aria, come un miraggio. Anche la terribile cartella si allontanava come un miraggio nella mia mente, e perdevano consistenza perfino la figura di don Gaudenzio, il suo studio, l’armadio, le carte antiche, e soprattutto gli scritti dove era raccontata la storia più incredibile che avessi mai udita. Una storia che sulla scorta di pochi appunti, di qualche esatto riferimento e delle ricerche che per mio conto ho condotto, mi proverò a ricostruire, ma alla quale non riuscirò ad ottenere credibilità, a meno che i detentori dei documenti di don Gaudenzio, comprendendo il mio onesto e pio intento, non si decidano, col permesso dei superiori, a renderla di pubblica ragione.
Una sera d’estate del 1929 don Gaudenzio, venuto in possesso alcuni giorni prima di una raccolta d’iscrizioni latine dell’Orelli pubblicata nel 1828, Inscriptionum Latinarum selectarum amplissima collectio ad illustrandam Romanae antiquitatis disciplinam accomodata, nonché del supplemento di quella raccolta apparso dodici anni dopo, si accorse per la prima volta di un nome che gli era sfuggito sfogliando gli Exempla inscriptionum del Wilmanns, che pur possedeva da vent’anni. Il nome, T. Cornasidio, appariva in una lapide scoperta tra i ruderi dell’antica Falerii, oggi Civita Castellana, lapide pubblicata tanto dal Wilmanns che dall’Orelli, dalla quale risultava chiaramente che Cornasidio, un sabino vissuto sotto Settimio Severo, era stato procurator Augusti, vale a dire governatore, delle Alpi Atractiane (o Lepontine) unite in un solo governo con le contigue Pennine, che è come dire del territorio che si stendeva tra la Sesia e il Lago Maggiore, fino alle Alpi e forse oltre, nel Vallese e lungo il corso del Rodano.
Il Tito Cornasidio, che dalla lapide appariva essere oltre che un procuratore un EMV (egregiae memoriae vir), cioè un VIP dell’epoca sua, era il medesimo che figurava in altre lapidi scavate nella Dacia e nei dintorni di Antiochia, propretore in Siria e Palestina intorno agli anni 197-202 d.C. quando l’imperatore Settimio Severo era in Asia Minore per combattere i Parti. Del resto, l’iscrizione parlava chiaro:
T. CORNASIDIO
T.F. FAB. SABINO E.M.V.
PROC. AUG. SIRIAE APULENSIS PROC.
ALPIUM ATRACTIANAR. ET POENINAR.
IUR. GLADI. SUBPRAEF. CLASS. PR.
In quella stessa estate, ospite a Pallanza di un suo estimatore, don Gaudenzio ebbe l’incredibile fortuna di scoprire, nel giardino della villa Fregosi, una stele marmorea romana, mai descritta da alcuno e sfuggita a tutti gli epigrafisti, nella quale si leggevano i nomi di una donna, Pomponia Massimilla, moglie, e di tre fanciulle, Plancina, Egnazia e Cornelia, figlie, che partendo per Roma, lasciavano su quel sasso il ricordo della loro devozione e del loro affetto verso il rispettivo marito e padre T. Cornasidio Sabino, defunto.
Stabiliti questi punti, tutta una serie di documenti intermedi prendeva luce e si profilava la vicenda che dopo aver dominato la vita di Tito Cornasidio, doveva incorporarsi con la storia del nostro Lago Maggiore e degli uomini che lo illustrarono.
Ecco dunque il nostro Tito in Antiochia, prima questore, poi propretore per qualche mese e infine procurator.
Aveva appena assunto, benché interinalmente, le funzioni superiori, quando un antiquario ebreo di Akka andò a fargli visita. Conoscendo Tito Cornasidio, gran raccoglitore di oggetti antichi e già suo cliente, veniva a proporgli il più grosso affare di antiquariato che si sarebbe mai trattato per secoli e secoli. Ad Akka, l’attuale San Giovanni d’Acri, in una grotta era venuto in luce un frammento del Colosso di Rodi, la statua gigantesca che quattro secoli prima dominava l’ingresso del porto di Rodi, quando l’isola, libera repubblica protetta da Roma, estendeva la sua influenza su gran parte dell’Egeo.
Il Colosso, opera dello scultore Carete di Lindo, era stato eretto in onore del dio Helios nel terzo secolo avanti Cristo, fondendo il bronzo delle macchine da guerra abbandonate da Demetrio Poliorcete sotto le mura della città nel 305 a.C. Alta più di trenta metri, e secondo altri più del doppio, la statua reggeva un faro e stava a gambe divaricate sull’entrata del porto, così che le navi le passavano sotto, sfiorando con le fiancate i polpacci del dio, e le più grandi, solleticandogli il perineo con la cima dell’albero maestro.
Che non si trattasse, come frammento, della testa, Tito lo capì subito: sarebbe stata troppa fortuna. Ma si sarebbe contentato, stabilita l’autenticità, di un piede, d’una mano, di un avambraccio, anche di un dito. È quindi facile capire il suo stupore e la sua contentezza, quando l’ebreo gli sussurrò che si trattava dei genitali del Colosso. Non pose tempo in mezzo e si mise in viaggio verso Akka. Alla moglie, Pomponia Massimilla, disse che partiva per una missione segreta, dalla quale poteva anche scaturire la sua nomina a prefetto e il trasferimento a Roma, dove si sarebbe trovata aperta la carriera senatoriale.
Ad Akka, l’ebreo lo introdusse in un giardino, dove il pezzo era nascosto dentro un boschetto di fichi o sicomori.
Quando Tito fu davanti al relitto, il suo cuore di collezionista accelerò i battiti fino a togliergli la possibilità di articolar parola. Un tronco verdastro di almeno quattro metri di lunghezza e del diametro d’un metro, giaceva in mezzo all’erba, protuberandosi, dietro i cespugli dei sicomori, in forma di due uova gigantesche.
Pallido per l’emozione, Tito sfiorò con la mano la crosta di salmastro che copriva il metallo, batté con le nocche in vari punti, poi con un sasso, appoggiandovi l’orecchio.
Nonostante il batticuore, ebbe la forza di muovere alcune obiezioni: innanzitutto, se il Colosso di Rodi era alto quel che sono oggi trenta metri, uno scultore come Carete non gli avrebbe mai messo tra le gambe un affare simile, che presumeva un Colosso di almeno cinquanta metri.
L’obiezione fu subito superata dal mercante, il quale avanzò due ipotesi: o il Colosso era più alto di quanto comunemente si ritenesse, o il dio Helios, come tutti gli dèi, era un privilegiato, e Carete ne aveva tenuto conto.
«Ma come è arrivato fin qui?» chiese Tito in un ultimo tentativo di scetticismo.
«Dopo il terremoto che quattrocento anni fa fece crollare la statua» spiegò il mercante «i pezzi furono ripescati e fusi per fabbricare armi. È noto però che la testa, l’organo che abbiamo davanti in questo momento con le sue due appendici, e il piede destro, non vennero mai trovati. Sepolti nella sabbia giacquero per secoli nel fondo del mare, finché un pescatore di spugne scoprì quarant’anni or sono questo pezzo, che le correnti avevano liberato. Un comandante di nave che si trovava a Rodi con un carico destinato ad Akka, ebbe l’idea di imbragarlo e di contornarlo di otri e di grossi sugheri che lo alleggerissero, per poi trascinarselo dietro fino ad Akka. Certo, sarebbe bastata una tempesta, la rottura dei cavi o l’urto del pezzo contro un bassofondo, perché il frammento, che pesava circa cinquanta quintali, ripiombasse negli abissi. Quel capitano del resto non ne faceva molto conto: per lui era del bronzo e nulla di più.
«Il viaggio gli andò bene, ma arrivato ad Akka, se volle entrare in porto con la sua nave, dovette sganciarsi da quell’ancora di nuovo genere. Il pezzo affondò nell’avamporto e non fu più recuperato fino a due anni fa, quando una squadra di pescatori e di carpentieri riuscì a trascinarlo presso l’imbocco di una grotta dove fu interrato perché nessuno lo scoprisse. Solo due mesi or sono, dalla grotta l’ho fatto portare tra queste piante.»
Tito Cornasidio era persuaso. E a tranquillizzarlo non era soltanto la serietà del mercante e l’attendibilità della storia, ma la presenza reale, in quel giardino, di un manufatto che nessuna fonderia locale avrebbe mai potuto sfornare. Senza contare che lo stato di con...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Piero Chiara
  3. Tre racconti
  4. Introduzione di Claudio Marabini
  5. Cronologia
  6. Bibliografia critica essenziale
  7. Nota al testo
  8. TRE RACCONTI
  9. Nota
  10. Copyright