A Mosca, solo andata
eBook - ePub
Disponibile fino al giorno 13 Jan |Scopri di più

A Mosca, solo andata

La tragica avventura dei comunisti italiani in Russia

  1. 168 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Disponibile fino al giorno 13 Jan |Scopri di più

A Mosca, solo andata

La tragica avventura dei comunisti italiani in Russia

Informazioni su questo libro

Negli ultimi anni della sua vita, Paolo Robotti, cognato di Togliatti e gelido inquisitore stalinista all'epoca delle «purghe», aveva chiesto al partito il placet per la pubblicazione delle sue memorie. Si proponeva infatti, con tardivo pentimento, di «riabilitare» tutti i compagni scomparsi nell'inferno dei gulag, quei giovani comunisti italiani (l'età media era di 20-25 anni) che, accorsi in Unione Sovietica per contribuire all'edificazione del primo Stato socialista, finirono stritolati in quella orrenda «macchina di morte». Ma non ebbe il placet. («Robotti ha scritto un bel libro» disse Pajetta. «Dovrebbero leggerlo tutti i compagni della Direzione del Partito ... E basta.») In seguito uscirono altri libri, diari o memoriali di sopravvissuti, ma il pci, finché è esistito, non ha mai preso una posizione ufficiale nei confronti di queste vittime innocenti, dimostrando, quanto meno, una colpevole indifferenza per la loro memoria.
Arrigo Petacco ricostruisce la storia dell'«emigrazione politica» dei comunisti italiani riparati in Unione Sovietica dopo l'avvento del fascismo: attraverso grandi e piccole vicende umane, tratteggia l'atmosfera irrespirabile del Club degli emigrati di Mosca, una sorta di dopolavoro dove le riunioni si erano trasformate in processi inquisitori. Rivela come le schede compilate e inviate dal pci, in cui venivano elencati gli «errori » politici commessi e poi corretti, si fossero rivelate delle denunce che ponevano gli sventurati alla mercé degli inquisitori di Stalin. Descrive il clima ambiguo e inquietante del Lux, l'albergo dove alloggiavano i compagni «dirigenti» e dove l'acqua scorreva nei lavandini anche la notte per confondere le «cimici» nel caso qualcuno parlasse nel sonno. E, non ultimo, la misera sorte di tanti bambini - i «figli del partito» - rimasti senza genitori e spediti negli istituti organizzati dal Comintern per forgiare gli «uomini nuovi». La vita di tanti italiani si concluse drammaticamente con la fucilazione o la deportazione nel gulag. Gli emigrati che chiesero l'«onore» della cittadinanza sovietica furono i più sfortunati, perché persero ogni diritto, mentre a coloro che rimasero italiani andò un po' meglio: qualcuno tornò a casa, sia pure a prezzo del silenzio.
A Mosca, solo andata racconta, in tutta la sua drammaticità, le vicende di questi giovani illusi, cercando di gettare nuova luce su una storia di cui si è cercato troppo a lungo di cancellare la memoria.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a A Mosca, solo andata di Arrigo Petacco in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Storia e Storia mondiale. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804630937
eBook ISBN
9788852043086
Argomento
Storia

XI

I SOPRAVVISSUTI

Dei due o trecento e forse più comunisti italiani che si rifugiarono in Russia durante il fascismo, fatto salvo il gruppo dirigente che fu l’unico fra i partiti del Comintern a uscirne miracolosamente indenne, quelli che ritornarono vivi in patria si possono contare sulle dita di una mano. Per giunta, i sopravvissuti non ebbero neppure la magra soddisfazione di essere risarciti almeno moralmente del loro sacrificio perché tacquero o furono tacitati dal loro stesso partito. Cosicché, alcuni, essendo rimasti stoicamente fedeli, per non danneggiarlo si portarono nella tomba il loro segreto, mentre quelli che osarono rivelarlo furono diffamati, e anche imbavagliati da una stampa pronta a denunciare le nefandezze compiute dal fascismo, ma riluttante a violare la cortina di silenzio che l’egemonia comunista aveva calato su quelle compiute da Stalin e dai suoi accoliti italiani.
Il primo che aveva tentato di violare questa cortina era stato il già citato Dante Corneli. Corneli era emigrato in Russia poco più che ventenne, aveva studiato all’Università «Zapada» di Mosca, era entrato nelle file del partito bolscevico, aveva diretto alcune fabbriche ed era stato persino eletto deputato del soviet di Rostov, prima che avesse inizio il suo calvario...
Corneli aveva 36 anni quando venne arrestato e deportato e 60 quando riacquistò la libertà. Rientrato fortunosamente in Italia dopo avere trascorso quasi metà della sua vita nei lager sovietici, cercò invano di raccontare la sua storia. Il partito infatti gli chiuse le porte in faccia e gli editori respinsero i suoi manoscritti dalla sintassi zoppicante, ma dal contenuto esplosivo, perché l’argomento continuava a rimanere rigorosamente «tabù».
Isolato, frustrato e persino deriso, Corneli però non si arrese e si fece, per così dire, addirittura editore di se stesso. Pubblicò infatti la storia del Redivivo tiburtino, come lui si definiva, a puntate, in dispense saltuarie ciclostilate da lui stesso e da lui stesso distribuite a mano dove gli capitava.
Inutile aggiungere che questi miseri fascicoli ciclostilati ebbero la sorte del classico messaggio gettato in mare dentro una bottiglia. Corneli è morto a Tivoli, senza neppure avere, come poi è accaduto, la soddisfazione di vedere i suoi scritti, peraltro colmi di preziose informazioni, raccolti e pubblicati.
Nella Masutti fu invece una sopravvissuta che ebbe maggior fortuna del «redivivo» e riuscì a infrangere per prima la barriera editoriale, anche se in Francia. Ma della vedova di Emilio Guarnaschelli già conosciamo la storia, mentre non conosciamo ancora quella di Pia Piccioni, l’altra «vedova del gulag» cui abbiamo appena accennato. Pia, dopo l’arresto del marito a Odessa, era ritornata in Italia nel 1938 con le sue tre bambine (Rina, Elvira e Parisina) e si era stabilita a Milano dove aveva vissuto a lungo nel forzato silenzio: prima per non farsi strumentalizzare dalla propaganda fascista, e dopo perché, per le note ragioni, fu costretta a mantenerlo anche quando, con l’avvento della Repubblica, la libertà di stampa e di pensiero avrebbe dovuto essere garantita a tutti.
A me capitò, per caso, di conoscere Pia giusto cinquant’anni dopo il suo silenzioso rientro in Italia, ossia nel 1988, quando lei aveva 92 anni, ma ancora una memoria di ferro e la vivacità di una ragazza. Quell’estate del 1988, alla Festa dell’Unità di Firenze, il PCI aveva invitato come «ospite d’onore» la vedova del «riabilitato» Nikolaj Bucharin che il segretario del partito, Achille Occhetto, aveva accolto con grandi manifestazioni d’affetto e persino qualche lacrima. Cosicché, un po’ sconcertato da quella scena penosa, avevo pubblicato sul quotidiano locale un amaro commento dell’episodio. Nel quale, fra l’altro, osservavo che l’onorevole Occhetto, invece di commuoversi per la Bukarina sovietica, avrebbe fatto meglio a occuparsi delle Bukarine italiane dimenticate dal suo partito. Forse, aggiungevo, non è ancora troppo tardi. Qualcuna potrebbe essere ancora in vita...
Pochi giorni dopo, mi giunse una simpatica lettera di Pia Piccioni che mi annunciava di essere lei una... Bukarina ancora viva. Naturalmente, andai a trovarla nella sua casa milanese e potei ascoltare dal vivo la sua storia.
Caduto il fascismo e finita la guerra, Pia si era rivolta al partito per avere notizie del marito scomparso nel gulag e anche per essere autorizzata a pubblicare un diario nel quale narrava la sua dolorosa vicenda. Fatica inutile. Allora Pia aveva scritto una lettera personale a Rita Montagnana, la moglie di Togliatti da lei conosciuta a Mosca, e questa le aveva suggerito di rivolgersi direttamente al Comitato centrale del PCI che certamente l’avrebbe ascoltata. Pia aveva obbedito e per essere più sicura aveva consegnato personalmente il suo diario a Luigi Longo, il quale le aveva garantito il proprio interessamento.
Infatti, qualche tempo dopo Pia era stata convocata nella Federazione comunista milanese dove l’attendevano Aldo Lampredi e Antonio Roasio, due reduci dall’URSS. Ma quell’incontro era stato rapido e glaciale. Roasio le disse: «Noi non faremo mai nulla contro l’Unione Sovietica». Lampredi le restituì il diario senza aprire bocca.
E fu tutto.
Dopo il nostro incontro, Pia volle affidarmi quelle sue dolorose memorie custodite in un quadernetto dalle pagine ingiallite, e io stesso ne ho curato la pubblicazione nel 1989 (Pia Piccioni, Compagno silenzio. Una vedova italiana del gulag racconta, Milano, Leonardo).
Mantenne invece il silenzio Elodia Manservigi, un’altra sopravvissuta che avrebbe potuto scrivere un libro certamente diverso, ma altrettanto crudo quanto quelli di Nella Masutti e di Pia Piccioni. Diverso, perché Elodia, malgrado la dura esperienza vissuta (tredici anni fra esilio e lavori forzati), era rimasta una irriducibile comunista. Tornata ormai vecchia in Italia, non parlò mai del dramma da lei vissuto nel nome della fedeltà assoluta agli ideali nei quali, nonostante tutto, aveva continuato a credere. E fu un peccato, perché un suo libro di memorie ci avrebbe consentito di esplorare anche l’aspetto della psicologia dei sopravvissuti che portarono nella tomba il loro segreto.
Nata nel 1893 a Pontelagoscuro, ma torinese d’adozione, Elodia apparteneva a una famiglia operaia molto politicizzata. Teofilo Manservigi, suo padre, era un vecchio militante socialista, e uno dei suoi fratelli, Lino, condannato all’ergastolo per diserzione nel 1917 e amnistiato nel 1920, aveva capeggiato l’occupazione della Lancia. Poi, per sfuggire all’arresto nel 1921 era emigrato in Russia. Anche il marito di Elodia, Angelo Valente, era un militante comunista e si era rifugiato pure lui in Russia col cognato per evitare l’arresto. Questi due operai furono i primi comunisti torinesi a emigrare in Russia per ragioni politiche.
Elodia, che lavorava in un calzaturificio e continuava a svolgere attività politica, venne arrestata nel 1922, ma rilasciata dopo qualche mese. Tuttavia, ritenendosi ormai schedata dalla polizia, aveva deciso di raggiungere i suoi congiunti e lasciò Torino nel 1923. Aveva 30 anni.
A Mosca, Elodia frequentò i corsi dell’Università «Zapada», imparò rapidamente la lingua, si iscrisse al Partito comunista sovietico, ebbe un figlio, maturò la sua esperienza di «rivoluzionaria di professione» ed entrò a far parte del comitato direttivo della sezione italiana del Club degli emigrati presieduto da Paolo Robotti. Nel 1925, tornò in Italia per la morte della madre e successivamente soggiornò brevemente a Parigi per incarico del PCI. Richiamata a Mosca, continuò il suo impegno politico presso la sezione italiana del Glavit come dattilografa e annunciatrice di Radio Mosca. Lavoravano con lei tante altre compagne italiane: Felicita ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. A Mosca, solo andata
  3. Dello stesso autore
  4. I. Il cimitero degli elefanti
  5. II. Prima della tempesta
  6. III. Un giallo a Leningrado
  7. IV. Il grande gelo
  8. V. «Nel sospetto si fucila»
  9. VI. Due cuori e una capanna
  10. VII. Felicita diventa una spia
  11. VIII. I figli del partito
  12. IX. Vita di lager
  13. X. Gli italiani in Crimea
  14. XI. I sopravvissuti
  15. XII. Gli impuniti
  16. Copyright