Yoga: amore e meditazione
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Yoga: amore e meditazione

  1. 280 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Yoga: amore e meditazione

Informazioni su questo libro

«Hai detto che l'uomo è un ponte tra l'animale e il divino. Dove siamo noi su questo ponte?» «Tu non sei sul ponte: tu sei il ponte. Se pensi di essere sul ponte, hai mancato il punto: è così che l'ego fraintende ogni cosa. Tu sei il ponte e, in quanto tale, devi essere superato, trasceso. La tua infelicità esiste perché la sostieni. La tua sofferenza c'è perché ci stai dietro, la nutri. Il tuo inferno esiste grazie alla tua cooperazione. Se lo comprendi, la cooperazione si dissolve: non partecipi più a questo gioco miserabile, ti fai da parte e osservi. D'acchito, avviene l'esplosione: non c'è più nessun ego, nessuna bicicletta, nulla su cui pedalare. In quel momento, il ponte è stato attraversato.» In questo sesto volume di commento di Osho allo Yoga di Patanjali il Maestro chiarisce che per raggiungere la vera trascendenza occorre includere anche la sfera dei sentimenti e delle emozioni. Infatti, è soltanto l'armonia all'interno delle diverse sfere - corpo, mente e sentimenti - che dischiude la percezione della quarta dimensione: l?essere.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804631743
eBook ISBN
9788852043215
1

La vita è uno specchio

Quando lo yogin è saldamente radicato nella non violenza, chi è alla sua presenza abbandona ogni ostilità.
Quando lo yogin è saldamente radicato nella verità, coglie i frutti dell’azione senza agire.
Quando lo yogin è saldamente radicato nell’onestà, le ricchezze interiori gli si offrono spontaneamente.
Quando lo yogin è saldamente radicato nella continenza sessuale, il suo vigore si accresce.
Quando lo yogin è saldamente radicato nella non possessività, conosce il “come” e il “perché” dell’esistenza.
Una volta mi trovavo in montagna con alcuni amici. Andammo a vedere un luogo noto come “il punto dell’eco”: era una località meravigliosa, avvolta dal silenzio e circondata dalle colline. Un amico cominciò ad abbaiare come un cane; tutte le colline gli restituirono l’eco, come se fossimo circondati da migliaia di cani.
Poi, qualcuno iniziò a intonare un mantra buddhista:
Sabbe sankara aniccha, sabbe dhamma anatta.
Gate, gate, paragate, parasamgate. Bodhisvaha.
Le colline divennero buddhiste: riecheggiarono il mantra, il cui significato è questo: «Ogni cosa è impermanente, nulla è permanente; tutto scorre, niente è sostanziale. Tutto è privo di un sé. Estinzione, estinzione: ogni cosa, infine, si estingue. Il mondo, il sapere e anche l’illuminazione».
Dissi ai miei amici che anche la vita era come quel punto dell’eco: se le abbai, ti abbaia; se le canti un meraviglioso mantra, si trasforma in un riflesso di quel canto.
La vita è uno specchio; intorno a te vi sono milioni di specchi: ogni volto, ogni pietra, ogni nuvola è uno specchio. Tutte le relazioni sono specchi. Qualunque rapporto tu abbia con la vita, ti riflette. Non arrabbiarti con la vita, se comincia ad abbaiarti; di certo sei stato tu a provocare la catena: devi aver fatto qualcosa, all’inizio, che ha innescato tutto il resto. Non cercare di cambiare la vita: piuttosto, cambia te stesso e la vita cambierà.
Esistono due possibili approcci. Il primo è quello che io definisco comunista. Esso dice: «Cambia la vita, perché solo così potrai essere felice»; l’altro, quello che definisco religioso, dice: «Cambia te stesso e all’improvviso la vita diventerà meravigliosa». Non c’è bisogno di cambiare la società, il mondo; se lo fai, ti metti su una strada sbagliata che non ti porterà da nessuna parte. Innanzitutto, non puoi cambiarlo… È così vasto. Semplicemente, è impossibile: la sua complessità è enorme e tu sei qui per un tempo molto limitato; la vita, invece, è antichissima e continuerà all’infinito. Tu sei solo un ospite: ti fermi per una notte e poi riparti: «Gate, gate», estinzione, estinzione, perenne estinzione. Come puoi mai pensare di poter cambiare il mondo?
È una pura idiozia affermare che la vita possa essere cambiata, ma è un’idiozia seducente. L’approccio comunista è molto seducente; non perché sia vero… Il fascino viene da qualcos’altro: tu non sei più responsabile, ecco perché questo approccio piace. Tutto il resto è responsabile, ma non tu; tu sei solo una vittima. «È la vita nel suo complesso a essere responsabile: cambia la vita!» Alla mente ordinaria questo piace, perché non vuole mai sentirsi responsabile.
Ogni volta che sei infelice, ti piace addossare la responsabilità a qualcun altro. Qualsiasi cosa andrà bene, tutte le scuse torneranno utili per liberarti da quel peso: adesso sai che sei infelice a causa di quest’uomo o di quella donna, oppure di questo tipo di società, di questo governo, di questa struttura sociale, di questa economia. In ultima analisi, è Dio o il fato a essere responsabile! Questo è l’approccio comunista; non appena addossi la responsabilità agli altri, sei diventato comunista: non sei più religioso.
Anche se addossi la responsabilità a Dio, sei diventato comunista. Cerca di capirmi, perché i comunisti non credono in Dio: è l’attitudine stessa di addossare la responsabilità a qualcun altro a essere comunista. E se l’addossi a Dio, è quest’ultimo che va cambiato!
Ecco cosa continua a fare la gente nei templi: prega perché Dio cambi. I fedeli nei templi sono tutti comunisti; forse si travestono da religiosi, ma restano dei comunisti. Per cosa stai pregando? Stai dicendo a Dio: «Fa’ questo, non fare quello», «Mia moglie è malata, guariscila».
Stai dicendo al Tutto: «Tu sei responsabile». Ti stai lamentando; in profondità, la tua preghiera non è altro che una lamentela. Forse ti stai rivolgendo al divino con molta gentilezza, ma è tutto falso. Magari lo stai addirittura adulando, però in profondità quello che dici è: «Tu sei responsabile: fa’ qualcosa!».
Questo è ciò che chiamo l’atteggiamento comunista; con questo, intendo l’atteggiamento: «Io non sono responsabile; sono una vittima. La vita è responsabile». L’atteggiamento religioso, invece, sostiene: «La vita è un semplice riflesso».
La vita non fa nulla, riflette. Non ti sta facendo nulla, perché la stessa vita si comporta con il Buddha in maniera diversa. La vita è la stessa, ma per te è differente: lo specchio è lo stesso, ma se ci passi tu davanti, riflette il tuo volto; e se il tuo volto non è quello di un Buddha, cosa può farci lo specchio? Quando il Buddha si mette davanti allo specchio, quest’ultimo riflette la buddhità.
Se ti dico questo, è perché l’ho sperimentato: quando il tuo volto cambia, cambia anche lo specchio. Infatti, lo specchio non ha un approccio fisso; non fa che echeggiare, riflettere. Non dice nulla; semplicemente, mostra… te. Se la vita è triste e infelice, se tutti sono contro di te, se ovunque percepisci ostilità, di certo sei stato tu ad avviare la catena.
Cambia la causa; e tu sei la causa. La religione rende te responsabile… ed è così che ti rende libero, perché ti dona la libertà di scelta. Sta a te essere felice o infelice; nessun altro ha nulla a che vedere con tutto ciò. Il mondo resterà lo stesso; se cominci a danzare, il mondo intero danzerà con te.
Si dice che quando piangi, piangi da solo; e quando ridi, tutto il mondo ride con te. No, nemmeno questo è vero: quando piangi, tutto il mondo ti riflette, come quando ridi. Quando piangi, sembra che tutto il mondo stia piangendo. Quando sei triste, osserva la luna: sembra triste. Guarda le stelle: si direbbero pessimiste. Osserva il fiume: apparentemente non scorre più ed è cupo e tetro. Ma guarda la stessa luna quando sei felice: sta sorridendo. Guarda le stesse stelle: stanno danzando. E poi lo stesso fiume: la sua corrente è un canto, ogni tetraggine si è dissolta.
Non esistono né l’inferno né il paradiso. Quando hai un paradiso dentro di te, questo mondo… E questo è l’unico mondo che esista! Ricorda, non ne esistono altri. Quando dentro di te sei colmo di paradiso, il mondo lo riflette. Quando dentro di te sei colmo di inferno, il mondo non può fare altro che rifletterlo.
Quando cominci a sentire di essere tu il responsabile, stai procedendo nella giusta direzione. La religione crede nella rivoluzione dell’individuo; né esistono altre rivoluzioni: tutte le altre rivoluzioni sono false, subdole. Sembra che stiano operando dei cambiamenti, in realtà non stanno cambiando niente. Fanno un gran parlare di trasformazioni, ma nulla cambia. Non è possibile cambiare qualcosa, a meno che tu non cambi.
Questi sutra trattano di tale responsabilità: la responsabilità individuale. All’inizio avvertirai come un peso: «Io sono responsabile», ragion per cui non puoi più dare la colpa a nessun altro. Ma ricorda: se tu sei responsabile, c’è speranza, puoi fare qualcosa. Se gli altri sono responsabili, non c’è alcuna speranza: cosa potresti fare? Anche se mediti, sono gli altri l’origine del problema: continuerai a soffrire. Anche se diventi un Buddha, il mondo resterebbe un inferno e tu soffriresti. All’inizio, ogni libertà è percepita come un peso: ecco perché la gente ha paura della libertà.
Erich Fromm ha scritto un bellissimo libro sulla paura della libertà. Adoro il titolo. Come mai la gente ha tanta paura della libertà? Verrebbe da pensare l’opposto: la libertà non dovrebbe essere oggetto di timore. Al contrario, pensiamo che tutti desiderino la libertà; ma io ho osservato anche questo: in profondità, nessuno desidera la libertà, perché è una grande responsabilità. Con essa, tu sei l’unico responsabile; non puoi più addossare la responsabilità a qualcun altro. Non hai più consolazioni: se soffri, è a causa tua, a causa del tuo ego; tu sei il responsabile.
D’altra parte, quel peso apre una nuova possibilità: puoi liberarti dalla sofferenza. Se io ho causato la mia infelicità, posso anche smettere di causarla. Se sto pedalando e mi sento stanco e stufo della bicicletta, e dico: «Basta» ma continuo a pedalare… Sta a me smettere di pedalare e fermare la bicicletta. Nessun altro sta pedalando!
Ecco il significato più profondo della teoria del karma: tu sei responsabile. Una volta che avrai compreso in profondità che «Io sono responsabile», sarai a metà dell’opera. Di fatto, non appena realizzi: «Io sono responsabile di tutti i miei dolori e delle mie gioie», diventi libero, dalla società e dal mondo. Ora puoi scegliere il mondo in cui vivere. Questo è l’unico mondo! Ricordalo. Adesso puoi scegliere: se danzi, tutto il mondo danzerà con te.
Questi sutra di Patanjali sono molto significativi.

Quando lo yogin è saldamente radicato nella non violenza, chi è alla sua presenza abbandona ogni ostilità.

Qui sono implicate molte cose. Prima di tutto, in India non abbiamo mai usato la parola “amore”. Utilizziamo sempre “non violenza”: ahimsa pratishthayam. Gesù usa “amore”; Mahavira, Patanjali e il Buddha non usano “amore”, bensì “non violenza”. Come mai? “Amore” sembra una parola più bella, positiva, poetica. “Non violenza”, al contrario, appare brutta, negativa. Ma esiste una ragione: quando dici “amore”, hai innescato una sottile aggressione.
Quando dico: «Ti amo», sono uscito dal mio centro per andare verso di te. È un’aggressione molto bella, ma è pur sempre un’aggressione. Patanjali parla di “non violenza”. È uno stato negativo, passivo; mi limito a dire: «Non ti farò del male», senza aggiungere altro.
L’amore dice: «Ti renderò felice», il che è impossibile. Chi può rendere felice qualcun altro? L’amore promette, e tutte le promesse sono false: come puoi rendere qualcuno felice? Se ognuno è responsabile di se stesso, come si può anche solo pensare che sia possibile rendere felice un altro? Quando dico: «Ti amo», sto creando un’infinità di promesse, ti sto mostrando tanti splendidi giardini… Ti sto attirando verso i sogni. No! Patanjali non userà una simile parola, perché sotto sotto sto dicendo: «Ti renderò felice. Vieni più vicino, sta’ accanto a me. Sono pronto a renderti felice», il che è impossibile. Nessuno può rendere felice un altro; al massimo, posso dire: «Non ti farò del male». Questo – non fare del male – riguarda me; viceversa, come potrei dire: «Ti renderò felice?».
Ecco perché tutti gli amori portano alla frustrazione. Gli innamorati si promettono l’un l’altra – consapevolmente o no – splendide rose e paradisi bellissimi; tutti e due tengono a mente questa promessa, che però non si realizza mai. Nessuno può renderti felice… a parte te stesso. Quando si innamora, l’uomo pensa che la donna gli donerà una vita bellissima, un mondo magico e incantato; la donna, dal canto suo, pensa che l’uomo la condurrà verso l’ultimo paradiso. Nessuno può condurre nessuno; ecco perché gli innamorati provano frustrazione: quella promessa era falsa. Non è che l’una stesse ingannando l’altro: tutti e due stavano ingannando se stessi. Non c’era alcun raggiro deliberato: nessuno dei due, in realtà, sapeva quello che diceva.
Mahavira, il Buddha e Patanjali usano una brutta parola: “non violenza”, ahimsa. Non sembra tanto bella, perché è semplicemente negativa; si limita a dire: «Niente violenza». «Non ti farò del male»: questo è ciò che si può mantenere. Ma anche in questo caso, non esiste una garanzia assoluta del fatto che non ti sentirai ferito. Io non ti farò del male, ma non è detto che tu non ti senta ferito; può sempre succedere, perché sei tu l’artefice delle tue ferite, della tua infelicità. «Io non sarò parte di questo» è tutto ciò che Patanjali può dire. «Non farò parte di tutto ciò. Non ti farò del male.»
Quando lo yogin è saldamente radicato…
in questo atteggiamento di non violenza, di non fare del male a nessuno…
chi è alla sua presenza abbandona ogni ostilità.
Un uomo del genere – che non ha alcun pensiero, fantasia o desiderio di fare del male a chicchessia consapevolmente o inconsapevolmente – provoca l’abbandono di ogni ostilità in chi è alla sua presenza. Ma prima di trarre conclusioni, c’è qualche complicazione da affrontare.
Gesù venne crocefisso, quindi l’ostilità non era scomparsa. Ecco perché secondo i giainisti non era illuminato, in quanto la gente poté crocefiggerlo. Ma la stessa cosa accadde a Mahavira: dopo l’illuminazione, la gente gli scagliò contro delle pietre. Anche il Buddha subì lo stesso destino: non venne crocefisso, ma fatto oggetto di lanci di pietre, di insulti; la gente cercò di ucciderlo. Come spiegare fatti del genere? Giainisti e buddhisti offrono le loro spiegazioni… Riguardo a Gesù, dicono semplicemente che non era illuminato; Mahavira, invece, stava chiudendo conti in sospeso risalenti alle vite precedenti. Entrambe le spiegazioni sono sbagliate, perché quando ci si illumina, tutti i conti in sospeso si dissolvono. Il karma scompare e non resta più nulla.
Tuttavia, vi sono dei casi particolari: Gesù fu crocefisso, Socrate avvelenato, Al-Hillaj Mansur assassinato brutalmente, Mahavira preso a sassate, insultato e cacciato più volte dai villaggi, il Buddha fatto oggetto di diversi tentativi di omicidio. Come spiegare, dunque, il sutra di Patanjali? Se fosse vero, queste cose non sarebbero dovute succedere. Se sono successe, si danno solo due spiegazioni: o tutte queste persone – Al-Hillaj Mansur, Gesù, Mahavira, il Buddha – non sono illuminate, non sono davvero radicate nella non violenza, oppure si danno eccezioni alla regola.
La verità è che ci sono eccezioni alla regola. Di fatto, ogni vo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Yoga: Amore e Meditazione
  4. Premessa dell’Autore
  5. 1. La vita è uno specchio
  6. 2. Discriminazione in tutte le cose
  7. 3. Igiene interiore
  8. 4. Egoismo: l’unico vero altruismo
  9. 5. La saggezza del corpo
  10. 6. Mente: la stupidità
  11. 7. Il respiro dell’eterno
  12. 8. Oltre i ritmi della mente, fino all’Essere
  13. 9. Tornare alla fonte
  14. 10. Tutti i problemi sono irreali
  15. Yoga: una via di risveglio
  16. Piano dell’opera
  17. Sull’Autore
  18. Per approfondire
  19. Copyright