
- 196 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Informazioni su questo libro
Altre storie della vita di provincia, altri personaggi commoventi o comici, altre indagini nella memoria in trenta racconti mai raccolti in volume.
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Informazioni
Print ISBN
9788804454342eBook ISBN
9788852043253Di casa in casa, la vita
Introduzione
L’orologio del Finetti
di Carlo Fruttero e Franco Lucentini
Mai ripubblicati finora salvo il primo (che serve qui di proemio) e rimasti sparsi in quotidiani, settimanali, riviste, almanacchi, notiziari perfino aziendali, questi trenta racconti si sono ordinati in volume praticamente da sé: secondo un filo cronologico che non è quello della loro stesura o prima pubblicazione, ma degli anni e della vita che “di casa in casa”, di paese in paese, sfilano e vi si rispecchiano.
E così anche è venuto a iscriversi da sé, sul frontespizio della raccolta, il titolo bellissimo delle pagine finali, che struggentemente la chiudono su queste righe di congedo:
Di casa in casa ho trascinato dietro di me gli anni, come un pazzerello o un bambino che si tira dietro, attaccati a una corda, barattoli e scatole vuote. Gli anni: gl’“irrevocabili anni / del caro viver mio”, col loro rumore di cose infrante, di voci che si accavallano.
Infine non solo il “montaggio”, la strutturazione del volume, ma la scelta stessa dei pezzi che lo compongono (e che, come data di prima pubblicazione, vanno dal lontano 1952 al 1986) può dirsi propriamente di mano dell’Autore. E vediamo di spiegare perché.
Piero Chiara era persona interiormente appartata e dimessa, uomo inoffensivo se mai ve ne furono. Come quel “Pietro” d’un suo racconto, che dietro i vetri della finestra non si stancava di ascoltare e guardar cadere la pioggia,
aveva presente di continuo la sua condizione di vivente effettivo, e la considerava una fortuna particolare. Purtroppo, e questa poteva essere una sua debolezza, era di quegli uomini che ritengono un privilegio immeritato l’esistere. Se vi sono persone al mondo tanto discrete da temere sempre d’occupare il posto altrui, di dar fastidio, d’ingombrare e d’essere quasi di peso alla terra, lui era di quelle. Ma non gli dispiaceva, perché solo così gli appariva interessante il vivere.
Quando tuttavia si staccava dai vetri per – come scrive – «penetrare nel deposito della memoria o passare nel laboratorio dell’immaginazione», è da credere che il timore d’essere di peso alla terra lo abbandonasse; e che, nel suo laboratorio o deposito, non si sentisse diverso da quei piccoli commercianti o artigiani, spesso semiambulanti, da lui tante volte descritti al banco dei loro negozietti o pazientemente al lavoro in fondo ai loro «portoni, bugigattoli, piccoli antri» in via dei Mercanti a Luino o negli altri paesi intorno al lago.
Questa professionale umiltà che traspare dovunque nelle sue storie – dalle più semplici, brevi e per così dire “economiche” alle più elaborate e complesse – fa tutt’uno col suo genio morale e poetico. E di lì, da quest’assenza, in un narratore nato, di ogni vanità o sfoggio letterario, nasce senza dubbio il suo incanto per una cerchia così ampia di lettori. Lì ha radice quello speciale “equilibrio creativo” che lo distingue e anzi «lo isola» a giudizio del più percettivo dei suoi critici «dagli altri scrittori di primo piano del nostro Novecento».
Torniamo ora ai “pezzi” qui riuniti, di cui abbiamo già detto che vanno dal ’52 all’86. Sia la loro scelta che il loro “montaggio” possono propriamente considerarsi di mano dell’Autore, abbiamo anche detto. E questo benché, certo, siamo stati noi a confezionare materialmente il volume, con materiale mai ripubblicato da lui stesso nelle raccolte precedenti.
Ma lui come le confezionava, le sue raccolte? Tra i racconti e raccontini, memorie e fantasie, note storiche e letterarie, cronache e pezzi di colore che, dopo il loro primo effimero impiego, veniva accuratamente riponendo nella sua scrivania: quali riutilizzava? quali lasciava da parte? con che criterio?
Una volta che glielo chiedemmo a proposito della sua stupenda raccolta dell’83 (40 storie di Piero Chiara negli elzeviri del «Corriere»), ci rispose ammiccando di aver badato soprattutto a una certa «economia di composizione». Col che forse, e anzi senza forse, voleva dire argutamente anche questo: che si guardava dal raccogliere sotto la stessa copertina unicamente dei “pezzi scelti”, nel timore di ritrovarsi poi con solo degli “scarti” nei cassetti.
E qui è impossibile non figurarsi Chiara nelle vesti di uno dei suoi piccoli commercianti, al banco di qualche negozietto luinese o in giro nei dintorni con un carrettino, mentre pesa al cliente un equo assortimento dei suoi articoli:
«Ecco a lei: una dozzina di storie di prima scelta, ben mature e del taglio giusto. Altre dodici meno regolari e proporzionate a prima vista, ma non meno sugose: delle brutte e buone, per così dire. Poi una manciata di queste storielle piccole ma saporite. Poi anche qualcuna un po’ verde o con qualche leggera ammaccatura, per forza, se no a me cosa resta? Mentre questi articoli che non sono proprio storie, con una noterella sul Piccio e un paio di recensioni, guardi, gliele metto per buona misura. Va bene?»
Perché nell’esercizio anche economico delle lettere, Piero Chiara, lo stesso “Pietro” che restava ore dietro i vetri a guardare la pioggia, era tutto il contrario dell’intellettuale realmente o apparentemente con la testa tra le nuvole. Non tenendosi e non essendosi mai tenuto da più di qualsiasi “esercente” per quanto piccolo, neppure credeva di doversi tenere da meno. E pensava che anche questo gli servisse, come scrittore, a mantenersi coi piedi per terra, a contatto con le realtà della vita.
Ne abbiamo trovato una commovente testimonianza nel raccontino La 501 della Provvidenza, uscito su «L’Automobile» ma non sappiamo precisamente quando, perché nei suoi cassetti il ritaglio non c’era. C’era invece copia del dattiloscritto inviato alla rivista, con in fondo una misteriosa iscrizione
CHRPRN 13023 E734C
di cui abbiamo addirittura pensato che fosse la targa della 501, prima di capire (e di ricordare qui ai suoi futuri biografi) che si trattava dello stesso Chiara in veste di contribuente e umile schedato fiscale.
Dei suoi volumi “antologici” – dall’Uovo al cianuro del ’69 alle Corna del diavolo del ’77, da Viva Migliavacca! dell’81 alle citate 40 storie dell’83 e al Capostazione di Casalino dell’86 – c’è però un’altra cosa da dire. E cioè che se non sono mai antologie in senso proprio, vale a dire “florilegi”, crestomazie, è anche per il fatto di essere esse stesse dei congegni narrativi. Nei quali, sotto forma di “economia di composizione”, ritroviamo lo stesso “equilibrio creativo” dei romanzi e racconti lunghi: con ciascun pezzo attentamente scelto, eventualmente corretto o per meglio dire “riparato”, e sapientemente collocato al posto giusto.
Basta ripassare in via dei Mercanti, del resto, e osservare (nell’Orologiaio in vetrina, una delle 40 storie) Metastasio Finetti mentre ripara un orologio dietro i vetri del suo stambugio, per avere un’idea precisa di questa tecnica:
I passanti si fermavano spesso a vedere lavorare l’orologiaio, che ogni tanto si aggiustava la lente alzando il sopracciglio, poi tornava a spilluzzicare con le pinzette dentro piattini pieni di rotelle e di viti, che teneva coperti con piccole campane di vetro. Veloce e preciso, carpiva dal piano del tavolino i tronchesini o il martelletto, che mollava subito per passare all’estrapade quando gli occorreva collocare una molla nel suo cilindro, oppure alla potence se doveva incastrare qualche pietra. L’orologio lo teneva stretto dentro una morsetta dalle ganasce imbottite, oppure nel cavo di una mano, come un uccellino del quale stesse per operare il cuore.
L’esempio non calza interamente, perché qui il Finetti l’orologio lo sta soltanto riparando, non rifacendolo del tutto come il prezioso Rosskopf (vedi I segreti d’un orologio) di cui non c’era più che la cassa. Ma mettiamo che il caso del Rosskopf fosse venuto ripetendosi: è probabile che i pezzi sotto le campanelle di vetro, a un certo punto, si sarebbero ridotti a quelli bastanti per un orologio solo ma completo.
Così appunto è accaduto con gli scritti rimasti nei cassetti di Chiara. Ed è per questo che anche la loro scelta può dirsi sua. Noi non abbiamo fatto che separare dagli altri i pezzi narrativi; che nella loro cassa – o sotto la loro copertina, che è lo stesso – si sono poi disposti facilmente da sé. Ci è solo mancata l’abilità di inserire nei punti giusti qualche rubino saggistico, qualche molla non narrativa, come Chiara senza dubbio avrebbe fatto. Ma anche così, ci sembra che l’orologio che ne è venuto fuori sia tra i più belli del Finetti.
1988
Il mio paese
Quando ero in collegio dai preti al De Filippi di Arona e frequentavo la seconda ginnasiale, il professore d’italiano, don Franceschi, che era nasuto come San Carlo, dava un tema per settimana: “Come passerai le vacanze”, “Scrivi una lettera allo zio augurandogli il buon onomastico”, “Racconta quale è stato il primo dispiacere che hai dato alla mamma”.
Ma un giorno dettò questo tema: “Parlate del vostro paese”. Aveva capito che i suoi allievi avrebbero finalmente riversato sulla carta la piena dei loro cuori, spesso attanagliati dalla nostalgia del paese nativo e dell’ambiente famigliare al quale erano stati tolti poco più che infanti.
Per il mio paese, che era distante da Arona quattro o cinque ore di battello e nascosto dai promontori che segnano le contorsioni del Lago Maggiore tra le Alpi e la pianura, spasimavo in segreto fin dal primo giorno di collegio. Mi pareva il più bel paese del mondo, il luogo di tutte le delizie, dove ogni casa, ogni pianta, ogni ciottolo delle rive aveva parole per me. Aspettavo di tornarci nelle brevi vacanze di Natale e di Pasqua e in quelle più lunghe dell’estate, contando come un carcerato i giorni che mi separavano dal rientro.
L’anno prima, liberato dal collegio in ritardo a causa d’una reprimenda che un prefetto aveva pensato di farmi proprio l’ultimo giorno di scuola e un momento prima che partisse il battello per l’alto lago, arrivai di corsa con la mia valigia al pontile quando il Regina Madre lentamente se ne staccava. Il capitano mi vide dall’alto del suo ponte, ma oramai il battello stava muovendosi e non era pensabile che per un ragazzetto magari bocciato agli esami, quel padreterno gallonato ordinasse una retromarcia e un nuovo accostamento della fiancata al pontile, con relativo lancio della passerella, anche mezza passerella, come accadeva qualche volta quando un ritardatario arrivava al momento in cui si ritirava il barcarizzo.
Il marinaio che stava arrotolando il cavo d’ormeggio, vedendomi arrivare aprì la bocca in una risata, additandomi ai viaggiatori che stavano in coperta. Guardavo con strazio sfilare l’ultimo battello della giornata, dove erano imbarcati due o tre miei compaesani e compagni di collegio arrivati per tempo. Proprio loro, comparsi a un parapetto, mi fecero segno di gettarmi dal pontile dentro il battello, che sfilando lentamente accostava la parte di poppavia ai piloni di legno dell’imbarcadero. Lanciai la valigia fra i cordami e saltai dentro il battello andando a fermarmi, con un ruzzolone, contro un sedile. Fui subito afferrato per un braccio dal marinaio, che mi portò davanti al capitano a render conto della mia azione.
Per fortuna si trattava del capitano Caccia, amico di mio padre, che da anni mi vedeva andare su e giù col battello da Luino ad Arona.
«Lo lasci qui!» disse al marinaio, con i piccoli occhi azzurri fuori della testa, come se volesse mangiarmi in due bocconi o passarmi in sala di tortura per farmi dare il “gatto a nove code”. Ma appena andato via il marinaio mi prese paternamente per la collottola e dandomi uno scrollone disse: «Sei un diavolo, che anche nella vita non perderà mai la corsa!».
Ne persi invece moltissime, ma forse solo quelle che mi avrebbero portato a cattiva destinazione.
Il capitano, sui battelli a ruote del Lago Maggiore era simile più a un portiere d’albergo che a un ufficiale di marina. Stava in alto, sul ponte di comando, dal quale dominava non solo il battello, ma gli imbarcaderi dove il suo bastimento attraccava, le piazze aperte verso il lago e tutta la parte d’ogni borgo che si affacciava alle rive. Il suo compito doveva essere di pura apparenza, perché la manovra era affidata al timoniere e i servizi di sbarco e imbarco ad alcuni battellotti comandati da una specie di sottocapo. Tanto che è probabile non avesse alcuna cognizione nautica e fosse del tutto ignaro di bussole, sestanti, longitudini e latitudini, nozioni del resto inutili a chi non compie navigazioni di altura. Il capitano, pur non avendo nulla da fare, era servito da un marinaio che gli stava sempre alle costole, gli portava il pranzo e il caffè dalle cucine e svolgeva funzione di portaordini e alzabandiera. Gli ordini che portava riguardavano, appunto, il caffè e il pranzo.
Affacciato alla plancia di comando, il capitano abbassava lo sguardo sul sottoponte con degnazione, per salutare con un cenno della mano qualche persona d’importanza che saliva a bordo. Ma ad ogni attracco doveva comparire al parapetto col berretto in testa, quando lo squillare dei campanelli interni, il tocco della campana di prua e l’improvviso affievolirsi delle macchine indicavano l’approssimarsi d’un paese: Luino, Laveno, Stresa, Arona o una delle isole Borromee.
L’inverno era duro sui battelli, che dovevano assicurare il trasporto dei passeggeri da una sponda all’altra e lungo le due sponde, quella lombarda e quella piemontese, solo in parte servite dalla ferrovia. Il freddo, le giornate di nebbia, il vento gelido delle Alpi e qualche fortunale, rendevano faticosa la vita dei battellotti, ma non quella del capitano, che saliva a bordo di prima mattina già infuso di grappa, con un cappotto a doppia fila di bottoni d’oro da maresciallo russo e una sciarpa bianca intorno al collo paonazzo. Così almeno il capitano Caccia, che mi pare riassuma e impersoni la lunga schiera di capitani passati sulle onde del Lago Maggiore e che oramai dormono da chissà quanti anni nel cimitero di Arona, il borgo dal quale venivano quasi tutti e dove stavano di casa, tra un viaggio e l’altro, vicini alla sede della Società di Navigazione che li aveva creati e in qualche modo inventati.
Tornando al professor Franceschi ormai di santa memoria certamente, e al tema che ci aveva dato, ricordo che fui travolto, scrivendo il mio componimento di getto su due o tre fogli doppi, dalla nostalgia per il mio paese lontano e forse, per la prima volta, da un sottile e misterioso piacere: quello di scrivere, di far rivivere i fatti, i luoghi, le persone che mi andavano apparendo nella mente e che trattenevo con gioia il tempo necessario per fissarli sulla pagina, nella quale prendevano un nuovo aspetto, più gradevole di quello vero.
Quando arrivai in fondo al mio lavoro, mi accorsi di aver scritto dieci pagine, nelle quali avevo raccontato la storia del mio balzo sul Regina Madre l’anno prima, poi avevo parlato del mio paese descrivendolo compiutamente, con le colline alle spalle, il bel fiume Tresa a lato, nello sfondo la curva aerea del monte Lema e davanti il bel golfo azzurro sempre ravvivato dal vento fresco delle Alpi.
Mi profusi nel decantare la mia casa, nell’antica via dei Mercanti, col suo balcone barocco sopra la doppia scalea di granito rosa della facciata, dissi del piccolo porto dov’ero cresciuto tra le barche con i figli dei barcaioli e dei pescatori, raccontai un’impresa aviatoria che avevo compiuto gettandomi dal tetto di casa con un paracadute improvvisato e tante altre mie vicende legate alle poche strade del vecchio borgo dove ero nato e dove avevo vissuto felicemente fin quando, per i tristi suggerimenti del coadiutore don Alessandro, mia madre si era indotta a chiudermi in collegio.
Il professor don Carlo Franceschi, Carlo come il Santo del quale portava il naso, quando lesse il mio componimento trasecolò. Un asino che era sempre arrivato con fatica alla sufficienza non poteva aver scritto quella specie di poema. Ma era chiaro che non avevo copiato da nessun libro: il compito era stato scritto in classe nel corso di due ore e l’argomento non consentiva interventi altrui.
Mi diede un voto mai toccato a nessuno: dieci. E gliene sono grato ancora oggi, come d’un regalo spropositato che doveva avviarmi molto più tardi ad un’arte che è l’unica, se ci penso, adatta ai miei pochi talenti, quella di raccontare, faticosa ed esigente quant’altre mai, ma anche consolatoria.
Il mio paese, dandomi allo scrivere, divenne lo sfondo di molte delle mie storie. Tutto è accaduto in quel paese, perché tutto è accaduto in me. Guai, scrisse qualcuno, allo scrittore che non ha dietro di sé un territorio preciso, una geografia e addirittura una topografia ben definita, vissuta, nei confronti della quale possa verificare passioni e sentimenti.
Ma è chiaro che un paese o un territorio, usati in tal modo, finiscono col diventare emblematici, che è come dire, almeno nell’aspirazione di chi li elabora in tal modo, universali.
Quel paese che ha ormai da tempo titolo di città, è sempre là, dove è sorto non prima dell’età medievale nonostante qualche tomba romana, ed è rimasto pressappoco quale l’ho trovato nascendo. Intatto o quasi nel suo nucleo antico, benché in questi ultimi anni abbia avuto, come tutti i paesi e le città, il suo sviluppo periferico e qualche manomissione all’interno: palazzi di sei o sette piani innalzati sopra strade secentesche e case d’altra epoca, negozi e boutiques disegnati da pretenziosi architetti, terrapieni avanzati nel lago e divenuti pubblici passeggi, posteggi di macchine e spazi per luna-park che i miei occhi sorvolano e non vedono, soffermandosi invece sulle vecchie facciate e talvolta fissandosi a un portone, a un’insegna, a una finestra o a un intonaco non mutato in nulla, come se il tempo fosse ancora quello della mia infanzia....
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Piero Chiara
- Di casa in casa, la vita
- Prefazione - Statura di narratore di Giovanni Tesio
- Cronologia
- Bibliografia critica essenziale
- Nota al testo
- DI CASA IN CASA, LA VITA
- Copyright