Il piccolo burattinaio di Varsavia
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Il piccolo burattinaio di Varsavia

  1. 276 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il piccolo burattinaio di Varsavia

Informazioni su questo libro

Mika ha dodici anni quando il cappotto viene cucito. Nathan il sarto lo confeziona per suo nonno nella prima settimana di marzo del 1938. L'ultimo anno di liberta` per Varsavia, l'ultimo anno di liberta` per Mika e la sua famiglia. Quel semplice cappotto di lana nero a sei bottoni, con una stella di David cucita sulla manica destra, li segue silenzioso e apparentemente inanimato nel ghetto dove vengono rinchiusi insieme a centinaia di amici e conoscenti. E quando il nonno muore, rimane per Mika l'unica eredita` in grado di proteggerlo dal gelo e dalla paura. All'apparenza si tratta di un cappotto qualunque, non fosse per le sue tasche che nascondono altre tasche, pertugi e vicoli ciechi. Una ragnatela di luoghi invisibili in cui far sparire i segreti piu` preziosi, a partire da un intero teatro di burattini di cartapesta dai colori vivaci: un principe, un giullare, un coccodrillo e molti altri. Quale migliore sorpresa per distrarre il cugino malato e i vicini, stipati in una stanza mal ridotta, di uno spettacolo di burattini? In poco tempo tutto il ghetto parla del piccolo burattinaio che gira di casa in casa strappando sorrisi anche ai piu` infelici. La notizia si propaga veloce e giunge fino ai soldati tedeschi. Fino a Max, un ufficiale che rimane talmente affascinato dal piccolo inventafavole da trascinarlo in un patto terrificante: ogni sera Mika potra` uscire dal ghetto senza incontrare ostacoli, a patto pero` di recarsi di filato alla caserma delle SS e allestire per loro il teatro di burattini. Se sapra` incantarli con le sue storie potra` ritornare ogni notte sano e salvo dalla sua famiglia, altrimenti... L'andirivieni dentro e fuori dal ghetto potrebbe essere nient'altro che una roulette russa contro la morte, per quel ragazzino di dodici anni armato solo dei propri burattini e della propria capacita` di incantare gli animi. Ma, con indosso il suo cappotto pieno di tasche, si rivela un'insospettabile via di fuga verso la salvezza. Eva Weaver riesce nella piu` difficile delle imprese, raccontare nel contempo il cuore fragile della tragedia, la perdita dell'innocenza di un bambino e la sua inesauribile capacita` di sognare di nuovo. Ricordandoci che, se ragazzini come Mika, con la loro infinita immaginazione, non fossero esistiti, i nazisti avrebbero addormentato i cuori, soffocato lo spirito, e alla fine avrebbero vinto.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804624493
eBook ISBN
9788852042188

Parte prima

LA STORIA DI MIKA

1

New York, 12 gennaio 2009
Dopo la bufera, la neve scintillava sotto un luminoso cielo azzurro. La prima nevicata dell’anno aveva trasformato completamente New York rendendola magica, silenziosa. Nonostante la neve, o forse proprio per quello, Mika insistette per andare a piedi dalla metropolitana al museo.
Ogni cosa era scomparsa sotto una coltre bianca. Sembrava il trucco di un illusionista.
Anche se aveva passato una notte insonne e lo tormentava un dolore lancinante al ginocchio sinistro, il vecchio Mika canticchiava: la neve fresca e la domenica con suo nipote allietavano la sua vita solitaria. Daniel era arrivato presto, per sfruttare al meglio quel breve giorno invernale, e dopo un’abbondante colazione Mika aveva suggerito che avrebbero potuto socializzare con i dinosauri del Museo di Storia Naturale. Così, ben infagottati con sciarpa e cappello per proteggersi dal vento tagliente, scesero alla fermata della metropolitana che dava sulla Settantaduesima e si diressero verso Central Park.
Daniel era alto per i suoi tredici anni, magro e agile, con lineamenti delicati in cui si coglievano curiosità e un pizzico di sfrontatezza. Mika aveva sempre amato la risata contagiosa del nipote e i suoi ricci neri e disordinati. Come Hannah. E come Ruth. Ogni tanto i due si lanciavano in qualche spensierato passo di danza, facendo volare la neve friabile in nuvolette di zucchero a velo, Daniel con le scarpe, Mika con il bastone. E ridevano di gusto.
Accadde mentre percorrevano la Settantaduesima in direzione di Columbus Circle. Oltrepassarono un piccolo teatro – all’esterno nient’altro che un malandato portone rosso e un’insegna. Con la coda dell’occhio Mika si accorse di una locandina colorata che annunciava a caratteri cubitali: IL PICCOLO BURATTINAIO DI VARSAVIA.
Rallentò, ma non si fermò, nonostante sentisse il sudore gelato imperlargli la fronte e scendergli tra le scapole.
Sulla locandina le parole sovrastavano la foto di un vecchio cappotto nero che sembrava pronto a volare, o a danzare – sulla manica destra una fascia con la stella di David. La stella era blu, non gialla: doveva essere di un polacco. E c’erano i burattini, tanti burattini colorati, le cui teste spuntavano dalle tasche del cappotto: un coccodrillo, un giullare, una principessa, una scimmia.
Il cuore di Mika iniziò a martellare, colpi forti e veloci come quelli di un tamburo impazzito. Infilò le mani nelle tasche del cappotto, prima la sinistra, poi la destra, come cercando qualcosa. Trovò soltanto un fazzoletto spiegazzato, un mozzicone di matita e un secondo paio di guanti. A un tratto gli girò la testa, aveva la nausea, e si sentiva divorato da una rabbia impotente. Gli mancava l’aria. Afferrò il braccio di Daniel e parlò con voce fievole e strozzata.
«Danny, ti prego, andiamo a casa. Devo farti vedere una cosa.»
«Che succede? Stai bene?»
«Sì, ho solo bisogno di tornare a casa. Mi dispiace.» Mika barcollava, aggrappato al bastone, già sommerso dalle immagini: una piccola figura che si muoveva incerta in uno sconfinato paesaggio di macerie fumanti e una vasta ombra scura che gli si agitava sopra, simile a un corvo gigantesco; un cappotto, popolato da una massa urlante di burattini, che gli dava la caccia, che cercava di catturarlo una volta per tutte.
Si appoggiò a un muro e le immagini iniziarono a svanire, ma le ginocchia gli cedettero e scivolò a terra. Sentì un brusio sempre più forte nelle orecchie, poi tutto divenne buio.
Quando avvertì la mano di Danny dargli qualche colpetto sulle guance, non sapeva da quanto tempo fosse svenuto.
«Svegliati, nonno.»
Un uomo dall’altra parte della strada stava gridando. Non riusciva a sentire cosa diceva.
“Se è un ebreo come me non dovrebbe stare sul marciapiede. Non ha sentito? È proibito camminare sul marciapiede. O forse è un tedesco?”
Lo sconosciuto attraversò la strada.
«Tieni, nonno. Bevi un sorsetto, dovrebbe aiutarti». Danny gli portò una fiaschetta argentata alla bocca.
«Tutto bene?» L’uomo si chinò su Mika, amichevole, premuroso, la fronte corrugata. Dopotutto non era in uniforme, aveva anche lui sciarpa e berretto di lana.
“Comunque sia, mai credere al sorriso di uno sconosciuto. Devo alzarmi. Non posso morire qui.”
Danny gli portò ancora la fiaschetta alle labbra. Mika ne bevve una lunga sorsata, poi tossì.
«Vuoi ammazzarmi? Che cosa c’è lì dentro?»
Lo sconosciuto rise.
«È stroh. Un rum austriaco, alcol al settantacinque per cento. Perfetto per le emergenze. Roba da far resuscitare i morti. Si sente meglio?»
«Sì, grazie.» Mika si scrollò come un cane appena uscito dall’acqua.
«Riesci ad alzarti?» Danny era alla sua destra. «Posso chiamare un’ambulanza.»
«No, sto bene, davvero. Aiutatemi a tirarmi su.»
Daniel e l’uomo lo afferrarono per le braccia. Mika non si sentiva le gambe, erano estranee al corpo, da un’altra parte, come se le vedesse da un binocolo capovolto. Sbatté un po’ di volte il piede sul marciapiede ghiacciato.
«Va meglio, grazie. Ma devo andare a casa.» Gli faceva male la testa.
«Sicuro di riuscire a camminare, nonno? Prendiamo un taxi, almeno.»
Mika sorrise. Non avevano visto nemmeno una macchina da quando erano usciti dalla metropolitana. Era parte della magia, con la neve.
«No, andiamo e basta. E grazie a lei per il rum – ha fatto effetto!»
Danny porse il bastone a Mika. Lungo la strada non parlarono, ma il nipote prese sottobraccio il nonno, sostenendolo attraverso la città innevata. Mika glielo lasciò fare... e gliene fu grato.
Presero la metropolitana e dopo un’altra breve camminata arrivarono a casa. Raggiunsero il quinto piano in ascensore e, una volta entrato, Mika si spogliò rapidamente e disse con una certa animazione:
«Danny, vai in camera da letto, nell’armadio, tra i vestiti c’è una grande scatola. Portamela qui, per favore.»
La scatola era lì da moltissimo tempo. Mika l’aveva chiusa, ventottenne, il giorno prima di chiedere alla futura moglie di sposarlo, da allora l’aveva riaperta un’unica volta, l’ottobre precedente, per riporvi un ultimo ricordo.
Daniel tirò fuori la grande scatola dal fondo dell’armadio e per un attimo barcollò sotto il suo peso.
«Con cosa l’hai riempita, mattoni?»
«No, dài, portala qui.» A Mika tremavano le mani mentre Daniel gli posava delicatamente la scatola davanti. Fece scorrere le dita sulla carta marrone sgualcita, come accarezzandola, con tenerezza. Poi, con uno scatto improvviso, tagliò lo spago con un affilato coltello da cucina. Non serviva perdere tempo a slegarla, tanto non l’avrebbe mai più richiusa. Afferrò il coperchio e lentamente lo rimosse. Nella stanza si sprigionò un odore forte, acre e pungente.
«Che cos’è, nonno?»
«Voglio raccontarti cos’è successo nel ghetto. Voglio farlo prima di morire. Voglio dirti la verità – a te e anche a me stesso, a tua madre e forse al mondo intero.»
Con entrambe le mani estrasse dalla scatola un ampio cappotto. Nero e pesante. Gli ricordava un grosso cane che aveva visto la settimana prima, steso all’ingresso di Madison Park, morto stecchito, come folgorato da un fulmine. Ma in quel suo vecchio cappotto c’era ancora un po’ di vita.
Infilò le braccia nelle nere maniche. Ora, come quando era un ragazzo, quel cappotto gli era grande, e al tempo stesso gli aderiva al corpo come una seconda pelle. Nel suo abbraccio Mika riusciva facilmente a evocare gli spiriti e i ricordi del passato. Prese la mano di Daniel nella sua e tirò un lungo sospiro.
«Hai notato la locandina davanti a quel teatrino? “Il piccolo burattinaio di Varsavia.” Ci siamo passati davanti prima.»
Daniel scosse la testa e fissò gli occhi del nonno, che brillavano di eccitazione.
«Devi sapere che quando eravamo nel ghetto tutti mi chiamavano “il piccolo burattinaio”, ma avrebbero anche potuto chiamarmi “il piccolo con le tasche”.»
«È questo che ti ha turbato?» chiese Daniel.
Mika annuì. «Danny, i soldati non hanno mai scoperto il mondo segreto che nascondevo dentro questo cappotto. Non si sono mai accorti delle tasche nascoste. C’è qualcosa di magico in questo cappotto. Ma fammi cominciare dall’inizio. Ti racconterò esattamente come sono andate le cose.»

2

Varsavia, 1938
Avevo dodici anni quando il capotto venne cucito. Nathan, nostro sarto di fiducia e caro amico, lo confezionò per il nonno la prima settimana del marzo 1938. Quello fu l’ultimo anno di libertà per Varsavia, e per noi.
Nathan viveva in un negozietto del quartiere vecchio, in fondo a via Piwna, vicino al nostro appartamento. Molto famoso per la sua bravura, aveva clienti da tutta la città. Non era mai stanco di cucire e, simile a un ragno operoso, sembrava che i fili gli uscissero direttamente dalle dita. I suoi rocchetti – un’enorme collezione di colori e sfumature diverse, che teneva in perfetto ordine su una mensola – servivano a imbastire camicie, pantaloni, giacche e cappotti. E, visto come andarono le cose, non erano in grado di cambiare solo taglie e lunghezze, ma intere vite.
Ricordo bene quel negozio perché prima dell’occupazione ci andavo molto spesso, insieme al nonno: la luce fioca, l’odore soffocante dei tessuti accatastati. Cotone di tutte le qualità e i colori, lana e addirittura cashmere. Le tristi e impolverate piante di ficus che sopravvivevano sul davanzale sebbene nessuno, a quanto pareva, le innaffiasse mai. Il tintinnio della campanella sulla porta ogni volta che entravamo. Ma più di ogni altra cosa, ricordo gli occhi verdi e luminosi di Nathan, una vera sorpresa nel mortorio di quel negozio, due smeraldi incastonati in una faccia rugosa. E ricordo le sue dita ossute e le mani sempre in movimento. Mi chiedevo se cuciva anche in sogno.
Ecco, tutto ebbe inizio in quella piccola bottega polverosa. Mio nonno si fece prima prendere le misure, poi tastò con i polpastrelli i diversi tessuti, disposti davanti a lui come in un banchetto, e scelse quello più adatto. Il mese prima aveva finalmente avuto la cattedra all’università e regalarsi un cappotto fatto su misura era il suo modo di festeggiare.
Il nonno mi chiamava Mika, diminutivo di Mikhail, che significa “dono del Signore”. Mi chiedevo se il nome più corto mi rendesse un dono minore. Ero molto magro e non molto alto per i miei dodici anni, ma svelto di piedi e desideroso di imparare. Camera mia era piena di libri sparpagliati ovunque, anche sotto il cuscino.
Adoravo mio nonno più di chiunque altro al mondo. Era diventato il mio migliore amico, dopo la morte di mio padre. Lo chiamavo Tatus o papi, e a volte nonno. Eravamo una famiglia un po’ inusuale: non avevo fratelli o sorelle con cui bisticciare o con cui combinare qualche ragazzata, eravamo solo mia mamma, mio nonno e io. Un triangolo formato da tre generazioni.
Quando tornammo alla sartoria di Nathan, una settimana dopo, Tatus non vedeva l’ora di provare il suo bel cappotto. Per lui era come entrare in una nuova casa, un ampio ed emozionante posto in cui vivere.
«Che ne pensi, Mika?» Il suo volto si illuminò nel più ampio dei sorrisi, mentre si rigirava di fronte al grande specchio. Non attese la mia risposta.
«Ben fatto, Nathan, amico mio. Che lavoro superbo! Cos’è l’algebra paragonata al tuo talento?»
Il nonno diede un colpetto sulla spalla all’amico, lo pagò e uscimmo. Prendemmo la strada più lunga per tornare a casa, lungo le vie acciottolate il nonno si pavoneggiava, le mani affondate nelle grandi tasche del cappotto.
Nel 1938 potevamo ancora camminare liberamente per Varsavia, un luogo impregnato di cultura ebraica. Era una città magnifica, la nostra città. Ma presto tutto ciò sarebbe brutalmente finito.
Professore di matematica all’Università di Varsavia, il nonno era un uomo brillante e fiero, e i suoi studenti lo adoravano. Gli occhialetti tondi e la voce bassa e pacata gli davano l’aspetto tipico del professore, mentre il fisico imponente, i lineamenti squadrati e duri, i capelli neri – striati di bianco sulla tempia sinistra – incutevano rispetto. Amava la chiarezza dei numeri, e il fatto che ogni cosa risultasse comprensibile se dedicavi loro tempo e attenzione. “I numeri danno sempre una soluzione” ripeteva spesso. Ma qualche mese dopo la nostra passeggiata di ritorno dalla sartoria, avrei scoperto un altro lato della sua personalità, molto distante dalla matematica, dalla logica e dalle astrazioni algebriche. E avrei imparato che i numeri non sempre danno la soluzione.
Lo spettro della guerra aleggiava su di noi già da molto tempo. Poi, il 1° settembre 1939, ebbero inizio i bombardamenti. Le scuole erano già state chiuse e io ero a casa con la mamma e il nonno, raggomitolato sulla vecchia poltrona del salotto insieme ai miei libri di fisica. Sentii la prima esplosione provenire dal centro della città: un tonfo sordo, poi un rumore come di qualcosa di enorme che andava in mille pezzi, e le cui schegge si conficcavano anche nella pietra.
Corsi alla finestra. Era scoppiato l’inferno: uno sciame di aerei Messerschmitt simili a locuste ronzava sulla nostra bellissima città, sganciando una bomba dopo l’altra e illuminando il cielo di un arancione malvagio e di un giallo fosforescente. Rimasi paralizzato, boccheggiante, finché mia madre non mi afferrò per un braccio e mi tirò via di lì. Quella notte faticammo a dormire. E anche le notti successive.
Dopo quel primo attacco, i bombardamenti si susseguirono giorno e notte, abbattendosi impietosi su tutta la città. Alcuni duravano pochi minuti, altri andavano avanti per ore. Non potevo smettere di guardare quegli infernali fuochi d’artificio, soprattutto di notte. Nonostante avessimo oscurato le finestre con coperte, lenzuola e fogli di giornale, riuscivo comunque a trovare fessure dalle quali sbirciare. Ma eravamo conigli in gabbia, in attesa di essere macellati.
«Togliti dalla finestra, ci farai ammazzare tutti!»
Mamma temeva che spiandoli avremmo attirato gli aeroplani su di noi, mentre io credevo che tenendoli d’occhio, le bombe ci avrebbero risparmiato. Era un pensiero assurdo, tuttavia per diverse notti Tatus si unì a me. Cos’altro potevamo fare? Dopo giorni e giorni chiusi in casa, distrutti dall’insonnia, ci facevano male e gli arti e gli occhi.
E quel rumore infernale! Avevo paura che ci scoppiassero i timpani. Poi, quando gli aeroplani si dileguarono, il muro di silenzio che ne risultò ci spaventò ancora di più. Ma non era che l’inizio. Pochi giorni dopo sopraggiunsero gli Stukas – i più temibili aerei da combattimento tedeschi, dotati di sirene assordanti create apposta per farci saltare i nervi e cedere. Le sentivo quando erano ancora molto distanti, ben prima di avvistare l’aereo che poi si sarebbe avventato su di noi come un orribile uccello rapace. Sbucava dal cielo all’improvviso, scendendo in picchiata a una velocità impensabile, con un fragore spaventoso, puntando verso terra in diabolica accelerazione.
«Ne abbiamo abbattuto uno!» gridai, tappandomi le orecchie.
«Tatus, vieni a vedere!» Saltavo di gioia, ma la mia esultanza svanì come una bolla di sapone. Un attimo prima di impattare, l’aeroplano sganciò le bombe. Il cielo si riempì di fiamme, seguite da spesse coltri di fumo mentre l’aereo riprendeva quota. Quei bastardi ci avevano colpiti e stavano scappando. Fu terribile, davvero terribile. Se potevano giocarci un tiro del genere, cos’altro avevano in serbo per noi? Quella notte non andai alla finestra.
La nostra piccola famiglia si teneva stretta, come incollata. La maggior parte dei giorni la mamma riusciva ancora a mettere insieme una zuppa o un semplice stufato, mentre il nonno mi teneva impegnato con problemi di matematica e geometria. Di tanto in tanto passavamo qualche ora con i vicini, ma per lo più ce ne stavamo a sbirciare dalle finestre oscurate e ad ascoltare il fruscio della radio trat...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il piccolo burattinaio di Varsavia
  3. Prologo
  4. Parte prima - LA STORIA DI MIKA
  5. Parte seconda - IL VIAGGIO DEL PRINCIPE
  6. Parte terza - RITORNO A CASA
  7. Epilogo
  8. Il libro degli eroi di Mika
  9. Ringraziamenti
  10. Copyright