Acquisii il mio primo suocero senza la sua volontà, dopo aver già combinato tutto con sua figlia e con sua moglie, in modo che mi fu suocero, e io gli fui genero, passivamente, mancando, all’infuori del matrimonio, un atto non formale capace di consolidare la nostra parentela.
E quale parentela del resto ci poteva essere tra un italiano di pochi mezzi e d’incerta qualificazione, in una società e in uno Stato del tutto aleatori quali erano lo Stato e la società italiana nel 1935, e un professore di medicina, direttore d’ospedale, svizzero, borghese per nascita, per tradizione e per destino, che sembrava uscito da una pagina di Thomas Mann carica di tutto ciò che è borghesia tedesca, o svizzera che fa lo stesso in quanto a senso di sé, sicurezza di eternità e di dominio su tutto ciò che può fluttuare nel mondo?
Il professor Gottlieb Richard Scherer, direttore dell’Ospedale Walburg di Zurigo, una clinica ortopedica molto reputata, mi conobbe un giorno d’estate del 1935 nel suo gabinetto, dentro l’ospedale del quale era despota assoluto. Vi ero stato portato da sua moglie, la quale era consenziente alle mie nozze ma doveva sottoporre, anche solo per pura formalità, il previsto genero al marito esercente la patria potestà, almeno legalmente, in quanto egli aveva, dopo il divorzio, abbandonato alla moglie ogni cura d’istruzione e di educazione della figlia.
Al momento giusto ero stato chiamato a Losanna dalla mia futura suocera che m’insegnò come avrei dovuto rispondere alle domande del professore e mi consigliò di non aggiungere nulla di mio.
Quel giorno d’estate in cui fui accompagnato da Losanna a Zurigo su uno Schnellzug (treno rapido) traballante e sbatacchione, ero sofferente di cistite, se così si chiama uno spasimo continuo dello sfintere uretrale che obbliga ogni cinque minuti a spremere dolorosamente la vescica. Il male mi era sopravvenuto improvviso e non ci avevo potuto trovare altro rimedio oltre l’acqua calda, in cui mi immergevo appena ne trovavo, a semicupio se potevo, o con acrobazie a cavallo dei lavandini, pur di alleviare il tormento.
Con grandi sforzi potevo resistere un quarto d’ora a quello spasimo; e mai mi era capitato, in quel lasso di tempo, di star senza trovare un pisciatoio, una ritirata, un bagno o altro luogo dove dare tregua allo stimolo.
Nell’ospedale Walburg, intimorito nell’attesa del celebre professore padre della mia fidanzata, e d’altra parte obbligato a superare l’esame al quale mi avrebbe sottoposto, la mia vescica parve distratta da tanto impegno e mi lasciò tranquillo forse per mezz’ora. Ma fu proprio il tempo che occorse aspettare prima di essere ricevuti.
Quando ci fecero passare nello studio, dove c’era, in piedi in un angolo, lo scheletro di un gobbo che il professor Scherer aveva conosciuto e curato da vivo, il mio tormento ricominciò.
Seduto sopra una sedia, subii in quelle condizioni un esame esterno che non dovette essere sfavorevole. Il professor Scherer vide un essere normale, dall’aspetto non sinistro, apparentemente sano e soprattutto timido e intimorito. Gli bastò. Forse gli sarebbe bastato anche meno, perché il suo esame era nient’altro che un’apparenza destinata a salvare il suo prestigio di padre. Non mi interrogò su nulla. Parlò lui e disse che la decisione di sposarsi è una cosa alla quale neppure un medico può portare rimedio, quindi «sforzatamente» (parlava bene l’italiano ma alterava qualche parola) dava il suo consenso. Fu brevissimo, e gliene fui grato nel cuore, perché uscendo e traversando un corridoio potei infilare un gabinetto e togliermi lo spasimo.
Notai la sua meraviglia, vedendomi indovinare con tanta sicurezza una porta sulla quale nulla indicava trattarsi di una ritirata. Egli non sapeva che il mio male in pochi giorni mi aveva acuito talmente la sensibilità che sentivo la presenza di un cesso a cento metri di distanza. Stimò lo Scherer quella mia sicurezza nel trovare la porta giusta un segno dell’intelligenza italiana, e ne tenne conto per la sera, a tavola, nel ristorante dove ci aveva invitati per compiere interamente il suo dovere di padre, quando in segno di confidenza e di apprezzamento mi raccontò che vent’anni prima, un inverno in cui era gelato il lago di Zurigo e tutta la città ci saliva sopra a pattinare, a mangiare salsicce e a far festa, un italiano ingegnoso aveva costruito un gabbiotto coperto sopra un buco che aveva trivellato nello spessore del ghiaccio e faceva pagare cinque centesimi a chi aveva bisogno del gabinetto. Quell’italiano, mi disse, fece un mucchio di soldi perché tutti, stimolati dal freddo, correvano a fare acqua in quell’unico posto disponibile.
Mi fece bere, quella sera, una quantità enorme di vino. Mesceva continuamente e beveva per primo obbligandomi, per timidezza e rispetto, a far altrettanto. Pur essendo riuscito a bere un terzo di quel che aveva bevuto lui, mi alzai con la testa che pareva un alveare, meravigliandomi con me stesso dell’equilibrio che riuscivo, o che credevo di riuscire a mantenere nel camminare. Lui era impassibile e freddo come se avesse bevuto caffè e latte, sicuro di sé e ben orientato, sebbene vedesse pochissimo, e neppure dove metteva i piedi, a causa di un glaucoma.
Nel complesso rimase soddisfatto di me: non ero del tutto cretino, avevo qualche buona qualità di italiano, non sapevo bere, dimostravo di sentirmi meno di un microbo a petto a lui che raddrizzava le gambe dei principi e dei miliardari e che alcuni giorni dopo doveva venire in Italia per partecipare a un consulto col professor Pucci che aveva in cura una figlia di Mussolini malata di poliomielite. Forse la medesima che un anno o due fa sposò un fratello di Sofia Loren, se non faccio confusione, scarso lettore di rotocalchi quale sono.
Fu gentile ma compassato il professore quella sera e anche in seguito. Onesto poi sempre fino allo scrupolo e generoso al punto di regalarci il ricavato di un piccolo terreno che aveva comperato nel 1913 a Malcesine sul Lago di Garda, forse innamorato di quel luogo romantico e per andarci da vecchio a vivere tra gli ulivi e i limoni; sogno di ogni tedesco al quale egli aveva evidentemente rinunciato.
Ci accompagnò alla stazione, quando il giorno dopo ripartimmo per Losanna, e si scusò di non poter essere presente alle nostre nozze in Italia per impegni precedentemente assunti. Era chiaro che per noi aveva già fatto fin troppo.
Non lo rividi più fino alla nascita di mio figlio, un anno dopo. Mio figlio era andato a nascere a Zurigo ed io lo raggiunsi il giorno del battesimo, che avvenne in una clinica con la sola presenza mia, del prete e del neonato. Padrino e madrina furono presenti per procura. Ma alla sera il professor Scherer venne a cena in casa di sua moglie che intanto si era trasferita a Zurigo pur essendo sempre separata o divorziata. Sua figlia era ancora a letto in clinica e cenammo soli, lui, la suocera ed io.
Arrivò un’ora prima di cena con una valigetta di pelle a soffietto, di quelle con lo specchietto di metallo sul fianco, simili a un cane bassotto, che usavano una volta i medici. Dentro aveva quattro bottiglie di vino di Borgogna che un suo paziente francese gli aveva regalato. Le mise in fila sul tavolo facendomi gelare di paura, perché capii che le avrebbe bevute tutte e quattro facendomi partecipare in giusta misura.
Intanto che si aspettava di andare a tavola si sedette in una poltrona e, scendendo dai cieli della sua professione e dei suoi pensieri, s’interessò di me. Colpevole d’avergli dato un nipote, e messo a disagio da quel suo degnarsi di venire a cenare con me, ero disposto a secondarlo in ogni cosa. Mi fece qualche domanda sulla mia famiglia. Dissi che ero figlio unico e che i miei vivevano modestamente in un paese, essendo mio padre pensionato dopo quarant’anni di servizio in un ufficio statale. Volle sapere di dov’era nativo mio padre, ma senza interesse eccessivo. Gli dissi che era siciliano, ma da più di trent’anni sistemato nel Nord Italia, dopo aver sposato mia madre che era piemontese. Si compiacque allora di informarsi sulla famiglia di mia madre.
«Avevano delle campagne, i miei vecchi...» incominciai.
«Contadini» concluse, e ritornò alla famiglia di mio padre.
«Mio nonno» dissi «fabbricava fuochi artificiali, ma poi saltò in aria con tutto il laboratorio e dovette coltivare la campagna per mantenere la famiglia.»
Il professore approvò con la testa e concluse un’altra volta: «Contadini». Senza disprezzo, come se non potesse essere altrimenti: «contadini».
Ammisi che i miei antenati erano contadini tanto da una parte che dall’altra, rinunciando a spiegare che mia madre era figlia di proprietari e non di servi della gleba, e che mio padre non era mai stato contadino e, salvo la disgrazia che costrinse suo padre a grattare la terra, anche i suoi avi non erano zappatori, e il bisnonno era barone di Ghiribbò, o marito della vedova di un barone di Ghiribbò. Allora c’era questo dubbio, che fosse marito della vedova d’un barone, ma ora si sa che era proprio il barone, cioè il cornuto, perché la moglie aveva un altro, lui vivente, e quell’altro fu scambiato nelle genealogie per il nostro antenato, il che sarebbe stato meglio. Ma intanto io discendevo da un barone e per un borghese come il professor Scherer sarebbe stato un bello smacco trovare che un microbo come me aveva del sangue, quando in Svizzera fanno tesoro di piccoli patriziati proprio contadineschi, e quando c’è un mezzo barone ex austriaco o ex tedesco è raro e apprezzatissimo come non lo è nemmeno un principe in Sicilia o a Roma. Ma se avessi detto cose simili non le avrebbe neppure ascoltate o mi avrebbe avuto per mentitore e spaccone. Invece, contento della mia discendenza contadina, si mise a tavola di buon umore e non insistette troppo per farmi bere.
Se ne andò dopo aver fatto chiamare un taxi e non lo rividi più per qualche anno. Aveva troppo da fare nel suo ospedale, era sempre a congressi in ogni parte del mondo, o a consulti, celebre com’era e stimatissimo nella sua professione, oltre che uomo affascinante che sembrava alto pur essendo di mezza statura, tanto si teneva con solennità, a testa eretta e con lo sguardo azzurro fisso di grande uomo nordico, tutto scienza, orgoglio e onestà. Rideva con gli occhi, quando rideva, ma sempre delle cose che aveva detto o che stava per dire, non degnando d’attenzione quelle altrui. Amava essere estroso. Una volta, durante un’operazione, per non farsi capire dal disgraziato al quale non aveva detto che gli avrebbe tagliata una gamba, parlò per tutta la fase preparatoria in latino con gli assistenti.
A grossi personaggi aveva dato risposte taglienti; e anche gli onori che gli avevano reso per i suoi studi e per i risultati che otteneva nell’ospedale, li aveva sempre accettati con degnazione, come cose estranee alla scienza, profane e inutili.
Sua moglie raccontava che molti anni prima, appena dopo la prima guerra mondiale, era stato invitato a Portofino dai parenti di una bambina che aveva curato, i quali avevano un grande albergo. Non accettò subito; ma qualche mese dopo, improvvisamente, decise di venire in Italia, e a Portofino, che gli avevano detto era vicino a Genova. Arrivò a Genova col treno e uscito in piazza prese una carrozza. Il cocchiere gli domandò dove si andava.
«A Portofino» disse.
«A Portofino?» chiese il cocchiere.
«A Portofino» ripeté lui guardandolo col suo occhio da Unno, spalancato e chiaro.
Il cocchiere frustò. Dopo un’ora di viaggio lo Scherer capì che quel «vicino a Genova», «a due passi da Genova», che gli avevano detto per invogliarlo, voleva dire una trentina di chilometri. Ma non si scompose e volle far vedere al cocchiere che non si era sbagliato, che anzi sapeva bene quel che voleva. E andò avanti impavido fino a Portofino dove arrivò che era quasi notte, stanchissimo e mezzo acciaccato dagli sballottamenti.
Chissà quanti di questi episodi c’erano nella sua vita. Ma parlava scarso e stava così raramente coi parenti che poco si sa di lui oltre al lavoro che faceva con grande scrupolo e disinteresse, e quasi con eroismo perché soffriva di un male d’occhi, il glaucoma, che gli rendeva dura la vita. Viveva in ospedale, non maneggiava danaro, si privava degli affetti famigliari. Era fatto, pareva, di vetro e metallo più che di carne e ossa, o stava chiuso dentro qualche dolore o dispetto.
A distanza di anni lo vidi un’altra volta, sempre a tavola, invitato da lui con sua moglie e sua figlia una volta che ero a Zurigo in pieno inverno. Ci aveva portati in un ristorante chiamato Zimmerlauten che ora non esiste più. Un antico locale sulla riva della Limmat, al primo piano di una casa di stile anseatico. Mangiai meravigliosamente terminando con un gelato cosparso di cioccolata calda, ma lui ce l’aveva col vino e versava continuamente nel mio bicchiere. Anche quella sera mi salmistrò al punto che feci fatica a non far capire come stavo. Ci salutò per strada, andando a prendere un tram con la sua andatura rigida, a testa alzata come un cieco, sul marciapiede gelato, eppure sicuro e tranquillo. Io mi lasciai portare a casa a piedi, recuperando un po’ di appiombo con l’aiuto del freddo polare che mi volatilizzava l’alcool. Ma a casa, e a letto, fui colto da una vera congestione che smaltii in silenzio, per soggezione e per non far vedere alla suocera che il vino mi aveva fatto male come a una donna o a un coscritto.
Lo Scherer era di una sobrietà esemplare ma poteva bere una botte di vino senza conseguenza. A me invece il vino, oltre il mezzo litro, ha sempre fatto male come il veleno.
Non lo vidi più fin verso la fine della guerra, nel 1944, quando andai a trovarlo per farmi visitare. Avevo, ed ho, una artrosi; e lo stesso medico svizzero che consultai per primo mi consigliò lo specialista professor Scherer di Zurigo. Stavo a Zug, cioè a una trentina di chilometri da Zurigo, e ci andai anche per rivedere il suocero. Si meravigliò apprendendo che ero in Svizzera da quasi due anni come internato e che sua figlia era rimasta in Italia, cose delle quali evidentemente non era stato informato; ma passò subito alla ragione della mia visita che era l’artrosi. Per un’ora mi esaminò, mi prelevò del sangue che mandò in laboratorio, mi fece fare decine di radiografie e infine mi disse che non avevo nulla, oppure una piccola cosa che potevo curare con qualche pastiglia di Novatofan.
Restai col timore d’avergli lasciato un sospetto: che la mia artrosi fosse inesistente e solo presa a pretesto per andargli tra i piedi.
Avendo in seguito divorziato anch’io, non ebbi più occasione d’incontrarlo, ma non mi sarebbe capitato certo più di una volta ogni sette otto anni. Si era fatto più difficile con l’età, aveva lasciato la direzione dell’ospedale e si era messo a vivere in casa di un suo ex assistente o allievo. Sapevo di lui qualche cosa a tratti, da mia moglie che lo vedeva raramente e che io vedevo raramente a mia volta dato il divorzio che stabilisce nuove distanze.
Venni così a sapere, qualche anno fa, e un paio di mesi dopo il fatto, che lo Scherer era morto. Patrizio di Pfaffikon dov’era nato, presso Bestenseld nel cantone di Turcovia, sarà stato sepolto in quel paese, o a Derendingen dove morì.
Un altro suocero che ebbi in seguito, dopo un interregno di almeno quindici anni, fu Tranquillo B., salumiere e commerciante di formaggi. Tutte e due le cose, ma non contemporaneamente, perché il B. ogni tanto vendeva il negozio e si metteva a commerciare all’ingrosso, andando nel Reggiano e in Svizzera a comperare formaggio. Poi rilevava un nuovo negozio male avviato, lo migliorava, lo portava con la sua abilità e buona maniera col pubblico a valere il doppio di quando l’aveva comperato, e al momento giusto lo vendeva. Subito, senza perder tempo, si metteva a commerciare finché gli capitava un altro negozio da avviare. Fece sempre questa vita, ma fu più il tempo che passò dietro il banco di quello che impiegò nei viaggi e negli affari. Dietro il banco voleva dire anche in laboratorio, dove insaccava, preparava piatti gastronomici e lavorava in tutti i modi la carne di maiale.
Conobbi il Tranquillo B. quando non immaginavo nemmeno lontanamente che dovesse diventare mio suocero. Neppure lui poteva pensarlo, tanto più che mi sapeva regolarmente sposato. Ma gli avrebbe fatto piacere l’idea, perché aveva simpatia per me, ed io per lui. Lo vedevo in bottega, sopra il banco, piccolo e tarchiato, con la faccia aperta a un sorriso furbo e gentile che incantava i clienti. Privo quasi del tutto di collo, muoveva invece della testa gli occhi che aveva molto distanti l’un dall’altro ma acuti, vivissimi e pieni di allegria.
Lo conoscevo da anni così, ma testa a testa lo incontrai più tardi, dopo la guerra, al Ristorante del Teatro dove mangiavo e dove lui andava, già ritirato dal commercio, per giocare a scopa con gli amici nel tardo pomeriggio, dopo il sonnellino.
Al Ristorante del Teatro, così chiamato benché non ci fosse più, vicino, il Teatro, c’era allora la Teresa, padrona, e in cucina suo marito Eugenio che aveva fatto di quell’antica osteria un luogo di delizie. Nei due locali ampi e bassi in cui si divideva, due grosse stufe a legna, d’inverno, mandavano un calore vivo e respirabile che pareva far parte del mangiare. Fuori della porticina sul vicolo Perabò c’era il pisciatoio, proprio di fronte all’uscita, comodo, col suo tettuccio di latta a baldacchino, dove si andava per bisogno e per fare un bagno nel freddo esterno che metteva poi, rientrando, un brivido di piacere.
Nel primo dei due locali si beveva e si giocava, nell’altro, più interno, si mangiava.
Tranquillo B. era sempre nel primo locale, dove lo trovavo quando arrivavo al ristorante in anticipo sull’ora di pranzo e prima dei miei soliti commensali. Andavo allora a mettermi alle spalle dei giocatori di scopa, tutti uomini anziani e seri, per seguire il gioco. Qualche volta accadeva che mancasse il quarto e che mi invitassero a prendere posto al tavolo. Accettavo, benché la scopa non fosse il mio forte e neppure un gioco di mio gust...