Sentinella s.f. – Soldato armato addetto a un turno di vigilanza.
Non usava il telefono da tre giorni, eppure adesso il suo nome era lì, sul piccolo display del cellulare. DRU. Era così che Pike aveva memorizzato il numero di lei in rubrica.
Aprì il cellulare con cautela e con cautela rispose, pensando che potesse trattarsi di Smith, o di Azzara, o magari uno dei suoi scagnozzi che voleva divertirsi con lui.
«Sì?» rispose, guardando fisso Cole.
«Williedevidargliisolditipregodaglieliluimiharapitae...»
Le parole sgorgarono come un fiume in piena, ma un attimo dopo lei non c’era più, come se la telefonata fosse stata troncata dalla scure di un boia.
Cole gli si avvicinò.
«Era lei?»
Pike si chiese se fosse la verità o se si trattasse dell’ennesima, incomprensibile messinscena.
«Rispondimi, Joseph. Cos’ha detto?»
«Non lo so.»
Pike alzò un dito, come per dire “aspetta”, e la richiamò. La telefonata, però, venne immediatamente dirottata alla segreteria telefonica.
«Cos’ha detto?»
«Mi ha chiamato Willie, come se stesse parlando con Rainey. Implorava di dargli i soldi. Ha detto che lui l’ha rapita. Tutto qui.»
«Chi l’ha rapita, il Carnefice?»
«Questa è l’impressione che ho avuto.»
Pike ripensò alla telefonata, risentì mentalmente la voce di lei, tesa come un filo che sta per spezzarsi. Sembrava sincera, ma poteva anche aver fatto quella telefonata dalla piscina di Azzara, circondata da un pubblico di cowboy che si complimentava per le sue doti di attrice.
«Chiamiamo Button» disse Cole. «Tanto, dobbiamo farlo comunque.»
Pike stava già andando verso la porta.
«Dru non sa che li abbiamo trovati. Vediamo se è ancora a casa di Azzara.»
«Rose.»
Pike si bloccò sulla porta, senza capire.
«Si chiama Rose. Non Dru» disse Cole.
«Se la telefonata è autentica, e lui l’ha rapita... andiamo a dare un’occhiata a casa di Azzara. Possiamo chiamare Button quando avremo chiarito come stanno le cose.»
Cole non sembrava troppo convinto, ma salirono sulla Jeep di Pike e discesero a tutta velocità il Laurel Canyon fino al Sunset, poi svoltarono a ovest verso la casa di Azzara. Mentre guidava, Pike descrisse a Cole la pianta della casa e la posizione degli uomini di guardia. Trovò un posto per parcheggiare a un isolato dal cartellone pubblicitario e fece strada fino all’angolo, per perlustrare la via di Azzara.
«C’era un uomo di guardia nel vicolo. Un altro era a bordo della Monte Carlo. La vedi?»
«La macchina sì. Ma non vedo nessuno di guardia.»
«Se ne sono andati.»
La Monte Carlo e la Tercel erano ancora davanti alla casa di Azzara, ma il vicolo e l’auto sembravano deserti.
«Questi tizi non mi conoscono» disse Cole. «Tu aspetta qui. Io vado a dare un’occhiata da vicino.»
Cole si avviò lungo il marciapiede come se fosse uno dei tanti pedoni.
Pike osservava le auto tutto intorno e il vicolo in cerca di movimento, ma quando Cole arrivò alla casa non comparve nessuno. Si fermò sul marciapiede accanto alla Monte Carlo, la fissò per un istante e poi gli fece cenno di avvicinarsi.
Pike partì a passo svelto. Aveva capito dall’espressione di Cole che c’era qualcosa che non andava.
«Guarda.»
Pike vide il corpo e si avvicinò alla macchina per guardare meglio. Sul sedile anteriore c’era un uomo rannicchiato su un fianco, come se stesse dormendo su un cuscino di raso rosso. Hector.
Pike si voltò immediatamente verso la casa.
«Cancelli laterali. Tu quello di destra, io quello di sinistra. Il retro della casa è tutto una vetrata.»
Si mossero senza dire un’altra parola. Cole si lanciò attraverso il piccolo cortile sul davanti mentre Pike imboccava il vialetto. Pike varcò il cancelletto sul lato della casa e corse verso il retro, estraendo la .357 da sotto la felpa. Si ritrovarono sul patio, provenienti da direzioni opposte.
La piscina era deserta. La bottiglia di birra di Dru, ancora quasi piena, era posata per terra sul pavimento di cemento, accanto alla chaise longue. Il cowboy che se ne stava seduto tutto solo ora giaceva a terra, scomposto, il cappello color crema a un metro di distanza, rovesciato. Le grandi porte a vetri erano come Pike le aveva viste l’ultima volta: spalancate. Pike e Cole avevano una vista indisturbata della carneficina all’interno.
«Brutta faccenda» osservò Cole con un sussurro.
Il cowboy che Pike aveva visto all’officina era seduto su un divano. Indossava ancora il cappello, ma aveva la testa rovesciata all’indietro come se stesse fissando il soffitto. Un uomo più giovane con tatuaggi da gang era accasciato a terra accanto a un tavolino basso, gli occhi spalancati sul nulla.
Cole entrò in casa dal lato sinistro della vetrata, Pike da quello destro. Accanto all’isola della cucina c’era un secondo membro della gang, morto anche questo, mentre un altro cowboy era a terra, davanti alla porta del bagno. Aveva i pantaloni sbottonati e per terra, accanto al corpo, c’era una Heckler & Koch nera. Morendo, l’uomo aveva perso il controllo degli sfinteri, e nell’aria c’era un odore da far bruciare gli occhi.
«Nessuno di questi tizi ha potuto sparare un solo colpo. Non c’è da stupirsi che lo chiamino il Carnefice» disse Cole con un altro sussurro.
Pike gli passò accanto per andare in corridoio.
«Io mi occupo delle camere, tu controlla il garage. Azzara guida una Prius nera.»
Pike percorse un breve corridoio fino a una stanza da letto dove trovò degli indumenti di Rainey e Dru. La camera successiva era destinata agli uomini di guardia, a giudicare dal pavimento coperto di futon e sacche di tela. L’ultima era quella di Azzara. Pike le perlustrò in fretta e tornò nel salone. Cole alzò lo sguardo dal cowboy sul divano.
«Qualcun altro?»
«No. Il garage?»
«Vuoto. Se Azzara era qui, adesso non c’è più. Da’ un’occhiata a questo.»
Cole alzò il portafoglio del cowboy, mostrandogli una stella blu e oro e un documento d’identità con foto. C’era scritto: POLICIA FEDERAL MEXICO.
«Polizia federale messicana. Federales. Secondo te cosa ci facevano qua?»
Pike osservò il documento d’identità.
«Credi che siano falsi?»
«Non lo so. Anche il tizio fuori e l’uomo vicino al bagno hanno dei badge, e sono tutti armati con HK. I Federales hanno in dotazione le Heckler.»
Pike scosse la testa, riflettendo che a lui non importava chi fossero né perché si trovassero lì, né quanti di loro fossero morti. A lui importava solo di Dru.
«Probabilmente la limousine ha riportato qui Azzara, Rainey e il veterano. Hanno trovato questo macello e se la sono data a gambe. La Tercel è ancora qui, quindi Rainey è andato con Azzara.»
Cole non sembrava convinto.
«Non possiamo saperlo con certezza, Joe. Forse non sono mai tornati. Forse stanno pranzando alla spiaggia. Forse Rainey è andato con il veterano.»
Pike sapeva che Cole aveva ragione, ma la sua ultima speranza era Azzara. Lui sapeva cos’era accaduto lì, e forse sapeva anche come trovare Dru.
Cole voltò le spalle al cadavere.
«Cosa vuoi fare?»
«Chiama la polizia. Con il loro aiuto troveremo Azzara più in fretta.»
Si misero in contatto con Button dalla casa. Cole gli spiegò a grandi linee di William Allan Rainey e Rose Marie Platt, dicendo che gli avrebbe raccontato il resto quando fosse arrivato. Button la prese abbastanza bene, a parte un piccolo e vivace scambio di opinioni.
«Perché lo abbiamo scoperto solo un’ora fa, Button. La smetta di perdere tempo e venga a vedere.»
«Riattacca» disse Pike.
Aspettarono l’arrivo della polizia accanto alla Jeep di Pike. Non volevano essere in casa quando i primi agenti avrebbero trovato i corpi.
A Pike pareva che i minuti scorressero lentissimi. Cole disse qualcosa, una o due volte, durante l’attesa, ma Pike non rispose. Pensava a Dru e al perché avesse chiamato lui per chiedere aiuto.
Daniel
Daniel prese il cellulare dalle mani della donna, la costrinse a girarsi a pancia in giù e le legò le mani dietro la schiena con il nastro adesivo. Era stata un’idea fantastica rubare il furgone di un idraulico: era pieno di roba utile. Nastro adesivo, corda, fil di ferro. E un sacco di attrezzi taglienti.
La donna non parlava e non lo guardava, e a Daniel andava bene così. Dopo averle bloccato i polsi la girò e le chiuse la bocca con il nastro adesivo, un grosso rettangolo argentato che la faceva assomigliare a un robot. Gli piaceva di più, così.
Si trovavano su Wilshire Boulevard, in un parcheggio davanti ai La Brea Tar Pits, il famoso museo di fossili. A Daniel piaceva un sacco il mammut morente, una statua gigantesca di un mammut impantanato nel bitume che sembrava risucchiarlo. Gli piaceva l’idea di quel fottuto bestione che annegava nella pozza catramosa. Si chiese se fosse stato il calore a ucciderlo, magari facendolo bollire prima che annegasse. Sarebbe stato ancora più divertente.
Il telefono satellitare squillò mente stava salendo al posto di guida. Il boliviano. Daniel rispose con il suo tono più professionale e mellifluo.
«Parla Daniel. Qualche informazione utile dalla targa?»
Anziché rispondere, quel fottuto del boliviano si lanciò in una tirata assurda che si concluse con l’inevitabile domanda.
«Ho la signora Platt. Sì, signore, si trova nelle mie mani. È a un metro da me. No, signore, non ho il signor Rainey. Lui è in compagnia del suo amico, il Messicano, ma è questione di minuti.»
Bla-bla-bla. Un altro sproloquio. Cristo, quel tizio sarebbe stato capace di continuare all’infinito.
«Mandalo a farsi fottere» disse Tobey.
«Chiudigli il telef...