Autoritratto
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Autoritratto

  1. 238 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Non è facile essere la figlia di un genio. Emma l'ha scoperto fin da bambina. Un grande pittore come Ben Litton è totalmente assorbito dalla sua arte. Per lui non conta nient'altro: né casa né famiglia. Tuttavia dopo tanta solitudine Emma, ormai adulta, vorrebbe costruire un legame con suo padre. Un tentativo che sembra destinato a fallire. Ma la vita è piena di fortunate coincidenze. E di incontri ancora più fortunati. Un'autentica, grande storia romantica.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804370840
eBook ISBN
9788852040771

1

A Parigi, in febbraio, splendeva il sole. Splendeva senza calore, all’aeroporto Le Bourget, in un cielo azzurro ghiaccio, che si rispecchiava accecante sulle piste ancora bagnate dopo una notte di pioggia. Dall’interno dell’edificio, la giornata appariva invitante, e loro si erano lasciati tentare a uscire sulla terrazza, soltanto per accorgersi che il sole, anche se vivido, non emanava alcun tepore, e la brezza vivace, che manteneva le maniche a vento perpendicolari ai pennoni di sostegno, era tagliente come un coltello. Sconfitti, si ritirarono nel ristorante ad aspettare l’annuncio del volo di Emma, e sedevano adesso a un tavolino, bevendo caffè nero e fumando le Gauloises di Christopher.
Completamente assorti l’uno nell’altra, noncuranti del mondo esterno, attiravano comunque su di sé una certa attenzione. Era inevitabile: formavano una coppia senza dubbio appariscente. Emma era alta e bruna. I suoi capelli, pettinati all’indietro sulla fronte e trattenuti da un cerchietto di tartaruga, le scendevano in una cascata nera e liscia fin sotto le scapole. Aveva un viso non bello: troppo ossuto, i lineamenti troppo marcati per poterli definire belli, con il naso diritto e il mento dalla linea quadrata e decisa. Ma quel viso possedeva comunque un grande fascino e veniva riscattato dai grandi occhi di un inatteso colore grigio azzurro, e da una bocca generosa che, per quanto capace di assumere una piega sconsolata quando Emma era contrariata, sapeva aprirsi al riso come quella di un fanciullo, quando lei era felice. E in quel momento era felice. Indossava, in quella giornata fredda e luminosa, un completo giacca e pantaloni verde acido e un maglione dal collo a polo che metteva in risalto l’intensa abbronzatura del volto, ma il suo aspetto sofisticato era in contrasto con il mucchio di bagagli attorno a lei, che poteva sembrare, a prima vista, preparato in fretta e furia sotto la minaccia di un uragano.
Si trattava in effetti di tutto ciò che si era accumulato durante sei anni di vita all’estero, ma nessuno era tenuto a saperlo. Con grandissima fatica già tre enormi valigie erano state avviate per essere caricate sull’aereo. Ma rimanevano ancora una valigetta di tela, un sacchetto di carta dal quale sporgevano lunghe baguettes, un cesto stracolmo di libri e dischi, un impermeabile, un paio di scarponi da sci e un grandissimo cappello di paglia.
Christopher contemplava tutta quella roba, riflettendo in modo distaccato e indifferente su come sarebbe stato possibile farla arrivare fin sull’aereo.
«Potresti metterti il cappello e gli scarponi da sci e infilarti l’impermeabile. Vorrebbe dire avere tre cose in meno da trasportare.»
«Ho già un altro paio di scarpe ai piedi, e il cappello me lo porterebbe via il vento. L’impermeabile, poi, è disgustoso. Sembro una profuga, con quello addosso. Non so proprio perché mi sia presa la briga di portarmelo dietro.»
«Te lo dico io, il perché. Perché a Londra pioverà di sicuro.»
«Forse no.»
«Piove sempre.» Accese un’altra Gauloise con il mozzicone della prima. «Potrebbe essere un’ottima ragione per rimanere a Parigi con me.»
«Abbiamo parlato di questo già un centinaio di volte. E io, ormai, sto per tornare in Inghilterra.»
Lui sorrise senza prendersela. La stava soltanto stuzzicando. Quando sorrideva, i suoi occhi dai riflessi dorati sembravano quelli di un gatto. Anche la figura slanciata e i movimenti flessuosi gli conferivano un vago aspetto felino. Portava abiti non impegnativi, colorati, lievemente bohémien. Pantaloni aderenti di velluto a coste, logori stivaletti di camoscio, una camicia di cotone azzurro indossata sopra un maglione giallo, e una vecchia giacca di pelle scamosciata, lisa sui gomiti e sul colletto. Poteva sembrare francese, ma in realtà era inglese, come Emma. Erano addirittura parenti alla lontana, poiché, anni prima, quando Emma aveva sei anni e Christopher dieci, il padre di lei, Ben Litton, aveva sposato Hester Ferris, la madre di Christopher. L’accordo era durato, con modesto successo, per diciotto mesi, prima di giungere a un completo fallimento, e adesso Emma ricordava quel periodo come l’unico nella sua vita in cui avesse avuto modo di sperimentare un’esistenza che si avvicinava, più o meno, a una normale vita familiare.
Era stata Hester a insistere perché comperasse il cottage a Porthkerris. Ben aveva posseduto uno studio laggiù per parecchi anni, già molto tempo prima dell’inizio della guerra, ma non offriva alcuna comodità, e dopo aver dato un’occhiata allo squallore in cui avrebbe dovuto vivere, Hester si recò senza indugio ad acquistare due cottage di pescatori, e si diede da fare con grande perizia e buon gusto a riadattarli. Ben mostrava disinteresse per qualsiasi attività del genere, e fu così che quella si trasformò essenzialmente nella casa di Hester, e fu ancora lei a insistere per avere una cucina in grado di funzionare, un boiler per l’acqua calda, e un caminetto sempre acceso, il cuore della casa, il punto focale attorno al quale i ragazzi potessero riunirsi.
Le sue intenzioni erano splendide, ma i metodi con i quali si proponeva di realizzarle non furono coronati dal desiderato successo. Cercò di essere comprensiva nei confronti di Ben. Aveva sposato un genio, e conosceva la sua reputazione, perciò era pronta a chiudere un occhio sulle sue avventure amorose, i suoi discutibili amici e il suo atteggiamento nei confronti del denaro. Ma alla fine, come accade spesso anche nei matrimoni del tutto normali, si trovò sconfitta dalle piccole cose. Dai pasti dimenticati e non consumati. Dalle immancabili fatture lasciate da pagare per mesi. Dal fatto che Ben preferiva andare a bere qualcosa al pub invece di fare la stessa cosa, in maniera più civile, a casa insieme a lei. Fu sconfitta dal suo rifiuto di installare un telefono, di possedere una macchina; dalla quantità di derelitti che lui invitava a dormire sul loro divano; e infine dalla totale incapacità da parte di Ben di mostrare in qualsiasi occasione un qualche sentimento di affetto.
Alla fine lo abbandonò, portando con sé Christopher, e iniziò subito le pratiche per il divorzio. Ben fu felice di concederglielo. Fu anche ben lieto di vedere andar via il ragazzino. I due non avevano mai legato. Ben era geloso della propria posizione privilegiata di maschio, gli piaceva essere l’unico uomo ad avere autorità in casa e Christopher, pur avendo soltanto dieci anni, non era tipo da accettare di essere ignorato. Nonostante tutti gli sforzi di Hester, questo antagonismo continuò. Perfino il piacevole aspetto del ragazzo, che Hester sinceramente pensava avrebbe affascinato l’occhio artistico di Ben, ottenne proprio l’effetto opposto, e quando Hester cercò di convincere il marito a fargli un ritratto, ottenne un rifiuto.
Dopo la loro partenza, la vita a Porthkerris scivolò senza fatica di nuovo nelle vecchie e spiacevoli abitudini. A prendersi cura di Emma e di Ben si avvicendavano innumerevoli donne inaffidabili, modelle o studentesse di belle arti che entravano e, assai presto, uscivano dalla vita di Ben con la monotona regolarità di un ordinato succedersi di spettatori in un cinematografo. Le uniche cose che quelle ragazze avevano in comune erano l’atteggiamento adulatorio nei confronti di Ben e una notevole noncuranza verso i lavori domestici. Si curavano il meno possibile di Emma, ma in ogni caso lei non sentì la mancanza di Hester quanto la gente era incline a credere. Ne aveva avuto abbastanza, come Ben, di farsi inquadrare, di trovarsi sempre ben abbottonata in abiti puliti. La partenza di Christopher, invece, lasciò un gran vuoto nella sua vita, un vuoto che non riusciva a essere colmato. Per qualche tempo si afflisse per lui, tentò di scrivergli delle lettere, ma non ebbe il coraggio di chiedere a Ben il suo indirizzo. Una volta, spinta dalla disperazione della solitudine, scappò per andare a cercarlo. Ma il tutto si esaurì in una camminata fino alla stazione e nel tentativo di acquistare un biglietto per Londra, un posto buono come un altro, secondo lei, per ritrovarlo. Ma possedeva in tutto soltanto uno scellino e nove pence, e il capostazione che la conosceva l’aveva portata nel suo ufficio, permeato dall’odore del petrolio delle lampade e da quello del carbon fossile delle ferrovie di cui lui si serviva per il fuoco del caminetto; le aveva offerto una tazza di tè versandolo da una teiera di smalto e l’aveva poi riaccompagnata a casa. Ben stava lavorando e non si era nemmeno accorto della sua assenza. Emma non tentò mai più di andare in cerca di Christopher.
Quando Emma aveva tredici anni, a Ben venne offerto un posto di docente all’Università del Texas, per la durata di due anni, e lui, senza il minimo pensiero per Emma, si affrettò ad accettarlo. Per un po’ si discusse sul futuro della ragazza. Quando lo rimproveravano a causa di sua figlia, Ben dichiarava che si sarebbe limitato a portarla con sé nel Texas, ma qualcuno, probabilmente Marcus Bernstein, lo persuase che la cosa migliore per Emma sarebbe stata quella di restare alla larga da lui, e lei fu mandata a frequentare una scuola in Svizzera. Rimase a Losanna per tre anni, senza mai fare ritorno in Inghilterra, e poi si recò a Firenze per studiare l’italiano e l’arte rinascimentale per un altro anno. Al termine di questo periodo Ben si trovava in Giappone. Quando lei suggerì che si sarebbe potuta recare laggiù a raggiungerlo, il padre rispose con un telegramma:
UNICO LETTO DISPONIBILE OCCUPATO DA AFFASCINANTE GIOVANE GEISHA. PERCHÉ NON PROVI RISIEDERE PARIGI?
Emma la prese con filosofia: ormai diciassettenne, fece quanto le proponeva. Si trovò un’occupazione presso una famiglia, i Duprés, che alloggiava in una grande casa in stile classico a St Germain. Il capofamiglia era un medico, un professore, e la moglie un’insegnante. Emma badava ai loro tre figli, ragazzi ammodo ai quali insegnava l’inglese e l’italiano, e nel mese di agosto li accompagnava nella modesta villa di famiglia a Le Baule, sempre in paziente attesa che Ben tornasse a stabilirsi in Inghilterra. Ben rimase in Giappone per un anno e mezzo e, quando fece ritorno, scelse di passare per gli Stati Uniti, e si trattenne un mese a New York. Marcus Bernstein si recò laggiù in aereo per incontrarlo e, com’era tipico, Emma apprese la ragione di quell’incontro non dallo stesso Ben e neppure da Leo, la sua consueta fonte di informazioni, bensì da un lungo articolo ampiamente illustrato sulla rivista francese «Réalités», in cui si parlava di un museo delle belle arti di recente inaugurazione a Queenstown, Virginia. Il museo era stato fondato dalla vedova di un ricco virginiano di nome Kenneth Ryan, in memoria del defunto marito, e l’apertura della sezione destinata alla pinacoteca avrebbe ospitato una mostra retrospettiva dei dipinti di Ben Litton, che comprendeva i suoi primi paesaggi risalenti al periodo antecedente la guerra e i successivi lavori fino alle ultime opere ispirate all’astrattismo.
Una tale mostra costituiva un onore e un tributo, ma inevitabilmente faceva pensare a un pittore degno di reverenza, a un Grande Vecchio delle belle arti. Emma, osservando una delle fotografie di Ben, tutta linee dure e contrasti, l’immagine di un uomo dalla pelle intensamente abbronzata, dal mento volitivo e dai capelli candidi, si domandò quali sentimenti suscitasse in lui quella venerazione. Per tutta la vita si era ribellato a ogni convenzione e lei non riusciva a immaginarselo a impersonare docilmente il Grande Vecchio di una qualsiasi cosa.
«Caspita, che bell’uomo!» disse la signora Duprés quando Emma le mostrò la fotografia. «È molto attraente.»
«Sì» ammise Emma e sospirò, perché proprio quello era sempre stato il guaio.
Ben tornò a Londra in gennaio, insieme a Marcus, e si recò subito a Porthkerris per dipingere. La notizia fu confermata da una lettera di Marcus. Il giorno in cui la lettera arrivò, Emma andò dalla signora Duprés e le comunicò la novità. I Duprés cercarono di persuaderla con l’adulazione, di lusingarla, di ricattarla per indurla a cambiare idea, ma lei fu irremovibile. Aveva visto suo padre ben poco negli ultimi sei anni. Era arrivato il momento di rinnovare la reciproca conoscenza. Sarebbe tornata a Porthkerris per vivere con lui.
In ultimo, poiché non avevano scelta, acconsentirono a lasciarla partire. Il suo volo venne prenotato ed Emma cominciò a fare i bagagli, scartando qualcuna delle cose che possedeva tra quelle accumulatesi nel corso di quei sei anni, e pigiando il rimanente in una serie di valigie tutte diverse, malconce e logore. Ma anche così, esse si rivelarono purtroppo insufficienti, e lei si trovò costretta a comperarsi un cesto, un’enorme borsa francese per la spesa che avrebbe accolto tutti quegli oggetti dalla forma irregolare che si rifiutavano di entrare in qualsiasi altro contenitore.
Era un pomeriggio freddo e grigio e di lì a due giorni sarebbe salita sull’aereo che doveva portarla in patria. La signora Duprés si trovava a casa, per cui Emma le spiegò quale commissione fosse costretta a fare, le affidò i bambini, e uscì da sola. Rimase sorpresa quando si accorse che stava piovendo, una sottile pioggerella gelata. L’acciottolato, nella viuzza, brillava per l’umidità, e le alte case bianche se ne stavano silenziose con le imposte serrate contro il buio, come volti impenetrabili. La sirena di un rimorchiatore si fece udire sul fiume, e un gabbiano solitario si librò alto nel cielo, in mezzo alla foschia, con un lugubre grido. L’immagine illusoria di Porthkerris divenne a un tratto più reale dell’effettiva realtà di Parigi. La decisione di tornare, rimasta così a lungo in fondo ai suoi pensieri, si stava cristallizzando in quel momento nella sensazione che lei provava di trovarsi già laggiù.
Quella via non l’avrebbe portata nella movimentata Rue St Germain, ma altrove, sulla strada del porto, e ci sarebbe stata l’alta marea, con il porto stesso sommerso dal mare grigio, le barche ondeggianti e imponenti marosi in corsa per frangersi al di là del molo settentrionale, in arrivo dall’Atlantico con i suoi cavalloni crestati di bianco. E ci sarebbero stati gli odori familiari di pesce del mercato, di ciambelle allo zafferano del fornaio, mentre tutte le piccole botteghe estive sarebbero state chiuse e sprangate perché si era fuori stagione. E di nuovo nel suo studio, Ben sarebbe stato intento a dipingere, con le mani ficcate nelle manopole per ripararle dal freddo, le vivide chiazze sulla tavolozza, un grido colorato contro le nuvole grigie in movimento, incorniciate dalla finestra imponente volta a Nord.
Stava per tornare a casa. Di lì a due giorni sarebbe stata là. La pioggia le bagnava il viso e a un tratto capì che non vedeva l’ora di arrivare, e questo senso di lieta impazienza la spinse a mettersi a correre, e a non rallentare per tutto il tragitto fino alla piccola drogheria in Rue St Germain dove sapeva che avrebbe potuto acquistare la borsa di paglia.
Era un negozietto minuscolo, odoroso di pane di salsicce aromatizzate all’aglio, di cipolle che pendevano dal soffitto, tenute insieme come perle bianche di una collana, e di orci di vino che il negoziante vendeva sfuso. I cestini di paglia erano appesi accanto alla porta, legati tutti insieme e sostenuti da un pezzo di corda unico. Emma non osò slegarli per sceglierne uno, temendo che potessero precipitare tutti sul pavimento, perciò si fece avanti nel negozio allo scopo di scovare qualcuno che potesse farlo per lei. C’era soltanto la donna grassa con il neo sul viso, ed era già occupata con un cliente, quindi Emma rimase in attesa. Il cliente era un giovane con i capelli biondi e l’impermeabile bagnato da strisce di pioggia. Stava acquistando una baguette e un panetto di burro fresco. Emma gli rivolse uno sguardo e stabilì che, almeno visto di spalle, sembrava attraente.
«Combien?» domandò lui.
La donna grassa fece la somma servendosi di un mozzicone di matita. Gli comunicò il risultato. L’altro si frugò in tasca e pagò. Si voltò, sorrise a Emma e si avviò verso l’uscita.
Giunto sulla porta si fermò. Con la mano appoggiata allo stipite, si voltò adagio per rivolgerle un secondo sguardo. Lei scorse gli occhi color ambra, il lento, incredulo sorriso...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Rosamunde Pilcher
  3. Autoritratto
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. Copyright