Quel giovedì di ottobre Ambrosio stava guardando dalla finestra del suo ufficio una nuvola bianca a forma di gabbiano e si sentiva curiosamente in pace con se stesso, anche se aveva appena letto il rapporto del perito settore che specificava di “aver rilevato, all’apertura del torace del suddetto Biraghi Valerio, una perforazione rotondeggiante del diametro di circa un millimetro e mezzo in regione toracica anteriore nel terzo spazio intercostale di sinistra”.
Il cadavere dell’uomo, scoperto il lunedì dalla domestica a ore, nella stanza da letto dell’appartamento di tre locali in via Casnedi (Città degli Studi), aveva messo in allarme il medico, che abitava a due passi, in via Pacini, e che era stato chiamato dalla donna, sconvolta per aver trovato, alle nove di mattina, il signor Valerio – come lo chiamava – ancora rannicchiato tra le lenzuola azzurre, cereo in volto e insensibile ai suoi richiami e alla luce del sole.
“La causa della morte” aveva continuato a leggere Ambrosio “è da identificarsi in un ferimento unico, da strumento a punta, inferto sulla superficie anteriore sinistra del torace, che è penetrato nella cavità del ventricolo sinistro e che ha provocato emorragia pericardica e insufficienza acuta cardio-circolatoria”.
Aveva sempre considerato la prosa degli esperti, e del professor Salienti in particolare, del tutto priva di pathos, come si dice, e persino, a volte, quasi ilare nella sua voluta impassibilità. Aveva sorriso alla frase che concludeva il rapporto: “Non sono state rilevate sul cadavere lesività d’altro tipo”.
Era entrata Nadia, in pantaloni grigi e giacca di tweed verde bosco: «Ci sono novità, commissario?» gli aveva chiesto, lo sguardo ai fogli con l’intestazione in blu dell’Istituto di medicina legale.
«Credo di aver visto giusto, mia cara.»
«Nel senso?»
Le aveva mosso lievemente i fogli davanti al volto.
«Immagini con che cosa è stato ucciso?»
Lo aveva guardato.
«Era figlio di un chirurgo, ricordi?»
«Morto da tempo.»
«Avevamo pensato che l’arma se la fosse portata via l’assassino, invece...»
«Invece?»
«C’erano vecchie pinze, specilli, forbici, aghi, nella vetrinetta accanto alla vecchia scrivania con il ripiano in marocchino amaranto, che doveva appartenere al padre, e poi ti ricordi la grossa siringa con un ago lungo una dozzina di centimetri? Vuoi scommettere che il diametro di quell’ago corrisponde perfettamente alla perforazione di cui scrive Salienti?»
«Dobbiamo tornare in quella casa, commissario.»
«Puoi giurarci.»
Ecco perché si sentiva di buonumore. Nonostante tutto. Si trovava, dopo tre giorni di indagini, di fronte a un caso che, forse, non sarebbe rimasto insoluto, come tanti in quel periodo tormentato. Almeno lui lo sperava.
Eppure la fine tragica di Valerio Biraghi, infilzato come una farfalla nella notte tra la domenica e il lunedì, gli era parsa subito oscura, e anche ambigua, vista l’immagine che si era fatta di lui, della vittima, durante i primi interrogatori e subito dopo la scoperta, per certi versi imbarazzante, che gli aveva permesso di osservare con altri occhi, era il caso di ammetterlo, le donne, le cinque donne, di quel dongiovanni defunto.
Era stato chiaro che Valerio Biraghi, nato a Milano il 10 giugno del 1940 (proprio il giorno in cui l’Italia era entrata in guerra), di professione venditore di mobili per una ditta di Cantù, separato dalla moglie, aveva avuto un’esistenza abbastanza tempestosa per quanto riguardava la gestione dei propri sentimenti. E ciò risultava dal ritrovamento, del tutto imprevisto, della nutrita documentazione al riguardo, di cui erano a conoscenza in pochi e che teneva ben chiusa in un cassetto della sua scrivania.
La storia era cominciata tre giorni prima, alle dieci e un quarto di mattina, con una telefonata in questura del dottor Alfonso Rossi che aveva denunciato la morte di un suo paziente, già curato in altre occasioni, il quale presentava sul petto una minuscola, inspiegabile ferita, un buchetto quasi invisibile nascosto dai peli del torace. Ferita che, secondo il medico, doveva essere già stata disinfettata con un batuffolo di cotone impregnato di alcool.
Più tardi Ambrosio aveva trovato il batuffolo macchiato di sangue in un cestino, accanto alla scrivania del morto.
La domestica era una donna minuta con i capelli grigi tagliati corti. La voce, inadatta alla sua statura, era roca, da fumatrice, teneva infatti il pacchetto di Marlboro nel taschino del grembiule azzurro. Il dottor Rossi invece, al contrario di lei, era massiccio, greve, calvo, soltanto gli occhi piccoli, accorti, denotavano in lui un temperamento inquieto, se non litigioso.
«Mi sono accorto della ferita tentando di auscultargli il cuore. Dev’essere spirato da qualche ora, durante la notte. Come facevo a scrivere sul certificato di morte “per arresto cardiaco”? E l’arresto, accidenti, da che cosa è stato provocato? Da che cosa?»
Era sembrato stizzito contro qualcuno. Qualche collega troppo disinvolto?
«Da che cosa, secondo lei, dottore?» aveva chiesto Ambrosio, fissandolo.
«Non lo so. So soltanto che se viene a dargli un’occhiata, all’altezza della terza costola c’è una ferita molto piccola, quasi invisibile. Tutto qui.»
Erano rimasti nell’anticamera, ampia e luminosa; sul parquet di rovere un grande tappeto persiano, e in bella mostra un mobile ad ante con tendine gialle, forse una libreria, alle pareti stampe antiche in cornici di legno scuro come quelle che, di solito, si vedono nelle salette di attesa dei dentisti. Insomma, in quella casa, c’era qualcosa di consueto, e anche di ingannevole, come se ci fosse stato un che di falso, di affliggente. Ma forse dipendeva dal cadavere in pigiama a righe verdoline supino sul letto matrimoniale: era quel corpo irrigidito a trasmettere, nonostante la luce del dolce autunno, quella sensazione di malessere?
Si era rivolto alla donna: «Quando è arrivata, questa mattina?».
«Alle nove in punto.»
«Ha aperto la porta con la sua chiave?»
«Sì, ne ho una.»
«L’ha visto subito?, il corpo, intendo.»
«È stata una brutta sorpresa. Povero signor Valerio... Credevo fosse già uscito, come sempre. Di solito è mattiniero... era mattiniero. Si alzava alle sette, alle otto era già in macchina, aveva un sacco di cose da sbrigare. Salvo il sabato. Di sabato si svegliava più tardi, poi andava a giocare a tennis.»
«Così ha telefonato al medico.»
«Quando ho visto che non rispondeva, che non si muoveva, mi sono spaventata, capisce? Il dottore lo conosco, non è vero, dottore?»
«Sì.»
Erano arrivati il fotografo, l’ispettore De Luca e due uomini della Scientifica che avevano cominciato a predisporre i loro strumenti aspettando disposizioni da Ambrosio che, insieme al medico e all’ispettrice Nadia Schirò, si era accostato al letto della vittima.
I capelli del morto, un po’ radi sul cranio, senza un solo filo bianco, forse avevano subìto un trattamento adeguato con tinture che ringiovaniscono i coraggiosi di una decina d’anni. Portava al collo una catenina d’oro, le mani senza anelli adagiate sulle lenzuola parevano di gesso sporco.
Gli occhi erano chiusi.
«Erano chiusi anche quando sono arrivato,» aveva detto il medico «dev’essere morto nel sonno.»
Un quarto d’ora più tardi il sostituto procuratore, di pelo rosso, apprezzato dal commissario per l’abitudine ammirevole, e abbastanza rara, di non creare difficoltà, aveva concesso che il corpo venisse portato al più presto in piazzale Gorini, all’obitorio.
«Cerca di non lasciare impronte.» Il fotografo aveva mosso la testa senza fiatare.
«Posso andarmene?» aveva chiesto il medico.
«Lo conosceva bene?»
«Conoscevo meglio suo padre. Un buon chirurgo.»
«Anziano?»
«Se fosse vivo avrebbe novant’anni, o giù di lì. È morto una ventina di anni fa. E anche la signora, la madre del...» aveva guardato il cadavere «se n’è andata quattro o cinque anni fa.»
«Era sposato, aveva figli?»
«Non credo avesse figli. Era separato dalla moglie, che non ho mai visto.»
«Dottore, la ringrazio. Se avrò bisogno di lei...»
Aveva tolto dalla tasca della giacca un ricettario, staccato un foglio e, piegatolo, lo aveva dato ad Ambrosio indicando la domestica: «Lei saprà molte più cose di me». Lo sguardo del medico si era posato per un istante sulla spilla a forma di grappolo d’uva che Nadia portava sul risvolto della giacca.
Se n’era andato senza salutare.
«Vuol venire con noi nella stanza dove di solito il signor Valerio stava quando era in casa?»
«Dalle cicche delle sigarette capivo che guardava la televisione in soggiorno. Se doveva lavorare si sedeva invece alla scrivania, nella camera vicino alla stanza da letto» e l’aveva mostrata aprendo la porta a vetri smerigliati.
Ambrosio era andato a sedersi alla scrivania. C’erano un ritratto d’uomo, probabilmente il padre medico, dentro una cornice d’argento, un barattolo di ceramica bianca pieno di matite con la punta ben temperata, un ferro di cavallo in ottone, una vaschetta laccata di rosso con dentro nastro adesivo, qualche francobollo, un temperamatite, una gomma, una forbice. C’erano anche una lampada con un paralume di pergamena e un posacenere di vetro color pastiglia d’orzo.
Davanti alla scrivania una poltrona di cuoio scuro, in p...