
- 294 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il giorno della tempesta
Informazioni su questo libro
Soltanto poche ore prima di morire Lisa Bayliss accetta di parlare alla figlia Rebecca della sua famiglia e della grande casa in Cornovaglia che abbandonò per seguire l'uomo di cui era innamorata. La ragazza, sorpresa e incuriosita, ma soprattutto desiderosa di riannodare i legami familiari, raggiunge Boscarva, la residenza dei Bayliss a Porthkerris. Ma la calorosa accoglienza che riceve nasconde più di un mistero. E Rebecca deve imparare alla svelta a distinguere la sincerità dalla menzogna, l'affetto dall'ipocrisia. Per chiudere i conti con il passato e per affidare all'uomo giusto il suo futuro.
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Informazioni
Print ISBN
9788804388760eBook ISBN
97888520408181
Cominciò tutto un lunedì verso la fine di gennaio, una giornata uggiosa in un periodo dell’anno già deprimente di per sé: Natale e Capodanno erano ormai passati e dimenticati, ma la nuova stagione non accennava ancora a farsi vedere. Londra era stretta nella morsa del freddo e i negozi erano pieni solo di vane speranze e di abiti “da crociera”. Nel parco gli alberi si stagliavano come un merletto nudi contro il cielo, l’erba calpestata ai loro piedi così morta e incolore che facevi fatica a credere che potesse di nuovo ricoprirsi di chiazze di crocus gialli e viola.
Era una giornata qualsiasi. Il suono della sveglia mi destò che era ancora buio, ma le grandi finestre prive di tende attutivano l’oscurità e mi permettevano di scorgere la cima del platano illuminata dal bagliore arancione delle lontane luci della strada. La mia stanza era priva di mobili, fatta eccezione per il divano letto su cui ero distesa e di un tavolo da cucina che intendevo sverniciare quando ne avessi avuto il tempo, per poi lucidarlo a cera. Persino il pavimento era nudo, un semplice assito che si stendeva dal rivestimento a pannelli di una parete all’altro. Una cassetta per le arance mi faceva da comodino e un’altra da sedia.
Allungai una mano ad accendere la luce e contemplai quella scena desolata con grande soddisfazione: era mia. La mia prima casa. Erano solo tre settimane che ci abitavo, ma apparteneva interamente a me ed ero libera di farne quello che volevo: potevo ricoprire di manifesti le pareti bianche, o decidere di dipingerle tutte di giallo. Potevo smerigliare il pavimento nudo, oppure dipingerlo a strisce di tutti i colori.
Avevo già cominciato a considerare tutti i rigattieri e gli antiquari come mio terreno di caccia: ero infatti del tutto incapace di passare davanti a uno di questi negozi senza lanciare una rapida occhiata alla vetrina, alla ricerca di qualche tesoro che avrei potuto permettermi. Era stato così che ero entrata in possesso del tavolo e avevo già messo gli occhi su uno specchio antico dalla cornice dorata, senza peraltro avere ancora trovato il coraggio di entrare nel negozio a chiedere quanto mi sarebbe costato. Forse l’avrei appeso sopra il camino, oppure sulla parete di fronte alla finestra, in modo che catturasse il riflesso del cielo e dell’albero, imprigionandoli nel riquadro della sua sontuosa cornice.
Queste piacevoli fantasie durarono un po’ di tempo. Quando diedi di nuovo un’occhiata all’orologio, vidi che stava facendosi tardi, così scesi dal letto e, a piedi nudi, attraversai la stanza diretta alla minuscola cucina. Qui accesi il gas e misi il bollitore sul fuoco. La giornata era cominciata.
L’appartamento era nel quartiere di Fulham: abitavo all’ultimo piano di una villetta a schiera che apparteneva a Maggie e John Trent. Non era da molto che li conoscevo: mi erano stati presentati il giorno di Natale dai Forbes, a Putney. Avevo infatti trascorso le feste natalizie nella grande e disordinata casa di Stephen Forbes e sua moglie Mary, in compagnia della loro numerosa prole altrettanto disordinata. Stephen Forbes era il mio capo, il proprietario della libreria di Walton Street dove lavoravo da un anno. Era sempre stato estremamente gentile e premuroso nei miei confronti e, quando era venuto a sapere da una delle altre ragazze che avrei trascorso da sola il Natale, lui e Mary mi avevano immediatamente invitata a passare quelle tre giornate a casa loro e lo avevano fatto con tale fermezza che, più che di un invito, si era trattato di un ordine. C’era un mucchio di posto, aveva insistito Stephen, senza entrare molto nei particolari... una stanza su in mansarda, un letto da qualche parte nella stanza di Samantha (ma tu non sei il tipo che si formalizza per queste cose, vero?). E poi avrei sempre potuto dare una mano a Mary a cuocere il tacchino e a raccogliere dal pavimento tutte quelle carte da regalo.
Considerando la cosa sotto questo punto di vista, accettai alla fine il suo invito e passai delle giornate stupende: non c’è niente di paragonabile a un Natale in famiglia, quando ci sono bambini in ogni angolo, e rumore, e regali, e un albero di Natale profumato di pino, scintillante di ninnoli e di decorazioni casalinghe messe alla rinfusa.
Il giorno di Santo Stefano, con i bambini belli sistemati a letto, i Forbes diedero una festa per i grandi, anche se poi in verità continuammo apparentemente a fare giochi da bambini: fu a questo party che vennero i Trent. Erano una giovane coppia e lei era la figlia di un professore universitario di Oxford che Stephen conosceva bene quando studiava all’università. Era una persona estroversa, allegra e ridente e, dopo il suo arrivo, la festa diventò ben presto molto più vivace. Ci presentarono, ma non avemmo modo di parlarci fino al momento delle sciarade, quando ci ritrovammo sedute una accanto all’altra su un divano a cercare di indovinare, dai suoi gesti inconsulti, il titolo del film che Mary stava tentando di mimare. «Rose Marie!» urlò qualcuno, senza nessuna ragione apparente.
«Arancia meccanica!»
Maggie accese una sigaretta e si riappoggiò allo schienale del divano, scoraggiata. «È al di sopra delle mie capacità» esclamò. Voltò la testa bruna per guardarmi. «Lavori nel negozio di Stephen, vero?»
«Sì.»
«Settimana prossima verrò lì a spendere tutti i miei buoni-libro natalizi, me ne hanno regalato a decine.»
«Fortunata creatura.»
«Ci siamo appena trasferiti nella nostra prima casa, così voglio avere un mucchio di quella roba che si tiene in esposizione su un tavolino basso, in modo che tutti gli amici si immaginino che io sia maledettamente intelligente...» Poi qualcuno gridò: «Tocca a te, Maggie» e lei balzò in piedi con un’esclamazione e andò a vedere che cosa avrebbe dovuto mimare. Non ricordo che cosa fosse, ma, osservandola mentre faceva allegramente la figura della stupida, provai un moto d’affetto per lei e sperai di rivederla un giorno o l’altro.
E naturalmente la rividi. Fedele alla sua promessa, venne nel negozio un paio di giorni dopo le vacanze: indossava una giacca di montone sopra una lunga gonna viola e aveva in mano una borsetta gonfia da scoppiare, piena di buoni-libro. Non stavo servendo nessuno in quel momento, così sbucai fuori da dietro un’ordinata pila di romanzi dalla sovraccoperta lucida e andai a salutarla.
«Oh, bene, eccoti qui, speravo proprio di trovarti. Mi daresti una mano?»
«Ma certo.»
Insieme scegliemmo per il famigerato tavolino basso un libro di cucina, una nuova autobiografia di cui parlavano tutti in quel momento, e un volume meravigliosamente costoso sugli impressionisti. Il tutto venne a costare poco più del valore dei buonilibro e Maggie frugò in quella sua borsetta strapiena e tirò fuori il libretto degli assegni per pagare la differenza.
«John sarà furibondo» mi disse tutta contenta, scrivendo la somma con un pennarello rosso: visto che l’assegno era giallo, l’effetto era molto allegro. «Dice che spendiamo troppo per la nostra situazione economica. Ecco qui.» Scrisse il suo indirizzo sul retro dell’assegno. BRACKEN ROAD QUATTORDICI, SW6. Lo scandì ad alta voce, nel caso non riuscissi a decifrare la sua calligrafia. «Non mi sono ancora abituata a scriverlo: ci siamo appena trasferiti là. È stata una cosa elettrizzante: è di nostra proprietà, l’abbiamo comprato proprio noi due, che tu ci creda o no. O perlomeno i miei genitori hanno contribuito al deposito iniziale e John è riuscito ad abbindolare una di quelle società immobiliari convincendola a farci un prestito per il resto della somma. Ma naturalmente per questo dobbiamo dare in affitto l’ultimo piano della casa e usare il ricavato per contribuire al pagamento dell’ipoteca. Ma credo che ce la caveremo. Devi venire a vederla» concluse sorridendo.
«Mi piacerebbe.» Stavo facendole il pacchetto, tutta attenta a far combaciare i due lati della carta e a piegare bene gli angoli.
«Sai» mi disse mentre mi osservava «è terribilmente scortese, ma non mi sembra di conoscere il tuo nome. Voglio dire, ti chiami Rebecca, ma Rebecca e poi?»
«Rebecca Bayliss.»
«Non è che tu conosca una persona simpatica e tranquilla in cerca di un appartamento non arredato?»
Alzai gli occhi a guardarla: non eravamo proprio sulla stessa lunghezza d’onda, ma poco ci mancava: non avevo quasi il coraggio di parlare. Feci il nodo al pacchetto e tagliai la cordicella. «E se quella persona fossi io?»
«Tu? Ma stai cercando casa?»
«No, fino a un momento fa, ma adesso la sto cercando.»
«C’è soltanto una stanza più la cucina. E avremmo il bagno in comune.»
«Per me non c’è problema, se non dispiace a te. E devo anche vedere se posso permettermi l’affitto. Non so ancora quanto chiedi.»
Maggie mi disse quanto chiedeva. Deglutii, feci un paio di rapidi calcoli mentali, poi risposi: «Posso permettermelo».
«Hai dei mobili?»
«No, abito in un appartamento arredato con due altre ragazze. Ma qualcosa posso anche comprarmela.»
«Hai l’aria di non poterne più di quella sistemazione.»
«No, non è questo, ma mi piacerebbe abitare da sola.»
«Be’, prima di prendere una decisione, ti converrebbe venire a vedere l’appartamento. Una di queste sere, perché sia io sia John lavoriamo.»
«Stasera?» chiesi, senza riuscire a nascondere la mia impazienza e la mia eccitazione. Maggie si mise a ridere. «D’accordo» disse «stasera», poi prese i suoi libri così accuratamente impacchettati e si preparò ad andarsene.
Tutt’a un tratto fui presa dal panico. «Non... non so l’indirizzo...»
«Ma certo che lo sai, sciocchina, è sul retro dell’assegno. Prendi l’autobus numero ventidue. Ti aspetto verso le sette.»
«Ci sarò» promisi.
Tra gli sballottamenti dell’autobus che percorreva a bassa velocità la Kings Road, mi costrinsi deliberatamente a ridimensionare il mio entusiasmo. Ero partita lancia in resta per fare un qualcosa alla cieca: la casa poteva essere del tutto inadatta, troppo grande, troppo piccola o inadeguata per qualche motivo imprevisto. Sarebbe stato tremendo se fossi stata delusa. E, a dire il vero, vista dall’esterno, la casetta non aveva assolutamente niente che la distinguesse dalle altre villette di mattoni rossi tutte in fila, tutte con gli interstizi dei mattoni intorno alla porta sigillati col cemento, tutte con una deprimente tendenza a fare uso di vetro colorato. Ma l’interno del numero 14 era stato dipinto di fresco e c’erano dei tappeti nuovi e, non ultima, c’era la presenza stessa di Maggie, vestita di un paio di vecchi jeans e di un maglione blu, che ti metteva allegria.
«Mi spiace di farmi vedere così conciata, ma devo fare tutti i mestieri, così di solito mi cambio non appena torno dall’ufficio. Vieni, andiamo su a vederlo... appoggia pure il cappotto sul corrimano, John non è ancora arrivato, ma gli ho detto che saresti venuta e secondo lui è un’idea splendida...»
Senza smettere un attimo di chiacchierare, mi precedette fino al piano di sopra e mi fece entrare nella stanza vuota sul retro della casa. Poi accese la luce. «Guarda a sud, dà su un piccolo parco. I proprietari della casa prima di noi hanno aggiunto una nuova ala al piano di sotto, così hai una specie di terrazza su quello che le fa da tetto.» Aprì una porta di vetro e uscimmo insieme: era una serata fredda e buia e io sentii il profumo di foglie e terra bagnata del parco e vidi un lungo tratto buio circondato dall’illuminazione delle strade tutt’intorno. Un’improvvisa folata di vento freddo fece frusciare la sagoma nera del platano, poi quel suono si perse nel rombo di un jet che passava alto nel cielo. «È come essere in campagna» dissi.
«Be’, probabilmente è quanto c’è di meglio dopo la campagna.» A questo punto Maggie rabbrividì. «Entriamo, prima di morire dal freddo.» Rientrammo in casa dalla porta di vetro, e Maggie mi mostrò la minuscola cucina che era stata ricavata dallo spazio lasciato libero da una profonda credenza e poi, a metà scala, il bagno, che avremmo diviso tra noi tutti. Alla fine scendemmo di nuovo nell’accogliente e disordinato tinello. Maggie trovò una bottiglia di sherry e delle patatine, che secondo lei erano vecchie, ma che a me sembrarono buone. «Hai ancora intenzione di venire?» mi chiese.
«Adesso ne sono più che mai convinta.»
«Quando vuoi trasferirti qui?»
«Al più presto. Settimana ventura, se è possibile.»
«E le ragazze con cui abiti adesso?»
«Troveranno qualcun altro. Una di loro ha una sorella che verrà a Londra, probabilmente prenderà la mia stanza.»
«E i mobili?»
«Oh... mi arrangerò.»
«Sono sicura che i tuoi genitori tireranno fuori meraviglie insospettate» osservò in tono rassicurante Maggie. «Succede sempre così. Quando sono venuta a Londra per la prima volta, mia madre è riuscita a ripescare delle cose splendide dalla soffitta e dall’armadio della biancheria e così...» Si interruppe improvvisamente. La guardai in silenzio, senza sorridere, e alla fine fu lei che rise di sé. «Ecco che ci risiamo un’altra volta. Appena apro la bocca, faccio una gaffe. Mi spiace, evidentemente ho detto qualcosa di idiota.»
«Non ho padre e mia madre è all’estero: vive a Ibiza. Ecco perché ho voglia di avere qualcosa di mio.»
«Scusami, avrei dovuto saperlo: se hai passato il Natale con i Forbes... voglio dire avrei dovuto arrivarci da sola.»
«Non vedo perché.»
«È morto tuo padre?»
Era evidentemente curiosa, ma manifestava la sua curiosità in una maniera così franca e cordiale, che tutt’a un tratto mi parve ridicolo chiudermi come un riccio e smettere di parlare, come facevo tutte le volte che qualcuno cominciava a farmi domande sulla mia famiglia.
«Credo di no» risposi, cercando di avere l’aria di non dare molta importanza alla cosa. «Credo che abiti a Los Angeles. Era un attore e mia madre scappò con lui quando aveva diciotto anni. Ma presto lui si stancò della vita domestica o forse decise che la sua carriera contava di più che non crescere una famiglia. Insomma il matrimonio durò solo pochi mesi prima che levasse le ancore e la lasciasse. Poi nacqui io.»
«Ma che cosa terribile!»
«Sì, penso di sì, ma non ci ho mai pensato molto. Mia madre non parlava mai di lui. Non perché nutrisse un particolare risentimento nei suoi confronti o roba del genere, ma solo perché quando qualcosa era finito e passato, di solito ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Rosamunde Pilcher
- Il giorno della tempesta
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