A CURA DI
GEORGE R.R.
MARTIN
L’ORIGINE
Edward Bryant, Michael Cassutt, Leanne C. Harper, Stephen Leigh, David
D. Levine, George R.R. Martin, Victor Milán, John J. Miller, Lewis Shiner,
Melinda M. Snodgrass, Carrie Vaughn, Howard Waldrop, Walter Jon
Williams, Roger Zelazny
A Ken Keller,
cresciuto dalle radici di quattro semi,
come me
Nota dell’autore
Wild Cards è un’opera di fantasia basata su un mondo del tutto immaginario la cui storia si dipana parallelamente alla nostra. Nomi, personaggi, luoghi e vicende descritti in Wild Cards sono inventati, oppure compaiono con caratteristiche fittizie. Qualsiasi somiglianza con fatti o persone, vive o morte, è casuale. I saggi, gli articoli e gli altri scritti contenuti in questo libro sono di pura invenzione, e con essi non si intende rappresentare scrittori reali né sottintendere che alcuno abbia mai scritto, pubblicato o contribuito ai saggi, agli articoli o agli altri scritti contenuti in questa antologia.
HERBERT L. CRANSTON
Anni dopo, quando vidi Michael Rennie scendere dal disco volante in Ultimatum alla Terra, mi girai verso mia moglie e dissi: «Così dovrebbe essere una spia aliena».
Ho sempre avuto il sospetto che fosse stato l’arrivo di Tachyon a ispirare quel film, ma si sa che a Hollywood modificano le cose. Io c’ero, dunque so com’è andata veramente. Tanto per cominciare, atterrò alla base militare di White Sands, e non a Washington. Non aveva un robot con sé e noi non gli sparammo. Anche se alla luce di quello che accadde in seguito forse avremmo dovuto.
La sua nave spaziale non era di certo un disco volante e non somigliava per niente al V-2 caduto in mano nostra, e nemmeno ai razzi lunari sul tavolo da disegno di Werner: violava ogni legge dell’aerodinamica, e persino quella della relatività di Einstein.
Tachyon atterrò di notte, con la sua astronave tutta ricoperta di luci: la cosa più bella che avessi mai visto. Scese nel mezzo dell’area test, senza alcun razzo, motore, elica o qualunque altro propulsore visibile. L’involucro esterno aveva l’aspetto del corallo o di un’altra roccia porosa, era coperto di spirali e speroni, tipo quelli che si trovano nelle grotte calcaree o si vedono nelle immersioni in profondità.
Ero sulla prima jeep che la raggiunse. Il tempo di arrivare e Tach era già fuori. Nel film, Michael Rennie aveva proprio l’aspetto giusto, con quella tuta spaziale blu-argento, mentre Tachyon sembrava un incrocio tra uno dei tre moschettieri e un fenomeno da circo. Non vi nascondo che tutti noi, i ragazzi della base missilistica e le teste d’uovo, e anche quelli dell’esercito, eravamo piuttosto spaventati. Mi venne in mente la trasmissione radiofonica «Mercury Theater On the Air», in cui nel 1939 Orson Welles scatenò il panico facendo credere che i marziani stessero invadendo il New Jersey, e non riuscii a fare a meno di pensare che forse quella volta stava accadendo davvero. Ma non appena i fari lo illuminarono, e lo vedemmo in piedi davanti all’astronave, ci tranquillizzammo. Non era affatto spaventoso.
Era piccolino, circa un metro e sessanta, e a dir la verità sembrava molto più impaurito di noi. Indossava una calzamaglia verde, stivaletti, una camicia arancione con pizzi che si increspavano attorno ai polsi e al collo, e un giacchino in broccato con fili argentati, molto attillato. Il soprabito giallo limone era coperto da un mantello verde allacciato alle caviglie. In testa aveva un cappello a tesa larga, su cui spiccava una lunga piuma rossa; soltanto quando fui più vicino mi accorsi che in realtà si trattava di uno strano aculeo appuntito. I capelli gli ricadevano sulle spalle, facendomi pensare si trattasse di una ragazza. Erano capelli molto strani, rossi e scintillanti, come sottili fili di rame.
Non sapevo cosa pensare, ma ricordo che uno dei nostri colleghi tedeschi disse che secondo lui assomigliava a un francese.
Non appena ci vide si incamminò a dir poco baldanzoso in direzione della jeep, arrancando sul terreno di sabbia con una grossa borsa sotto il braccio. Mentre pronunciava il suo nome comparvero le altre quattro jeep. Nonostante l’accento bizzarro, parlava inglese meglio della maggior parte dei nostri colleghi tedeschi, ma fu difficile da dire all’inizio, poiché ci impiegò dieci minuti solo a pronunciare per intero il suo nome.
Fui io il primo essere umano a parlargli. È questa la pura verità. Non mi importa che cosa dicono gli altri: fui io e basta. Scesi dalla jeep, gli porsi la mano e dissi: «Benvenuto in America». Stavo per presentarmi, ma lui mi interruppe.
«Herb Cranston di Cape May, New Jersey» disse. «Ingegnere missilistico. Molto bene. Sono anch’io uno scienziato.»
Non somigliava a nessuno degli scienziati conosciuti fino ad allora, ma mi mostrai indulgente nei suoi confronti, se non altro perché arrivava dallo spazio. Ero più interessato a come fosse venuto a conoscenza del mio nome. Glielo chiesi.
Agitò i pizzi in un gesto d’impazienza: «So leggere nel pensiero, comunque questo non ha importanza. Abbiamo poco tempo, Cranston. La loro astronave è andata distrutta». Notai che, mentre diceva quelle parole, era molto più che preoccupato, quasi triste, amareggiato, ma anche spaventato. E sembrava stanco, molto stanco. Cominciò a raccontarmi di una sfera. Che poi era la sfera con dentro il virus wild card, adesso lo sappiamo tutti, ma allora non capivo di cosa diavolo parlasse. Era andata perduta e lui doveva riportarla indietro, e per la salvezza di noi tutti sperava fosse ancora intatta. Chiese di parlare con i nostri capi. Doveva aver letto i nomi nella mia mente, poiché citò Werner, Einstein e il presidente, che lui chiamò «quel vostro presidente Harry S. Truman». Poi salì sul sedile posteriore della jeep. «Portatemi da loro» ordinò. «Subito.»
PROFESSOR LYLE CRAWFORD KENT
In un certo senso, l’ho inventato io il suo nome. Quello vero, il patronimico alieno, era troppo lungo, impossibile da pronunciare. Molti hanno cercato di abbreviarlo, lo ricordo bene, usandone chi una parte, chi un’altra. Ma evidentemente nel suo pianeta d’origine, Takis, quella era una violazione dell’etichetta. Ci correggeva di continuo, e con piglio piuttosto risentito, come un vecchio noioso e pedante che impartisce lezioni a una classe di scolaretti. Insomma, dovevamo pur chiamarlo in qualche modo. Come prima cosa c’era il titolo. Forse avremmo dovuto chiamarlo tipo «Sua Maestà», o roba del genere, giacché sosteneva di essere un principe, ma gli americani non si sentono a loro agio con quel genere di ossequi e moine. Disse anche di essere un fisico; certo, non nel senso in cui lo intendiamo noi, e sembrava possedere un bel po’ di nozioni di genetica e biochimica, forse la sua specializzazione. Molti di noi vantavano titoli di studio avanzati, e poiché ci rivolgevamo l’uno all’altro usando l’epiteto di «dottore», è stato del tutto naturale chiamare così anche lui.
I nostri ingegneri aerospaziali erano ossessionati dalla sua astronave, in particolare dal sistema propulsivo, che le permetteva velocità superiori a quella della luce. Disgraziatamente, nella fretta di arrivare qui prima dei suoi compari, il nostro amico takisiano aveva bruciato il motore della nave interstellare, e in ogni caso aveva fermamente impedito a tutti noi, civili e militari, di ispezionarne l’interno. Werner e la sua équipe tedesca lo assillarono di domande sul motore dell’astronave. Per come la vedo io, la fisica teorica e la tecnologia dei viaggi spaziali non dovevano essere materie nelle quali il nostro visitatore fosse particolarmente esperto, poiché forniva risposte non molto chiare. Una cosa però l’avevamo colta: il propulsore utilizzava una particella, a noi ignota, che viaggiava più veloce della luce.
L’alieno aveva un termine per designare quella particella, impronunciabile quanto il suo nome. Come tutte le persone di una certa cultura, sono piuttosto ferrato in greco antico e possiedo un discreto fiuto per l’etimologia, così fui io a coniare il nome «Tachyon». I militari pasticciarono un po’ e cominciarono a chiamarlo «l’amico Tachyon», e da lì a «dottor Tachyon» il passo è stato breve. Dottor Tachyon è il nome con il quale l’alieno è comunemente noto agli organi di stampa.
COLONNELLO EDWARD REID,
SERVIZI SEGRETI DELL’ESERCITO (IN PENSIONE)
Volete proprio che ve lo dica, eh? Tutti quegli stramaledetti giornalisti con cui ho parlato lo volevano. Sì, lo ammetto: abbiamo commesso un errore. E c’è pure costato caro. È arrivata l’intera squadra investigativa per portarci tutti di fronte alla corte marziale. È questa la verità.
Ma, secondo loro, che cosa avremmo dovuto fare? Fui incaricato io dell’interrogatorio. Dunque, dovevo sapere per forza.
Ma che cosa sapevamo di lui? Niente, tranne quello che lui stesso ci aveva raccontato di sé. Le teste d’uovo lo trattavano come fosse Gesù Bambino, mentre i militari dovevano essere più cauti. Se volete capirci qualcosa, dovete mettervi nei nostri panni e tenere presente quanto tempo è passato da allora. La sua storia era totalmente assurda, e lui non poteva provare nulla.
Va bene, d’accordo, era atterrato su quella buffa navicella che assomigliava a un razzo, a parte il fatto che non aveva razzi. Sorprendente! Forse il suo velivolo veniva davvero da un altro pianeta, come sosteneva lui. Magari invece no. Forse faceva parte di uno di quei progetti segreti a cui i nazisti avevano lavorato e che poi avevano abbandonato alla fine della guerra. Erano riusciti a costruire gli aerei a reazione e i V-2, ed erano a buon punto anche con la bomba atomica. O magari era una cosa russa. Non lo so. Se solo Tachyon ci avesse permesso di esaminare l’interno della sua astronave, i nostri esperti sarebbero sicuramente riusciti a capire da dove veniva quell’affare, ne sono certo. Ma lui non permetteva a nessuno di infilare un piede in quel dannato aggeggio, e la cosa mi rendeva piuttosto diffidente. Che stava tentando di nascondere?
Disse che veniva dal pianeta Takis. Be’, mai sentito parlare di nessun maledetto pianeta Takis. Marte, Venere, Giove, sì. Mongo e Barsoom, anche... Ma Takis? Consultai almeno una decina tra i migliori astronomi d’America, e persino un tizio che lavorava in Inghilterra. Dove si trova il pianeta Takis?, chiesi loro. Non esiste alcun pianeta Takis, mi risposero.
Diceva di essere un alieno? Lo esaminammo. Fu sottoposto a una serie completa di esami: fisici, psichici, raggi x, tutto. Venne fuori che era umano. Da qualunque parte lo girassimo, la cosa non cambiava. Nessun organo in più, niente sangue verde, le dita erano cinque, anche quelle dei piedi, due palle, un cazzo. Lo stronzo non era diverso da me e da voi. Parlava persino inglese. Ma conosceva anche il tedesco. E poi il russo, il francese e qualche altra lingua. Ho registrato le nostre conversazioni e le ho fatte sentire a un linguista che vi ha riconosciuto un accento dell’Europa centrale.
E gli strizzacervelli... Oh! Avreste dovuto sentire i loro resoconti. Un classico paranoide, dissero. Megalomania. Personalità schizoide. Tutta roba del genere. Quel tizio sosteneva di essere un principe venuto con dei cazzo di poteri magici da un altro mondo, che si era presentato qui tutto solo per salvare il nostro pianeta. Be’... vi sembra che ha il cervello a posto uno così?
E lasciate che vi dica una cosa su quei dannati poteri. Lo ammetto, era quello che mi disorientava di più. Non solo era in grado di dirvi a cosa stavate pensando, ma poteva anche guardarvi in uno strano modo e farvi saltare sopra la scrivania e calare i pantaloni, anche se non volevate. Ho trascorso molte ore con lui, e mi aveva convinto. Ma i miei rapporti non avevano convinto i capoccioni lassù all’Est. Secondo loro era un trucco, ci ipnotizzava, interpretava il linguaggio del nostro corpo facendoci credere che poteva leggerci nel cervello. Volevano addirittura mandarci un ipnotizzatore per spiegarci come riusciva a farlo, ma ci ritrovammo con la merda fino al collo prima che potessero riuscirci.
Lui non chiedeva molto. Voleva soltanto un incontro con il presidente affinché mobilitasse l’esercito per cercare una certa nave spaziale incidentata. Tachyon avrebbe assunto il comando delle operazioni, naturalmente, nessun altro era qualificato per farlo. I nostri migliori scienziati gli avrebbero fatto da assistenti. E poi voleva radar, aerei, sottomarini, poliziotti e marchingegni stravaganti di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Dite una cosa qualsiasi, e lui la voleva. E pretendeva di non consultarsi con nessuno. Diciamoci la verità: quel tizio si vestiva come un parrucchiere gay, ma dal modo in cui impartiva gli ordini avresti detto che portava almeno tre stellette.
E perché? Oh, be’, per la sua storia, quella sì che era fantastica. Sul pianeta Takis, raccontava, una ventina di grandi famiglie teneva in piedi tutta la baracca, quasi fossero monarchi, solo che, in più, avevano poteri magici e comandavano su chi non li possedeva. Le famiglie di Takis passavano la maggior parte del tempo a misurarsi tra loro come famiglie rivali in una faida western. Il suo clan possedeva un’arma segreta alla quale stavano lavorando da un paio di secoli: un virus manipolato artificialmente, studiato per interagire con la mappa genetica dell’organismo ospite, diceva lui. Aveva fatto parte del gruppo di ricerca.
Tentai di assecondarlo e gli chiesi: «Che cosa faceva quel virus?». E lui rispose: «Di tutto!».
Secondo Tachyon, poteva anche aumentare le loro capacità mentali, trasformarli quasi in dèi. Cosa che, sicuro come l’oro, avrebbe dato alla sua famiglia un netto vantaggio sugli altri. Ma il virus non lo faceva sempre, qualche volta sì, ma il più delle volte uccideva i soggetti sui quali era testato. E lui non ...