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Il ciclo di Shannara - 1. La spada di Shannara
Informazioni su questo libro
Il Signore degli Inganni è tornato dal passato, minacciando la pace della gente di Valle d'Ombra. E il saggio Allanon accorre da lontano per svelare a Shea la nobiltà delle sue origini e i misteri della magia. Perché solo Shea potrà conquistare la mitica spada di Shannara, il talismano capace di sconfiggere il Male e di restituire agli uomini la libertà, la concordia e la verità. L'eterna guerra tra il Bene e il Male si rinnova in questa avvincente storia ambientata nelle incantate Terre del Nord, dove si avverano i sogni e le leggende. Il romanzo che inaugura la più spettacolare saga "fantasy" degli ultimi anni.
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Informazioni
Print ISBN
9788804376552eBook ISBN
9788852041310XXXII
Nel secondo giorno della battaglia di Tyrsis si scatenò lo stesso massacro immane che già aveva mietuto tante vittime fra i soldati del Nord. La gigantesca forza d’invasione attaccò all’alba, marciando verso la facciata del dirupo in perfetta formazione al fragore profondo dei tamburi e fermandosi in assoluto silenzio a un centinaio di metri di distanza; poi, con un urlo assordante, l’esercito si lanciò a capofitto nella terrificante lotta per scalare l’altopiano. Incuranti della propria vita, come già il giorno precedente, gli attaccanti si scagliarono, un’ondata dopo l’altra, contro le difese esterne della Legione della Frontiera. Privi dell’ausilio delle rampe, che non avevano avuto il tempo di ricostruire, si servirono di migliaia di piccole scale di corda e di uncini. Fu una contesa feroce, spietata, terrificante. Centinaia di soldati del Nord caddero nei primi minuti.
Morto Acton, Balinor preferì non rischiare una seconda volta il reggimento a cavallo per contrattaccare il massiccio esercito nemico. Decise invece di asserragliarsi sull’orlo del dirupo e di tenere la posizione il più a lungo possibile. Colate di olio bollente e piogge di frecce decimarono le prime ondate di assalitori che, tuttavia, non fuggirono disordinatamente. Persistevano in una carica interminabile, sostenuta, evitando infine le frecce e le fiamme ardenti e raggiungendo la base dell’ampio altopiano dove le scale di corda vennero lanciate contro il dirupo. Folle di soldati urlanti si arrampicarono verso l’alto e il conflitto diventò un combattimento all’arma bianca.
Per quasi otto ore i valorosi difensori di Tyrsis respinsero un nemico venti volte superiore per numero. Le scale di corda venivano sistematicamente tagliate, gli uncini divelti dai loro appigli, i soldati del Nord ricacciati indietro non appena arrivavano in cima, e i vuoti che si aprivano momentaneamente nelle linee difensive venivano coperti prima che si potesse aprire una breccia. Gli atti di coraggio compiuti dai singoli membri della Legione furono troppo numerosi per poter essere descritti. Combattevano in una situazione impossibile, senza un attimo di riposo, con la consapevolezza che, se avesse conquistato la vittoria, il nemico non avrebbe concesso alcuna pietà. Per otto ore gli infuriati soldati del Nord combatterono inutilmente per irrompere attraverso le fortificazioni della Legione. Ma infine una breccia fu aperta sul fianco sinistro. Con un urlo selvaggio di vittoria il nemico si riversò sul dirupo.
Dopo la morte di Acton, l’anziano Fandwick era rimasto il solo comandante di quel settore. Chiamate a raccolta le sue forze di riserva, assai ridotte, si mosse per bloccare l’aggressione dei soldati del Nord. Una battaglia accesa, feroce, infuriò per lunghi minuti nella breccia aperta che gli aggressori erano decisi a tenere e ad allargare. Dozzine di soldati caddero da ambo le parti: fra questi il valoroso Fandwick.
Balinor fece accorrere altre riserve dal centro dello schieramento nel tentativo di chiudere la breccia, e infine vi riuscì. Ma un attimo dopo un secondo e un terzo varco si aprirono sul fianco sinistro, e l’intero reggimento cominciò a cedere. Rendendosi conto che il suo esercito non poteva più tenere le difese esterne, il re di Callahorn passò parola ai comandanti superstiti perché cominciassero una ritirata entro la città. Riunite le file decimate del fianco sinistro, il gigante della Frontiera chiamò a raccolta i reggimenti dislocati all’esterno e, tenendo a bada il nemico, si ritirò rapidamente con tutte le sue forze all’interno della città.
Fu un momento di grande amarezza per gli uomini del Sud che ora si concentrarono nella difesa delle grandi Mura Esterne. Ma l’esercito del Nord non avanzò per attaccare. Cominciarono invece a distruggere le trincee e le fortificazioni e a spostarle verso l’interno, sullo spazio aperto intorno alle Mura, dove si costruirono una propria postazione difensiva, lontano dal tiro degli arcieri della Legione. I soldati esausti osservavano in silenzio dall’alto delle Mura, mentre il sole del pomeriggio calava lentamente verso il crepuscolo. L’accampamento del Nord fu spostato sulle pianure immediatamente sottostanti la città e i soldati cominciarono ad accendere i falò mentre l’oscurità si chiudeva su di loro.
Negli ultimi istanti di luce il nemico rivelò parzialmente il suo piano per scalare le mura di Tyrsis. Furono avvicinate frettolosamente dalle pianure verso il dirupo grandi rampe inclinate, sorrette da pietre e legname ricavati dai resti delle precedenti rampe. Poi, dal crepuscolo, emersero tre massicce torri d’assedio, alte quanto le Mura Esterne, che furono sospinte su ruote e portate verso il fondo dell’accampamento nemico, bene in vista dalla città, in un chiaro tentativo di gettare il panico fra gli uomini della Legione assediata.
Dall’alto delle porte della città, Balinor osservava impassibile la scena insieme ai comandanti e agli amici partiti con lui da Culhaven. Si trastullò per un attimo con l’idea di un assalto notturno contro l’accampamento del Nord nell’intento di bruciare le torri d’assedio, ma subito l’accantonò. Era quello che si aspettavano da lui, e senza dubbio avrebbero accuratamente sorvegliato le porte della città per tutta la notte. Inoltre, la Legione non avrebbe avuto alcuna difficoltà a incendiare quelle torri così come aveva distrutto le rampe, una volta che fossero state mosse all’attacco.
Balinor scosse la testa, accigliato. L’intera strategia d’attacco adottata dall’esercito del Nord gli appariva sbagliata, ma non poteva esserne certo. Dovevano pure rendersi conto che le torri d’assedio non sarebbero mai riuscite ad aprire una breccia nelle Mura Esterne della città; certo avevano qualcos’altro in mente. Si domandò per la centesima volta se l’esercito Elfo avrebbe raggiunto in tempo la città assediata. Non poteva credere che Eventine tradisse le loro attese. Ormai era sceso il buio e, dopo aver ordinato un doppio turno di guardia su tutti i settori delle Mura, invitò gli uomini al suo fianco a dividere la cena con lui.
Nascosta in un boschetto di alberi sulla cima di un basso crinale diverse miglia a ovest di Tyrsis, una piccola compagnia di cavalieri scrutava, al calare della sera, l’orrendo spettacolo lasciato dalla battaglia. Osservavano in silenzio le enormi torri d’assedio che venivano spinte alla retroguardia dell’esercito del Nord per l’assalto del mattino successivo alla città-fortezza.
«Dovremmo far pervenire un messaggio» sussurrò Jon Lin. «Balinor sarà felice di sapere che il nostro esercito è in arrivo.»
Flick lanciò un’occhiata ansiosa alla figura di Eventine.
«Io spero che l’esercito sia in arrivo» mormorò il re Elfo. «Sono già tre giorni che Breen è partito. Se non ritorna domani, partirò io stesso.»
L’amico posò una mano sulla spalla sana del re.
«Tu non sei in grado di viaggiare, Eventine. Tuo fratello non ti tradirà. Balinor è un veterano e, da quando Tyrsis è stata fondata, nessun invasore è riuscito ad aprire una breccia nelle sue Mura. La Legione potrà resistere a sufficienza.»
Ci fu un lungo istante di silenzio. Flick tornò a guardare la città immersa nel buio e si domandò come stessero i suoi amici. Anche Menion doveva trovarsi oltre quelle Mura. Non poteva sapere nulla delle sue peripezie né di quel che era successo a Eventine. E nemmeno di quel che era accaduto all’imprevedibile Allanon che, apparentemente senza motivo, era scomparso poco dopo che Flick era tornato con gli Elfi in cerca del re. Anche se il druido era stato spesso vago su molte cose, non se n’era mai andato senza dare una spiegazione. Forse aveva parlato con Eventine…
«La città è accerchiata e sorvegliata.» La voce di Eventine emerse dalla crescente oscurità. «Sarebbe estremamente difficile superare le loro linee sia pure soltanto per far pervenire un messaggio a Balinor. Ma tu hai ragione, Jon Lin… è giusto che egli sappia che non lo abbiano dimenticato.»
«Non abbiamo la forza sufficiente per aprirci la strada fino a Tyrsis e nemmeno per colpire la retroguardia del Nord» dichiarò l’amico. «Però…»
Guardò rapidamente la massa scura delle torri d’assedio.
«Un piccolo gesto…» terminò il re con espressione significativa.
Non era ancora mezzanotte quando Balinor fu chiamato alla torre d’osservazione sopra le porte della città. Un attimo dopo rimase senza parole contemplando, in compagnia di Hendel, Menion, Durin e Dayel, il caos che si diffondeva a macchia d’olio nell’accampamento nemico. Alle spalle della immensa distesa di tende, quella centrale fra le tre gigantesche torri d’assedio si era trasformata in una pira ardente che illuminava la prateria per miglia intorno. Frenetici, i soldati correvano sopra le strutture di legno delle torri adiacenti nel disperato tentativo di impedire che le fiamme si diffondessero. Era ovvio che l’invasore era stato colto completamente di sorpresa. Balinor guardò gli altri con un sorriso contenuto. I rinforzi non erano lontani, dopo tutto.
L’alba del terzo giorno nacque in una quiete lugubre che si allargò sopra la terra di Callahorn e le armate nemiche. Sparito il fragore potente dei tamburi di guerra, il tonfo ovattato e ritmato degli stivali che marciavano verso la battaglia, sparite le urla rombanti degli aggressori. Il sole si levò infuocato e l’alone rosso cupo si diffuse nella notte morente come sangue. Una bruma profonda annebbiava il volto del paese coperto di rugiada. Vi era una assenza totale di movimento, di suoni. Sulle Mura di Tyrsis i soldati della Legione della Frontiera attendevano innervositi, scrutando l’oscurità alla ricerca dei primi segni di un attacco.
Balinor era al comando della sezione centrale delle Mura Esterne, Ginnisson di quella destra e Messaline di quella sinistra. Janus Senpre comandava ancora la guarnigione e le riserve della città. Menion, Hendel e i fratelli Elfi stavano silenziosamente al fianco di Balinor, rabbrividendo nell’aria fredda del primo mattino. Pur avendo riposato poco, si sentivano straordinariamente lucidi e stranamente calmi. Durante le ultime quarantotto ore avevano accettato con calma stoica la loro situazione. Sotto i loro occhi migliaia di uomini erano caduti, e le loro vite sembravano ormai insignificanti paragonate al terrificante carnaio che aveva sommerso quella terra antica… insignificanti eppure preziose. Le praterie sotto la città erano devastate e lacerate, la terra scolorata dal sangue e sommersa dalla morte. E non potevano aspettarsi se non una ripetizione di quanto era successo, e poi ancora un’altra, finché uno dei due eserciti non fosse stato annientato. Ormai tutti i difensori di Tyrsis avevano dimenticato la finalità morale che si nascondeva dietro la parola d’ordine “sopravvivere”; la guerra era diventata un riflesso meccanico, una giustificazione fine a se stessa per gli atti compiuti dagli uomini.
Nel rosso sangue del sole mattutino si delineavano le forme di uomini e cavalli mentre l’esercito del Nord riemergeva dalla penombra, un labirinto di formazioni accuratamente dispiegate sparso per tutta la distesa del campo di battaglia del giorno prima, dalle fortificazioni sull’orlo del dirupo fin oltre i legni carbonizzati delle due torri d’assedio distrutte. Erano silenziosi, immobili. Aspettavano. Hendel capì cosa stava preparandosi e sussurrò in fretta all’orecchio di Balinor. Rapidamente, il comandante della Legione mandò portaordini lungo le Mura verso i suoi subordinati, comunicando quel che era in serbo per loro, raccomandando di mantenere i soldati calmi e ai loro posti.
Menion stava per chiedere cosa stesse succedendo quando d’un tratto vi fu del movimento appena sotto le porte della città. Un guerriero isolato, ricoperto d’armatura dalla testa ai piedi, emerse lentamente dall’oscurità, alto, eretto, arrivando davanti alle Mura gigantesche. In una mano portava una lunga asta con un solo stendardo rosso. Con movimenti lenti, deliberati, conficcò l’asta nella terra, poi arretrò, si volse e si allontanò a grandi passi fino a raggiungere le sue linee. Di nuovo, per un momento, calò un silenzio assoluto. Poi nelle pianure risuonò il lungo urlo basso, lamentoso di un corno lontano… una, due, tre volte. E infine, il silenzio.
«La sentinella della morte.» Hendel ruppe il silenzio con un sussurro sommesso. «Significa che scateneranno un’offensiva senza quartiere. Intendono massacrarci tutti.»
Poi l’aria fu lacerata dall’improvviso rombo dei tamburi e tutto l’esercito del Nord si mosse contemporaneamente. All’unisono migliaia di frecce riempirono il cielo, scendendo a ventaglio verso i bastioni delle Mura. Lance, picche e mazze volarono dalle file dei soldati del Nord alla carica. Dalle brume delle pianure in basso emerse la massa dell’unica torre d’assedio rimasta, cigolante col suo peso tremendo mentre centinaia di soldati sospingevano e tiravano quel mostro torreggiante su per la rampa appena costruita verso le Mura Esterne. Dall’interno della città gli arcieri della Legione fecero cadere una pioggia di frecce sulle figure velocissime dei loro aggressori mentre gli altri si addossavano alle fortificazioni di pietra, attendendo gli ordini di Balinor.
Il gigante della Frontiera aspettò che la massiccia torre d’assedio arrivasse a venticinque metri dalle mura. Già il nemico stava tentando di scalare la grande barriera con uncini e scale, e la pietra era costellata di figure annaspanti nell’inutile tentativo di arrampicarsi. Bruscamente, dai bastioni furono rovesciati calderoni di olio bollente sugli uomini e sulla torre; poi vennero le torce ardenti, e l’intero fronte dell’armata del Nord fu sommerso dalle fiamme. La torre d’assedio e gli uomini scomparvero mentre ondate di fumo nero veleggiavano verso il cielo, cancellando agli occhi della Legione la vista dello spaventoso massacro, ma non le urla di terrore e di agonia. Gli aggressori che avevano tentato di scalare le Mura Esterne erano intrappolati. Alcuni riuscirono a spingersi fin sui bastioni dove furono rapidamente eliminati, ma per la maggior parte persero l’equilibrio e caddero oppure furono sopraffatti dal fumo pesante e crollarono urlando fra le fiamme.
Nel giro di pochi minuti l’assalto fu spezzato e l’intero esercito del Nord era nuovamente scomparso alla vista. Gli uomini sui bastioni scrutavano fra i turbini di fumo, tentando vanamente di scoprire quale forma avrebbe assunto l’assalto successivo. Balinor guardò i suoi compagni e scosse la testa, dubbioso.
«È stata pura follia. Dovevano sapere quel che sarebbe accaduto… eppure venivano ugualmente avanti. Sono forse pazzi?»
«Forse l’hanno fatto per confonderci…» borbottò Hendel. «Con quello schermo di fumo che siamo stati tanto gentili da offrirgli.»
«Quel massacro semplicemente per ottenere un po’ di fumo?» esclamò Menion, incredulo.
«Se questa è la verità, allora hanno un progetto ben definito… che ritengono infallibile» dichiarò Balinor. «Tenete d’occhio la situazione quassù. Io scendo alle porte.»
Bruscamente si volse e scomparve giù per la scala di pietra quasi correndo. Gli altri rimasero a osservarlo senza parlare, e ritornarono alle Mura. Davanti a loro, dense nubi di fumo nero si alzavano verso il cielo mentre l’olio continuava a bruciare sulle pianure. Le grida di morte si erano spente, e regnava uno strano silenzio.
«Che cosa stanno preparando?» Fu Menion a esprimere infine il loro comune interrogativo.
Per un attimo non vi fu alcuna risposta.
«Vorrei fossimo riusciti ad acciuffare Stenmin» mormorò infine Durin. «Non mi sento al sicuro nemmeno dietro queste mura con quel pazzo che si aggira per la città.»
«Lo abbiamo mancato per poco. Lo abbiamo seguito fin dentro quella stanza, ma sembrava dissolto nell’aria. Doveva esserci un passaggio segreto.»
Durin annuì alle parole del fratello, poi la conversazione si smorzò di nuovo. Menion scrutava attraverso il fumo e pensava a Shirl che l’aspettava nel palazzo, e poi a Shea, a Flick, a suo padre, al suo paese… in un succedersi velocissimo di immagini che gli invadevano la mente inquieta. Come sarebbe finita per tutti loro?
«Per gli spiriti!» esclamò bruscamente Hendel. «Che sciocco sono stato. Eppure l’avevo proprio davanti. Un passaggio segreto! Nel seminterrato del palazzo, sotto le cantine, nelle prigioni sigillate per tutti questi anni… un passaggio scavato nella roccia che porta alle pianure in basso. Il vecchio re me ne parlò, un tempo, anni e anni fa. Stenmin doveva conoscerlo!»
«Ecco come pensano di entrare in città! Ci assaliranno alle spalle.» Menion s’interruppe di botto. «Hendel! Shirl è là!»
«Non abbiamo molto tempo.» Hendel stava già correndo giù per i gradini. «Menion, seguimi. Dayel, vai da Janus Senpre e digli di far venire immediatamente dei rinforzi al palazzo. Durin, vai da Balinor e mettilo in guardia. Muoviamoci ora e voglia il cielo che non sia troppo tardi.»
In un attimo furono giù per i consunti gradini di pietra, correndo come invasati. Hendel e Menion si fecero strada senza tante cerimonie fra capannelli di soldati verso le porte che immettevano nella Strada di Tyrsis. Troppo lentamente, protestava la mente torturata di Menion! Per poco non mandò Hendel ruzzoloni mentre si dirigeva verso un recinto di cavalli sellati alla loro destra. Scostando bruscamente un guardiano che si era fatto avanti per chiedere spiegazioni e senza un solo istante di indugio, i due saltarono in sella ai cavalli più vicini e li spronarono verso la città. I cavalli attraversarono al galoppo le porte aperte, oltrepassando guardie allibite, folle di soldati della riserva appostati appena oltre i cancelli; con la strada libera, le due cavalcature corsero a rotta di collo verso il palazzo.
Gli eventi successivi si svolsero a un ritmo tale da superare ogni razionale concezione di tempo e spazio. Le persone e gli edifici passavano veloci in una macchia confusa mentre i due galoppavano sull’antico selciato della Strada di Tyrsis. Preziosi attimi andarono perduti, ma infine apparve in lontananza l’ampia arcata del ponte di Sendic, che univa il parco del popolo al palazzo dei Buckhannah. Una fila di carri si sparpagliò all’inizio del ponte quando i due cavalieri li superarono senza rallentare, lanciando le cavalcature oltre l’arco di pietra verso le porte aperte del palazzo. Giunti a tutta velocità nel cortile, Hendel e Menion fermarono bruscamente i cavalli e scesero a terra.
Tutto era silenzioso. Nulla sembrava fuori posto. Un solo staffiere emerse tranquillamente dalle ombre di un salice per ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La Spada di Shannara
- Mappa
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- XVIII
- XIX
- XX
- XXI
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- XXIII
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