
- 602 pagine
- Italian
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eBook - ePub
La legge dei padri
Informazioni su questo libro
Tutto ha inizio con un delitto inspiegabile. L'anziana moglie di un potente senatore viene rinvenuta uccisa in un quartiere dove non avrebbe mai dovuto trovarsi. Dopo pochi giorni viene arrestato suo figlio Nile, considerato il mandante del crimine, ma questo è solo l'inizio di una sconvolgente vicenda avvolta nel mistero.
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Informazioni
Print ISBN
9788804473404eBook ISBN
9788852043796Parte seconda
LA TESTIMONIANZA
4 dicembre 1995
SONNY
Mia madre era una rivoluzionaria. O almeno, è così che si definiva, anche se il termine più adatto sarebbe “visionaria”. Cannoni e bombe, e le manovre politiche, e i crudeli meccanismi della guerra per il potere, avevano ben poca presa sulla sua immaginazione. Era l’utopia oltre tutto questo a ispirarla, la terra promessa nella quale il genere umano sarebbe stato libero dagli effetti mutilatori del duro destino materiale. Nutrivo un timore reverenziale per le sue incontrollabili energie e, come atto di fede personale, ho sempre tenuto in mente le sue grandi speranze. Ma mia madre e io non eravamo mai completamente in accordo. Lei era impulsiva, sempre leggermente fuori fase… e comunque, fuori dalla mia portata, in tutti i sensi.
Con in mente Zora e le nostre diversità, sono arrivata tardi in tribunale. Nikki si rifiutava di vestirsi. Si sdraiava quando le dicevo di alzarsi, si toglieva la camicetta non appena gliel’avevo abbottonata, ed esigeva, per una ragione che nessuna richiesta di spiegazione razionale è riuscita a identificare, di indossare qualcosa di azzurro. E quando alla fine ho adottato la severità, naturalmente si è messa a piangere, mi ha afferrata per la gonna ed è ricorsa alla solita supplica: Non voleva andare a scuola. Non oggi. Voleva stare a casa. Con me. Oh, la sofferenza del lunedì, della separazione, del chiedere a Nikki di credere, contro qualunque evidenza, che lei, per me, rimane il centro del mondo. Un giorno, continuo a promettere, sarà come lei chiede. Chiamerò Marietta e le ordinerò di portare avanti lei il lavoro. Ma non oggi naturalmente. Oggi esistono dovere e costrizione. Inizia il processo contro Nile Eddgar. Devo trasferirmi nel mio altro mondo, giocare con i travestimenti e le finzioni. E così inizio la settimana con il solito tormento familiare, dicendomi che non sono mia madre, che in qualche modo sono sulla strada di sconfiggere ciò che di lei rimane in me.
Per la tranquillità di entrambe, ho permesso a Nikki di non prendere l’autobus della scuola e l’ho accompagnata io. E con questo ho accumulato venti minuti di ritardo sulla mia frenetica tabella oraria mattutina. «Il nostro mestiere ha un grande vantaggio» mi ha detto uno dei giudici anziani, il giorno in cui ho prestato giuramento. «Senza di noi, non possono cominciare.» Eppure, ho sempre pensato che un’aula affollata in attesa di un giudice è una dimostrazione di arroganza. Supero di corsa l’ingresso posteriore dell’aula e raggiungo il mio scranno, impreparata alla scena che mi accoglie. Ho la sensazione che luci e riscaldamento siano stati alzati al massimo. Oltre il divisorio di vetro antiproiettile, la galleria è zeppa di amanti dei processi e altri cittadini-spettatori: tutta gente affetta da una vena di sadismo. Maniaci, pensionati, osservatori processuali, curiosi, tutti in preda a un’attrazione primitiva per l’atto estremo che è l’omicidio. All’interno del perimetro dell’aula, gli agenti in uniforme s’incrociano pigramente sul fondo, mentre i molti giornalisti affollano il limitato spazio disponibile. I banchi della giuria devono restare vuoti, in attesa della convocazione dei membri, che avverrà fra breve. Invece, Annie ha creato una finta postazione stampa, sistemando alcune poltroncine pieghevoli contro uno dei pannelli di quercia giallastra che delimitano i banchi della giuria. I migliori posti in prima fila sono occupati da tre disegnatori, che hanno deposto i pastelli ai loro piedi.
Non appena mi vede, Marietta grida il suo «Entra la corte» rimettendo ordine in aula. La stanza risuona del rumore di centinaia di persone che si alzano, del fruscio delle carte, delle conversazioni che si riducono gradualmente a un bisbiglio.
«Il popolo degli Stati Uniti contro Nile Eddgar» intona Marietta, quando ci siamo seduti tutti. «In processo.» Con mia sorpresa, a queste parole mi si stringe lo stomaco. Due dei disegnatori si mettono immediatamente al lavoro, con gli occhi che vanno dai blocchi di carta a me. Nell’unica occasione precedente in cui ho visto in televisione il ritratto del Giudice Sonny – durante un acceso caso di divorzio – sono rimasta disturbata dall’espressione severa attribuitami dal disegnatore, dalla mia faccia regolare incisa dalle ombre. Non sono forse più carina e serena di così?
Nel frattempo, i partecipanti incedono lentamente verso il banco di quercia che rappresenta il punto focale dell’aula: Gina Devore, dell’Ufficio Patrocinio Gratuito, una peperina in abito di Ann Taylor, accompagnata da un nero corpulento che dev’essere l’avvocato di Washington la cui presenza mi è stata preannunciata dalla stessa Gina. Dall’altro tavolo avanza Tommy Molto, il supervisore della Sezione Omicidi che – cosa rara per lui di questi tempi – rappresenterà la pubblica accusa. Anche lui ha un compagno, Rudy Singh, un giovane uomo snello di indicibile bellezza, dai modi delicati e dal musicale accento indiano, che è stato assegnato a questo tribunale la settimana scorsa, e perché si occupasse solo di questioni di routine. Alla fine, dietro tutti loro, Nile Eddgar, ancora in piedi e un po’ frastornato. Supera il metro e ottanta, è molto più alto di quanto io ricordi che lo fosse il padre, e torreggia su Molto e Gina. L’ultima volta che è stato qui, per il rinvio a giudizio, i capelli erano a coda di cavallo, e non sembravano particolarmente puliti. Ora ha la barba rasata di fresco, e la chioma è stata accorciata da un taglio deciso, anche se non molto ben fatto. Dà la sensazione di essersi semplicemente accordato con il barbiere perché ne asportasse la metà. Carichi di elettricità invernale, i capelli castani gli si rizzano attorno alle orecchie come alberelli di Natale, e sembrano quelli di un orfanello d’altri tempi. Tuttavia, come simbolo dell’autorità locale, sono compiaciuta che Nile abbia fatto questa concessione alla rispettabilità, anche se fuori di qui considererei lo stesso gesto stupido o convenzionale.
Alle celle di sicurezza, le chiavi tintinnano e le voci si alzano. Gli agenti addetti ai trasferimenti hanno cercato disperatamente il detenuto, e nell’aula piove uno scroscio di risate di sollievo, quando si rendono conto che non è prigioniero, ma libero sotto cauzione. Gli avvocati pronunciano il proprio nome perché venga trascritto.
«Vostro Onore» dice Gina, «mi permetta di presentarle l’avvocato Tuttle di Washington, D.C.» La sua richiesta di farsi sostituire come difensore d’ufficio e il foglio con la nomina di Tuttle passano da Gina a Marietta a me. H. Tariq Tuttle. All’udienza preliminare, ho concesso all’avvocato d’ufficio di restare in carica mentre Nile tentava di trovarsi un difensore privato. Uno di fuori città mi va bene, perché questo eviterà la fastidiosa questione dell’incompatibilità, nel caso Nile si sia occupato della libertà vigilata di altri clienti del suo stesso difensore. Commento ad alta voce che Tuttle ha un numero dell’albo degli avvocati locale, il che significa che è autorizzato a esercitare in questo stato.
«Vostro Onore, prima di trasferirmi a Washington ho appartenuto a questo Foro.»
«Bentornato, allora.» Accetto la nomina, e Gina, minuscola ed energica, fila via per occuparsi dell’altra mezza dozzina di corti nelle quali ha qualche questione da risolvere. «Avvocato Tuttle» dico, «mi aiuti con il suo nome di battesimo, in modo che quando la presenterò alla giuria, non lo storpi. Tariq?»
La mia domanda lo sorprende. Alza per un attimo lo sguardo, poi pronuncia il nome. «Serve solo per i documenti, Giudice, non lo uso più molto. Comunque, la seconda sillaba suona come in “ricco”. Anzi, come in “riccastro”.»
Sorride fra sé. Il messaggio è inequivocabile. Non si preoccupi, non farò sempre lo spiritoso. Omone di notevole peso, è di un’eleganza impeccabile, con il grosso corpo rivestito da un bell’abito italiano di lana che dà sul verde. È tutto rotondità, con la pettinatura afro scolpita attorno alla testa, e la barba tagliata corta che segue la larga faccia carnosa. Ha l’insinuante atteggiamento tribunalizio del penalista da grande città. Quest’uomo è stato di fronte a molte corti, a far battute a proprie spese. Al momento, per ingraziarsi il giudice, esibisce una radiosità solare. Ma il serpente salterà fuori presto. Fra il giudice che fatica per presiedere nel modo giusto e il difensore che continua a muovere critiche in vista di un eventuale appello, esiste una rivalità naturale. Il processo comincia immediatamente.
«Con il permesso della corte, avrei un’istanza.» Tuttle si sfila lentamente un giornale di sotto il braccio, come per rivelare un’arma nascosta.
«Prima che cominci, avvocato Tuttle, mi permetta di ritornare su una questione di presunta incompatibilità.» Comincio a sciorinare i miei passati rapporti con la famiglia Eddgar, ma Tuttle scuote amabilmente la testa.
«Le siamo grati per la sua sensibilità, Vostro Onore, ma non ci sono problemi. Il signor Eddgar ammette la sua passata conoscenza con la corte, e non muove obiezioni. Come, naturalmente, l’ammetto io.»
«Lei?» chiedo. Non sono mai stata brava a nascondere le emozioni. Anzi, da quando ho accettato questo lavoro, mi sono addestrata a lasciarle emergere con una certa sicurezza, come a fare intendere che mi è valsa la pena arrivare a quarantasette anni per conoscere ciò che conosco di me stessa. Ma anche così, spesso mi trovo impreparata, come lo sono adesso, di fronte alle oscure reazioni improvvise che mi sfuggono. Sto ancora meditando sulla mia mancanza di controllo quando, inaspettatamente, vedo ciò che mi è sfuggito, e malgrado la mia determinazione a dimostrare presenza di spirito, scopro di avere letteralmente spalancato la bocca.
È Hobie. Ho-bie!
«Mi scusi, avvocato Tuttle. È passato molto tempo.»
«Lenti a contatto, Giudice» dice lui. «Il nome. La barba.»
«La pancia.» Dalla parte dei banchi della giuria sento arrivare una voce sommessa che tuttavia è udibilissima nel limitato spazio dell’aula. I giornalisti scoppiano in una risata collettiva, che viene interrotta immediatamente da un unico, sbalorditivo colpo di mazzuolo sul tavolo dove staziona Annie, a un livello più basso del banco della corte. Si potrebbe ricavare una casistica interessante dallo studio di ciò che accade quando si danno un mazzuolo e una divisa a una persona sottoposta per una vita alla repressione etnica. In aula, Annie esige ordine costante. Non permette che si legga, si parli, si mastichi gomma. Perfino i membri delle bande che vengono a dare un’occhiata ai loro amici sotto processo sono costretti a togliersi i berretti. Ora Annie rimprovera il giornalista indisciplinato con uno sguardo così furioso che lui si nasconde la faccia fra le mani. Anche Hobie si è girato, le braccia alzate in un gesto implorante, e scuote la testa finché l’uomo non osa alzare di nuovo gli occhi e io riconosco Seth Weissman. Si tira su a metà facendo leva sui braccioli della poltroncina, si volta a guardarmi e formula con le labbra: «Chiedo scusa». Sento che la bocca mi si spalanca di nuovo.
In realtà, a sconvolgermi non è vedere Seth. Mentre pensavo a questo processo mi è tornato in mente così spesso che ero vagamente preparata alla sua presenza. È il suo aspetto a sbalordirmi. D’impulso, penso per un attimo che sia stato malato. Ma questo, ammetto poi, nasce dal mio lugubre bisogno interiore di trascinare tutti al mio livello. Comunque, la sua malattia è benigna: è diventato solo calvo, e la testa è una levigata cupola rosa. Ma per uno che portava i capelli non proprio puliti lunghi fin dietro le spalle, la cosa risulta rovinosa. Altrimenti, sembra che il tempo l’abbia abbastanza risparmiato: è più largo in vita, e gli arti sono ancora un po’ troppo sottili per uno alto come lui. La faccia lunga, virile, è dominata dal naso, e un po’ più carnosa alle mascelle. La legge di gravità ha svolto il suo lavoro. È come se Seth avesse perso colore. La stessa cosa che potrei dire di me.
«Procuratore Molto» chiedo, quando riprendo il controllo, «la passata frequentazione della corte con il difensore influisce in qualche modo sul suo atteggiamento nei miei confronti come presidente di questo processo?»
Molto si alza, con le piccole mani dalle unghie smangiucchiate incrociate di fronte a sé, ed esibisce la solita impazienza. Siamo tornati sull’argomento almeno dieci volte.
«Assolutamente no» dice distintamente.
Nel frattempo, il mio sguardo scivola verso Seth, vicino ai banchi della giuria. Che ci fa, qui? mi chiedo finalmente. Ma la risposta è ovvia. Un pezzo per la sua rubrica. Sulle coincidenze. Sulla serendipità. Scriverà sui capricci del destino, su come le figure del suo passato siano riemerse con ognuno impegnato in uno strano nuovo ruolo, bizzarramente stonate quanto i personaggi di un sogno.
«Vostro Onore» esclama Tuttle, «ho un’istanza a presentare. Ritengo che Vostro Onore abbia visto il “Tribune” di stamattina.» In genere, le notizie di cui vengo a conoscenza mi arrivano attraverso l’autoradio, nelle tre mattine in cui guido l’autobus della scuola. Capita anche che la sera tardi, in momenti di suprema pigrizia, dopo che Nikki è stata messa a letto, quando mi caccio nella vasca da bagno con un bicchiere di vino e sfoglio il “Tribune” o l’edizione nazionale del “New York Times”. Ma la maggior parte delle sere sono troppo esausta per concedermi qualcosa di più di una confusa riflessione sulla giornata appena trascorsa e le centinaia di compiti in sospeso, a casa e in tribunale, e invece delle pecore, prima di addormentarmi conto le cose da fare.
Apro il giornale che mi è stato passato e mi trovo di fronte a un titolo che attraversa tutta la parte alta della prima pagina. L’ACCUSA: IL FIGLIO DEL SENATORE INTENDEVA UCCIDERE IL PADRE, NON LA MADRE. “Il processo inizia oggi” dice l’occhiello. La firma è Stew Dubinsky. Esclusiva per il “Tribune”. Scorro in fretta l’articolo: “Fonti vicine agli inquirenti… il processo per complicità in omicidio contro Nile Eddgar inizia oggi… L’Ufficio del Procuratore Distrettuale si appresta a provare che la vittima predestinata non era la madre dell’agente addetto alla libertà vigilata presso la Corte Superiore di Kindle County, ma il padre, il senatore dello Stato Loyell Eddgar… si ritiene che l’errore d’identità sia stato reso possibile dal fatto che quella mattina la signora Eddgar si era fatta prestare la macchina dal marito”.
A questo punto, mi porto una mano alla fronte. Dio, quante cose da calcolare. Eddgar! Trovo la notizia sconvolgente, forse soprattutto perché in un solo colpo appare molto più probabile che lo strano giovanotto di fronte a me possa davvero essere colpevole. Finalmente, faccio cenno a Hobie di procedere.
«Vo...
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Scott Turow
- La legge dei padri
- Parte prima - L’ACCUSA
- Parte seconda - LA TESTIMONIANZA
- Parte terza - IL GIUDIZIO
- Copyright