«Benvenuto, Saiph. Benvenuto nel regno dei morti.»
L’Assyta sorrise in quel bianco abbacinante che avvolgeva ogni cosa, mentre Saiph cercava di mantenere i nervi saldi per non impazzire. Era morto, non poteva essere altrimenti. E lo spazio senza peso in cui fluttuava era l’aldilà. Un aldilà completamente diverso da quello di cui favoleggiava sua madre, quando ancora vivevano insieme al palazzo di Megassa. Non il prato senza confini popolato di ogni creatura vivente di cui narravano i vecchi Femtiti intorno al fuoco, non la terra incontaminata che si prometteva agli schiavi. Quell’aldilà era una sorta di assenza, il cuore di un nulla senza fine. Saiph provò un senso di vertigine.
Si tastò febbrilmente le mani e il volto. Tremore. Respiro affannato. Sudore. Non poteva essere morto. L’ultimo ricordo che aveva, prima di finire in quello spazio sospeso, era la capitale assyta, oltre i monti della Barriera di Assys. Poi, l’enorme cristallo a forma di obelisco che sorgeva al centro della città distrutta, il tocco delle sue mani sulla superficie iridescente e il grido di Verba alle sue spalle, l’attimo prima di svanire e risvegliarsi in quel bianco sfolgorante.
Il volto dell’Assyta era atteggiato a una calma suprema. I suoi lineamenti erano sereni e distesi, non una ruga solcava la sua fronte calva, e la bocca piccola e ben disegnata sorrideva. Teneva le mani incrociate in grembo, sopra la stoffa setosa della semplice tunica, e Saiph si soffermò sul particolare che aveva colto al primo sguardo: le sue mani avevano tre dita. L’Assyta lo guardava con penetranti occhi azzurri che, incastonati nella pelle quasi nera, sfavillavano come i Monti di Ghiaccio.
«Chi sei?» chiese Saiph.
«Il mio nome non ha importanza. Del resto, sarebbe difficile da pronunciare per te. La mia lingua ormai è morta da secoli. Ma puoi chiamarmi Tramite, se vuoi.»
«Sono morto?» chiese ancora Saiph, scoprendosi più calmo di quanto pensasse. Era come se quel luogo esercitasse una misteriosa influenza su di lui, scacciando la paura dal suo cuore.
Il sorriso del Tramite si fece ancora più ampio. «No, Saiph.»
«Dunque uno di voi è sopravvissuto…»
«No, purtroppo. Quel giorno lontano in cui i soli hanno generato la Catastrofe, siamo morti tutti. Solo lo Straniero è sopravvissuto.»
«Verba» disse Saiph.
Il Tramite annuì brevemente. «L’essere con cui hai attraversato il deserto per giungere alle rovine della Capitale, le ultime vestigia della scomparsa civiltà assyta.»
«Ma allora tu chi sei?»
«Sono l’ombra dell’uomo che ero, ciò che resta del mio spirito, imprigionato per sempre in quello che voi chiamate Mehertheval, là dove i nostri avi hanno lasciato impronta di sé.»
Il bianco alle sue spalle si popolò di presenze diafane ed evanescenti. Erano decine, centinaia, migliaia di individui come lui, eppure uno diverso dall’altro. Gli Assyti, il popolo perduto. Tra tutti, il volto di una donna attirò lo sguardo di Saiph. Fu un guizzo negli occhi, la grazia del passo, l’eleganza della figura sottile e la bellezza del viso. Emanava un fascino che apriva un varco naturale nella folla.
«Sì, lei è Khler» disse il Tramite, come se avesse letto i suoi pensieri. «La donna che lo Straniero ha amato.»
Il volto tornò a svanire nel bianco dello sfondo e Saiph ne provò quasi nostalgia.
«Quindi anch’io sono imprigionato nel Mehertheval?»
«Sì.»
«E perché mi trovo qui se sono ancora vivo?»
«Perché sei un ponte, Saiph. Sei ciò che aspettavamo.»
«Non capisco…»
«Sei l’uomo che ci libererà. Raccoglierai la nostra eredità» disse il Tramite. «E salverai questo mondo.»
Nonostante la calma irreale che lo avvolgeva, il cuore di Saiph tremò. Aveva viaggiato mesi alla ricerca di un miracolo che permettesse a Nashira di sopravvivere alla furia del cielo, una furia che si era fatta sempre più bruciante, che arroventava l’aria, consumava la terra e i fiumi. «Allora è vero… voi sapevate come fermare Cetus.»
«Non ancora, ma eravamo vicini alla scoperta. Quel che sapevamo non bastò a salvarci, ma forse servirà a te, ora che tutto sta per ripetersi.»
Le figure degli Assyti si dissolsero, il bianco d’improvviso divenne un cielo notturno. Sullo sfondo di miriadi di stelle, apparvero due grossi oggetti: una palla di fuoco, aranciata, e una più piccola, bianca e luminosissima. Teso tra loro, evanescente e mutevole in forma e consistenza, c’era un filo, che sembrava fatto di fumo. Saiph riconobbe all’istante di cosa si trattava: Miraval e Cetus. Il suo cuore perse un battito: non li aveva mai osservati così da vicino. Per lui non erano altro che luci incastonate nel cielo, e solo adesso li vedeva nella loro vera natura: globi di fuoco sospesi nella vastità della notte.
«Li hai riconosciuti, vero?» disse il Tramite con un sorriso. «Noi li chiamavamo Stella Rossa e Stella Bianca.»
«Ma sono diversi dalle stelle…» osservò Saiph.
Il Tramite continuava a sorridere. «Non lo sono. Le stelle e i soli condividono la stessa natura, con l’unica differenza che i soli sono vicini a Nashira, mentre le stelle sono molto più lontane.»
«Soli? Stelle?» Saiph corrugò la fronte, confuso. «Miraval e Cetus sono i simulacri del bene e del male che si contendono in eterno il dominio del cielo. Lo so, li ho visti con i miei occhi. I sacerdoti ci hanno cresciuti nella paura di guardare oltre i rami del Talareth, ma io ho visto. Cetus sta diventando sempre più grande perché il male si sta diffondendo su Nashira.»
L’Assyta lo guardò con una comprensione venata di condiscendenza. «Osservali bene, Saiph. Non sono dei.»
Miraval e Cetus si avvicinarono, e Saiph riuscì a distinguerne i dettagli. Miraval ribolliva come fosse composto di un liquido viscoso: archi di materia si innalzavano nel cielo per poi ricadere sulla superficie, butterata da macchie più scure contornate da aloni chiari. Cetus era completamente diverso: era circondato da un anello dello stesso materiale evanescente del filo che lo congiungeva all’altro sole. Il disco di Miraval si fece più grande, e l’attenzione di Saiph si concentrò su di esso.
«La Stella Rossa è nient’altro che un’immensa fornace» spiegò il Tramite. «È come un focolare che non si spegne mai, colmo di un materiale che brucia notte e giorno, che non ha mai smesso di ardere da quando questo mondo è stato creato, e non smetterà ancora per molto, moltissimo tempo, un tempo in confronto al quale le nostre vite sono poco più che un soffio.»
Saiph era sconvolto. Non riusciva a contenere nella testa l’enormità di quelle parole. Secondo quanto diceva l’Assyta, tutto quello in cui aveva sempre creduto non era che una favola.
«Chi ha costruito quella fornace?» chiese. «Qualcuno deve pur averlo fatto. Niente nasce senza uno scopo.»
«È vero» disse l’Assyta. «Quella che hai posto è la domanda delle domande, il rovello su cui la scienza e le religioni si interrogano da sempre. Ma, a differenza della scienza, solo la religione sostiene di avere risposte certe.»
Saiph osservava ammirato. Era tutto completamente diverso rispetto a quel che gli avevano insegnato. Miraval non era un simulacro della dea Mira, posto in cielo per contenere la malvagità di Cetus, il dio distruttore: era un oggetto vero, concreto, reale.
A un tratto fu Cetus a diventare più grande e, come per incanto, Saiph fu in grado di guardare oltre gli strati di fumo esterni, e persino il disco, fino alla superficie. Era di un bianco accecante, e sembrava solida. Nel punto in cui il fumo dal disco vi cadeva sopra, si era creata una grossa frattura luminosa, che s’innervava su tutta l’estensione della stella, venata come fango disseccato dalla siccità. Era uno spettacolo a un tempo bello e terribile.
«La Stella Bianca, invece, è un oggetto morto. Nulla brucia più al suo interno, ma, come le ceneri in un focolare continuano a irradiare calore anche molto tempo dopo che il fuoco ha cessato di ardere, così la Stella Bianca è ancora incandescente. Eppure, nonostante sia quel che resta di una stella ormai spenta, Cetus non è un corpo inerte.»
Davanti agli occhi di Saiph la macchia luminosa creata dalla caduta del materiale proveniente da Miraval cominciò a ingrandirsi, le fessurazioni ad allargarsi, a moltiplicarsi, fino ad avvolgere tutta la superficie in una rete sempre più fitta di linee irregolari. Quando tutto Cetus ne fu attraversato, apparve una luce accecante, che ammantò ogni cosa.
La visione si dissolse, tutto tornò di quel bianco neutro sul quale era visibile solo il Tramite. Ora la sua espressione era estremamente seria.
«Quel che hai appena visto è la Catastrofe, quella di cui lo Straniero ti ha parlato, e che ci spazzò via tutti. In un certo senso avete ragione voi, con le vostre credenze: in cielo si combatte una lotta eterna. La Stella Rossa, come una madre, nutre la Stella Bianca e quest’ultima, figlia degenere, la punisce rigurgitando quanto mangia.»
«È come il corso di un fiume che torna sempre su se stesso» osservò Saiph.
«Esatto. La Stella Rossa trasferisce se stessa su quella Bianca, tramite il sottile filamento che vedi. Ma tutto il materiale che passa dall’una all’altra si accumula con il tempo, fino a rendere la Stella Bianca troppo grande e pesante. A quel punto, quest’ultima esplode, spazzando via ogni cosa e preparando un nuovo inizio, quello che ha segnato la nostra fine.»
Saiph si sentì pervadere da un gelo assoluto. «E io… cosa posso fare in tutto questo?»
«Scoprire perché accade.»
Saiph scosse la testa. «Mi hai appena detto che…»
«Che sappiamo cosa accade, non perché accade.» L’Assyta chinò per un attimo il capo, come sopraffatto dal dolore. «Noi studiammo a lungo il sistema della Stella Rossa e di quella Bianca. Erano i nostri dei, come lo sono per voi, ma il nostro modo di adorarli era comprenderli, svelare la loro natura. Credevamo fosse per questo che eravamo dotati di intelletto: penetrare nella mente degli dei.»
Saiph faticava a seguire quel ragionamento; era così distante dal mondo dogmatico nel quale era cresciuto, una prospettiva completamente nuova, che in egual misura lo spaventava e affascinava.
«In particolare, studiammo i tempi di sviluppo del processo. Eravamo molto esperti delle leggi di natura, poiché la nostra sapienza indagava qualsiasi cosa accendesse la nostra curiosità: volevamo capire tutto, perché tutto amavamo. E scoprimmo che qualcosa non andava nel meccanismo che legava le due stelle.»
«Che intendi dire?»
«Che secondo le leggi di natura, la Stella Rossa e quella Bianca non dovrebbero essere legate dal filo, e la Stella Bianca non avrebbe ragione di esplodere. Qualcosa, o qualcuno, governa il processo.»
Sotto la quiete innaturale che avvertiva in petto, Saiph sentì la testa che gli girava. «Com’è possibile? Qualcuno governa le stelle? E in che modo? Con la magia?»
«Sarai tu a scoprirlo. Siamo consapevoli della gravità del compito che ti stiamo affidando, ma sei l’unico che possa eseguirlo.»
«Perché proprio io?»
«Non lo vedi che sei diverso dagli altri, Saiph? Non sei né un Femtita né un Talarita, provi dolore e puoi maneggiare l’olakite. Questa capacità ti permette di parlare con noi e ti consentirà di esser...