
- 266 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Il curioso delle donne
Informazioni su questo libro
La sorprendente e inquietante avventura di un "viaggio" nella Curiosità alla scoperta del magico universo femminile. In una storia poetica e coinvolgente, ironica ed eroica, raccontata in prima persona, si insinuano le donne celebri e ignote che l'autore ha conosciuto, incontrato e amato.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Il curioso delle donne di Alberto Bevilacqua in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Print ISBN
9788804301981eBook ISBN
9788852044250Capitolo decimo
1.
Stiamo in terrazza, da me.
Marianne, stanotte, non è tornata nel forteto del mediatore. Ha rimesso piede nel nostro appartamento. L’ordine perfetto in cui ha ritrovato le sue cose, non l’ha sorpresa. Le ha dato, piuttosto, un senso di pace. Si è confrontata con le fotografie. Le sollevava, ci rifletteva. Un tempo, mi avrebbe fatto molte domande. Ora, si aggirava in silenzio. Non avevo bisogno di seguirla. Ne immaginavo i movimenti, così come riconoscevo, dall’una all’altra stanza, il suo passo. Il passo della curiosità.
La notte è pulita. Roma, più illuminata del solito. La guardiamo, piacevolmente seduti. La cerva-fiore ci fa compagnia.
«C’è stato un periodo della mia vita» le dico «che il caso mi aiutava. Ero un privilegiato del caso. Ciò che desideravo, lo avevo. Fantasticavo Eurte, e finivo per frequentarla. Fantasticavo Parigi, Léautaud, i miei cari maestri. E finivo a Parigi, sulle loro tracce.»
Perché questo meccanismo si è bloccato? Perché non avvengono più quei piccoli prodigi?
«Lo vuoi tu» mi risponde.
Ma non me ne fa una colpa. Né cerca di stimolarmi in alcun modo. Usa, soltanto, la sua estrema attenzione di testimone.
A Marianne non nascondo nulla. Nemmeno che una volta andavo per il mondo, lo descrivevo (descrizioni apprezzate), mentre, in questi tre anni, ho deciso di sbagliare. Intuivo esattamente la realtà entro la sua cornice, ma la cornice la spostavo altrove o la lasciavo sul vuoto; nulla accade per capriccio, ma quel capriccio io lo trovavo. Liquidavo la realtà altrui come liquido la mia: con lucidità, per il puro piacere di farlo. Così ho ottenuto due scopi: adeguarmi agli istinti bugiardi della nostra società; ottenere un ponderato discredito dal giornale, dove ormai sono un tollerato, in nome dei rispettabili trascorsi e dell’anzianità di servizio.
Mi lasciano in pace. Nessuno mi spedisce più come un pacco per il mondo, che non ha certo bisogno delle mie descrizioni. Alla fine del mese, vado e ritiro quel tanto che mi basta. E mi basta sempre meno.
Le racconto, dunque, di quando – non erano passati che pochi mesi dalle notti della Pensione Valadier – il “Messaggero” mi promosse da cronista a inviato speciale. Cominciarono i miei viaggi: Parigi fu la prima destinazione.
E i primi passi, ripeto, sulle tracce di Léautaud.
2.
Chiedevo nelle portinerie. Mi rispondevano, con sospetto:
«Malo non c’è più.»
A volte, un’indicazione:
«Rue de…»
Riprendevo la caccia. Cercavo Malo che, mi assicuravano, era stata l’ultima amica di Léautaud. Aveva ventisei anni: nel ’52, dunque, soltanto sedici. Qualche biografo sostiene che, fino alla morte, lo scrittore fu innamorato di due donne contemporaneamente.
Mi aggiravo per Parigi alternando i sempre nuovi indirizzi di questa Malo nomade ai luoghi praticati da Paul. Ecco le strade dove, come il padre Firmin, si lasciava seguire dalla banda dei suoi gatti; o visitava le amanti; o se la prendeva con gli agenti perché certe sue faccende non erano “convenienti alla pubblica via”; o si recava, d’abitudine, alla sede del Mercure de France, alla tipografia delle Nouvelles.
Quand’era scomparsa la trattoria all’angolo di Rue de Condé con Rue de l’Odéon? Ricostruivo, con l’immaginazione, la Gare du Luxembourg; Place Médicis, dove lo scrittore portava le amiche a mangiare le paste; Rue de Sèvres con la sua Sgualdrina, Rue de Dauphine con la sua Signora; il rione Martyrs e l’Avenue Trudaine, invasa dalle cavallerizze del Circo Fernando. Salutavano gli spettatori, lanciando appuntamenti.
Battevo quelle strade anche la notte, tra le boîtes, i bar coi banconi a ferro di cavallo e i piccoli alberghi in cui, sempre chiedendo di Malo, mi trovavo con uomini di malaffare. Mi informavo in bottegucce con le porte a vetri, il campanello che risuonava; scoprivo le segretezze, tutte francesi, dei retrobottega.
Come, muovendomi tra le camere della Pensione Valadier, mi ero figurato perso per i labirinti parigini, ora, spiando negli alberghi di infima categoria, nei cortili e nelle scale immersi nello squallore, mi rivedevo nel sordido corridoio romano. Persino i numeri civici richiamavano quelli, di metallo, affissi sulle porte dalla tenutaria. E così la Senna, se mi appoggiavo alle spallette dei ponti, insinuava lo stesso ansioso conflitto della Via Valadier: commettere un peccato imperdonabile; essere, noi stessi, una violazione.
Capitai, infine, in una costruzione periferica dall’intonaco azzurro, circondata da un giardinetto. Era un mattino di luglio, caldissimo. Molte rampe, poi l’appartamento di Malo. Avevamo preso un appuntamento telefonico. La porta era accostata. Anche nel soggiorno, si respirava un buon odore di campagna. Sopra il caminetto, un veliero in miniatura; alle pareti, quadri con velieri. Un attaccapanni di bambù. Calze e vestiti qua e là.
Lei non si vedeva. Ma il soggiorno dava su una veranda da cui una scaletta saliva in terrazza. La chiamai: udii, da lassù, la sua voce.
Malo prendeva il sole, seduta su una stuoia. Portava un cappello di paglia e, da quel che mi parve, nient’altro. Stava mangiando. Sollevò la testa con un lampo ironico degli occhi, di un celeste appannato dal piacere del cibo. Aveva il viso tondo, il corpo di un’opulenza passiva, spalmato di crema.
«Dammi quell’asciugamano!» mi ordinò.
Se lo infilò volgarmente tra le cosce. Scusandosi con noncuranza: «Fa un caldo feroce. A casa mia, ho tutto il diritto di stare in libertà».
Poi, senza preamboli:
«Paul era un persecutore. Mi voleva e mi perseguitava. E io provavo piacere nell’essere costretta a cedere. Se era cattivo? Dipende. Qualche volta, come quando faceva il critico teatrale. Anche le mie, d’altra parte, erano recite. Lui, le pretendeva.»
«In che senso?»
«Paul aveva l’ossessione della seduta erotica. Le nostre lo erano in senso letterale. Mi obbligava a sedere: come sto ora, con te. Mi guardava. Quasi che, al posto mio, ci fosse una fotografia oscena.»
Stavano uscendo certi lati della grande amica, di cui Léautaud aveva mitizzato l’idea, facendone risaltare con sarcasmo gli aspetti di quella “contraddizione” femminile che restava, per lui, un male fatale.
«Non ne parlo con disamore, bada. È qualcosa di diverso. Pur senza toccarmi, Paul otteneva il suo scopo: diventare il mio specchio, una parte di me, che mi tormentava. Che ancora, dopo anni, mi tormenta e mi esalta. Non saprei definire altrimenti quel sentirmi una copia vivente delle sue fantasie.»
Malo non aspettava le mie domande.
«Spesso, restava fino all’alba. Finiva per addormentarsi. Allora, mi comportavo come lui diceva di aver fatto col padre, quando mi parlava della sua agonia. Ossia, vedendolo addormentato sul divano, prendevo una lampada e mi avvicinavo, per scrutarlo io, ora, nella smorfia del suo dormire, simile alla smorfia di uno che muore… Un modo di vendicarmi. Gli occhi del persecutore erano finalmente chiusi. Li immaginavo chiusi per sempre. E mentre non poteva più vedermi, facevo, su di me, ciò che avrebbe preteso da sveglio…»
Ebbe un sorriso di superiorità.
«Paul ripeteva: amo la vita che si distrugge, momento per momento, sotto i miei occhi. Ebbene, davanti alle sue palpebre calate, mi toccavo il corpo con gesti osceni. Mi masturbavo con il gusto crudele che lui metteva nel guardarmi. Oppure, sola a sopportare una situazione assurda, scoppiavo a piangere. Perché restava il burattinaio che tirava i fili, anche dormendo, io il burattino.»
Un invincibile clown spirituale, l’aveva definito Cocteau.
«Mi chiamava “la mia Sharazàd”.»
Pensavo alle donne che aveva chiamato Flagelli, Virago, Pantere.
«Invece, con me, era lui Sharazàd. Rimandava la sua morte, di notte in notte, lasciandomi intuire ogni volta una storia diversa. Gliele leggevo nello sguardo, le sue storie.»
«E i suoi libri, li hai letti?»
«Sì. Qualcuno.»
«Ti pagava?»
«Per cosa?»
«Perché ti lasciassi guardare, perché…»
«No.»
«Léautaud sosteneva che suo padre cambiava una donna a notte. E lui, in questo strano modo di far l’amore con te, ti era fedele?»
«I suoi occhi mi erano fedeli, sì. E non stanchi, ma vivi, come quelli di un fanciullo assetato. Eppure sapeva che io, invece, di uomini ne avevo tanti. Per amante fisso, uno che suonava in una boîte e rientrava verso le cinque del mattino. Non dava importanza alla presenza di Paul. Si buttava sul letto vestito. Così, erano in due a dormire. E io sveglia, che mi tormentavo per non riuscire a prendere sonno.»
«E non si confidava? Con le parole, intendo.»
«Qualche volta… Quando il padre gli mise nel letto (Paul aveva diciassette anni, ma ignorava il sesso) una giovane cameriera, perché imparasse. E Paul, nel dormiveglia, scambiò la peluria della donna per il pelo di un gattino, limitandosi ad accarezzarla… Chissà se gli era accaduto realmente, ma sapeva raccontarlo così bene. Era il più sincero bugiardo che abbia mai conosciuto.»
«Credi che sia stato un buon amante?»
«Da vecchio sì, con gli occhi. Gli occhi non conoscono la sessualità monotona. A differenza del membro. A Paul, l’uso del membro deve aver procurato molta noia. Succede, a chi ha avuto un padre, al contrario, vizioso del proprio membro.»
Era un’osservazione acuta.
«Lo pensi tu, Malo, o te lo diceva lui?»
«Me lo diceva lui…»
Restò a riflettere. Con un sorriso meno sprezzante.
«Era una bestia, Paul. L’unico cane e l’unico gatto che abbia davvero amato, gli stavano dentro. Perciò era tanto litigioso, anche con se stesso. Cane e gatto non possono che azzuffarsi… E credo si sia divertito, sinceramente, una sola volta. Quando fu dato per morto durante la guerra, e sui giornali lesse tutto ciò che gli altri pensavano di lui. Cose feroci, come puoi immaginare. La falsa notizia della morte, dev’essere stata una sua trovata. Era capace, di simili colpi di testa.»
«E quando morì sul serio?»
Non mi rispose.
Restai un mese a casa di Malo.
3.
In attesa di definitive sistemazioni, proseguo nel mio inventario insieme a Marianne. Manoscritti a parte, ci imbattiamo in altre presenze che nemmeno io supponevo.
Tante cartelline anche per le fotografie. Specifico date e circostanze. Mi trovo di fronte a me stesso bambino. Aria intelligente, sguardo dignitoso, se si considera che il soggetto, già allora, batteva solitudini e veniva indotto a inventarî. Marianne mi fa notare che, stranamente, assomiglio a Simone. Glielo lascio credere. Ma non c’è paragone. Del resto, una madre non può capire quanto deleterie siano le tracce genetico-manageriali. Convengo che persino i vecchi squadristi padani, come mio padre, erano meglio dei mediatori.
Spuntano le scolaresche delle elementari e delle medie. Confuse alle foto dei miei successi. Di scrittore, di regista. All’inferno! Eccomi lì, con quel sorriso: troppo Correggio, troppo poco Parmigianino. Colpa del volto, che non corrisponde al carattere. I padani scivolano sulla propria faccia come sulla esse: Mussolini, che sdrucciolava sulla parola fascismo, fu salvato dalla calvizie. Coi capelli, avrebbe avuto l’aria di un qualsiasi mediatore.
E ancora io, nei miei viaggi per il mondo, circondato da gialli, mulatti, e negri dal sorriso bellissimo.
E il Po, le feste.
Una fotografia mi mostra con uno storione che sembra un missile. Tengo il piede sulla preda, con un arpione in mano. Ad arpionarlo, per la verità, è stato il magrolino che si sporge dalla mia spalla sinistra. Chi frugherà qui, nel futuro, crederà che sia io il capitano Achab, che ha catturato il suo astuto e feroce Moby Dick. È l’unico merito, non mio, che mi attribuisco. Nelle altre didascalie, mi sono attenuto scrupolosamente al vero.
Ma chi sarà l’Ishmael che, sopravvissuto a questo Pequod che è la mia vita, ne racconterà la storia non scritta? È per lui che vado catalogando, mettendo ordine. Sarà Marianne? È possibile.
Anche schedare le fotografie delle mie donne, mi fa piacere. Le tenevo nascoste. C’è un cassetto segreto, nel mio tavolo di lavoro: chissà cosa ci custodiva il vecchio prete di Mantova, che mi vendette il tavolo. Memorie di femmine, scommetto, come me. I segreti, in fondo, sono sempre gli stessi. Specie quando, anziché angeliche figure, il ripostiglio porta dipinte amazzoni scatenate.
Marianne è molto incuriosita dal Catalogo delle mie curiosità. Mi chiede notizie. Le rispondo. Mentre lascio che ne sfogli i capitoli. Compresi quelli che si riferiscono alle donne, di cui già ho fatto cenno: Le più sorprendenti, Le grandi amanti, Le Sanseverine, Le gelose, Le più intelligenti, Le favolose, Le oscene, Le misteriose, L...
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Alberto Bevilacqua
- Il curioso delle donne
- Capitolo primo
- Capitolo secondo
- Capitolo terzo
- Capitolo quarto
- Capitolo quinto
- Capitolo sesto
- Capitolo settimo
- Capitolo ottavo
- Capitolo nono
- Capitolo decimo
- Capitolo undicesimo
- Copyright