Il mondo segreto degli Arcangeli
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Il mondo segreto degli Arcangeli

  1. 228 pagine
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Il mondo segreto degli Arcangeli

Informazioni su questo libro

Chi sono esattamente gli arcangeli? Quanti sono e quale missione hanno? In che cosa differiscono dai "semplici" angeli? Sono domande alle quali non è facile rispondere perché il numero, l'identità e il ruolo assegnato a queste potenti entità spirituali varia secondo le epoche storiche e le diverse tradizioni culturali, religiose o esoteriche che le hanno caratterizzate. Oggi questi misteriosi e, per certi versi, ambigui "esseri di luce" accendono un rinnovato interesse perché sembra avanzare ovunque un forte desiderio di "reincantamento", il bisogno di ritrovare il sacro. Questo libro esplora la storia, le tradizioni, le caratteristiche degli arcangeli, per capire un po' meglio chi sono, quale messaggio ci portano, come possiamo entrare in contatto con loro e godere della loro protezione.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804633198
eBook ISBN
9788852043659

1

Quel che venne prima

Nomen omen
La convinzione che, ai confini fra la sfera divina e quella umana, si muovano degli spiriti con i quali possiamo entrare in contatto si perde nella notte dei tempi e appartiene a tutte le civiltà e a tutte le tradizioni religiose. La varietà di compiti e qualità assegnati a questi intermediari è notevole, e non sempre è chiara la distinzione tra le divinità maggiori – buone o cattive che siano – e i loro “ambasciatori”.
Anche sull’identità, il ruolo e il numero degli arcangeli le fonti storiche sono in totale disaccordo. Se alcune caratteristiche generali sono comuni a quasi tutte le antiche culture, le prime citazioni documentate risalgono alla Bibbia. Altre notizie ci arrivano dalla tradizione rabbinica e, in ambito cristiano, dalla patristica – cioè dall’insegnamento dei padri della Chiesa – perché l’angelologia, la dottrina degli angeli, si è sviluppata soprattutto grazie a loro. Altre fonti ricchissime di informazioni sono gli “apocrifi”, i testi non accolti nei canoni biblici stabiliti dalle diverse confessioni religiose, come il Libro di Enoch, attribuito addirittura al bisnonno di Noè. Al di fuori dell’ambito religioso, mistico o dottrinale, furono però alcuni celebri occultisti e veggenti a fornire, fra il XVIII e il XX secolo, le “notizie” più abbondanti e, in un certo senso, attuali su queste affascinanti entità, alimentando la loro leggenda e una sconfinata letteratura che oggi dilaga anche nel web. Gli angeli vanno di moda, c’è da sperare che qualcuno li ascolti. Ciò che interessa qui, comunque, è accennare all’evoluzione storica dell’arcangelo, un’entità molto antica, che ha mantenuto inalterate nei secoli alcune caratteristiche, pur assumendo di volta in volta le sembianze di differenti divinità pagane. Angeli travestiti da dèi, talvolta persino da demoni.
La storia di angeli e arcangeli comincia dal loro nome, che riflette uno dei più antichi e universali bisogni dell’uomo: quello di stabilire un contatto con la sfera divina, per ottenere protezione e conforto. “Chiamare per nome” presuppone sempre un certo grado d’intimità con chi è chiamato ed espone l’altro alla nostra influenza. Con il passare dei secoli, questa primitiva pulsione filiale, questa richiesta di aiuto da parte di una creatura che si sente fragile, ha assunto tratti sempre più ambigui fino a trasformarsi, in qualche caso, in pura superstizione o nell’ordine arrogante del mago che vuol sottomettere le forze angeliche alla sua volontà di potenza. Conoscere i “nomi giusti” è il problema centrale della magia e della Kabbalah, dalla quale tutto ha avuto inizio: perché i nomi sono l’essenza degli esseri viventi, e contengono un po’ della loro anima. Forse è difficile comprendere, per chi non sappia nulla della Torah e del suo studio millenario, quale importanza possano avere per il cabalista l’esatta grafia, la composizione letterale e di conseguenza il valore numerico di ogni singolo nome: un’attenzione esasperata alla lettera che, dove ha perso la guida luminosa dello spirito, l’umiltà della ricerca, la volontà del Bene, ha finito per creare dei mostri. In termini più blandi ma non meno superstiziosi, la New Age offre a ciascuno il nome del suo angelo personale, da invocare a ogni passo quasi fosse un juke-box dell’anima o un servo sciocco. Non è così che possiamo progredire. Gli angeli esigono il nostro rispetto, e sanno come ottenerlo.
Il termine “angelo” deriva dal latino angelus, e, prima ancora, dal greco ánghelos, attestato nel dialetto miceneo fra il XIV e il XII secolo a.C. come akero, con il significato di “inviato”, “messaggero”, e proprio come messaggero degli dèi il termine appare nei culti della civiltà classica. “Arcangelo” deriva dal latino archangelus e dalle parole greche archéin, “comandare”, e ánghelos. Il prefisso archi- significa “primo” o “capo” e implica l’unicità dell’arcangelo: nelle Scritture, infatti, il termine non compare mai al plurale. Nella versione greca della Bibbia ánghelos traduce l’ebraico mal’akh, sempre con il significato di “messaggero”: Mal’akh Jahvèh è quindi l’inviato di Dio, colui che trasmette le sue volontà agli uomini. Da notare che l’uso del nome Jahvèh (corrispondente al tetragramma YHWH) è tipico dell’antica tradizione jahvista, mentre nella più recente tradizione elohista Dio è chiamato Elohim, cioè “dèi” o “principi celesti”, un plurale che, in seguito, designerà gli angeli.
Molti talmudisti, come il celebre rabbi Shimon ben Lakish, ricordano che gli Ebrei iniziarono ad attribuire un nome proprio agli angeli solo dopo il VI secolo a.C., di ritorno dall’esilio in Babilonia, dove erano entrati in contatto con le tradizioni locali, che abbondavano di spiriti celesti. Nei passi biblici più antichi, infatti, i misteriosi personaggi che “visitarono” Abramo, Lot, Mosè o Giosuè erano ancora definiti semplicemente “uomini”. A quanto pare, la questione del nome è spinosa per gli stessi protagonisti, che non vogliono, o forse non possono, rivelarlo. Nel Libro dei Giudici (13,6), per esempio, un messaggero annuncia a una donna sterile l’imminente nascita di un figlio; lei corre a riferirlo al marito Manòach con queste parole: “Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio: un aspetto maestoso. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome”. Di questa donna, la madre dell’eroe Sansone, non è stato tramandato neppure il nome, quasi a rimarcare che pure una creatura totalmente insignificante può ricevere la visita e la grazia di Dio. Manòach cerca di sdebitarsi offrendo un capretto arrosto al messaggero, ma questi rifiuta: “Anche se tu mi trattenessi, non mangerei il tuo cibo; ma se vuoi fare un olocausto, offrilo al Signore”. L’uomo ingenuamente domanda: “Come ti chiami, perché ti rendiamo onore quando si sarà avverata la tua parola?”. Ma l’angelo risponde: “Perché mi chiedi il mio nome? Esso è meraviglioso”. In altre versioni, l’aggettivo è reso con “misterioso” o “segreto”. Dopodiché la coppia brucia il capretto e, mentre la fiamma sale al cielo, l’angelo sale con lei, mescolandosi al fumo aromatico.
Ancora oggi i nomi degli angeli sono rimasti quelli ebraici; essi contengono sempre il nome di Dio, a ricordare la stretta relazione che hanno con lui: “Il nome dell’angelo è come quello del suo Signore” (Sefer ha Temunah o “Libro della Figura”). Del resto, in un passo dell’Esodo, il Signore mette in guardia Mosè con queste parole: “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti nel cammino e farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce e non ribellarti a lui; egli non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio Nome è in lui!”.
Per i nomi di angeli e arcangeli vale il detto latino nomen omen: un destino in un nome. La prima parte indica un attributo che è anche la missione specifica dell’angelo, seguita da ’el, che sta per “Dio”. Per esempio rafa’ significa “guarire”, quindi rafa-el sta per “Dio che guarisce” e l’arcangelo Raffaele è “colui che guarisce nel nome di Dio”. Il nome degli angeli non è, dunque, un nome di natura ma di funzione.
Venuti da lontano
Dalla più antica mitologia mesopotamica arrivano molte delle credenze sugli angeli, chiamati sukkal o sukol, che sono poi confluite nelle dottrine moderne. Marduk era la divinità protettrice di Babilonia; quando, durante l’era di Hammurabi, nel II millennio a.C., la città divenne il centro politico della regione, anche il dio fu promosso a divinità suprema. Per i Babilonesi, l’angelo era soprattutto un messaggero del dio: il sukkal di Marduk, per esempio, si chiamava Nabu. C’erano poi degli angeli custodi personali (shedu e lamassu) che erano raffigurati sulle porte delle case, a protezione degli abitanti.
Dalla Mezzaluna Fertile viene anche il termine karibu, in ebraico kerub, da cui “cherubino”, una delle molte divinità, raffigurate in forma di animali alati (draghi, leoni, caribù), che dovevano garantire l’ordine cosmico, per esempio reggendo il sole e le stelle. Il karibu o karabu, termine che significa “colui che invoca”, era sempre raffigurato con le mani protese verso il cielo, in atto di intercedere presso gli dèi. La sua immagine – in forma antropomorfa o zoomorfa, ma sempre alata – fu poi declinata in vario modo nelle religioni abramitiche; sul coperchio dell’Arca dell’Alleanza, per esempio, sono sempre raffigurati due cherubini d’oro, e più avanti scopriremo chi sono.
L’incessante e titanica lotta tra il Bene e il Male, che coinvolge l’intero universo, è l’assunto centrale del mazdeismo o zoroastrismo, l’antica religione fondata dal profeta iranico Zoroastro o Zarathustra, che ebbe un ruolo decisivo nella nascita della dottrina angelica. Lo zoroastrismo è stato la religione di Stato degli imperi persiani e la dottrina dominante in quasi tutta l’Asia centrale, dal Pakistan all’Arabia Saudita, fino all’affermazione dell’islam nel VII secolo. Ebbe una forte influenza sull’ebraismo e sullo stesso cristianesimo, circostanza simboleggiata dall’arrivo dei magi, i tre sacerdoti giunti dalla Persia per portare doni al neonato Gesù.
Lo zoroastrismo suppone l’esistenza di un unico Dio chiamato Ahura Mazdā (“Saggio signore” o “Colui che crea con il pensiero”) sapiente, onnisciente e sommo bene, il quale all’inizio dei tempi creò due spiriti superiori (mainyu), più una serie di spiriti secondari chiamati Daēva o Deva. In seguito Angra Mainyu (o Ahriman o Ahrimane, lo Spirito del Male) si ribellò, trascinando con sé una moltitudine di spiriti celesti, mentre Spenta Mainyu (lo Spirito Santo), insieme alle schiere dei suoi fedeli, diede inizio allo scontro cosmico. In questa guerra eterna anche l’uomo è un elemento centrale, perché è chiamato a schierarsi con l’una o con l’altra parte e, se milita per il Bene, è affiancato dai sette Ameša Spenta (i Benefici immortali), i veri precursori dei nostri arcangeli.
L’Avesta, il testo sacro dello zoroastrismo, menziona poi altri spiriti chiamati Fravašay o Fravashi, più simili agli angeli custodi, guardiani benefici degli uomini e delle loro famiglie. Le Fravashi di tutti gli uomini stanno, fin dall’inizio dei tempi, dinanzi ad Ahura Mazdā che, grazie a loro, governa e mantiene la Natura; sono dunque una sorta di umanità eterna. Una Fravashi, però, è anche una sorta di “doppio trascendente” della persona: essa spedisce l’anima nel mondo affinché possa prendere parte all’eterna battaglia fra il Bene e il Male. Gli Ebrei adottarono poi molte di queste figure: se gli Ameša Spenta divennero arcangeli, Angra Mainyu avrebbe ispirato la figura di Satana. La parola “satana” deriva dall’ebraico satan, che significa “avversario”: il termine indicava, nel linguaggio giuridico, l’accusatore che, durante il processo, si poneva a destra dell’imputato.
Anche il subcontinente indiano ha fornito molta “materia prima” alla moderna angelologia. Gli antenati più diretti degli arcangeli si chiamano Deva, una parola sanscrita (devanāgarī) che significa “colui che emana luce”, quindi il dio, ma più raramente può indicare anche un demone malvagio. I Deva sono “la mente universale in azione”: esprimono l’intelligenza divina che opera in ogni campo e a ogni livello per offrire a ogni cosa una forma e una sostanza che le permettano di imparare ed evolvere. Essi operano anche sul piano dell’infinitamente piccolo, dove rappresentano gli atomi fisici permanenti che formano l’umanità. Il Deva è dunque un “agente intelligente” che edifica la forma e mantiene l’integrità dei sistemi viventi. Per gli induisti ogni albero, frutto, fiume o montagna, così come gruppi di persone o intere città erano affidati a un Deva; quest’aspetto, come vedremo, diventerà centrale nella successiva elaborazione della figura dell’arcangelo, perché confluirà nelle dottrine teosofiche che tanto successo avranno nel Novecento.
La natura dei Deva è molto sfaccettata e complessa, e differisce nell’interpretazione delle differenti scuole filosofiche indiane. Non è il caso qui di approfondire, ma si può notare che molte delle problematiche che riguardano la natura di angeli e arcangeli, e che molti secoli dopo, e molto lontano dall’India, daranno luogo a dispute teologiche e rivalità fra sapienti, sono già rintracciabili fra le pagine del
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gveda,
la raccolta di inni più antica dei Veda (XX-XV secolo a.C.). Se, per i Veda, i Deva non sono altro che manifestazioni multiple dell’Īśvara, il Signore Supremo, che “è uno, anche se i saggi si rivolgono a Lui con differenti nomi”, per la Bhagavadgītā sono esseri immortali, dotati di una certa individualità e autonomia, anche se i loro poteri derivano da Dio ed essi operano costantemente sotto il suo controllo. Per la filosofia mimansa, invece, più vicina all’animismo, i Deva sono gli unici sovrani delle forze della Natura, pertanto non esiste alcun Dio superiore a loro.
Alcuni fra i Deva più importanti sono ben conosciuti anche in Occidente. Fra essi vi sono per esempio Shiva, Brahma e Vi
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u, detti i Maha Deva (“Grandi Dèi”), che formano la Trimurti, e poi ancora Krishna e Ganesha, il “Signore del buon auspicio” che dona prosperità e fortuna. Indra è una delle divinità più menzionate nei Veda: dio della guerra, uccisore del serpente o drago cosmico V
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tra, egli è probabilmente l’antenato indù più diretto dell’arcangelo Michele.
A cavallo fra la mitologia persiana e quella induista si colloca l’importante figura di Mitra (o Mithra), il dio più venerato nei culti misterici d’Occidente nel II e III secolo d.C., la cui immagine ha finito per confondersi con quella dell’arcangelo Michele e, sotto forma di Sol Invictus, con lo stesso Gesù Cristo. Il mitraismo ebbe origine nell’area iranica attorno al XIII secolo a.C. e in seguito subì l’influenza di altri culti, come il mazdeismo. Il dio però compare anche nei Veda come Aditya, una delle divinità solari, signore dell’onestà, dell’amicizia e garante dei patti. Nell’area mesopotamica era identificato con Shamash, creato da Ahura Mazdā come collaboratore personale nell’amministrazione del mondo e nella lotta contro le forze demoniache di Angra Mainyu.
Sebbene prediligesse le grotte, Mitra era considerato il dio della luce e del calore solari, quindi favoriva la crescita della vegetazione e la prosperità perché ricompensava il bene compiuto con i frutti della Natura. Nel testo persiano dell’Avesta Mitra si guadagna, però, il titolo di “giudice delle anime” e, come psicopompo, le accompagna in Paradiso. Come vedremo, tutte queste caratteristiche, anche contrastanti, saranno ereditate dagli arcangeli, in particolare da Michele.
Un’altra peculiarità del culto mitraico era la “tauroctonia”: in ogni tempio romano si trovava un’immagine del dio ripreso nell’atto di sgozzare un toro. Come spesso accadeva nell’antichità, questa raffigurazione conteneva numerosi riferimenti astronomico-astrologici ma, curiosamente, Michele affiderà proprio a un toro la segnalazione dei luoghi dove dovranno sorgere due grandi santuari a lui consacrati: quello del Gargano e quello di Mont Saint-Michel.
I dodici dell’Olimpo
Anche gli Egizi possedevano un pantheon affollato, con una moltitudine di divinità “inferiori” messe al servizio di quelle “superiori”, o preposte alla cura delle anime dei defunti. Il culto degli angeli trovò terreno fertile in questa regione passata presto al cristianesimo; era molto diffusa soprattutto la devozione per l’arcangelo Michele, che integrava aspetti anche discordanti di alcune delle più importanti divinità antiche. In quanto dio solare, Michele è Horus che prevale su Seth, l’oscuro signore del caos, ma è anche associato al lunare Thot che, inventore della scrittura, aveva stabilito i canoni della geometria e dell’architettura sacra, le esatte procedure per ogni rituale e tutte le formule magiche. Thot ha mutato più volte nome e pelle nel corso dei secoli: se in Egitto fu incarnato da Imhotep, architetto e medico del faraone Djoser, in seguito diventò Esculapio, il semidivino fondatore dell’arte medica; in epoca greco-romana fu identificato con Hermes o Mercurio e, infine, con il mitico Ermete Trismegisto, il “tre volte santo”. Questi è considerato l’autore della celebre Tavola di Smeraldo (Tabula Smaragdina), lo scritto ermetico che condensa la sapienza sacra nella celebre massima: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto / e ciò che è in alto è come ciò che è in basso / per fare i miracoli della cosa una”. Una conoscenza, quella ermetica, che diventerà appannaggio di Uriel, il più misterioso e “mercuriale” fra gli arcangeli.
Se angeli e arcangeli sono transitati sotto “mentite spoglie” in quasi tutte le culture antiche prima di essere adottati dal cristianesimo, le loro caratteristiche “personali” si definiscono soprattutto nell’ambito della mitologia greca, dove si mostrano di volta in volta come Eros, Hermes, Apollo, Atena, Nike, Eracle o Prometeo. Anche qui, inizialmente, c’è una certa confusione fra i ruoli di ambasciatore divino, custode di anime e mediatore fra i tre mondi: il Cielo, la Terra e l’Oltretomba.
In origine, il termine ánghelos era riferito soprattutto a Hermes, il messaggero degli dèi che i Romani chiamarono Mercurio, ma il prototipo dell’angelo solare è senza dubbio Apollo, il cosmocrator, uno dei più importanti dèi del pantheon olimpico e patrono delle arti, della medicina e della profezia.
Non solo il mito apollineo è uno di quelli su cui si fonda la cultura occidentale, ma presenta anche alcune caratteristiche che il cristianesimo, più tardi, ha integrato nella figura di Cristo. Figlio di Zeus, Apollo era gemello di Artemide o Diana, dea della caccia assimilata a Selene, signora della Luna. Portatore di luce solare quanto di chiarezza interiore, il dio era il “promotore” della coscienza individuale: non a caso “Conosci te stesso” era il motto scolpito all’ingresso del suo tempio a Delfi. Pitagora e Platone tenevano in grande considerazione questo dio, poiché la filosofia non può prescindere dalla cognizione di sé in rapporto al mondo; come vedremo, proprio l’affinamento della coscienza umana e il dono di una nuova forma di chiaroveggenza saranno considerati la missione principale dell’arcangelo Michele per l’epoca che ci apprestiamo a vivere.
Nel mito greco, la lotta con il gigantesco serpente Pitone, figlio di Gea – la potenza ctonia della Terra –, designa lo sfolgorante Apollo come il campione di ciò che è libero ed emancipato contro ciò che è vincolato dal Fato e dalle catene delle eredità ancestrali. Eppure, proprio il Pitone è diventato uno dei suoi simboli e Pizia (la Pitonessa) era la sacerdotessa che comunicava gli oracoli del dio. La vittoria del Sole, pura luce ed energia, sulle forze oscure e materiche della Terra è l’elemento fondante della mitologia antica e la stessa eterna lotta, diventata quella delle milizie celesti contro le legioni demoniache degli Inferi, sarà trasfigurata dal cristianesimo nella vittoria di san Michele (e di san Giorgio) sul drago. Allo stesso tempo il serpente, domato e attorcigliato al c...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il mondo segreto degli Arcangeli
  3. Prologo
  4. Introduzione
  5. 1. QUEL CHE VENNE PRIMA
  6. 2. LE GERARCHIE ANGELICHE
  7. 3. LE VISIONI DEGLI ESOTERISTI
  8. 4. IL TEMPO DI MICHELE
  9. Bibliografia
  10. Copyright