
- 308 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Profumo di timo
Informazioni su questo libro
Oliver Dobbs ottiene sempre quello che vuole. Questo è il suo fascino d'artista e il suo limite di uomo. L'ha provato Jeanette. L'ha provato e riprovato Victoria. E persino il piccolo Tom, quando Oliver si è ricordato di avere un figlio di due anni e se l'è portato via.
Tra il caos metropolitano di Londra e la pace della campagna scozzese, la storia di un uomo che non sa amare e di una donna che deve imparare a non amarlo più.
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Informazioni
Print ISBN
9788804393412eBook ISBN
97888520400541
Venerdì
Un tempo, prima che fosse costruita la circonvallazione, la strada più frequentata era quella che attraversava il cuore del villaggio, un flusso continuo di traffico pesante che minacciava costantemente di sconvolgere dalle fondamenta le graziose casette in stile Regina Anna e i piccoli negozi con le loro vetrine sporgenti verso l’esterno. Woodbridge era stato, fino a non molto tempo prima, solo un posto per cui dovevi passare per raggiungere qualche altro posto.
Ma con l’apertura della circonvallazione le cose erano cambiate. In meglio, dicevano gli abitanti. In peggio, sostenevano i negozianti, i proprietari delle officine di riparazioni automobilistiche e l’uomo che aveva aperto il ristorante per camionisti.
Ora, la gente di Woodbridge poteva andare a far la spesa e attraversare la strada senza avere il cuore in gola o tenere ben stretto al guinzaglio l’amato cagnolino. Nei fine settimana, i bambini potevano ritrovarsi e, con i berretti di velluto marrone ben calcati fino alle sopracciglia, montando i loro irsuti destrieri, trotterellare alle riunioni del pony club locale; e già si era verificata una massiccia fioritura di eventi all’aria aperta, feste nei giardini e sagre di beneficenza. Il ristorante per camionisti era diventato un negozio di costose specialità gastronomiche, una tabaccheria che stava cadendo in rovina era stata rilevata da un raffinato giovanotto che si dilettava di antichità, e il curato cominciava a progettare un festival per l’estate seguente, in vista delle celebrazioni per il tricentenario della sua piccola chiesa gotica.
Woodbridge era entrato nuovamente in possesso di ciò che gli spettava.
L’orologio del campanile segnava dieci minuti a mezzogiorno, in una fredda mattina di febbraio, quando una grossa Volvo male in arnese girò l’angolo davanti alle sellerie e scese per la strada principale, fra gli spaziosi marciapiedi pavimentati con cubetti di porfido. Il giovane uomo al volante gettò lo sguardo sulla lunga curva che la strada, in quel momento deserta, descriveva, senza che questo suo sguardo fosse disturbato da rumorose correnti di traffico. Osservò la gradevole varietà delle case e dei negozi con i loro ingressi aggettanti sulla via, e in fondo a questa accattivante prospettiva colse la distante e come fuggevole visione dei prati costeggiati dai salici. Lontano, in alto, nel cielo invernale pieno di nuvole veleggianti, un aereo ronzava in direzione di Heathrow. A parte ciò, tutto era molto silenzioso e sembrava che non ci fosse nessuno in giro.
Passò davanti a un pub la cui facciata era stata ridipinta da poco: ai lati dell’entrata erano stati sistemati vasi con piante di alloro; a un salone di acconciature per capelli, Carole Coiffeur. Poi davanti allo spaccio dei liquori con la vetrina fatta di vetro di bottiglia, e a un negozio di antiquariato pieno di reliquie del buon tempo andato offerte a prezzi eccessivi. Arrivò alla casa. Parcheggiò l’auto lungo il marciapiede e spense il motore. Il rumore dell’aereo giungeva ora a intermittenza, svanendo nel silenzio mattutino. Un cane abbaiò, un uccello su un albero si mise a cantare gioiosamente, come se si illudesse che la pallida luce del sole stesse a indicare l’arrivo della primavera. L’uomo scese dall’auto, sbattendo la portiera, e rimase a guardare la facciata della casa, simmetrica e uniforme, con i suoi volumi gradevolmente proporzionati e la porta d’ingresso sormontata da una lunetta. Dal livello del marciapiede partiva una scalinata di pietra che conduceva alla porta, a fianco della quale si trovavano le alte finestre a ghigliottina discretamente velate dalle tende.
Era una casa, pensò, che non aveva mai rivelato all’esterno nulla di ciò che accadeva fra le sue mura.
Salì i gradini e suonò il campanello. La bordura del campanello era di bronzo tirato a lucido, come il battente a forma di testa di leone. La porta, dipinta di giallo, sembrava nuova e lucida anch’essa, senza un graffio o una bolla causata dal sole. All’ingresso della casa, fuori dalla portata dei raggi del sole, faceva freddo. Rabbrividì dentro il suo spesso giubbotto di pelle d’asino e suonò di nuovo. Quasi subito si udirono dei passi, e un istante dopo la porta gialla gli si aprì davanti.
Apparve una ragazza che lo guardò piuttosto seccata, come se fosse stata interrotta, disturbata nelle sue attività dal suono del campanello e volesse trattenersi sulla porta il minor tempo possibile. Aveva i capelli lunghi, di un biondo quasi bianco, e indossava una maglietta con disegnato un grasso cagnolino, un grembiule, calze al ginocchio e un paio di zoccoli di cuoio scarlatto.
«Sì?»
Lui sorrise e salutò. L’impazienza di lei si trasformò immediatamente in un’espressione completamente differente, poiché si era resa conto che non si trattava del fattorino che portava il carbone, o di qualcuno che raccoglieva offerte per la Croce Rossa, ma di un uomo alto, giovane e di bell’aspetto, con le lunghe gambe fasciate da jeans consumati al punto giusto e con la barba di un vichingo. «Posso sapere se la signora Archer è in casa?»
«Mi dispiace molto.» E in realtà sembrava molto dispiaciuta. «Temo di no. È andata a Londra, oggi. A far spese.»
La ragazza aveva circa diciott’anni, calcolò lui, e a giudicare dall’accento doveva essere scandinava. Svedese, probabilmente.
Le rispose, con quello che sperava fosse un seducente tono di lamentela: «Non sono proprio sfortunato? Avrei dovuto telefonare o qualcosa del genere, ma pensavo che probabilmente l’avrei trovata in casa».
«Lei è un amico della signora Archer?»
«Be’, frequentavo la famiglia, qualche anno fa. Ma abbiamo... come perso i contatti, in un certo senso. Ero di passaggio, sto tornando a Londra dal West Country. Ho pensato che sarebbe stato cortese venire a salutare. Era solo un’idea. Non fa nulla.»
Cominciò ad arretrare con riluttanza. Come aveva sperato, la ragazza lo trattenne.
«Quando la signora tornerà, le dirò che lei è stato qui. Sarà di nuovo qui per l’ora del tè.»
In quel momento, con tempismo, l’orologio della chiesa cominciò a battere i rintocchi del mezzogiorno.
Lui disse: «Ora sono solo le dodici. Non posso aspettare fino a questo pomeriggio. Non ha importanza, forse capiterò da queste parti un’altra volta». Guardò su e giù per la via. «Mi pareva che ci fosse un piccolo caffè, qui...»
«Non c’è più. Adesso c’è una gastronomia.»
«Be’, forse potrò avere un panino al pub. Mi sembra sia passato un sacco di tempo dalla colazione.» Le sorrise dall’alto della sua statura. «Arrivederci, allora. Piacere di averti conosciuta.» Si voltò come per andarsene. Riusciva ad avvertire l’esitazione di lei, il formarsi della sua decisione, come se fosse stato lui a dirigerne direttamente il corso. Poi lei parlò: «Potrei...».
Con un piede già sul primo gradino, lui si girò indietro.
«Cosa?»
«Lei è davvero un vecchio amico di famiglia?» Non vedeva l’ora che i suoi dubbi si dissolvessero.
«Sì, lo sono davvero. Ma non ho alcun modo di provartelo.»
«Voglio dire, stavo giusto preparando il pranzo per me e per il bambino. Potrei prepararlo anche per lei.»
Lui assunse un’aria di rimprovero, e lei cominciò ad arrossire. «Questo mi pare molto sconsiderato da parte tua. Sono sicuro che ti è stato detto più di una volta di guardarti dagli sconosciuti che si presentano alla porta.»
La ragazza sembrava preoccupata. Certo che le era stato detto. «È solo che, se lei è un amico della signora Archer, sarebbe la signora stessa a volere che io la invitassi a entrare.» Era sola e probabilmente si annoiava. Sembra che tutte le ragazze alla pari si sentano sole e si annoino. È un rischio del mestiere.
«Non dovresti metterti nei guai» aggiunse lui.
La ragazza accennò, suo malgrado, un sorriso. «Non credo che mi ci metterò.»
«E se io, supponiamo, rubassi l’argenteria? O cercassi di violentarti?»
Per qualche strana ragione questa possibilità non sembrava dopo tutto preoccuparla troppo. Piuttosto, intese le parole come una battuta, e ciò la rassicurò ulteriormente. Se ne uscì addirittura con una piccola risatina di complicità. «Se lei lo facesse, griderei e l’intero villaggio verrebbe in mio aiuto. Tutti sanno tutto di tutti a Woodbridge. Tutti parlano continuamente. Chiacchiere su chiacchiere. Nessuno ha segreti per nessuno.» Ritornò indietro, aprendo completamente la porta gialla. L’ampio e accogliente corridoio dell’ingresso apparve invitante alla vista.
L’uomo esitò per un tempo sufficiente a rendere credibile la sua reazione; quindi alzò le spalle e, accettato l’invito, la seguì oltre la soglia, con l’espressione di chi infine viene persuaso contro la sua volontà. Lei richiuse. L’uomo la guardò dritto in faccia. «Devi essere consapevole di quel che stai facendo.»
La ragazza rise di nuovo, eccitata dalla piccola avventura, quindi chiese, con un tono da hostess: «Vorrebbe levarsi la giacca?».
Lui lo fece e lei l’appese all’attaccapanni.
«Se vuole accomodarsi in cucina, potrei offrirle un bicchiere di birra, se lo desidera.»
«Grazie.»
Gli fece strada lungo il corridoio che conduceva sul retro della casa, fino alla cucina in stile moderno, costruita sul lato meridionale, che dava sul giardino illuminato a quell’ora dalla debole luce del sole. Lì ogni cosa rifletteva ordine e pulizia; le superfici lucidate, i fornelli scintillanti, acciaio inossidabile e tek levigato. Il pavimento era rivestito di piastrelle bianche e blu che ricordavano lo stile portoghese. C’erano piante sul davanzale, e una tavola vicino alla finestra apparecchiata per il pranzo. L’uomo vide il seggiolone, il copritovaglia di plastica lucida, i cucchiaini, la tazza Beatrix Potter.
«Ti stai prendendo cura di un bambino» constatò.
Lei era davanti al frigorifero e stava tirando fuori una lattina di birra. «Sì.» Chiuse lo sportello del frigo e prese un bicchiere di peltro che stava appeso a un gancio sopra la credenza di legno di pino lucidato. «È il nipote della signora Archer.»
«Come si chiama?»
«Thomas. Lo chiamano Tom.»
«Dov’è adesso?»
«Nel suo lettino, per il pisolino mattutino. Fra un momento andrò su a prenderlo, dato che il suo pranzo è pronto.»
«Quanti anni ha?»
«Due.» Gli porse bicchiere e lattina, lui l’aprì e ne versò il contenuto attentamente, senza produrre schiuma.
«Immagino che sia qui provvisoriamente, non è vero? Voglio dire, i suoi genitori sono in viaggio, o qualcosa del genere?»
«No, vive qui.» Il viso sorridente e pieno di fossette della ragazza assunse un’espressione contrita. «È una storia molto triste. La madre è morta.» Aggrottò le sopracciglia. «È strano che lei non lo sappia.»
«Te l’ho detto. Non ho più sentito gli Archer dall’ultima volta che ci siamo incontrati. Non ne avevo idea. Mi dispiace.»
«È morta in un incidente aereo. Stava tornando a casa dopo una vacanza in Iugoslavia. Era la loro unica figlia.»
«E così si stanno prendendo cura del nipote?»
«Sì.»
Bevve un sorso di birra, fresca e gradevole. «Cos’è successo al padre?»
La ragazza si era voltata dandogli la schiena e chinandosi per controllare qualcosa dentro il forno. Un odore fragrante riempì la cucina facendogli venire l’acquolina in bocca. Non aveva ancora realizzato, fino a quel momento, quanto fosse affamato.
Lei disse: «Erano separati. Non so nulla di lui». Chiuse il forno e si raddrizzò, gettandogli un’altra occhiata interrogativa. «Credevo che lei fosse a conoscenza anche di questo fatto.»
«Non ne so nulla. Sono stato all’estero per un po’. In Spagna e in America.»
«Sì, capisco.» Guardò l’orologio. «Se la lascio solo, si sentirà a suo agio? Devo salire a prendere Thomas.»
«Se sei sicura di potermi lasciare con il cibo senza che io ne approfitti per servirmi da solo.» La stuzzicò scherzosamente; di conseguenza la ragazza si rassicurò e sorrise. «Non credo che farebbe una cosa simile.» Era onesta, pura come un bicchiere di latte.
«Come ti chiami?» le chiese.
«Helga.»
«Sei svedese?»
«Sì.»
«Sono fortunati, gli Archer. A poter contare su una come te, voglio dire.»
«Anch’io sono fortunata. È un buon lavoro, loro sono molto gentili. A certe ragazze capitano posti terribili. Potrei raccontarle certe storie...»
«Segui dei corsi serali?»
«Inglese e storia.»
«Il tuo inglese mi sembra perfetto.»
«Sto studiando letteratura. Jane Austen.»
Sembrava così soddisfatta di sé che rise. L’uomo disse: «Corri a prendere il bambino, Helga. Io sono affamato, anche se lui non lo è». Lei arrossì nuovamente, senza una ragione, e se ne andò lasciandolo solo nella cucina assolata e scintillante.
Aspettò. La udì salire le scale, avvertì i suoi passi sul pavimento della stanza sopra di lui. La sentì parlare sommessamente e aprire le tende. Posò la sua birra e tornò, in punta di piedi, nell’ingresso, dove aprì la porta che dava sulle scale. Entrò nella stanza. C’erano delle poltrone foderate di chintz, il pianoforte a coda, gli scaffali di libri in bell’ordine, gli acquerelli senza...
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