Un ragazzo nato in una famiglia di camorra vuole cambiare il suo destino. È possibile? E a quale prezzo? Il racconto, ispirato a una poesia di Carlo Carabba, sottende storie realmente accadute e le attraversa nel drammatico confronto fra genitori e figli, fra vite già tracciate e ribellione al fato.

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- Italian
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La camorrista (XS Mondadori)
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La camorrista
Sua nonna fu una bevitrice di sangue.
Accadde prima di lui e prima di sua mamma. Quando i loro embrioni non s’erano formati e forse per quel sangue riuscirono a formarsi. La nonna frequentava il macello. Quando non fecero più entrare le bevitrici ci tornò lo stesso distribuendo mance. S’appostava accanto alle vacche e appena dopo l’uccisione, mentre dalle carotidi fiottava il sangue caldo, l’inserviente riempiva un bicchiere e glielo dava. Lei socchiudeva gli occhi, prendeva fiato come le avevano insegnato e mandava giù tutto in due o tre sorsi. Il sapore del sangue una volta assaggiato s’imprime nel palato senza sforzi di memoria per il resto della vita. Così sosteneva. Le rimanevano le mani appiccicose e qualche volta il cappottino s’intrise di gocce che subito asciugate mutavano colore.
La nonna era un’anemica e la sua, per la diffusa paura della tisi, fu terapia frequente per chi di praticarla ebbe coraggio. Eppure fu soltanto quando lessi una novella in cui Di Giacomo narrava quest’usanza che davvero lo credetti. (L’inchiostro dei poeti certifica la vita).
Sua nonna, anche agli sgoccioli nell’ospedale, non provava paura. Quando le uccisero il marito, qualcuno con un colpo di pistola una domenica nel bar dove comprava le paste, non pensò che a vendicarlo. Il solo dubbio che incrinò il desiderio di sangue arrivò tempo dopo, poiché sembrava che il colpevole non fosse la persona individuata.
Nell’incertezza lo fece ammazzare.
All’ospedale si mantenne lucida e capace, fino a tre giorni prima di morire, di battere il nipote Ciro a scopa. Non lo umiliò tanto la sconfitta, ma perché le leggeva nello sguardo il sospetto che lui perdesse per compiacimento. Neppure allora riuscì a convincersi che quella del ragazzo fosse insipienza genuina, abituata a ritenere che la genuinità non esista. Una volta, che capitò a Ciro di restare, lei chiamò sua madre nel sonno e lo svegliò.
Le implorava un sorso di sangue.
Chissà se s’immaginava ancora come l’anemica giovane segnata dal verde scialbo degli occhi in quel cappotto nero delle fotografie. Oppure se guardava alle remote mattinate del macello come surreali, ammesso che di surreale abbia mai concepito nell’intera vita alcunché.
Quando l’infermiera venne al capezzale, e la sentì invocare sangue, assunse un’espressione sgomenta. Neanche in agonia uno può dire quel che vuole. Gli altri se lo appuntano senza pietà e cederanno alla tentazione di riportare a conoscenti occasionali le parole più intime di tutta un’esistenza, che sono le ultime (e quasi mai memorabili). Meglio che un moribondo non chieda cose imbarazzanti, come il sangue a un fantasma lontano.
Ciro non conobbe la bisnonna che sentì evocare all’ospedale. Poteva figurarla dai racconti ma anche quelli, giacché ascoltava distratto, restarono talmente frammentari che ricordò solo l’aneddoto fondamentale. Quando la bisnonna, figlia di un vinaio del Borgo Sant’Antonio, fu intravista da Alfonso il futuro marito mentre metteva i fiori all’edicola delle Anime purganti. Ripassando se n’innamorò e tre mesi dopo, già incinta, la rivendicò per moglie.
Ciro si chiese – come succede a tutti – di lui che ne sarebbe stato se Alfonso quel giorno fosse capitato dieci minuti dopo. O se un altro avesse notato la ragazza che cambiava i fiori. Non sentì la voce di quegli avi, non ne guardò la faccia né con le sue sfiorò le loro mani per provare se fosse liscia o ruvida la pelle. Si costruì sulle memorie del sentito dire un’idea di realtà. Faranno i nostri discendenti con noi la stessa cosa: bastano meno generazioni delle dita di una mano per risultare sconosciuti al proprio sangue.
Solo l’altare delle Anime rimasto nel muro marcito fu testimone di tutto. Solo chi gli rinnovasse ancora i fiori potrebbe parlare con un tempo che s’è perduto.
Il sangue.
Una volta, mettendo da parte i commenti sportivi, a Ciro scappò tutto questo discorso sul sangue: «I fiotti dalle carotidi diedero forza a nonna per generare figli e prima ancora le colorirono le guance dandole facoltà di affascinare nonno». Gli risposi con banalità, per estenuare il suo ragionamento e concluderlo, che un tempo il colorito acceso agli uomini piaceva. Ora gli diamo meno importanza. Proseguì come a volermi sorpassare: so che aveva poca stima dei giornalisti. Per me provava simpatia grazie al libro che avevo scritto sui misteri di Napoli, alla mia preparazione sul campionato di calcio e probabilmente per via dei baffi, p...
Indice dei contenuti
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- La camorrista
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