La felicità domestica
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La felicità domestica

  1. 144 pagine
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La felicità domestica

Informazioni su questo libro

Scritto nel 1859 da un Tolstòj trentaduenne, La felicità domestica affronta il tema delle incomprensioni, dei difficili equilibri di coppia, del mutare dei rapporti coniugali, dalla piena, passionale sintonia di affetti agli equivoci, alle incrinature sempre più profonde, al distacco e all'indifferenza reciproca. Protagonisti sono una delicata fanciulla di diciassette anni, orfana, e il suo ben più maturo tutore, di cui lei s'innamora e che sposa. I primi anni di vita famigliare sono felici, allietati dalla nascita di due figli. Ma quando la moglie, ormai donna, scopre gli allettamenti della vita mondana, si allontana dal marito; per accorgersi poi, una volta superata la crisi, che lo sposo ha perso ogni interesse per lei. Con tocchi leggeri che ricordano la prosa di Turgenev e un fondo di ispirazione autobiografica - la storia giovanile con una ragazza sua vicina di casa in campagna, Valerija Arsèn'eva, che lo scrittore pensò effettivamente di chiedere in moglie -, Tolstòj tratta in queste pagine il delicato argomento dei rapporti coniugali con una finezza e un senso di inquietudine decisamente moderni, preparando la strada ai romanzi maggiori, da Guerra e pace a Anna Karenina.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804574811

PARTE PRIMA

I

Portavamo il lutto per nostra madre, che era morta in autunno, e trascorrevamo l’intero inverno in campagna, con Katja e Sonja, sole.
Katja era una vecchia amica di casa, era la governante che aveva allevato noi tutte, e che io ricordavo e amavo fin da quando avevo memoria di me stessa. Sonja era la mia sorellina minore. Trascorrevamo un inverno cupo e triste nella nostra vecchia casa di Pokròvskoe. Faceva freddo, c’era vento e s’erano ammassati cumuli di neve alti più delle finestre; i vetri erano quasi sempre velati di ghiaccio, appannati, e quasi tutto l’inverno non ci recammo da nessuna parte, né a piedi né in carrozza. Di rado qualcuno veniva a farci visita; ma anche se veniva, non aggiungeva né gioia né allegria alla nostra casa. Tutti avevano i volti mesti, parlavano a voce bassa, come per timore di svegliare qualcuno, non ridevano, sospiravano e spesso piangevano guardando me e in particolare la piccola Sonja, nel suo abitino nero. In casa era come se si avvertisse ancora la morte; la mestizia e l’orrore della morte stagnavano nell’aria. La camera di mamma era chiusa, ed io provavo spavento, e al tempo stesso c’era qualcosa che mi attirava a gettare uno sguardo in quella stanza fredda e vuota, quando le passavo accanto, andando a letto.
Avevo a quel tempo diciassette anni, e proprio nell’anno della sua morte la mamma avrebbe voluto trasferirsi in città per presentarmi in società. La perdita di mia madre era stata per me un grande dolore, ma debbo confessare che, dietro a questo dolore, sentivo anche d’essere giovane, bella, a detta di tutti, e invece ecco che mi trovavo a trascorrere il secondo inverno in campagna, così per nulla, in solitudine. Prima della fine dell’inverno questo senso d’angoscia, di solitudine e semplicemente di noia s’andò accentuando al punto che io non uscivo dalla mia stanza, non toccavo il pianoforte e non prendevo un libro in mano. Katja mi esortava ad occuparmi di questo o di quello, io rispondevo: non ho voglia, non posso, ma nell’anima mia mi domandavo: “Perché? Perché fare una qualsiasi cosa, quando il mio tempo migliore va perduto così, invano? Perché?”. E a questo “perché” non c’era altra risposta che le lacrime.
Mi dicevano che ero dimagrita e che mi ero imbruttita in quel tempo, ma la cosa arrivava persino a non avere importanza per me. Perché? Per chi? Avevo l’impressione che l’intera mia vita dovesse procedere per sempre così in quel luogo sperduto e solitario e in quell’angoscia impotente, dalla quale io stessa, da sola, non avevo la forza e nemmeno il desiderio di tirarmi fuori. Sul finire dell’inverno Katja aveva cominciato a temere per me e s’era decisa, costasse quel che costasse, a condurmi all’estero. Ma per far ciò occorrevano soldi, e noi quasi non sapevamo che cosa ci fosse rimasto dopo la morte di nostra madre, e da un giorno all’altro aspettavamo il tutore, che doveva arrivare e metter ordine nei nostri affari.
In marzo arrivò il tutore.
«Sia lodato il Signore!» mi disse una volta Katja, mentre io come un’ombra, senza nulla da fare, senza pensieri, senza desideri, me ne andavo da un angolo all’altro. «Sergèj Michàjlyč1 è arrivato, ha mandato a chiedere di noi e voleva venire per pranzo. Cerca di scuoterti, Màšečka mia,» soggiunse «altrimenti che penserà mai di te? Vi voleva così bene a voi tutte.»
Sergèj Michàjlyč era un nostro vicino di proprietà, e amico del mio defunto padre, pur essendo assai più giovane di lui. Il suo arrivo aveva mutato i nostri piani e ci offriva la possibilità di andarcene dalla campagna: ma, oltre a ciò, fin dall’infanzia io mi ero abituata a volergli bene e a rispettarlo, e Katja, suggerendomi di scuotermi, aveva indovinato che, tra tutti i nostri conoscenti, Sergèj Michàjlyč era proprio colui davanti al quale mi sarebbe stato più doloroso mostrarmi in una luce sfavorevole. Tutti, in casa nostra, a partire da Katja e Sonja, che era la sua figlioccia, fino all’ultimo dei cocchieri, gli volevamo bene per abitudine: ma, oltre a ciò, quell’uomo aveva assunto per me un significato particolare per via di una certa frase pronunciata dalla mamma in mia presenza. Quella volta la mamma aveva detto che mi augurava un marito simile. Allora la cosa mi aveva sorpresa, e mi era riuscita persino sgradita: il mio eroe era tutt’altra persona. Il mio eroe era sottile, asciutto, pallido e malinconico. Sergèj Michàjlyč, al contrario, era un uomo ormai non più giovane, alto, robusto e, almeno così mi sembrava, sempre allegro; ma, a dispetto di questo fatto, le parole della mamma mi si erano impresse nell’immaginazione, e ancora sei anni prima, quando avevo undici anni, e lui mi dava del “tu”, giocava con me e m’aveva soprannominata “la giovane mammola”, non senza timore mi domandavo alle volte che cosa avrei fatto se all’improvviso gli fosse venuta voglia di sposarmi!
Sergèj Michàjlyč era giunto prima del pranzo, al quale Katja aveva aggiunto torta alla crème e salsa di spinaci. Dalla finestra lo vidi avvicinarsi alla casa su una piccola slitta, e non appena ebbe svoltato l’angolo, corsi in salotto allo scopo di dare a vedere che non l’attendevo affatto. Ma quando in anticamera udii un calpestio, la sua voce forte e i passi di Katja, non mi trattenni, e gli andai incontro. Egli, tenendo Katja per mano, parlava a voce alta e sorrideva. Quando mi vide si fermò e per un certo tempo mi guardò, senza inchinarsi. Mi sentii a disagio, e mi resi conto di essere arrossita.
«Ah! Possibile che siate voi?» disse con la sua maniera decisa e semplice, allargando le braccia e avvicinandosi a me. «Possibile un simile cambiamento! Come siete cresciuta! Altro che mammola! Vi siete fatta una vera rosa.»
Con la sua grande mano prese la mia mano, e la strinse con tale forza, e onestà, che ci mancò poco mi facesse male. Pensavo che mi avrebbe baciato la mano, e mi chinai verso di lui, ma egli me la strinse un’altra volta e mi fissò dritto negli occhi con il suo sguardo fermo e allegro.
Non lo vedevo da sei anni. Era cambiato parecchio; s’era invecchiato, scurito, e portava le basette, cosa che non gli donava affatto; ma aveva gli stessi modi semplici, il volto aperto, onesto, dai lineamenti marcati, gli occhi intelligenti, luminosi e un sorriso tenero, quasi infantile.
Cinque minuti dopo aveva già cessato d’essere un ospite, ed era diventato uno dei nostri, per tutte noi, persino per la gente della servitù che, lo si vedeva dalle loro premure, era particolarmente lieta del suo arrivo.
Si comportava in maniera del tutto diversa dai vicini che erano venuti a trovarci dopo la scomparsa della mamma e che ritenevano necessario tacere e piangere in nostra presenza: egli, al contrario, era loquace, allegro, e non diceva nemmeno una parola a proposito della mamma, al punto che dapprincipio questa sua indifferenza mi parve strana e persino sconveniente da parte di una persona a noi così intima. Ma in seguito compresi che non si trattava di indifferenza, bensì di sincerità, e gliene fui grata.
A sera Katja sedette a servire il tè nel solito posto in salotto, come faceva sempre quando c’era la mamma; io e Sonja le sedevamo accanto; il vecchio Grigorij gli portò una pipa che era riuscito a scovare e che era appartenuta al babbo, e Sergèj Michàjlyč, com’era solito fare in passato, cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza.
«Quanti mutamenti terribili in questa casa, se ci si pensa!» disse, fermandosi.
«Sì» disse Katja con un sospiro e, rimesso il coperchio al samovàr,2 alzò lo sguardo su di lui, già pronta a mettersi a piangere.
«Credo proprio che voi ricordiate vostro padre, non è vero?» domandò lui, rivolgendosi a me.
«Poco» risposi.
«Ah, come stareste bene assieme a lui adesso!» disse, guardando in silenzio e con fare pensoso la mia testa, al di sopra degli occhi. «Volevo molto bene a vostro padre!» soggiunse con voce ancor più sommessa, e mi parve che i suoi occhi si fossero fatti più lucidi.
«E adesso Dio si è preso pure lei!» proferì Katja, e subito posò il tovagliolo sulla teiera, tirò fuori il fazzoletto e cominciò a piangere.
«Sì, che mutamenti terribili in questa casa» egli ripeté, voltandosi. «Sonja, mostrami i tuoi giochi» soggiunse un attimo dopo, e abbandonò la sala. Con occhi colmi di lacrime rivolsi lo sguardo verso Katja non appena egli fu uscito.
«Un vero, caro amico!» disse lei.
E in effetti la partecipe attenzione di quest’uomo estraneo e buono m’aveva fatto sentir bene, m’aveva riscaldato il cuore. Dal salotto si udivano i gridolini di Sonja e la voce di lui che le faceva eco. Gli feci servire il tè; e sentii che si sedeva al pianoforte e si metteva a pestare le manine di Sonečka sui tasti.
«Mar’ja Aleksàndrovna!» s’udì la voce di lui. «Venite qua, suonateci qualcosa.»
Mi fece piacere ch’egli si rivolgesse a me con fare così semplice e amichevolmente imperioso; mi alzai e mi avvicinai a lui.
«Suonateci questo» disse lui, aprendo uno spartito di Beethoven all’“adagio” della Sonata quasi una fantasia.
«Vediamo come ce lo suonate» soggiunse, e si ritirò con il suo bicchiere3 in un angolo della sala.
Per un qualche motivo sentivo che, con lui, mi era impossibile rifiutare e dire, tanto per cominciare, che suonavo male; docilmente sedetti al pianoforte e cominciai a suonare, anche se temevo il suo giudizio e sapevo bene che egli capiva e amava la musica. L’“adagio” ben s’adattava al sentimento del ricordo che era stato evocato dalla conversazione dopo il tè, e a quanto sembra lo suonai come si deve. Ma egli non mi permise di suonare lo “scherzo”. «No, questo non lo suonate bene,» disse, accostandosi a me «questo lasciatelo da parte, mentre il primo non è male. A quanto sembra voi capite la musica.» Questa lode misurata mi rallegrò al punto di farmi arrossire. Era per me cosa così nuova e gradevole che quest’uomo, amico e pari di mio padre, parlasse con me da solo a solo, seriamente, e senza più considerarmi una bambina, come in passato. Katja salì di sopra a mettere a letto Sonja, e noi due ce ne restammo in sala.
Mi raccontava di mio padre, di come fossero diventati amici, di come avessero vissuto gioiosamente un tempo, quando io ancora non m’occupavo che di libri e giocattoli; e mio padre nei suoi racconti per la prima volta mi apparve come un uomo dolce e semplice, e non come l’avevo conosciuto fino a quel momento. Mi faceva anche domande a proposito di quello che amavo, che leggevo, che mi ripromettevo di fare, e mi dava consigli. Adesso per me egli non era più il burlone e il buontempone che mi stuzzicava e che mi costruiva giocattoli, ma un uomo serio, semplice e affettuoso, nei confronti del quale io provavo involontario rispetto e simpatia. Ero a mio agio, provavo una sensazione gradevole e al tempo stesso avvertivo un’involontaria tensione mentre parlavo con lui. Avevo paura di ogni mia parola; in me era grande la voglia di meritare un affetto che mi veniva tributato solo perché ero la figlia di mio padre.
Messa a letto Sonja, Katja si unì a noi e si lagnò con lui della mia apatia, della quale io non avevo fatto parola.
«La cosa principale non me l’ha nemmeno raccontata» disse lui, sorridendo e scuotendo la testa con aria di rimprovero.
«Ma cosa c’è da raccontare!» dissi io. «È una cosa molto noiosa, e inoltre passerà.» (E in effetti in quel momento mi sembrava non soltanto che la mia angoscia sarebbe passata, ma che lo fosse già, e che non ci fosse nemmeno mai stata.)
«Non è bene non saper sopportare la solitudine,» disse lui «possibile che siate davvero una bàryšnja4
«S’intende che lo sono» risposi io, ridendo.
«No, è una cattiva bàryšnja colei che è piena di vita fino a che la stanno ad ammirare, ma appena se ne resta da sola, si lascia andare, e non c’è nulla che le stia a cuore e la interessi: tutto soltanto per la mostra, e per sé, nulla.»
«Avete una bell’opinione di me» dissi io, tanto per ribattere qualcosa.
«No!» proferì lui, dopo aver taciuto un poco «non per nulla voi assomigliate a vostro padre. In voi c’è» e il suo sguardo buono, attento, di nuovo mi lusingò e mi turbò gioiosamente.
Fu solo allora che notai in lui, dietro al volto che a prima vista pareva allegro, quello sguardo caratteristico, dapprincipio luminoso, e poi via via sempre più attento, e come velato di tristezza.
«Voi non dovreste nemmeno mai annoiarvi,» disse «avete la musica, che comprendete, i libri, lo studio, avete la vita intera dinanzi a voi, per la quale soltanto adesso potete prepararvi per non dovervene poi dolere. Tra un anno sarà già tardi.»
Parlava con me come un padre, o uno zio, ed io sentivo che incessantemente si doveva trattenere per mantenersi al mio livello. E mi sentivo offesa dal fatto che egli mi considerasse inferiore a lui, e al tempo stesso provavo piacere che per me sola ritenesse necessario sforzarsi d’essere diverso da quel che era.
Per il resto della serata egli conversò d’affari con Katja.
«Arrivederci, dunque, amiche carissime» disse alzandosi e avvicinandosi a me, e prendendomi per mano.
«Quando ci rivedremo?» domandò Katja.
«A primavera» rispose, continuando a tenermi la mano. «Adesso devo andare a Danìlovka (l’altro nostro villaggio); cercherò di sapere come vanno le cose laggiù, accomoderò quel che potrò, farò un salto a Mosca per certe mie questioni, e quest’estate ci vedremo spesso.»
«Ma come mai così tanto tempo?» dissi io con terribile tristezza; ed effettivamente speravo già di vederlo ogni giorno, e così all’improvviso ero stata colta dal dispiacere, e dal timore che di nuovo m’assalisse l’angoscia. Con ogni probabilità la cosa s’espresse nel mio sguardo, e nel tono della voce.
«Sì, studiate di più, non lasciatevi prendere dalla malinconia» disse con un tono che a me sembrò come troppo freddo. «E a primavera vi farò l’esame» soggiunse, lasciando andare la mia mano e senza guardarmi.
In anticamera, dove c’eravamo fermati per accompagnarlo, egli indossò in tutta fretta la pelliccia, e di nuovo mi schivò con lo sguardo. “Si sforza invano!” pensai. “Possibile che creda che mi faccia così piacere il fatto che mi guardi? È un uomo buono, molto buono... ma nulla più.”
Tuttavia quella sera io e Katja per parecchio tempo non riuscimmo a dormire, e continuammo a parlare, non di lui, ma di come avremmo trascorso la prossima estate, di dove e come avremmo vissuto l’inverno. La terribile domanda, “Perché?”, non mi veniva già più in mente. Mi sembrava molto semplice e chiaro che si dovesse vivere per essere felici, e nel futuro si delineava molta felicità. Come se all’improvviso la nostra vecchia, cupa casa di Pokròvskoe si fosse riempita di vita e di luce.
1 Forma contratta di Michàjlovič, usuale nel parlato.
2 Recipiente da tavola in argento o rame che viene adoperato per far bollire, mescere e conservare l’acqua per il tè.
3 In Russia è consuetudine bere il tè in bicchieri di vetro con supporto di metallo; l’uso delle tazze è considerato “europeo”.
4 La bàryšnja è la figlia del barin, il nobile proprietario terriero.

II

Nel frattempo sopraggiunse la primavera. La mia malinconia di un tempo era sparita, e al suo posto se ne era manifestata un’altra, primaverile, sognante, fatta di oscure speranze e desideri. Sebbene non vivessi come all’inizio dell’inverno, ma mi dedicassi tanto a Sonja quanto alla musica e alla lettura, spesso andavo in giardino e a lungo, a lungo vagavo per i viali, sola, o sedevo su una panchina, pensando, desiderando e sperando Dio solo sa che cosa. A volte anche per intere notti, soprattutto in quelle di luna, me ne restavo seduta fino al mattino accanto alla finestra della mia stanza; a volte, con la sola camicetta addosso, di nascosto a Katja, uscivo in giardino e correvo nella rugiada fino allo stagno, e una volta me ne uscii persino nei campi e, da sola, di notte, feci il giro dell’intero giardino.
Adesso mi è difficile rammentare e capire quei sogni che allora colmavano la mia immaginazione. E persino quando li rammento, non riesco a credere che proprio quelli fossero sogni miei. Tanto erano strani e lontani dalla vita.
Sul finire di maggio, proprio come aveva promesso, Sergèj Michàjlyč fece ritorno dal suo viaggio.
La prima volta venne...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Lev Tolstòj
  3. La felicità domestica
  4. Introduzione - di Igor Sibaldi
  5. Cronologia
  6. Bibliografia essenziale
  7. La felicità domestica
  8. Parte prima
  9. Parte seconda
  10. Copyright