— Luxa! Cosa stai facendo? — boccheggiò Gregor.
— Cosa stai facendo tu, Sopramondo! Cosa ci fai in questa giungla, accompagnato dai ratti? — chiese freddamente lei.
Di cosa parlava? Cosa stava succedendo?
— Abbiamo bisogno dei ratti! — farfugliò Gregor. — Tu non capisci!
— Io capisco che hai risparmiato la vita al Flagello. Capisco che cresce vigoroso sotto la protezione di Ripred. Cos’altro ho bisogno di capire? — ribatté Luxa.
Allora era quello il punto! Come fosse arrivata lì o perché fosse rimasta, Gregor non lo sapeva. Però era abbastanza informata di ciò che accadeva fuori dalla giungla da aver sentito parlare del Flagello.
— Nerissa ha detto che ho fatto la cosa giusta! — esclamò Gregor. E fu tutto quello che riuscì a dire perché le sabbie mobili gli arrivarono alla bocca.
— È scoppiata la pestilenza, brutta marmocchia presuntuosa che non sei altro! Noi stiamo cercando la cura! Tiraci subito fuori di qui! — le ringhiò contro Ripred.
— La pestilenza? — ripeté Luxa. Corrugò la fronte, ma non mosse un dito per aiutarli. — Non ho sentito di nessuna pestilenza.
— Davvero? Be’, con tutti gli ospiti che devi avere qui, non posso credere che nessuno te ne abbia parlato — ironizzò Ripred. — È sulla bocca di tutti, nel Sottomondo!
— Judith! — Gregor avvertì la voce di Hamlet. — Aiutali!
Hamlet si fermò slittando prima di raggiungere le sabbie mobili, ma la sua attenzione era concentrata su Luxa. Lei lo guardava a sua volta, sbalordita. Quando furono l’uno di fronte all’altra, di profilo, Gregor notò che si somigliavano in modo inquietante.
— Non sono Judith — replicò Luxa, confusa.
— No, non lo sei — confermò Hamlet, recuperando e strappando un rampicante da un albero vicino. — Mia sorella non sarebbe mai stata a guardar morire chi aveva rischiato tanto per lei!
Le dita di Gregor afferrarono il viticcio proprio quando il suo naso cominciava ad andare sotto. Vi si aggrappò con le poche forze che gli erano rimaste e Hamlet lo tirò pian piano fuori dalle sabbie mobili. Steso a terra, coperto di sabbia bagnata, con lo stomaco sottosopra e la testa che gli girava, Gregor osservò le operazioni di salvataggio.
Hamlet aveva lanciato un altro rampicante ancora attaccato alle radici in direzione di Ripred e il ratto riusciva così a spingersi poco a poco verso la salvezza.
Lapblood, invece, sembrava spacciata. Di lei si vedevano solo alcuni centimetri di muso e una zampa che continuava ad artigliare debolmente la superficie. Hamlet le gettò un rampicante, ma il ratto non poteva vederlo perché i suoi occhi erano ormai affondati nella sabbia.
— Lapblood! — gridò Hamlet.
— Lapblood! — urlò Ripred. — Prendi il rampicante!
Era inutile. Stava affogando.
La zampa era stata inghiottita e l’ultimo pezzetto del suo naso fremente era quasi sparito quando Nike scese in picchiata dall’alto.
L’artiglio della zampa sana affondò nelle sabbie mobili e afferrò qualcosa. A quel punto, le sue ali cominciarono a battere all’impazzata. Adagio, molto adagio, riuscì a issare la testa di Lapblood fuori dal fango, tenendola per la collottola.
— Non ce la faccio a sollevarla! — ansimò il pipistrello. — Dovete aiutarmi!
Hamlet lanciò di nuovo il rampicante, ma gli occhi di Lapblood erano incollati dalla sabbia. — Lapblood!
— Sveglia, Lapblood! — ordinò Ripred. — Devi attaccarti a quel rampicante, se vuoi che ti tiriamo fuori!
La bocca di Lapblood riprese a funzionare. — No… lasciatemi andare… Lasciatemi… — sussurrò appena.
— Lasciarti andare? Dopo aver salvato la tua patetica pellaccia da quelle piante? Neanche per sogno! Fa’ subito quello che ti dico! — ruggì Ripred.
Ma Lapblood si limitò a scuotere leggermente la testa. — No… basta…
Gregor capì che era davvero troppo. I mesi passati a soffrire la fame, veder morire i suoi cuccioli, quel viaggio estenuante, la morte di Mange. Lapblood aveva deciso che non voleva più vivere.
— No! — urlò Gregor. — Non mollare! Lapblood! — Lei non rispose. Quelle parole non significavano niente. Ma poi Gregor pensò ad altre parole che avrebbero potuto fare la differenza. Parole che non avrebbe mai dovuto ascoltare. — E Sixclaw? E Flyfur? Che ne sarà di loro?
Sentendo quei nomi, Lapblood aprì gli occhi. Si guardò intorno, frenetica. — I miei cuccioli! — esclamò.
— Esatto! I tuoi cuccioli hanno bisogno di te! — ribatté Ripred. — Adesso riprendi il controllo e afferra quel rampicante!
Lapblood allungò un artiglio e lo conficcò nel viticcio. Ripred e Hamlet si misero a tirare dalla sponda e, con l’aiuto di Nike, alla fine la trascinarono fuori dalle sabbie mobili. Il ratto rimase disteso accanto a Gregor, il pelo coperto da uno spesso strato di sabbia bagnata.
— Questa sarebbe mia nipote, allora? — chiese Hamlet a Ripred, girandosi inferocito verso Luxa.
— Lo sai benissimo. È la copia sputata della tua gemella — rispose Ripred.
— Hamlet — disse Luxa. — Tu sei Hamlet. Ti credevamo morto.
— Credevamo morta anche te, Luxa. E forse sarebbe stato meglio, se puoi assistere all’agonia dei tuoi compagni senza la minima esitazione — replicò Hamlet.
— Oh, mi pare di capire che ci toccherà un’altra simpatica riunione di famiglia — intervenne Ripred. — Ma dovrà aspettare. Portaci all’acqua, Maestà, o giuro che farò a pezzi te e i tuoi amici piluccatori seduta stante.
Gregor si sentì all’improvviso sollevare, poi si accorse di essere in movimento. Frill. Stavolta doveva essere il suo turno di starle in groppa!
Qualche minuto dopo, sentì nuovamente il rumore dell’acqua. Ripred gli stava dando dei colpetti al fianco col muso.
— Forza, guerriero. Tirati su. Fatti una bevuta — disse Ripred.
Gregor si lasciò scivolare a quattro zampe lungo il fianco di Frill e si trascinò verso quel suono scrosciante. Acqua di sorgente usciva gorgogliando da una roccia e scendeva in un laghetto limpido come cristallo. Gregor cacciò tutta la faccia nell’acqua e si riempì di una sorsata fresca dopo l’altra. Alzò la testa solo un attimo per prendere fiato, poi tornò a immergere la faccia nell’acqua… nella vita…
Quando ebbe finalmente placato la sua sete, si guardò intorno. Si trovavano su una grande lastra di pietra che sporgeva sul laghetto. Luxa e i topi non si vedevano da nessuna parte. Ripred, Nike, Hazard, Frill e Temp, allineati lungo la sponda del laghetto, bevevano insieme a Gregor. Hamlet aveva riempito la loro ultima sacca e faceva gocciolare acqua nella bocca di Boots e in quella di Lapblood, a turno.
Gregor si avvicinò carponi a Boots. — Sta bene? — chiese.
— Quando le avremo messo in corpo cibo e acqua, starà benone, Gregor — rispose Hamlet.
Gregor premette il naso contro Boots. Lei aprì gli occhi e gli rivolse un debole sorriso. — Ciao, tu — bisbigliò lui.
Le labbra di Boots si mossero per rispondergli, ma non ne uscì alcun suono. Però era viva.
— Posso dare io l’acqua a Boots e Lapblood — si offrì Gregor. — Tu dovresti andare a bere.
— Ho bevuto dalla sacca. E sto abbastanza bene — ribatté Hamlet. Sembrava esausto, e tuttavia aveva un aspetto accettabile in confronto agli altri. Gregor era del parere che gli anni di vita nella giungla, uniti alla sua naturale forza fisica, lo avessero portato a superare meglio il viaggio. — Devi lavarti via la sabbia prima che indurisca, Gregor.
— Ha ragione — intervenne Ripred. — Tra poco questa roba sembrerà cemento. — Detto questo, il ratto si tuffò nel laghetto e prese a girarsi e rigirarsi. La sabbia si alzava a ondate dal suo mantello per poi ricadere nell’acqua limpida.
— Chi di voi ha ancora sete venga a bere dalla sacca finché la sabbia non si posa — disse Hamlet.
Quando Ripred fu uscito dall’acqua e cominciò a spazzolarsi il pelo, Gregor si alzò sulle gambe malferme e raggiunse il laghetto. Pensò di spogliarsi, ma i suoi vestiti erano così incrostati di sabbia che non era nemmeno sicuro di riuscirci. Perciò saltò dentro e basta.
Ahhh! Niente gli era mai sembrato tanto bello quanto il liquido fresco che gli avvolgeva il corpo. L’acqua gli arrivava circa al petto, quindi era abbastanza profonda per nuotare. Si immerse sotto la superficie e nuotò fino all’altra sponda prima di uscire per respirare. Dopo alcuni giri, quasi tutta la sabbia gli si era staccata dai vestiti. Si sedette sulla riva e si spogliò fino a rimanere solo con la biancheria. Togliersi le scarpe di pelle di rettile fu particolarmente difficile, perché le dita erano grosse quasi come noci e saldate da residui di sabbia. Fu costretto a mettere a mollo i piedi per un po’ prima di riuscire a rimuovere le fasciature. Gli si staccarono larghi brandelli di pelle. Ma, sotto, gli stava già ricrescendo una pelle nuova e delicata.
Gregor nuotò fino alla sorgente, si fermò sulla sporgenza di pietra e lasciò che l’acqua gli si riversasse a cascata sul corpo. Rimase sotto il getto finché non fu certo di essersi lavato via ogni granello di sabbia, ogni goccia di sudore e ogni pezzetto di pelle morta. Poi sciacquò i vestiti e si arrampicò sulla lastra di pietra per stenderli ad asciugare.
Comparve Luxa, facendo dondolare parecchi pesci per la coda e portando qualcosa nel fondo della camicia. Quando lasciò andare l’orlo, diversi frutti rotondi e giallastri caddero a terra. Gettò i pesci accanto al mucchio e scelse i più grandi. — Arrostisco questi per Boots. Crudi non li mangia — disse, senza rivolgersi a nessuno in particolare.
Fu difficile non buttarsi sul cibo prima che Hamlet lo distribuisse. Gregor ricevette quattro frutti gialli. I suoi denti ruppero la buccia del primo e un delizioso sapore di prugna gli riempì la bocca.
Decise che non c’era pericolo e lo divorò in tre bocconi.
Appoggiandosi Boots in grembo, cercò di convincerla a mangiare. All’inizio, la bimba sembrò indifferente. Ma quando lui le fece gocciolare in bocca un po’ di quel succo dolce, si illuminò in viso. Afferrò la mano di Gregor, si avvicinò il frutto alla bocca e lo inghiottì. — P come pugna — dichiarò, leccandosi il succo dalle dita. — Ancora pugna? — E lui fu felice di potergliene offrire un’intera manciata.
Anche il pesce era buono. Nel suo ultimo viaggio, Gregor aveva avuto qualche difficoltà ad adattarsi alla carne cruda e fredda. Stavolta, invece, la trangugiò senza un pensiero al mondo. Luxa portò alcuni tranci di pesce che aveva arrostito per Boots sopra la lanterna, infilzandoli con la spada. Aveva spremuto il succo di una prugna dorata sopra i vari pezzi per renderli più appetitosi.
— Ti va di assaggiare un po’ di pesce, Boots? — chiese, senza nemmeno guardare Gregor.
— Sìì-ìì! — esclamò Boots e si infilò un trancio in bocca. — Dove ratto? — chiese a Luxa, premendosi la mano sul naso. — Ahi!
— Chi, Twitchtip? — replicò Luxa, e Boots annuì. Gregor si rese conto che l’ultima volta in cui la regina e la sua sorellina si erano viste, era stato nel labirinto dei ratti. Twitchtip, che era insieme a loro, aveva una seria ferita al naso. — Non lo so.
— Oh, sì, la mia cara Twitchtip. Dove l’hai lasciata, Maestà? Scommetto che è morta nel Dedalo — intervenne Ripred. — È proprio un peccato. Voglio dire, non mancherà certo a nessuno di noi, ma che naso straordinario.
— A me mancherà, invece — ribatté bruscamente Gregor. Lui si era affezionato a Twitchtip, ratto o non ratto. E adesso non voleva sentire Ripred parlarne male.
— Scusa, dimenticavo che voi due eravate diventati amiconi — lo derise Ripred. — Ma per te è solo un altro ratto morto, giusto, Vostra Regalità?
Luxa lo ignorò. Ignorava tutti eccetto Boots. Ma cos’era che la faceva tanto arrabbiare, poi? Che Gregor non avesse ucciso il Flagello? Sì, ma le aveva detto che secondo Nerissa aveva fatto la cosa giusta. Averlo trovato insieme a due ratti? Be’, non c’era un altro modo per trovare la cura dell’epidemia. Che Hamlet l’avesse rimproverata? Sì, quello non doveva esserle piaciuto affatto. Per di più, viveva lì con i topi, immersa in quella semioscurità, da mesi. E, quando finalmente si era fatto vivo qualcuno, era stato per caso, non per salvare lei. Forse era semplicemente arrabbiata con tutto e tutti.
E dov’era il suo pipistrello, Aurora? Morta, probabilmente. Altrimenti, perché Luxa se ne sarebbe rimasta a bazzicare la giungla invece di volare a casa? Gregor cominciava a sentirsi dispiaciuto per lei quando ricordò che era stata disposta a guardarlo morire, ricoperto dalle sabbie mobili. “Non le devo proprio niente” pensò. Ma non ci credeva fino in fondo. C’erano state occasioni, in passato, in cui gli aveva salvato la vita e, cosa ancora più importante, aveva salvato Boots. Ciononostante, non aveva intenzione di pregarla perché gli parlasse, se era quello che si aspettava.
Quando Boots ebbe finito di mangiare, le fece il bagno. Si limitò perlopiù a tenerla in braccio e a gironzolare per il laghetto. Era ancora troppo debole per giocare, ma Gregor capiva che l’acqua la faceva stare bene. Una volta ripulita, le fece un piccolo giaciglio con una coperta, e la bimba si abbandonò al sonno. Lui le lavò i vestiti e li stese ad asciugare acc...