L’eredità lirica
Per fortuna ci sono i suoi dischi. Per fortuna Luciano Pavarotti, «re del Belcanto», ha lasciato moltissime incisioni, buona parte delle quali sono di straordinario valore artistico. La sua pluridecennale carriera, la sua irrefrenabile curiosità, la sua natura carismatica, solare, eccentrica, generosissima, ha rilanciato l’arte popolare del melodramma, a livello mondiale. Il sole di Pavarotti, col dono d’una voce inimitabile e d’un talento interpretativo portentoso, ha illuminato le scene per quasi mezzo secolo, contribuendo in modo determinante a divulgare i capolavori dell’Opera lirica italiana.
«A inizio carriera» diceva il Maestro, qualche anno fa «c’era chi dava l’Opera per morta e sepolta, oggi invece i teatri sono pieni e, tra gli spettatori, quelli giovani sono in costante aumento.»
In ragione della formidabile attitudine di Pavarotti ad allargare le platee, restituendo all’Opera l’intrinseca natura d’arte «alta» e popolare, un ideale omaggio, modestissimo ma dettato dal cuore, corona questo mio affettuoso e grato ricordo.
A beneficio di chi ha applaudito in Big Luciano l’icona pop degli anni Novanta e Duemila, senza aver avuto ancora l’occasione di conoscere il Maestro quale superbo (e, ripeto, in molti casi, insuperabile) interprete lirico, propongo un personale e naturalmente opinabile consiglio d’ascolto, per avvicinarsi alla lirica attraverso il nettare della sua voce… Lirica che è, vale ricordarlo, l’ambito per cui il Maestro, alla fine dei suoi giorni, ha espresso il desiderio d’essere ricordato dai posteri.
Potrei limitarmi a citare alcuni dei moltissimi ruoli, di cui il tenore modenese ha restituito una magistrale versione… Preferisco invece non dare nulla per scontato (anche questa era, d’altronde, una caratteristica nella sua filosofia di vita) e offrire al lettore una breve scheda su quei titoli che potrebbero rappresentare un primissimo approccio alla discografia operistica di Pavarotti. Titoli di cui magari ha inteso, fino a oggi, solo l’aria più celebre, restituita nel corso dei grandi eventi concertistici all’aperto.
Con ciò, mi auguro di incuriosire qualche neofita, e parimenti di strappare un sorriso benevolo a quel gigante dell’arte (e dell’arte di vivere), che ci guarda tutti, col suo inseparabile fazzoletto tra le mani, dalla ribalta del cielo.
In merito alle schede che compaiono nelle pagine successive, si tenga conto della seguente legenda:
- A: alto/contralto
- B: basso
- Bar: baritono
- Ms: mezzosoprano
- S: soprano
- T: tenore
Melodramma giocoso in due atti di Gaetano Donizetti. Libretto di Felice Romani (da Le philtre di Eugène Scribe). Prima rappresentazione: 12 maggio 1832, Milano, Teatro della Canobbiana.
La vicenda si svolge in un villaggio dei Paesi Baschi fra XVIII e XIX secolo. Contadini e contadine si riposano al fresco di un albero, mentre Adina (S) legge la storia di Tristano e Isotta e del filtro fatale. Il timido Nemorino (T), innamorato della ragazza, la ammira da lontano. Arriva un drappello di soldati guidati da Belcore (Bar), sergente spaccone che corteggia Adina. La ragazza, non insensibile alle attenzioni del militare, respinge invece Nemorino. Nel frattempo giunge Dulcamara (B), un ciarlatano che decanta i suoi prodotti. Nemorino gli chiede il filtro magico della regina Isotta, e Dulcamara gli vende il suo prodigioso «elisir», una bottiglia di Bordeaux! Il giovane scola l’intera bottiglia e comincia a ballare e a cantare senza più pensare a Adina. La ragazza, indispettita, s’impegna a sposare Belcore. Intanto si sparge la voce che uno zio di Nemorino è morto lasciandogli una cospicua eredità. Tutte le ragazze (a eccezione dell’ignara Adina) lo corteggiano e il ragazzo ne attribuisce il merito all’elisir. Alla fine Adina s’intenerisce, lascia Belcore e si unisce a Nemorino.
Quarantesima opera di Gaetano Donizetti (1797-1848), composta nel 1832 su libretto del ligure Felice Romani, è – insieme al Don Pasquale – il capolavoro comico dell’autore bergamasco, all’epoca trentacinquenne. L’opera è concepita nel tempo record di poco più di due settimane, commissionata in gran fretta dall’impresario del Teatro milanese della Canobbiana, dopo il forfait di un altro compositore (che dunque aveva lasciato un buco nella programmazione). Debutta il 12 maggio con enorme successo.
L’elisir d’amore nasce sotto il segno della felicità: interpretazione comica, campestre e scanzonata delle vicende di Tristano e Isotta, è stupefacente sintesi del genere comico ottocentesco, dove – è stato detto – la risata si tramuta in un sorriso carico di umanità. Sul palcoscenico scorrono maschere della commedia apparentemente logorate: la fanciulla maliziosa, l’ingenuo innamorato, il militare borioso, il simpatico imbroglione… Eppure Donizetti riesce nel miracolo di renderle espressive, profonde, credibili. Mosse da un filo rosso d’eleganza (musicale e narrativa) intrecciato ad allegria, malizia, burla bonaria, e anche isole di lirismo romantico, come l’immortale Furtiva lacrima.
Nel corso della sua instancabile attività, Donizetti lascia il segno, indicando i caratteri della tragedia musicale romantica e rinnovando il melodramma giocoso. Nelle sue opere, sono molti gli aspetti innovativi che spianano la strada al suo successore, Giuseppe Verdi: dall’invenzione del baritono romantico, avversario del tenore, alla tendenza a concentrare il dramma in atti di crescente brevità. In ambito buffo, Donizetti tinge i personaggi di una nuova umanità. Un modo di sentire che l’ha fatto avvicinare, per il sorriso melanconico con cui muove gli intrecci, al più grande scrittore italiano dell’Ottocento, Alessandro Manzoni.
Dramma tragico in due parti (e tre atti) di Gaetano Donizetti. Libretto di Salvatore Cammarano (dal romanzo The bride of Lammermoor di Walter Scott). Prima rappresentazione: 26 settembre 1835, Napoli, Teatro San Carlo.
La vicenda si svolge in Scozia, alla fine del XVI secolo.
Parte I (La partenza) – Lord Enrico Ashton (Bar) perseguita il nemico giurato Edgardo di Ravenswood (T), i cui avi, un tempo, furono privati dei loro possedimenti dagli Ashton. Per motivi politici e strategici, la sorella Lucia deve sposare Lord Arturo Bucklaw (T). Quando Ashton viene a sapere dell’amore segreto di Lucia per Edgardo, giura vendetta.
Nel quadro successivo Lucia racconta alla sua damigella Alisa (Ms) la storia di un Ravenswood che un tempo aveva ucciso la propria amata, il cui fantasma da allora compare presso la fontana del parco. Alisa interpreta questa storia come un cattivo presagio e mette in guardia Lucia dal rischio di un destino analogo. Ciononostante, Lucia s’incontra con Edgardo. I due si congedano prima della partenza di Edgardo per una missione politica giurandosi eterno amore.
Parte II (Il contratto nuziale) – Con una lettera falsa Enrico ha indotto Lucia a credere che Edgardo le sia infedele. Lucia, disperata, acconsente alle nozze con Arturo. Nel quadro successivo, la cerimonia nuziale è sconvolta dall’inattesa irruzione di Edgardo, il quale, alla vista del contratto nuziale firmato da Lucia, maledice l’amata e le restituisce l’anello.
La festa di nozze viene interrotta bruscamente dalla notizia che Lucia ha ucciso il suo sposo. L’omicida, ormai folle, compare davanti agli invitati con gli abiti macchiati di sangue e con un pugnale tra le mani. Nel delirio, immagina le proprie nozze con Edgardo, sogna il suo perdono e si augura di morire subito.
Giunto all’alba tra le tombe dei Ravenswood per battersi in duello con Enrico, Edgardo medita di farsi uccidere. D’improvviso è turbato dall’arrivo di una processione proveniente dal castello dei Lammermoor: si piange la sorte di Lucia. La campana a morto annuncia il decesso della ragazza. Edgardo, che non può vivere senza di lei, si trafigge con un pugnale.
Capolavoro donizettiano nell’ambito dell’opera seria, pietra miliare, prototipo del melodramma romantico pre-verdiano, il dramma tragico Lucia di Lammermoor fu scritto in poco più d’un mese e mezzo, nel 1835, per il Teatro San Carlo di Napoli (iniziò la composizione alla fine del maggio 1835, la terminò il 6 luglio).
La partitura è il trionfo del Belcanto e massima realizzazione romantica in musica del contemporaneo romanzo storico. Infatti il libretto di Salvatore Cammarano segue fedelmente l’intreccio delineato da Walter Scott nel suo gotico The bride of Lammermoor (1819), storia di famiglie rivali e tragiche predestinazioni in una Scozia cupa e letteraria, svolta in un clima ossianico attraverso un intreccio che diremmo parente del Romeo e Giulietta shakespeariano. Scott, narrando le lotte tra i seguaci di Guglielmo III d’Orange e i fedeli di Giacomo II, aveva collocato il suo romanzo nella Scozia del 1689, mentre il librettista Salvatore Cammarano retrodatò la storia di circa un secolo.
Prima del bergamasco, ben quattro compositori si erano cimentati nelle vicende del romanzo The Bride of Lammermoor.
Donizetti, all’epoca trentottenne, aveva già composto, in diciassette anni di attività, quarantatré opere. E nel genere serio, altri cimenti lirici (quali Anna Bolena nel 1830 e Lucrezia Borgia nel 1833) erano stati molto applauditi. Ma Lucia rappresentò il maggior successo conseguito dal compositore nella sua carriera.
Chiave di volta, cerniera fra due mondi, con i codici che annunciano il giovane Verdi e insieme strutture evidentemente legate al primo Ottocento, dentro Lucia di Lammermoor c’è già tutta la drammaticità che poi il collega bussetano svilupperà. L’opera fu concepita su misura della compagnia di canto che il compositore aveva per le mani: Fanny Tacchinardi-Persiani (Lucia), rinomata per la sua tecnica vocale, e Gilbert-Louis Duprez, prototipo del tenore romantico (Edgardo). Con la celeberrima scena della pazzia seguita da quella della tomba e dal suicidio di Edgardo, l’opera in questione diventa la pietra di paragone della sensibilità romantica. L’eleganza intoccabile delle melodie, il loro slancio impetuoso e la loro aurea semplicità, lo stile conciso con cui è dipanato il dramma, la qualità malinconica della strumentazione (con preferenza per il suono dei corni), la varietà dei recitativi, rendono Lucia di Lammermoor uno dei titoli ancora oggi più frequentati e amati.
Il personaggio di Lucia è la prima incarnazione romantica – nel teatro musicale –, innamorata al punto da difendere il proprio amore contro le più turpi violenze del destino avverso. Intatta nella sua fragile purezza, vive e muore nella dedizione assoluta all’amore e trova la propria serenità interiore solo quando aspira alla morte. Magistrale, la scena della follia, e il duettare della voce (coi suoi tratti virtuosistici) insieme al suono etereo del flauto e dell’arpa.
Il segreto del successo di Lucia sta forsanche nella densità di miti romantici innestati, all’interno d’una tragicità che conduce alla follia e al suicidio. E che racconta come l’amore non teme gli ostacoli, destinato a trionfare anche dopo la morte. La musica purifica, trasfigura l’esistenza e redime.
Melodramma in due atti di Vincenzo Bellini. Libretto di Felice Romani (dal ballo-pantomima La somnambule, ou L’arrivée d’un nouveau seigneur di E. Scribe e J.Aumer e dalla comédie-vaudeville La somnbambule di Scribe e G.Delavigne). Prima rappresentazione: 6 marzo 1831, Milano, Teatro Carcano.
Amina (S), ragazza di campagna orfana e povera, ma amorevolmente adottata dalla mugnaia Teresa (Ms), sta per sposarsi con il suo innamorato, il ricco possidente Elvino (T). In mezzo a tanta gioia, l’unica a rattristarsi è Lisa (S), l’ostessa del villaggio, poiché ama Elvino e sa che le nozze le toglieranno ogni speranza. Il villaggio in festa è messo in subbuglio dall’arrivo – o meglio dal ritorno – di Rodolfo (B): inizialmente non svela la propria identità, ma sapremo essere il signore del castello, il quale torna nei luoghi della propria infanzia (e momentaneamente si stabilisce presso la locanda di Lisa). Il conte Rodolfo sembra mostrare un interesse malizioso nei confronti della futura sposa, e a Elvino pare addirittura che questo interesse sia ricambiato. Scatta dunque la gelosia del futuro marito. Il sospetto sembra diventare certezza quando la sposa viene scoperta, in camicia da notte, sul letto della stanza d’albergo di Rodolfo: quest’ultimo stava facendo la corte a Lisa quando era apparsa Amina, addormentata, che chiamava lungamente il suo futuro sposo… Stanca, si sdraiava, mentre Lisa si nascondeva. I paesani, irrompendo nella locanda per rallegrarsi con il conte (avendone individuato l’identità), scoprono l’imbarazzante presenza. Quando Amina si sveglia, si dichiara con tutte le forze innocente. La giovane «pura come un giglio» è entrata inconsciamente nella stanza di Rodolfo e si è rivolta a lui sognando un dialogo amoroso col fidanzato. Ma è una spiegazione troppo labile per scagionarla agli occhi di Elvino, il quale pur essendone ancora innamorato, la ripudia.
Nel secondo atto, Elvino si accinge a sposare per ripicca l’ostessa Lisa, la sua ex fidanzata, civetta e di facili costumi. Era quest’ultima ad aver dimenticato nella stanza di Rodolfo – prima della visita di Amina in stato di sonnambulismo – il proprio fazzoletto.
La mugnaia Teresa, di fronte alla spavalderia di Lisa, mostra a Elvino il fazzoletto, prova della colpevolezza di Lisa di quel peccato attribuito ad Amina. Il conte Rodolfo ribadisce che Amina è innocente, e a convalidare queste affermazioni, ecco apparire Amina stessa, nuovamente in stato di sonnambulismo. Tra la costernazione e lo stupore generale, cammina pericolosamente su una trave fradicia vicino alla ruota del mulino. Parla nel sonno, esprime il suo straziante dolore e immagina poi d’avere riconquistato l’amore di Elvino. Quest’ultimo, pentito, la abbraccia svegliandola. Il paese torna alla gioia iniziale e alla festa per le sospirate nozze.
Paradigma del genere idillico-pastorale, che celebra il mito di un’umanità innocente, dai sentimenti puri e incorrotti, e ugualmente «ibrido» (insieme fiaba e opera semiseria, pur col lieto fine), La sonnambula è apoteosi della linea melodica, del canto puro che nasce dall’accento intimo delle parole. Primo dei tre sommi capolavori di Bellini, il musicista di Catania compose questo titolo nei primi mesi del 1831, lo stesso anno che vide nascere Norma – sempre su testo del genovese Felice Romani – mentre è del 1835 l’astro belliniano che chiude la triade, I puritani.
L’opera, fortunatissima, consacra la statura artistica del compositore, rendendolo beniamino del suo tempo, vezzeggiato dai teatri europei. La sonnambula è una partitura emblematica della personalità belliniana, esempio di quella disposizione estetica che Ildebrando Pizzetti definisce «lirismo puro».
È infatti apoteosi di una vena lirica straordinaria, che si articola in un arco melodico ampio e fiorito. Se non si rintraccia ancora quell’approfondimento nella direzione dell’indagine psicologica dei personaggi, emerge ugualmente un nuovo legame d’affinità tra musica e testo. Il significato delle parole viene rispettato, così come gli accenti. Una simile considerazione del testo, e l’interpretazione dei sentimenti che il testo porta con sé, fece guadagnare alla produzione belliniana l’epiteto di «musica filosofica».
La sonnambula nasce dalla necessità di tenere fede in un tempo brevissimo a un impegno preso col Teatro Carcano di Milano: un nuovo titolo, entro febbraio 1831. Nel corso dell’estate precedente Bellini e Felice Romani si orientano dapprima su un soggetto decisamente lontano: addirittura il manifesto del romanticismo letterario francese, un Ernani sul l...