
- 322 pagine
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Fiori nella pioggia
Informazioni su questo libro
Negli angoli più tipici della vecchia Inghilterra, nei villaggi dove la vita scorre tranquilla, nei cottage circondati dai giardini dalle mille fioriture Rosamunde Pilcher trova i protagonisti di queste sue romantiche storie. Storie brevi ma intense, perché intensi sono i sentimenti che le attraversano. Amori giovanili, amori consolidati dal tempo, amori che, forse, nasceranno.
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Informazioni
Print ISBN
9788804382447eBook ISBN
9788852040795Fine e inizio
Senza molta speranza Tom disse: «Potresti venire con me questo weekend».
Elaine fece una breve risatina ironica. «Tesoro, riesci a immaginarmi a congelare in un desolato castello nel Northumberland?»
«No, veramente no» ammise lui con sincerità.
«Inoltre non sono stata invitata.»
«Questo non ha importanza. La zia Mabel sarebbe felice di vedersi intorno una faccia nuova. In particolare una faccia attraente come la tua.»
Elaine si sforzò di non mostrarsi soddisfatta. Adorava i complimenti e li assorbiva come la carta assorbente fa con l’inchiostro. «L’adulazione non ti servirà a molto» gli rispose. «E sono davvero in collera. Era già fissato che saresti venuto con me dagli Stainforths per questo weekend. Che cosa gli potrò raccontare?»
«Di’ la verità. Che devo andare al Nord per il settantacinquesimo compleanno di mia zia Mabel.»
«Ma perché ci devi proprio andare?»
Con molta pazienza ricominciò a spiegare. «Perché qualcuno della famiglia deve pur fare atto di presenza, i miei genitori sono a Maiorca e mia sorella vive a Hong Kong con suo marito. Te l’ho già raccontato almeno tre volte.»
«E io continuo a non capire perché devi piantarmi in asso in questo modo. Non mi piace essere piantata in asso.» Gli rivolse uno dei suoi sorrisi più convincenti. «Non ci sono abituata.»
«Non ti pianterei in asso» proclamò lui solennemente «per nessuno al mondo all’infuori di zia Mabel. Ma lei è una vecchia signora molto speciale che non ha figli suoi ed è sempre stata meravigliosa per noi tutti quando eravamo bambini. E deve aver fatto un lavoro enorme per organizzare ogni genere di divertimenti per questa festa. Lo trovo un gesto molto coraggioso da parte sua. Sarebbe davvero scortese se non facessi uno sforzo per essere presente. Inoltre» concluse per amore di verità «desidero molto andarci.» E ripeté ancora: «Potresti venire con me».
«Non conoscerei nessuno.»
«Dopo cinque minuti conosceresti tutti.»
«Comunque, detesto stare al freddo.»
Lui smise di tentare di convincerla. Era sempre molto piacevole portare Elaine con sé e presentarla ai suoi intimoriti conoscenti, perché lei era un’apparizione così sensazionale che ogni volta la sua presunzione ne usciva accresciuta. Per contro però, se non si divertiva, Elaine non era il tipo da sforzarsi di nasconderlo. Stare con zia Mabel era sempre un’avventura un po’ rischiosa. Il benessere e il comfort dell’ospite dipendevano in gran parte dalla situazione meteorologica e se il weekend successivo fosse stato freddo o umido, Elaine, da quel fiore di serra londinese che era, avrebbe potuto rivelarsi la peggiore compagnia immaginabile.
Tom allungò la mano e la posò su quella di lei. «D’accordo» disse. «Non sei obbligata a venire. Ti telefonerò appena torno e ti racconto ogni cosa. E tu dovrai semplicemente fare le mie scuse agli Stainforths.»
Il giorno dopo era venerdì. Tom, che aveva già sistemato le cose con il suo capo, lasciò l’ufficio all’ora di pranzo e si avviò in automobile verso nord, prendendo l’autostrada. Mentre guidava fu in grado di lasciare libero sfogo ai suoi pensieri. Inevitabilmente, essi scelsero di rimuginare il problema di Elaine.
Ormai la conosceva da tre mesi e, nonostante avesse il potere di esasperarlo piuttosto spesso, rimaneva pur sempre la donna più affascinante che lui avesse incontrato da molti anni. Trovava deliziosamente stimolante la sua assoluta imprevedibilità e lei riusciva sempre a farlo ridere. Per questa ragione l’aveva portata a casa una volta o due nel weekend, non immaginando che anche sua madre avrebbe trovato Elaine altrettanto attraente.
«È semplicemente deliziosa» continuava a dire, ma era una madre modello e, con evidente sforzo, fece in modo di non dire di più.
Tom però sapeva perfettamente che cosa pensava. Dopotutto lui aveva quasi trent’anni. Era tempo che si sistemasse, si sposasse, offrisse a sua madre quei nipotini che lei tanto desiderava. Ma voleva davvero sposare Elaine? Era un dilemma che lo tormentava da parecchio tempo. Forse andare via, staccarsi per un po’ da quel pensiero, e da lei, era la cosa migliore che gli potesse capitare. Avrebbe potuto studiare il problema da una certa distanza e, come se stesse esaminando un dipinto complicato, vedere i particolari del loro rapporto nella giusta prospettiva. La cosa migliore per riuscirci era smettere di pensare a lei, così accantonò con fermezza il pensiero di Elaine per concentrarsi invece sul weekend che lo aspettava.
Northumberland. Kinton. La festa di zia Mabel. Chi ci sarebbe stato? Tom era l’unico rappresentante della sua famiglia, ma chi ci sarebbe stato degli altri cugini? Tutti i parenti più giovani di Ned, che avevano costituito il grosso della banda di bambini che avevano trascorso a Kinton le ore più tumultuose della loro infanzia. Mentalmente fece scorrere un dito su una lista immaginaria. Roger era a militare. Anne si era sposata e aveva figli. Il giovane Ned era in Australia. Kitty… Accelerò per spostarsi sulla corsia più veloce e sorpassare un rombante autocarro e si accorse di sorridere. Kitty. Per qualche strana confusione nei rapporti familiari, Kitty era la pronipote di Ned. Kitty era stata la ribelle, quella che guidava il gruppo. Kitty che cadeva giù dalla casetta costruita sull’albero. Kitty che organizzava una corsa sui pattini una notte che il lago era gelato. Kitty che era andata a dormire sul bastione esterno del castello, perché qualcuno degli altri l’aveva sfidata e perché pensava che così forse avrebbe potuto vedere un fantasma.
Il resto della banda con l’andare degli anni si era più o meno adeguato ai dettami sociali. Avevano seguito corsi di dattilografia ed erano diventate segretarie. Erano andati come praticanti presso studi di commercialisti o di avvocati e alla fine si erano laureati. Avevano fatto il servizio militare. Kitty non si era adeguata a nulla. Per la disperazione dei suoi genitori che alla fine l’avevano mandata a Parigi presso una famiglia come ragazza alla pari, ma dopo che Madame l’aveva trovata stretta in un appassionato abbraccio con Monsieur, l’aveva, scorrettamente (su questo tutti erano d’accordo), buttata fuori.
“Vieni a casa” aveva telegrafato angosciata sua madre, ma Kitty non era tornata. Facendo l’autostop era arrivata fin nel Sud della Francia, dove aveva conosciuto l’uomo più impossibile che si potesse incontrare; e anche su questo tutti furono d’accordo.
Si chiamava Terence, era un rozzo irlandese della Contea di Cork, e gestiva un servizio di noleggio yacht nella baia di Saint Tropez. Per qualche tempo Kitty condusse con lui gli yacht e alla fine lo portò in Inghilterra per farlo conoscere ai suoi genitori. L’opposizione della famiglia a quell’individuo fu così assoluta e mortale che accadde l’inevitabile. Kitty lo sposò.
«Ma perché?» aveva domandato Tom a sua madre quando aveva sentito quell’incredibile notizia.
«Non ne ho idea» fu la risposta. «Tu conosci Kitty meglio di me.»
«Lei era quel tipo di persona» spiegò Tom «che potevi guidare con una carota, ma non avresti mai potuto spingere con la frusta.»
Una volta, di ritorno a Londra da un weekend nel Sussex, lui era andato a trovare Kitty e suo marito; vivevano in una casa galleggiante e Kitty era incinta. Il battello e Kitty erano in un tale stato di abbandono che Tom, senza averci mai pensato prima, invitò lei e il marito a cena. Fu una serata disastrosa. Terence si era ubriacato, Kitty aveva continuato a parlare come caricata da una molla e Tom non aveva avuto occasione di dire nulla. Aveva semplicemente ascoltato, pagato il conto, aiutato Kitty a riportare Terence a bordo e a rimetterlo nella sua cuccetta. Poi l’aveva lasciata e aveva ripreso la strada per Londra. Più tardi aveva saputo che il bambino era un maschio.
Una volta, quando era appena un giovanotto, Mabel aveva detto a Tom che avrebbe dovuto sposare Kitty. Lui si era sottratto anche soltanto all’idea, in parte perché Kitty era come una sorella per lui e in parte perché, a diciannove anni, si sentiva imbarazzato perfino a sentir parlare di cose del genere.
«Perché mi dici questo?» aveva domandato a Mabel.
«Tu sei la sola persona che si sia mai occupata di lei. Quando le dicevi di fare una cosa o di non farla, lei ubbidiva. Naturalmente i suoi genitori non hanno mai saputo come prenderla.»
«È così esuberante, mi stancherebbe da morire» aveva risposto Tom. Stava giusto per andare a Cambridge e sedicenni esuberanti come Kitty non trovavano posto nei suoi progetti.
«Non sarà esuberante per sempre» aveva fatto notare la zia Mabel. «Un giorno sarà bellissima.»
La strada si snodava dietro di lui come un grosso nastro grigio. Attraversò Newcastle e si addentrò nel Northumberland. Lasciò l’autostrada e si diresse verso la campagna, terra di brughiera con piccole alture e minuscoli villaggi di pietra e da lì, giù per ripidi viali di faggi. Ormai era tardo pomeriggio e il sole stava tramontando in un’orgia di rosa, regalando riflessi del medesimo colore alla parte inferiore di grosse nubi grigie di pioggia.
Finalmente arrivò a Kinton, girò intorno alla chiesa, con la sua tozza torre quadrata, e davanti a lui si allungò la strada principale del villaggio. Una strada che non aveva nulla di particolare, due file di casette, piccoli negozi, un pub. Avrebbe potuto trovarsi ovunque. A eccezione del fatto che, all’estremità di quella strada, una rampa mal acciottolata saliva per un pendio erboso e passava sotto l’arco di un’imponente cancellata. Al di là si apriva un cortile guardato da alte mura, grande come un campo di calcio e all’estremità del quale si ergeva il castello. Alto quattro piani, munito di torrette; romantico, inatteso, assurdo.
Qui abitava la straordinaria, formidabile zia di Tom, Mabel.
Sorella maggiore del padre di Tom, pazza per i cavalli, coriacea, dotata di grande senso pratico. Nessuno si era mai aspettato che Mabel trovasse marito. Ma quando si era avvicinata alla trentina, l’amore, o qualcosa di molto simile, aveva colpito nel segno. Aveva incontrato Ned Kinnerton e nello spazio di due mesi lo aveva sposato.
I membri della famiglia erano stati, a quanto si diceva, divisi fra la gioia e l’orrore.
«Ma non è meraviglioso che alla fine abbia trovato marito?»
«Ha il doppio dei suoi anni.»
«Dovrà andare a vivere in un enorme castello, senza riscaldamento, nel Northumberland.»
Ma Mabel amava Kinton quanto l’amava Ned. La loro unione non fu benedetta dalla nascita di figli, tuttavia, come a compensare questo errore della natura, una grande quantità di nipoti e nipotine piovvero su Mabel e Ned nei periodi delle vacanze estive. A Mabel non importava nulla di ciò che i bambini potevano fare, purché nessuno si permettesse mai di trattare male gli animali. Così, del tutto incontrollati, i bambini si arrampicavano su per i bastioni del castello, dormivano in una tenda improvvisata sotto il grande cedro, fingevano di far cadere olio bollente dalle fenditure delle finestre sopra il massiccio portale d’ingresso, nuotavano nel laghetto invaso dai canneti, si costruivano archi e frecce, cadevano dagli alberi.
Quando Ned morì, tutti pensarono che Mabel avrebbe lasciato Kinton. Ma l’unico parente maschio che avrebbe potuto essere in grado di accollarsi la pesante responsabilità del castello si era già trasferito in Australia e si era creato laggiù una buona esistenza, e così Mabel rimase. «Non c’è bisogno di riscaldare tutte le stanze» aveva fatto notare e aveva chiuso tutte le soffitte drappeggiando spesse coperte di lana a bloccare le scale che salivano a chiocciola.
A parte questo, la vita continuò come prima. Il castello sempre pieno di bambini, ormai adolescenti e sul punto di diventare adulti. Sempre pranzi immensi intorno alla lunga tavola da pranzo di mogano. Sempre cani dappertutto, braci di enormi ciocchi nei caminetti, istantanee invecchiate e malridotte infilate nelle cornici degli specchi.
Kinton. Tom era arrivato. Portò lentamente la macchina su per la rampa, passò sotto il grande arco in ombra dell’ingresso.
Sul lato più lungo si stendeva un immenso prato malconcio. Lì la strada si separava e correva sui due lati, per riunirsi di nuovo di fronte al massiccio portale. Le mura che circondavano lo spiazzo erano parte delle vestigia più antiche del castello e nelle crepe dei muri crescevano ciuffi di valeriana selvatica e violacciocche.
Tom parcheggiò la macchina e scese. L’aria della sera aveva un buon odore dolce e fresco, ma faceva ben più freddo che a Londra. Salì i gradini e afferrò l’enorme maniglia di ferro battuto del portone d’ingresso, che si aprì lentamente verso l’interno, con uno scricchiolio piuttosto sinistro, come quello di una porta in un film dell’orrore. All’interno, il vestibolo altissimo e non riscaldato lo ricevette con una folata di freddo umido. I pavimenti erano di pietra, un immenso caminetto si levava sul fondo fiancheggiato da armature polverose, coronato da una serie di spade antiche. Attraversò il vestibolo, passò una serie di porte e fu come se avesse lasciato dietro di sé il Medioevo e stesse entrando in pieno Rinascimento italiano.
Quando era venuto a Kinton per la prima volta da bambino, preparato a vedere soltanto scale a c...
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Rosamunde Pilcher
- Fiori nella pioggia
- La casa delle bambole
- Fine e inizio
- Fiori nella pioggia
- Schermaglie d’amore
- Christabel
- Il giorno delle more
- Il vestito rosso
- Una ragazza che conoscevo
- Chiamare il vento
- Lo spartiacque
- Margherite gialle
- Weekend
- Una passeggiata nella neve
- La cugina Dorothy
- L’ultima mattina
- Pattini
- Copyright