La casa vuota
eBook - ePub

La casa vuota

  1. 210 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Dopo ventisette anni Virginia Keile torna in Cornovaglia. Cerca una casetta di fronte al mare per sé e i suoi due figli. Ma nell'angolo più riposto del suo cuore c'è la segreta speranza di ritrovare l'uomo che aveva amato e perduto in una magica estate della giovinezza. Solo quell'uomo, solo quell'amore ancora così vivo potranno finalmente colmare il grande vuoto della sua vita e della sua casa.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804356554
eBook ISBN
9788852040702

1

Erano le tre del pomeriggio di un lunedì caldo e assolato di luglio, l’aria profumata di fieno era rinfrescata da una brezza marina che soffiava da nord. Dall’alto della collina, dove la strada saliva serpeggiando lungo Carn Edvor, la campagna digradava dolcemente fino a raggiungere lontane scogliere; erano i campi di un podere, chiuso da filari di ginestra gialla, punteggiato da blocchi di granito affioranti e lavorato come una coperta multicolore in dozzine di piccoli appezzamenti. Come una gonna scozzese, pensò Virginia, e immaginò i terreni da pascolo come scampoli di velluto verde, l’oro verdeggiante del fieno appena tagliato come raso brillante, l’oro roseo del granoturco non ancora mietuto come una stoffa soffice di pelliccia, da toccare e accarezzare.
C’era un grande silenzio. Ma quando chiuse gli occhi, i rumori del pomeriggio estivo si imposero alla sua attenzione uno per uno. Il dolce cantilenare del vento faceva ondeggiare la felce. Una macchina saliva per la lunga collina venendo da Porthkerris, cambiò marcia, apparve sulla strada. Da più lontano giungeva il gradevole suono estivo delle mietitrici, come un ronzare di api. Aprì gli occhi e ne contò tre, tutte rimpicciolite dalla distanza fino a diventare giocattoli, piccoli e rossi come i modellini con cui Nicholas si divertiva sul tappeto della sua stanza dei giochi.
La macchina che si avvicinava apparve sulla cresta della collina; avanzava molto lentamente e i suoi occupanti, compreso il conducente, osservavano dai finestrini aperti il meraviglioso panorama. I loro volti erano arrossati dal sole, gli occhiali scintillavano, le braccia scoperte da magliette con le maniche corte; la macchina sembrava traboccare di gente. Mentre passava accanto alla piazzuola dove Virginia aveva lasciato la sua macchina, una delle donne sedute sul sedile posteriore alzò gli occhi e lei si accorse che la osservavano dal fianco della collina. Per un breve attimo i loro occhi s’incrociarono, poi la macchina scomparve oltre la curva diretta verso Land’s End.
Virginia guardò l’orologio. Erano le tre e un quarto. Sospirò e si rialzò, si spazzolò l’erba e i rametti di felce dai jeans bianchi e scese lungo la collina fino alla macchina. Il sedile di pelle era rovente per il calore del sole. Girò la macchina e si diresse di nuovo verso Porthkerris, la mente piena di immagini sconnesse. Immagini di Nicholas e Cara, imprigionati nella stanza dei giochi di Londra che non era la loro, accompagnati tutti i giorni dalla tata a Kensington Gardens, allo zoo e al Museo della moda e dalla nonna al cinema a vedere i film per ragazzi. Doveva fare caldo a Londra, un caldo umido e afoso. Si domandò se avessero tagliato i capelli a Nicholas e se dovesse comprargli una mietitrice giocattolo e mandargliela con una lettera adatta, materna e ricca di notizie.
Oggi ho visto tre di queste macchine al lavoro nei campi a Lanyon, e ho pensato a te. Ho immaginato che avresti desiderato un modellino per vedere come funzionava.
Una lettera che la signora Keile avrebbe letto ad alta voce con aria di approvazione perché Nicholas, insensibile come tutti i maschi, non vedeva alcuna ragione per cercare di decifrare la scrittura di sua madre se la nonna era disposta a leggergliela ad alta voce. Pensò all’altra lettera, quella che le veniva dal cuore.
Mio caro bambino, senza te e Cara mi sento inutile, senza scopo. Faccio dei giri in macchina perché non mi viene in mente nient’altro da fare e perché la macchina mi porta in posti che una volta conoscevo, e guardo e mi chiedo chi guida quell’enorme mietitrice che sforna grandi balle di fieno quadrate come pacchetti ben confezionati.
Le vecchie fattorie con i loro grandi fienili e i fabbricati si estendevano lungo i dieci chilometri di costa come le pietre irregolari di una rozza collana, cosicché non c’era alcun modo per capire dove finivano i campi di Penfolda e dove iniziavano quelli della fattoria vicina. E le mietitrici erano talmente lontane da non poter riconoscere gli uomini che le guidavano, così come Virginia non poteva riconoscere quelle piccole figure che camminavano dietro i macchinari, inforcando le balle e lanciandole in grossi cumuli perché si asciugassero al sole di mezza estate.
Non era neppure sicura che lui abitasse ancora lì, che fosse ancora a capo della fattoria di Penfolda, eppure non riusciva a immaginarlo in nessun altro posto al mondo. Lasciò che l’occhio della sua immaginazione, come la lente di qualche grande macchina fotografica, facesse una panoramica sulla scena indaffarata. Le figure si misero a fuoco, grandi e nitide, e lui era lì, in alto, al volante della mietitrice, con le maniche della camicia arrotolate e gli avambracci scoperti, i capelli spettinati dal vento. Era pericoloso avvicinarsi tanto, perciò Virginia immaginò rapidamente la moglie; la vide mentre attraversava i campi a piedi con un cesto, con i termos di tè e forse con una torta di frutta, vestita di un abito di cotone rosa e un grembiule azzurro, le lunghe gambe nude e abbronzate.
La moglie di Eustace Philips, il signore e la signora Philips di Penfolda.
La macchina oltrepassò la cima della collina, e la baia, le bianche spiagge e i lontani promontori si dispiegarono di fronte a lei; e molto in basso, sparsi attorno alla conca azzurra del porto, Virginia vide gli agglomerati delle case e il campanile della chiesa normanna di Porthkerris.
Wheal House, la casa dei Lingard dove Virginia era ospite, era situata dall’altra parte di Porthkerris. Se lei fosse stata una semplice turista venuta per la prima volta da quelle parti, avrebbe seguito la strada principale che scendeva in città per poi sbucare dall’altra parte, e così sarebbe rimasta intrappolata nel lento traffico e nelle orde di turisti senza meta che si riversavano sulla via abbandonando i marciapiedi, oppure che se ne stavano immobili agli incroci principali, a leccare il gelato e scegliere cartoline, o guardavano vetrine piene di chincaglierie d’ottone, sirenette in terracotta e altri orrori considerati ottimi souvenir.
Invece, poiché conosceva bene la zona, Virginia svoltò molto prima che cominciasse la fila delle case e imboccò il viale stretto e alto che si snodava in cima alla collina cingendo la città. Non era affatto la via più breve per andare a casa, ma dopo un po’ tornava sulla strada maestra, attraverso file di rododendri selvatici a un centinaio di metri dall’ingresso principale di Wheal House.
C’era un cancello bianco e un vialetto che correva tra le siepi fiorite di scalogno rosa. La casa era in stile neogeorgiano, con belle proporzioni e un porticato con frontone sopra la porta d’ingresso. Il sentiero passava tra prati verdi rasati e aiuole di fiori impregnati del profumo di violacciocche, e mentre Virginia parcheggiava la macchina all’ombra della casa, si alzò un violento frastuono di latrati; Dora, il vecchio spaniel di Alice Lingard, sbucò dall’ingresso sul cui parquet tirato a lucido si era distesa in cerca di fresco.
Virginia si fermò per accarezzarla affettuosamente, poi entrò togliendosi gli occhiali perché dopo la luce abbagliante dell’esterno la casa sembrava immersa nell’oscurità.
Dall’altra parte dell’ingresso, le porte che conducevano nel giardino erano aperte sul patio, che, volto verso sud, in pieno sole, era il luogo preferito di Alice tranne che nelle poche giornate veramente invernali. Per via del caldo, aveva srotolato la tenda di giunco, e le sedie di vimini e i tavolini bassi, già apparecchiati per il tè, erano striati dall’ombra della tenda.
Sul tavolo in mezzo all’ingresso c’era la posta del pomeriggio. Due lettere per Virginia, entrambe con i timbri postali di Londra. Posò la borsetta e gli occhiali e prese le lettere. Una era della signora Keile e l’altra di... Cara. Le lettere in corsivo, che la bambina aveva imparato a scuola, erano state scritte con fatica, una fatica che le era teneramente familiare.
Signora A. Keile
c/o Signora Lingard
Wheal House
Porthkerris
Cornovaglia
Non c’erano macchie, non c’erano errori di ortografia. Virginia si chiese se la bambina l’avesse scritta da sola o se fosse stata aiutata dalla bambinaia. Con le due buste in mano percorse il corridoio e uscì nel patio dove sedeva la padrona di casa, graziosamente reclinata sulla sedia a sdraio con un lavoro di cucito in grembo. Stava facendo la fodera di un cuscino, e cuciva un nastro di seta intorno al bordo del quadrato di velluto color corallo, e il tessuto giaceva sul suo grembo come un enorme petalo di rosa.
Alzò gli occhi. «Eccoti qui! Mi stavo domandando che fine avevi fatto. Ho pensato che forse eri stata bloccata dal traffico.»
Alice Lingard era una donna alta, di carnagione scura, sul finire della trentina, e la sua figura un po’ robusta era bilanciata da braccia e gambe esili e lunghe. Virginia l’aveva sempre considerata un’amica di mezza età, non di mezza età nel senso stretto della parola, ma in quanto appartenente a quella generazione a metà strada tra lei e sua madre. Da tempo era infatti un’amica di famiglia, e molti anni prima, quando era ancora bambina, aveva fatto la damigella d’onore al matrimonio della madre di Virginia.
Alice si era sposata, diciotto anni prima, con Tom Lingard, un giovanotto che a quell’epoca stava per assumere la direzione, nella vicina Fourbourne, della piccola azienda di famiglia della Lingard Sons, specializzata nella costruzione di macchinari per l’ingegneria pesante. Sotto la presidenza di Tom, la società si era espansa e aveva prosperato e, in seguito a una serie di acquisti oculati di alcune società, ora amministrava interessi che si estendevano da Bristol a St Just e comprendevano il diritto d’estrazione, una piccola azienda di commercio marittimo e la vendita di macchinari agricoli.
Non avevano avuto figli, ma Alice aveva sfogato i suoi talenti domestici sulla casa e sul giardino e con il passare degli anni aveva trasformato ciò che una volta era stato un edificio senza grande fantasia in un’incantevole dimora con giardino, che veniva continuamente fotografata e commentata nelle riviste patinate su case e giardini. Dieci anni prima, quando Virginia e sua madre erano venute in Cornovaglia per passare la Pasqua con i Lingard, il lavoro era appena iniziato. Questa volta Virginia, che non era più stata a Wheal House da allora, aveva a malapena riconosciuto la casa. Tutto era stato sottilmente modificato, le linee diritte erano state curvate, i contorni e i confini magicamente rimossi. Gli alberi erano cresciuti e ora gettavano lunghe ombre sui dolci prati che parevano allungarsi fino a dove l’occhio riusciva a scorgerli. Il vecchio orto era stato trasformato in un giardino selvatico con grovigli delle più profumate rose old-fashion, e dove una volta erano stati coltivati fagioli di Spagna in filari e cespugli di lamponi, ora c’erano magnolie dai petali vellutati e azalee profumate alte più di un uomo.
Ma da un punto di vista domestico, il patio era la realizzazione più felice di Alice: non faceva parte della casa né del giardino, ma aveva la grazia di entrambi. I gerani sporgevano dai vasi della terrazza, e lungo un graticcio inchiodato al muro Alice aveva cominciato a far crescere una clematide dai fiori di un color porpora scuro. Da poco aveva deciso che vi avrebbe fatto crescere anche una vite, e interrogava in continuazione i suoi amici o rovistava fra i dizionari delle piante, per decidere quale potesse essere il modo migliore per incominciare a farla crescere. Le sue energie parevano infinite.
Virginia avvicinò la sedia e vi si lasciò scivolare, sorpresa di constatare quanto si sentisse stanca e accaldata. Si tolse i sandali e appoggiò i piedi nudi su uno sgabello a portata di mano. «Non sono andata a Porthkerris.»
«No? Credevo che fossi andata all’ufficio postale.»
«Volevo solo dei francobolli. Li posso comprare un’altra volta. C’erano così tante persone e così tanti autobus e talmente tanta gente stipata e sudata che mi è venuto un senso di claustrofobia e non mi sono fermata. Sono andata avanti a guidare.»
«Ti posso prestare io dei francobolli» disse Alice. «Ti verso un po’ di tè.» Posò il suo lavoro di cucito e si alzò a sedere per raggiungere la teiera. Un vapore fresco e fragrante si alzò dalla fragile tazzina.
«Latte o limone?»
«Limone va benissimo.»
«È talmente rinfrescante, credo, in una giornata calda.» Offrì la tazza a Virginia e si sdraiò nuovamente. «Fino a dove hai guidato?»
«Come?... oh, dall’altra parte...»
«Land’s End?»
«No, non fino a lì. Sono arrivata a Lanyon. Ho parcheggiato la macchina in una piazzuola e sono salita per la collina, poi mi sono seduta tra le felci e mi sono goduta la vista.»
«È talmente meravigliosa» disse Alice, infilando il filo nella cruna dell’ago.
«Stanno tagliando il fieno nelle fattorie.»
«Sì, è il momento giusto.»
«Non cambia mai, vero? Lanyon, intendo. Non c’è una casa nuova, una strada nuova, un negozio, un parcheggio per le roulotte.» Bevve un sorso di tè cinese bollente e poi, con molta precauzione, posò la tazzina e il piattino accanto alla sedia sul pavimento di piastrelle. «Alice, Eustace Philips possiede ancora la fattoria di Penfolda?»
Alice smise di cucire, alzò la mano per togliersi gli occhiali da sole e fissò Virginia. Era comparsa tra le sopracciglia un’espressione di sorpresa.
«Che cosa sai di Eustace Philips? Come fai a conoscerlo?»
«Alice, la tua memoria mi stupisce. Sei stata tu stessa a portarmi lì, tu e Tom, per un enorme barbecue sulle scogliere di Penfolda. Dovevano esserci almeno una trentina di persone; non so chi l’avesse organizzato, ma abbiamo cucinato salsicce sul fuoco e abbiamo bevuto birra alla spina. Oh, ma sono sicura che te ne ricordi, e poi la signora Philips ci ha offerto il tè in cucina!»
«Adesso me lo fai ricordare, ma certo. Faceva molto freddo ma era una giornata stupenda e abbiamo guardato la luna sorgere dietro Boscovey Head. Me ne ricordo. Ma chi era stato a dare quella festa? Non era stato certamente Eustace, sempre occupato a mungere le mucche. Dovevano essere stati i Barnet – lui era uno scultore e ha tenuto uno studio a Porthkerris per un paio d’anni prima di tornare a Londra. Sua moglie intrecciava cestini, cinture o qualcosa del genere, terribilmente folk, e avevano molti bambini, che non si mettevano mai le scarpe. Organizzavano sempre feste originalissime. Devono essere stati i Barnet... Che cosa straordinaria! Non avevo più pensato a loro da anni. E siamo andati tutti a Penfolda.» Ma qui la sua memoria l’abbandonò. Guardò Virginia in modo assente. «O forse no? Chi andò a quella festa?»
«La mamma non venne. Disse che non era per lei...»
«Come aveva ragione.»
«Ma tu, Tom e io ci andammo.»
«Certo. Imbacuccati nei golf e con calze pesanti. Non ricordo se mi misi anche una pelliccia. Ma stavamo parlando di Eustace. Quanti anni avevi, Virginia? Diciassette? È bello che ti ricordi di Eustace Philips dopo tutti questi anni.»
«Non hai risposto alla mia domanda. È ancora a Penfolda?»
«Dato che la fattoria apparteneva al padre, e al padre di suo padre, e per quanto ne sappia io perfino al bisnonno, credi sia possibile che Eustace chiuda baracca e burattini e se ne vada?»
«Immagino di no. È solo che stavano mietendo il fieno questo pomeriggio e mi sono domandata se f...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Rosamunde Pilcher
  3. La casa vuota
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. Copyright