SAPETE QUALI SONO LE TRE COSE CHE ODIO DI più al mondo?
1. I biscotti ammuffiti.
2. I compiti a casa di qualsiasi genere.
3. Passeggiare di notte in un campo di zucche.
Ed eccomi qui: proprio io, Devin O’Bannon, stavo passeggiando in un campo di zucche in una fredda sera di ottobre. Il cielo era buio, senza luna, e il vento freddo agitava le grosse foglie delle zucche, che frusciavano sinistre nel buio.
E per rendere il momento davvero perfetto, con me c’erano le mie sorelle gemelle, Dale e Dolly, di sei anni. Mi saltellavano intorno, mi tiravano per la manica attraverso quella giungla di piante di zucca, zampettando e cantando e prendendosi gioco del loro fratello maggiore, come sempre…
Secondo voi ero felice o avrei preferito essere sul divano della mia amica Lu Ann a scherzare e ingollare popcorn? Immagino conosciate la risposta…
Ma come ho detto, mio malgrado mi trovavo nel campo di zucche insieme alle mie sorelle. La numero tre fra le cose che più odio al mondo. Fondamentalmente le zucche mi danno i brividi. Avete mai osservato da vicino le foglie di una zucca?
Innanzitutto, sono enormi, grosse e rotonde. Mi fanno pensare a dei guanti da baseball. Sembra sempre che stiano per afferrarti e ingoiarti, come quelle piante carnivore che mangiano gli insetti.
E poi fanno rumore. Quando c’è vento, le foglie sbattono l’una contro l’altra e sembrano mani che applaudono: clap, clap, clap. Un intero campo di mani che applaudono. Brrrr!
E sapete perché applaudono? Perché sono riuscite ad afferrare qualcuno e a imprigionarlo con i tralci della zucca.
Va bene, magari sto esagerando un po’. Papà dice sempre che ho una fervida immaginazione. Ma resta il fatto che non avrei proprio voluto trovarmi lì! Perché la fattoria faceva letteralmente venire i brividi.
E ancora non vi ho parlato dei tralci delle zucche. Per lo più se ne stanno nascosti sotto le grosse foglie che applaudono. Sono dei grossi, grassi serpenti… con una zucca all’estremità.
Che schifo!
E c’è dell’altro: alla fattoria c’era un enorme gatto nero che si chiamava Zeus e ci seguiva dappertutto. Aveva lo sguardo più malvagio che io avessi mai visto. Altro che malocchio!
Mi seguiva ovunque andassi, osservava ogni mio movimento…
Poi c’era la signora Barnes. Era la governante e la cuoca della fattoria, una donna grande e grossa con delle lunghe trecce nere che le arrivavano alla vita. Assomigliavano ai tralci di una zucca.
Aveva il viso tondo, e anche il corpo era tondo. Sembrava fatta di… zucche.
Ma non voglio essere ingiusto. La signora Barnes in realtà era molto gentile. Aveva un sorriso amichevole e una voce calma. E quella mattina mi aveva dato una porzione extra di frittelle, tra l’altro buonissime.
Però non bastava a rallegrarmi, visto che mi trovavo lì, in una sera fredda di ottobre, a una settimana da Halloween, a camminare con le mie sorelle in un campo di zucche.
— È fortissimo! — esclamò Dolly, saltellando felice sul terreno fangoso.
Non è divertente avere una sorella che ha sempre torto.
E averne due è ancora peggio!
Sono entrambe davvero carine, con i boccoli biondi e gli occhi azzurri, una risata allegra, il naso all’insù e la fossetta sul mento.
Papà le chiama “leprecani”.
I leprecani sono degli gnomi originari dell’Irlanda, dove è nato mio padre. Per lui è un complimento, ma io sono andato a vedere su Wikipedia e lì c’è scritto che i leprecani sono creature molto dispettose.
Dolly e Dale si misero a saltellare intorno a una grossa zucca, cantando qualche stupida canzoncina di Halloween. Dale mi afferrò per una mano e cercò di coinvolgermi nel loro balletto.
Certo, come no!
Devo essere sincero: ero terrorizzato in quel campo di zucche. In fin dei conti, faceva buio e potevano esserci centinaia di serpenti veri nascosti fra i tralci delle zucche. E chissà quale altra creatura orribile!
Insomma, quel campo era come il set di un film dell’orrore.
Ma dovevo farmi vedere coraggioso dalle mie sorelle. Dopotutto, sono o non sono il fratello maggiore?
Mi liberai dalla presa di Dale e feci qualche passo indietro. Sentivo le grosse foglie che mi sfioravano i jeans. Avevo la pelle d’oca.
All’improvviso mi accorsi di due occhi verdi che brillavano nel buio. Occhi di gatto. Zeus ci aveva seguito ancora.
Le ragazze giravano in cerchio intorno alla grossa zucca e cantavano: — Zucca, zucca di Halloween prendi vita! Prendi vita!
— Una zucca che prende vita? Avete voglia di scherzare? — gridai sopra la cantilena.
Dale e Dolly scoppiarono a ridere.
— Dove avete imparato questa canzone?
— L’abbiamo inventata noi, sciocco! — rispose Dale.
— Inventiamo canzoni continuamente — aggiunse Dolly. — Perché non vuoi ballare con noi, Devin? Non è fortissimo ballare nell’oscurità?
— Neanche un po’ — risposi. — Torniamo a casa, c’è freddo.
— Non fa freddo!
Vedete? Non mi danno mai ragione.
— Zucca, zucca di Halloween prendi vita! Prendi vita!
— Piantatela con quella canzoncina! — strillai.
Mi faceva venire i brividi! Stavo tremando per davvero.
Insomma, io sono un ragazzo di città. Sono cresciuto a New York. Almeno per i primi sette anni della mia vita, prima che ci trasferissimo a Dayton, nell’Ohio. Una fattoria non è posto per me.
Ancora non riesco a credere che papà abbia preso in affitto questa fattoria di zucche. L’anno scorso ha perso il lavoro, è vero, e da allora cerca di arrangiarsi, di trovare il modo di portare a casa un po’ di soldi.
Quindi mi sforzo di non lamentarmi e di essere comprensivo. Gli dico quanto odio questo posto solo cinque o dieci volte al giorno.
Una lunga folata di vento attraversò il campo di zucche, facendo piegare gli alberi al limitare del campo con un sibilo sinistro. Le foglie delle zucche si agitarono e frusciarono ai miei piedi.
— Io torno dentro — dissi alle mie sorelle. — Voi cosa fate?
Non aspettai una risposta. Girai sui tacchi e m’incamminai di buon passo verso casa, cercando di non pestare quelle foglie disgustose.
— Aaah!
Inciampai in un grosso tralcio. Non c’era niente a cui aggrapparmi. Gli occhi verdi del gatto mi fissavano mentre finivo per terra.
Atterrai con un tonfo e sbattei la testa contro qualcosa di duro. Una zucca? Un sasso?
Mi facevano male le ginocchia e delle forti fitte mi percorrevano tutto il corpo.
All’improvviso vidi tutto nero, più nero del cielo notturno.
Cercai di resistere e di tenere aperti gli occhi. Avevo un dolore terribile alla testa e sentivo le vene che mi pulsavano alle tempie.
— Stai bene?
— Devin, ti sei fatto male?
Le mie sorelle mi si erano inginocchiate a fianco e mi guardavano preoccupate.
— No, sto bene — dissi.
Allungai una mano e lasciai che mi aiutassero a rialzarmi.
— Cos’è successo? — chiese Dolly.
— Non avete visto?
Scossero la testa.
— Sei inciampato? — chiese Dale.
— No — risposi. — Non avete visto che quel tralcio si è mosso? Quello là — feci, indicandolo con il dito. — Si è mosso e mi ha fatto inciampare. Dico sul serio! L’ho visto con i miei occhi!
LE RAGAZZE SCOPPIARONO A RIDERE.
Credevano che scherzassi, ma non scherzavo affatto.
Stringendo gli occhi nell’oscurità avrei giurato di vedere i tralci delle zucche che strisciavano sul terreno, si allungavano, si attorcigliavano l’uno sull’altro.
Mi rialzai massaggiandomi la testa. Mi stava già spuntando un bel bernoccolo sulla fronte. Non perdevo sangue, ma sicuramente mi sarebbe venuto un livido.
La sensazione del vento fresco sul viso era piacevole.
Il campo di zucche era immerso nel silenzio, fatta eccezione per il fruscio delle foglie. Non si sentivano gli uccelli notturni, e i grilli dell’estate ormai non c’erano più.
— Su, entriamo in casa — dissi. — Basta passeggiate notturne per oggi.
In quel momento una creatura lunga e viscida si alzò davanti a me e mi attaccò.
— Un serpente! Un serpente! — gridò Dolly.
Urlai inorridito.
Le mie sorelle scoppiarono a ridere. Dale mi stava agitando un tralcio di zucca sotto il naso. Lo teneva con entrambe le mani.
Avrei dovuto immaginare che era lei a muoverlo, ma ero ancora stordito per la caduta.
— Siete proprio simpatiche voi due — sbottai.
Dale e Dolly continuavano a ridere, e io lasciai che si godessero il loro scherzetto.
Io invece non avevo nessuna voglia di ridere, anzi, mi sentivo parecchio a terra.
Insomma, dovevo trascorrere un’intera settimana alla fattoria. Una settimana in cui mi sarei occupato delle zucche, le avrei caricate sulle auto dei clienti, avrei fatto da guida ai visitatori, lavorato alla cassa e sbrigato una serie di lavori necessari alla fattoria.
Un’intera settimana lontano da scuola e dai miei amici. Appena entrato in casa chiamai Lu Ann per sapere come andavano le cose nel quartiere.
— Ho sempre meno voglia di andare alla festa di Polly Martin — mi disse. — Sarà una noia mortale. Io, Marcus e Brad ci stiamo scervellando, ma non ci viene in mente nulla per movimentare la festa.
— Ho io un’idea — dissi massaggiandomi il bernoccolo sulla fronte. — Venite qui alla fattoria, c’è un sacco di posto. E potete fare tutto il lavoro al posto mio. Allora sì che vi divertirete!
Ma Lu Ann non rise. — Sai bene che non posso venire, Devin. I miei genitori non mi permetterebbero mai di perdere la scuola per raccogliere le zucche alla fattoria di tuo padre.
— Ma è a meno di un’ora da casa tua, magari potresti…
— Scordatelo, Devin, non posso venire — m’interruppe.
La sentii urlare qualcosa a sua madre, parlarono per un minuto, poi Lu Ann tornò al telefono. — Odi stare lì? — mi chiese.
— Odiare non è la parola giusta, direi piuttosto che ...