La scimmia pensa, la scimmia fa
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La scimmia pensa, la scimmia fa

Quando la realtà supera la fantasia

  1. 280 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La scimmia pensa, la scimmia fa

Quando la realtà supera la fantasia

Informazioni su questo libro

I libri di Palahniuk sono il riflesso di una realtà sempre più assurda studiata con occhio clinico e - a suo modo - appassionato. Un universo al contempo comico e macabro che ci rimanda alla sua storia personale, alle prove che ha dovuto superare e al suo gusto per le esperienze singolari. Un gusto che ritroviamo anche nei saggi de La scimmia pensa, la scimmia fa, una raccolta che mostra perfettamente come la realtà nuda e cruda non abbia niente da invidiare alla fantasia più sfrenata: orge nei locali sperduti in mezzo al nulla nel West contemporaneo, tornei di mietitrebbiatrici e spedizioni su sottomarini nucleari... Ma soprattutto Palahniuk ci racconta le sue vite passate e presenti (gli anni spesi tra lavori pesantissimi di giorno e volontariato in ospedali di notte, le circostanze terribili dell'assassinio di suo padre e del processo al killer), gettando una luce inattesa e impietosa sui personaggi e sulle situazioni al centro dei suoi romanzi. E, come sempre succede, anche la lettura di questo libro di Palahniuk finisce per rivelarsi un'esperienza unica, travolgente, tragica e bizzarra.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804571278
eBook ISBN
9788852043338

INSIEME

Il Festival del Testicolo

Una bella bionda tira un po’ più indietro il suo cappello da cowboy. Così può fare un pompino a gola profonda a un cowboy senza che la tesa gli sbatta sulla pancia. Siamo su un palco, in un bar affollato. I due sono nudi e sbaffati di budino al cioccolato e panna montata. È quella che chiamano “la Gara universitaria di Body Painting”. Il palco è rivestito di moquette rossa. Le luci sono fluorescenti. La folla intona: «Pom-pi-no! Pom-pi-no!».
Il cowboy spruzza la panna montata tra le natiche della ragazza e la lecca. La bionda lo masturba lubrificando con una manciata di budino al cioccolato. Un’altra coppia sale sul palco e l’uomo lecca il budino dalla fica depilata della donna. Una ragazza in prendisole, i capelli castani legati in una coda di cavallo, fa un pompino a un ragazzino non circonciso.
Tutto questo mentre la folla intona You’ve Lost That Loving Feeling.
Mentre la ragazza scende dal palco, una sua amica le grida: «Gliel’hai ciucciato, eh, troietta!».
La folla è ammassata, si fumano sigari, si beve birra Rainier, Schmidt’s e Miller, si mangiano testicoli di toro strafritti in salsa ranch. C’è tanfo di sudore, e basta che qualcuno scoreggi perché il budino al cioccolato non sembri più budino.
Signore e signori, ha inizio il Festival del Testicolo del Rock Creek Lodge.
Siamo a una trentina di chilometri a sud di Missoula, nel Montana, dove questo stesso weekend le drag queen di una dozzina di Stati si sono date appuntamento per incoronare la loro imperatrice. È per questo che centinaia di ferventi cristiani si sono radunati in città con le loro sedie pieghevoli e additano dagli angoli delle strade le drag queen che ancheggiano nelle loro minigonne e i quindicimila motociclisti in giubbotto di pelle che rombano per la cittadina con i loro chopper. I cristiani indicano e gridano: «Demonio! Ti ho visto, demonio! Non puoi nasconderti!».
Solo per questo weekend, il primo di settembre, Missoula è il centro del fottuto universo.
Al Rock Creek Lodge, per tutto il weekend la gente sale per la “Stairway to heaven”, la scalinata per il paradiso che porta al palco esterno, per fare… be’, praticamente di tutto.
A un tiro di sasso da lì, a est, i camion percorrono l’Interstate 90 clacsonando alle ragazze che dal palco alzano la gamba sulla ringhiera e ancheggiano agitando per aria le fiche depilate. A ovest, a mezzo tiro di sasso, i treni merci della Burlington Northern fischiano e rallentano per vedere meglio.
«Ho costruito il palco con tredici scalini» dice il fondatore del festival Rod Jackson. «Avrebbe potuto anche essere una forca.»
A parte il fatto che è colorato di rosso, il palco ha proprio l’aspetto di un patibolo.
Durante la gara di magliette bagnate, sul palco attorniato da motociclisti e universitari, yuppie e camionisti, cowboy mingherlini e agricoltori, una bionda su degli assurdi tacchi a spillo appoggia una coscia alla ringhiera e si abbassa sull’altra gamba perché la gente possa protendersi e infilare le dita.
La folla intona: «Fica! Fica! Fica!».
Una bionda con i capelli corti e un piercing sulle grandi labbra prende dalle mani dell’organizzatore un tubo di gomma. Si spruzza l’acqua addosso, si accoscia sul bordo del palco e annaffia la folla.
Due ragazze dai capelli castani si succhiano a vicenda le tette bagnate e si baciano con la lingua. Un’altra sale sul palco accompagnata da un pastore tedesco. Si appoggia sulla schiena e dimena i fianchi trattenendo tra le cosce il muso del cane.
Una coppia in costume di pelle scamosciata sale sul palco e si spoglia. Si accoppiano in diverse posizioni mentre la folla intona: «Fottila! Fottila! Fottila!».
Una studentessa bionda sale sulla ringhiera e si china lentamente fino a toccare con la fica depilata il volto sorridente dell’organizzatore, Gary “il Tubo”, mentre la folla canta London Bridge is Falling Down.
Nel negozio di souvenir, gente dalla pelle arrossata dal sole è in fila per comprare delle magliette ricordo (undici dollari e novantacinque). Alcuni tizi con indosso il tanga nero del Festival del Testicolo (cinque dollari e novantacinque) acquistano cazzi di legno intagliati a mano chiamati “gli uccelli del Montana” (quindici dollari e novantacinque). Sul palco fuori, sotto il grande sole del Montana, tra lo strombazzare di auto e il fischio dei treni, un uccello del Montana sprofonda dentro una donna nuda.
La fila di acquirenti di souvenir si sposta lenta accanto a un barile pieno di bastoni da passeggio, lunghi quasi un metro ciascuno, color marrone cuoio e appiccicosi al tatto. Una signora grassoccia in fila per comprare una maglietta dice: «Quelli sono cazzi di toro essiccati». Basta farseli dare in macelleria o in un mattatoio, spiega, e poi stirarli ed essiccarli. Si laccano come mobili, con una passatina di carta vetrata e diversi strati di lucido.
Un uomo nudo in fila dietro di lei, dal corpo marrone e di cuoio proprio come i bastoni da passeggio, chiede se la donna ne abbia mai fatto uno davvero.
La cicciona arrossisce e poi dice: «Che diavolo, no. Mi imbarazza troppo chiedere al macellaio un cazzo di toro…».
E l’uomo di cuoio dice: «Magari penserebbe che lo vuoi usare su te stessa».
E tutti nella fila, inclusa la donna, sghignazzano da matti.
Ogni volta che una donna si accoscia sul palco si solleva una foresta di braccia, ogni mano stringe una macchina fotografica usa e getta di colore arancio, e il clic clic degli otturatori risuona come uno sciame di grilli.
Una macchina fotografica usa e getta qui costa quindici dollari e novantanove.
Durante la competizione “Uomini a petto nudo” la folla intona: «Cazzo e palle! Cazzo e palle!» mentre i cowboy, i motociclisti e i ragazzi del Montana State College, tutti ubriachi, aspettano in fila il loro turno per spogliarsi sul palco e ciondolare i genitali sulla folla. Un sosia di Brad Pitt agita per aria la sua erezione. Una donna lo afferra da dietro le gambe e lo masturba finché quello non si volta di scatto schiaffandole il cazzo in faccia.
La donna lo impugna forte e se lo trascina giù dal palco.
I vecchi stanno seduti sui tronchi, bevono birra e gettano sassi sui gabinetti portatili, quelli dove pisciano le donne. Gli uomini pisciano dovunque.
Ormai il parcheggio è tappezzato di lattine di birra schiacciate.
All’interno del Rock Creek Lodge, alcune donne strisciano sotto la statua di un toro a grandezza naturale per il rito scaramantico di baciargli lo scroto.
Su un sentiero di terra battuta che scorre accanto alle recinzioni, i motociclisti si sfidano a “mordipalle”. Seduta sul retro di ogni moto c’è una donna che deve addentare un testicolo di toro appeso strappandone via un boccone mentre il pilota percorre il circuito.
Lontano dalla folla, una scia di uomini fa ritorno al campeggio delle tende e delle roulotte, dove due donne si stanno rivestendo. Le due si descrivono come “due semplici ragazze normali di White Fish, con un lavoro normale eccetera”.
Una dice: «Ma l’hai sentito quell’applauso? Abbiamo vinto. Abbiamo vinto, non c’è dubbio».
Un tizio ubriaco chiede: «E cos’è che avete vinto?».
E la ragazza dice: «Non c’è nessun premio o roba del genere, ma siamo le vincitrici, altroché».

La carne si produce qui

Ci metti un paio d’ore a capire cosa c’è in tutti quanti che non va.
Sono le orecchie. È come se fossi atterrato su un pianeta dove tutti hanno le orecchie maciullate e spappolate, disfatte e rattrappite. Non è la prima cosa che noti, ma dopo averla notata non vedi altro.
«Per molti lottatori le orecchie a cavolfiore sono come un tatuaggio» dice Justin Petersen. «È una specie di status symbol, nella comunità viene visto come una cosa di cui andare fieri. Significa che sei uno che ci ha dato dentro.»
«Diventano così a forza di stare lì a picchiarsi, battendo e strofinando in continuazione le orecchie» dice William R. Groves. «Quello che succede è che, sfrega e sfrega e sfrega, per effetto dell’abrasione la cartilagine si stacca dalla pelle e la spaccatura si riempie di sangue e pus. Dopo un po’ di tempo si asciuga, ma il calcio si solidifica sulla cartilagine. Molti lottatori lo vedono come una specie di distintivo della lotta, un distintivo indispensabile.»
Sean Harrington dice: «È come una stalattite o una roba simile. Il sangue scorre lentamente nella spaccatura e si solidifica. Prende un’altra botta, e dell’altro sangue ci scorre dentro e si solidifica, e col tempo l’orecchio diventa irriconoscibile. Per alcuni è proprio così, un distintivo di coraggio, di onore».
«Altroché, se è un distintivo d’onore» dice Sara Levin. «È un segno di riconoscimento per i lottatori. È una di quelle cose che rendono qualcuno un tuo simile. Ma è anche un legame, dice che sei uno del giro. Le orecchie sono una cosa che fa parte del gioco. È nella natura di questo sport, come le cicatrici, le ferite di guerra.»
Petersen dice: «Avevo un compagno di squadra che prima di andare a dormire si metteva seduto e si prendeva a pugni l’orecchio per dieci minuti di fila. Voleva assolutamente avere le orecchie a cavolfiore».
«Io me le sono drenate un casino di volte» dice Joe Calavitta. «Avevo preso delle siringhe, e quando mi ferivo continuavo a drenarle. Si riempiono, si riempiono di sangue. Se continui a drenarle prima che il sangue si asciughi, puoi limitare un bel po’ i danni. Potresti fartelo fare da un medico, ma dovresti andarci in continuazione, perciò ti procuri le siringhe e fai da solo.»
Petersen, Groves, Harrington e Calavitta sono lottatori dilettanti.
La Levin è la coordinatrice delle competizioni maschili per l’USA Wrestling, l’organo nazionale di governo per la lotta non professionistica.
Quel che accade in queste pagine non è lotta, è scrittura. O tutt’al più una cartolina da un secco afoso weekend a Waterloo, nell’Iowa, dove si produce la carne. Una cartolina dalle selezioni regionali del Nord per le Olimpiadi, la prima eliminatoria, dove per venti dollari chiunque lo voglia può gareggiare per guadagnarsi l’ingresso nella squadra olimpica di lotta degli Stati Uniti.
Le selezioni nazionali sono finite e così tutte le altre regionali. Questa è l’ultima opportunità per qualificarsi alle finali.
Alcuni di questi uomini sono venuti qui per scontrarsi con altri lottatori di categoria juniores delle scuole superiori dopo la fine della stagione regolamentare.
Per alcuni di loro, di età variabile tra i diciassette e i quarantun anni, sarà l’ultimissima occasione per accedere alle Olimpiadi. Come dice la Levin: «Stai per assistere alla fine di molte carriere».
Tutti qui ti parlano della lotta non professionistica.
È lo sport definitivo, ti dicono. È lo sport più antico. Lo sport più puro. Il più duro.
È uno sport ingiustamente snobbato da tutti, uomini e donne.
È uno sport che sta morendo.
È una religione. È un club. Una droga. Una confraternita. Una famiglia.
Per tutta questa gente, la lotta è uno sport incompreso.
«Nell’atletica, devi correre da qui a lì. Nel basket, devi ficcare il pallone nel canestro» dice Kevin Jackson, tre volte campione del mondo. «In teoria ci sarebbero due stili diversi di lotta, ma poi esistono anche uno stile popolare, o folkstyle, e uno stile universitario, perciò ci sono così tanti regolamenti diversi che il grosso pubblico non riesce a seguirli.»
«Non ci sono ragazze pon-pon che corrono qua e là, né coriandoli che cadono dal tetto, né Jack Nicholson seduto in tribuna» dice Butch Wingett, ex lottatore universitario e dell’esercito. «Combatti davanti a un pugno di vecchi brizzolati che potrebbero essere agricoltori o cassintegrati della fabbrica di macchine agricole John Deere.»
«Credo che i lottatori siano giudicati in modo sbagliato» dice Lee Pritts, lotta libera, categoria cinquantaquattro chili. «Spesso viene considerato uno sport barbaro, mentre è una disciplina davvero raffinata. La lotta risente di un sacco di pubblicità negativa.»
«La gente oggi non capisce questo sport» dice Jackson «e se una cosa non la capisci, o non conosci i nomi di chi gareggia, non la segui.»
«La gente non dà al nostro sport il rispetto che si merita perché tutti pensano: “Bah, sono solo due tizi che si rotolano su un ring”, ma secondo me è sbagliato» dice Tyrone Davis, tre volte campione NCAA di lotta greco-romana, centotrenta chili. «È ben più che due tizi che si rotolano. Fondamentalmente la lotta è come la vita. Prendi un sacco di decisioni lì sopra. Il tappeto del ring è la vita.»
Vista dall’aereo, Waterloo è identica alla mappa che si vede nel sito ufficiale della città, piatta e solcata dalle grandi arterie a scorrimento veloce. Ogni giorno prima di andare alla pesa, qualche lottatore si ferma alla Young Arena, nella zona arida e deserta del centro, per chiedere se in città c’è una sauna. E non avreste una bilancia? La Young Arena è il posto dove durante la settimana gli anziani vanno a camminare, sulla pista indoor munita di aria condizionata.
I lottatori perdono fino a mezzo chilo al minuto, in un incontro di sette minuti. Raccontano aneddoti sugli allenamenti, come quelli sulle corse avanti e indietro nelle cabine degli aerei durante il volo nonostante le proteste dell’equipaggio, e le trazioni nelle cucine dell’aeroplano. Un vecchio trucco degli atleti delle superiori è quello di chiedere di andare in bagno a ogni ora di lezione per poter fare le trazioni sui muri di separazione dei gabinetti, con lo spigolo in cima che ti fa venire i calli alle mani. Raccontano di corse su e giù per gli spalti tra i tifosi infero...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La scimmia pensa, la scimmia fa
  4. Realtà e narrazione: una premessa
  5. INSIEME
  6. RITRATTI
  7. PERSONALE
  8. Copyright