Rocco Papaleo
con Valter Lupo
UNA PICCOLA IMPRESA
MERIDIONALE
Da bambino ero tifoso di Gesù Cristo. Scusate se mi esprimo in modo improprio, lo faccio solo per dire che la mia vocazione è nata come una passione sportiva. Ero attratto come tutti i bambini dalle grandi imprese dei campioni, ma il mio eroe principale era quest’uomo/Gesù che spargeva il bene e camminava sull’acqua. Anni inconsueti per appassionarsi al Redentore, nelle grandi città sfilavano cortei di lotta e di protesta, ma l’attualità non è ugualmente attuale a tutte le latitudini. Se a Roma o a Torino ruggivano gli anni Settanta, in un piccolo paesino del Sud come il mio, miagolava al massimo un Sessantacinque scarso. La questione meridionale in fondo è tutta qui: un endemico scarto di fuso orario, un jet lag della contemporaneità che intorpidisce le coscienze. Del corpo sociale, noi meridionali siamo gli arti periferici, dita e unghie. Il cuore pulsante della nazione batte altrove; a noi, tutt’al più, spetta la manicure.
Dopo vent’anni passati al Nord mi ci dovrò riabituare a questa sud-ditanza. Sto tornando al paese per restarci. Non l’ho ancora detto a mia madre, non è l’unica brutta sorpresa che ho in serbo.
Il treno corre lasciandosi alle spalle paesaggi padani. La pianura è un abbraccio, si offre allo sguardo col candore di chi non ha nulla da nascondere... beata lei... Riso e grano, una distesa di campi a perdita d’occhio. I rari insediamenti umani che spuntano qua e là sembrano anch’essi il frutto di una terra tanto generosa che a seminarci chicchi di mattone germogliano cascine.
Niente come il treno sa attraversare il paesaggio. Dall’auto vedi poco, dall’aereo troppo. Il treno è la distanza giusta. Stupisce che questa prerogativa non sia tra i servizi reclamizzati a bordo. T’informano su aperitivi, spuntini, giornali, collegamento a internet, ma nemmeno una parola sugli scorci panoramici serviti lungo l’intera tratta. Forse l’articolo non attira. In questo vagone di prima classe, che non posso permettermi ma non c’erano altri posti disponibili, nessuno guarda fuori dal finestrino. Tutti, ma proprio tutti, saldano il proprio tempo alla visione di altri paesaggi, virtuali e digitali. Uomini d’affari in viaggio, affacciati sulle cornici dei loro computer, telefonini e tablet. Ecco cosa stiamo diventando, un’umanità di paranza impigliata nella Rete.
Come avrete capito, guardo alle nuove tecnologie con poca dimestichezza e molta diffidenza. Colpa della mia formazione, potendomi anch’io definire, al pari dei miei compagni di vagone, manager di una nota multinazionale, che però ha sempre guardato con sospetto alle innovazioni: la Chiesa Cattolica Romana, per conto della quale, fino a pochi mesi fa, gestivo una parrocchia a Spilimbergo.
Potete girarla come vi pare, ma la Chiesa un po’ conservatrice deve esserlo per forza. Se credi alla vita eterna, la modernità è solo una civetteria. Che la terra sia piatta o rotonda, l’universo finito o infinito, all’uomo di fede poco importa, sempre di manifatture divine si tratta e, sui gusti del Grande Architetto inutile star lì a sindacare. Al contrario della scienza, la religione non ha nulla da scoprire. Al dubbio contrappone il credo; ai tormenti degli scienziati, l’estasi dei profeti; all’esperimento, il Rito. Che per essere tale deve innanzitutto celebrare se stesso... per omnia saecula saeculorum... L’idea di rinnovare il Rito è un ossimoro, eppure c’è chi la coltiva. Ricordo con orrore certe messe con bonghi e chitarre che imperversavano sul finire degli anni Settanta, salmi trasformati in canzoncine beat e sermoni che si aprivano al dibattito. Poi ci si lamenta che la Chiesa è in crisi, per forza, la sfianchiamo nell’inseguimento dell’attualità, trattando la Fede alla stregua di un guardaroba da rinnovare. Come fa un fedele a essere fedele, se gli cambi i simboli cui affidarsi? Ma oggi c’è chi vorrebbe messe via internet e confessioni su Skype. Andando avanti di questo passo, qualcuno si sentirà in diritto di affermare che l’Ultima Cena era la penultima, e che per comprovare la Trinità serve l’esame incrociato del DNA di Padre, Figlio e Spirito Santo. Ringiovanire l’eternità è una stupidaggine, un Dio alla moda non interessa a nessuno. Non ci vuole un genio per capire che nella liturgia la forma è sostanza e che per questo il Rito va conservato sott’olio santo, con tutti i suoi paramenti, incensi, turiboli, stole, calici, cori, ceri, stendardi e insegne. Una mistica solenne è l’humus della Chiesa, l’unico fertilizzante per vocazioni incerte. Come sosteneva don Marcello, parroco di Montone ai tempi in cui facevo il chierichetto: “Dio è eterno, ma una messa celebrata bene gli allunga la vita”.
Detto questo, tre mesi fa mi sono spretato.
Il treno entra in galleria con uno schiaffo sordo, come un tuffo di pancia. Stiamo sfrecciando dentro l’Appennino toscoemiliano. Partono sbadigli per compensare lo sbalzo di pressione, o forse per testimoniare l’immane lavoro degli uomini che hanno realizzato questo buco prodigioso, come se un residuo della loro stanchezza fosse rimasto qui sotto e ci si appiccicasse addosso. Milioni di metri cubi di terra e roccia sopra di noi... attraversare una montagna... ma chissà perché penso sia la montagna a lasciarsi attraversare, la sua gigantesca pazienza contro la nostra arroganza perforatrice... Farsi penetrare a trecento all’ora...
Mi sono spretato perché volevo convivere con una donna con cui sono andato a convivere. Si chiamava Marisa. La relego tra i ricordi perché è là che risiede, tra le pieghe di un passato prossimo che diventerà remoto, come una ferita diventa cicatrice per ricordarci l’azzardo di un gesto avventato.
Prima di conoscerla ho conosciuto il suo profumo, mi arrivava insieme alle parole attraverso la grata del confessionale. Ti puoi difendere da un concetto, un’immagine, un pensiero, un’azione, ma non da un odore. Non c’è modo di deviarlo alla coscienza, di lasciare che sia lei a sminarlo riducendolo a questioni di chimica organica. Un odore è un corto circuito, spegne la luce della ragione e accende desideri e ricordi. Marisa per me sapeva di temporale, quell’odore solforoso che precede la pioggia.
Il corto circuito fu immediato. Improvvisamente avevo quattordici anni e stavo baciandomi con una ragazzina del paese a cui avevo chiesto se voleva mettersi con me. Pioveva e c’eravamo rifugiati in un sottoscala dopo una corsa a perdifiato. Era la prima volta che baciavo una; lei invece ne aveva già baciati svariati ed era molto scrupolosa, teneva la contabilità, mi disse che baciavo meglio di Antonio ma peggio di Franco e Vito. Da penultimo cercai di recuperare qualche posizione baciandola più forte e premendole una mano sul seno. «Se la infili sotto la maglietta è meglio.» Per agevolare la mia scarsa intraprendenza, aprì la zip del giubbottino marrone di pelliccetta sintetica, me lo ricordo benissimo, come la sua voce, e la collana di perline in tono con i jeans beige a zampa d’elefante – per chi lavora la nostra memoria? Un uomo è ciò che ricorda di se stesso; ci è data la possibilità di tirare le somme ma non di scegliere gli addendi, siamo in balia di una selezione che la memoria fa per noi. Dobbiamo fidarci del suo buongusto, più o meno come un credente fa con Dio – insomma, le infilai la mano sotto la maglietta fino a scoprirle il seno, che era morbido e intenzionale, deliberava propositi, così che accarezzarlo fu del tutto naturale, come prendere la porta di casa. All’improvviso sentii quel profumo di temporale, in verità era l’odore del suo corpo accaldato dalla corsa che avevamo fatto, ma capirete bene che, date le circostanze e la generosità con cui mi si offriva, come altro potevo chiamarlo se non profumo?
Trentacinque anni dopo, il temporale era tornato a farmi visita attraverso la grata di un confessionale. Che a portarmelo fosse un’altra persona contava nulla. Che nel frattempo mi fossi fatto prete, be’, quello contava, ma fino a un certo punto. Scostai un poco la tendina e la spiai, mentre a piccoli passi, finita la confessione, raggiungeva un altarino votivo per accendere una candela. Ricordo la prima reazione nel vederla a figura intera: un “fiù” di scampato pericolo.
Marisa era uno scricciolo di donna, con un corredo di tentazioni che giudicai insufficiente per cospirare contro i miei voti. Sbagliavo. Ci sono donne che espongono se stesse come una geografia, altre come una letteratura; le prime vogliono essere ammirate, le seconde, comprese. Marisa faceva parte della letteratura e io, in quanto prete, ero votato alla comprensione. Così mi addentrai nella sua trama, appresi che era tornata a Spilimbergo da poco, in seguito a un divorzio che da fervente cattolica viveva con un surplus di pena non potendo partecipare all’eucarestia. Eppure non si perdeva una messa, diceva che le mie omelie le davano un gran conforto spirituale e al termine della funzione ci fermavamo a discutere di apostoli e parabole. Il suo era il racconto di un’anima ferita, ma con malizie e colpi di scena da romanzo d’appendice: uno su tutti, il giorno in cui m’invitò a benedirle la casa. Nel bel mezzo della preghiera scoppiò a piangere – quell’appartamento vuoto, disse, era l’estratto conto al centesimo della sua vita – mi gettò le braccia al collo e si strinse a me, scusandosi per l’abbraccio ma senza scioglierlo. In quell’istante ebbi chiara la percezione di ciò che stava per accadere: Marisa desiderava che la cura della sua anima le fosse somministrata per via corporale, e nella sua letteratura a me spettava il ruolo del taumaturgo. Tentai di resisterle, ma era solo un teatrino. Avevo già abdicato da tempo, convivevo col suo profumo dal giorno in cui lo respirai la prima volta; ogni sera, in canonica, cenavamo e ci coricavamo insieme... L’amore è portarsi via l’odore di un altro... Risposi all’abbraccio, ci baciammo. Marisa, in un déjà vu, si sbottonò la camicetta e io passai all’imposizione delle mani.
Di lei ho già detto che non era particolarmente bella, ma va aggiunto che, con me, non sfigurava. D’altra parte, la bellezza di un corpo è contemplabile per intero solo a una certa distanza, che non è quella dell’amore. In una più accentuata prossimità contano altri aspetti: dettagli e gesti minimi che hanno il potere di commuoverci. Di Marisa, più di tutto, m’inteneriva la timidezza del respiro, leggero e breve, come se l’aria non le appartenesse, ne prendeva in prestito piccole quantità che subito s’affrettava a restituire; poi mi piaceva l’abbandono di certi suoi sguardi in cerca di un approdo, e la maniera che aveva di fare l’amore, come una resa.
Le donne mi sono sempre piaciute, ma Dio di più. In sintesi, potrei dire così della mia vocazione. A Dio ho chiesto solo una cosa: il dono della castità, ma non l’ho mai ricevuto. Così ho dovuto scavare la mia bella trincea e rispondere colpo su colpo alle seduzioni della mondanità, cedendo, prima di Marisa, solo in un paio di occasioni, collocate tra l’altro molti anni addietro, quando la giovinezza reclamava con più forza le sue ragioni. Brevi scappatelle a tariffario, senza implicazioni sentimentali, su cui anche Dio, nonostante veda tutto, sono sicuro abbia chiuso un occhio abbonandomele come licenze premio dalla linea del fronte, dove peraltro ero prontamente tornato. Insomma, a parte quel paio d’inciampi, nei miei venticinque anni di sacerdozio sono stato uno che ha fatto la Resistenza nella brigata partigiana dei preti celibi. Perché nel valore del celibato ci ho sempre creduto. Il celibato è una sorta di contratto d’esclusiva che stipuli con Dio: ti perdi qualche opportunità ma vieni ripagato alla grande dal suo amore. Andava tutto bene, finché non è arrivata Marisa.
Al netto delle implicazioni sessuali, il vincolo che unisce un prete a Dio è equiparabile a un matrimonio; dunque un prete che s’innamora di una donna, in sostanza, intraprende una relazione extra coniugale. Da qui, i sensi di colpa del prete, ma soprattutto l’insostenibile posizione della sua amante, che in questo paradossale ménage à trois si trova a rivaleggiare niente di meno che con Dio in persona! Ecco, tra i motivi che mi hanno indotto a spretarmi, questo è stato senz’altro uno dei più netti. Volevo evitare a Marisa l’ingombro di un confronto improponibile, vista la schiacciante superiorità morale del mio coniuge. Inutile dire che per me s’è trattato di una scelta dolorosa che ho rimesso all’indulgenza di Dio, sperando che abbia raccolto il mio invito a rimanere buoni amici. D’altro canto, io, Marisa, la amavo davvero.
Purtroppo non è bastato. La nostra convivenza è durata meno di tre mesi. Nell’egoismo del mio sentimento non avevo considerato il suo punto di vista: mi preferiva da prete. ...