
- 196 pagine
- Italian
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Poirot non sbaglia
Informazioni su questo libro
Nella sala d'aspetto del dentista si trovano diversi personaggi, tra di essi c'è anche un "timoroso" Poirot. Ma la paura del dolore non toglie a Poirot l'innato istinto di notare i particolari. Così quando viene a sapere che il dottor Morley è stato trovato cadavere, non crede all'ipotesi di suicidio formulata dalla polizia. Un altro omicidio e misteriose sperizioni convinceranno Scotland Yard che Poirot non si era sbagliato.
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Informazioni
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9788804507543eBook ISBN
9788852015021Poirot non sbaglia
1
Uno, due, mettimi una fibbia sulla scarpa
Quando sedette a tavola per la prima colazione, il dottor Morley era di pessimo umore.
Cominciò a borbottare per ogni cosa: si lamentò per il bacon, domandò perché il caffè somigliava a un intruglio e dichiarò che i biscotti non erano stati mai così cattivi.
Il dottor Morley era un ometto dalla mascella quadrata e dal mento volitivo. Sua sorella, un donnone maestoso, che dirigeva la casa, lo guardò impensierita e gli chiese se, per caso, gli avessero preparato ancora il bagno troppo freddo.
Lui rispose di no in modo scortese e si sprofondò nella lettura del giornale. Un momento dopo proclamava che il governo, di cui fino a quel momento aveva deplorato solo l’incompetenza, stava diventando nefasto.
La signorina Morley, con la sua voce baritonale, disse che era un vero peccato. Da donna semplice, aveva sempre pensato che i ministri, in genere, fossero di una certa utilità; pregò quindi il fratello di spiegarle perché mai la politica dell’attuale Gabinetto fosse inoperante, stupida e dannosa.
Il dottor Morley soddisfece la sua curiosità, prese una seconda tazza di quel caffè che aveva trovato abominevole e, infine, lasciò trapelare la vera ragione del suo malumore.
«Queste ragazze» disse «sono tutte uguali! Non pensano che a se stesse e non si può fare nessun affidamento su di loro.»
«Stai parlando di Gladys?» chiese la signorina Morley.
«Sì. Mi hanno informato che sua zia ha avuto un attacco e che quindi è stata costretta a partire per il Somerset.»
«Capisco che la cosa ti secchi, però non è colpa sua!» replicò la signorina Morley.
Rabbuiato, il dottor Morley scosse la testa.
«Chi mi prova che sua zia abbia avuto veramente un attacco e che non si tratti invece di un complotto combinato d’accordo con quel giovanotto poco raccomandabile che è sempre insieme a lei? Avranno deciso di concedersi una giornata di vacanza, ecco tutto!»
«Oh, no, caro, non credo che Gladys potrebbe mai fare una cosa del genere. Lo sai bene che l’hai sempre considerata molto seria.»
«Certo! Ma…»
«È una ragazza intelligente che ama il suo lavoro, l’hai detto tu stesso.»
«Sì, Georgina, l’ho detto, ma prima che frequentasse quell’individuo. È cambiata molto, in questi ultimi tempi. Non la si riconosce più. Sogna, pensa ad altro, è nervosa…»
Il donnone sospirò: «Che cosa vuoi, Henry? Tutte le ragazze finiscono con l’innamorarsi! Non c’è rimedio!».
Morley ribatté in tono asciutto: «Questo non dovrebbe impedirle di fare il proprio dovere di segretaria; ho bisogno di lei. Oggi, poi, più che mai! Aspetto alcuni malati di riguardo… e questo mi irrita!».
«D’accordo, Henry. A proposito: quel ragazzo che hai assunto, come va?»
Henry Morley rispose cupamente: «Male. Non imbrocca un nome nemmeno per sbaglio e i suoi modi sono deplorevoli! Se non migliora, sarò obbligato a licenziarlo e a provarne un altro. Nei metodi attuali di educazione, c’è qualcosa che non va! Riescono solo a formare degli avventati che non capiscono nulla e che ricordano ancor meno!».
Diede un’occhiata all’orologio e riprese: «Me ne vado. Ho una mattinata piena di lavoro e devo trovare anche il modo di ricevere quella signorina Sainsbury Seale. Soffre. Le avevo consigliato di ricorrere a Reilly, ma non vuol nemmeno sentirne parlare!».
«La capisco!» commentò Georgina con devozione.
«Reilly è abile, invece. Ha un curriculum invidiabile. Conosce il suo mestiere.»
«Ma gli tremano le mani» rispose la signorina Morley. «Per me, è un uomo che beve.»
Morley sorrise e si alzò da tavola. Aveva ritrovato il suo buon umore.
«Come al solito» disse «salirò all’una e mezzo, per sgranocchiare un panino.»
Al Savoy, il signor Amberiotis si stuzzicava i denti con uno stecchino e sorrideva tra sé.
I suoi affari procedevano bene.
Come sempre, la fortuna lo aveva aiutato. Non aveva certo perso il suo tempo dicendo a quella stupida donna qualche parola gentile!
Quanto gli era accaduto, l’aveva d’altronde meritato. Era sempre stato un brav’uomo e anche generoso!
In avvenire, avrebbe potuto esserlo ancora di più. Immagini felici gli passavano davanti agli occhi. Il piccolo Dimitri… E quell’eccellente Costantopopolus, che si arrabattava con il suo ristorante… Che magnifica sorpresa per loro!
Lo stecchino toccò un punto sensibile del dente e Amberiotis fece una smorfia. Le previsioni rosee svanirono. Un futuro più immediato e inquietante assillò il signor Amberiotis. Con precauzione fece scorrere la lingua su una cavità.
Quindi trasse di tasca la sua agenda. Mezzogiorno, Queen Charlotte Street, numero 58.
Tentò invano di ritrovare il suo recente ottimismo. Per il momento, l’avvenire si limitava a poche parole: Queen Charlotte Street, numero 58!
Al Glengowrie Court Hotel, in South Kensington, la colazione volgeva al termine. Sedute nella hall, la signorina Sainsbury Seale e la signora Bolitho stavano chiacchierando. Si erano conosciute otto giorni prima nel ristorante, dove occupavano due tavoli contigui, all’indomani dell’arrivo della signorina Sainsbury Seale.
Quest’ultima stava dicendo all’amica: «Sapete, mia cara, non mi fa più male! Proprio! Quasi quasi telefono…».
«Non lo fate!» esclamò la signora Bolitho. «Andate dal dentista, e che sia finita!»
La signora Bolitho era una donna alta, con la voce grave e pareva nata per comandare. La signorina Sainsbury Seale era una donna sulla quarantina, con i capelli grigi trascurati. Era trasandata nel vestire, il suo occhialetto era sempre in moto, ben assecondato dalla sua lingua.
«Ma» riprese «dal momento che vi dico che non mi fa più male!»
«Sì! Però avete detto che questa notte non avete chiuso occhio!»
«È vero! Però sono convinta che ora il nervo sia morto!»
«Ragione di più per andare dal dentista!» ribatté la signora Bolitho con voce decisa. «In questi casi è sempre la paura che ci trattiene. Ebbene, bisogna esser risoluti e finirla.»
La signorina Sainsbury Seale era tentata di rispondere: “Dite bene! Si vede che non si tratta dei vostri denti!” ma si contentò di dire: «Credo, cara amica, che abbiate ragione. D’altronde, il dottor Morley è delicato e non fa mai male».
La riunione del consiglio di direzione stava per finire. Tutto era andato per il meglio. Il rapporto era eccellente. Tutti dovevano essere soddisfatti. Tuttavia, il signor Samuel Rotherstein, al quale non sfuggiva nessuna sfumatura, aveva notato qualcosa nell’atteggiamento del presidente.
A due o tre riprese, Alistair Blunt s’era espresso con un tono breve e aspro che era ingiustificato.
Una questione privata? No. Non era nel carattere di Alistair Blunt. Era un uomo impassibile. Un tipo normalissimo. Così tipicamente inglese.
Allora, il fegato…? Il signor Rotherstein soffriva di fegato qualche volta. Ma Blunt non si era mai lamentato del suo. La sua salute era ottima, così come erano in eccellenti condizioni la sua mente e la sua posizione finanziaria.
Eppure c’era qualcosa. Una o due volte il presidente s’era passata una mano sul viso accarezzandosi il mento in un modo che non gli era abituale. E diverse volte, nel corso della riunione, era sembrato assorto, assente.
Uscendo dalla sala del consiglio, si trovarono affiancati alla sommità dello scalone.
«Posso darvi un passaggio?» domandò Rotherstein.
Alistair Blunt fece un cenno di diniego.
«La mia automobile mi aspetta» spiegò. Guardò l’orologio e soggiunse: «Ho un appuntamento col dentista».
Ecco svelato il mistero.
Hercule Poirot scese dal tassì, pagò la corsa e suonò al numero 58 di Queen Charlotte Street.
Dopo una breve attesa, un ragazzo con i capelli rossi e il viso assonnato venne ad aprirgli.
«Il dottor Morley?» chiese Hercule Poirot. Nel suo intimo covava la ridicola speranza che Morley fosse assente, malato, o che quel giorno non ricevesse. Ma il ragazzo si trasse in disparte, Hercule Poirot entrò, e la porta si richiuse alle sue spalle con l’inesorabilità di una sentenza immutabile.
«Il suo nome, per cortesia?» chiese il ragazzo.
Poirot glielo disse. Nell’anticamera, sulla destra, c’era una porta aperta e lui entrò nella sala d’aspetto.
Era una stanza ammobiliata con gusto e, per Hercule Poirot, infinitamente lugubre. Sul lucido tavolo Sheraton (una copia) erano sistemati in bell’ordine giornali e riviste. Sulla credenza Hepplewhite (un’altra copia) erano appoggiati due candelabri Sheffield dorati e un centrotavola. Sulla mensola del caminetto vi erano un orologio di bronzo e due vasi, anch’essi di bronzo. Le finestre erano nascoste da cortine di velluto azzurro. Le sedie erano ricoperte di una stoffa con disegni di epoca giacobiana che rappresentavano uccelli rossi e fiori.
Su una di esse sedeva in attesa un gentiluomo che aveva l’aspetto di un militare, pallido e con i baffi arroganti. Sbirciò Poirot come se si trattasse di un insetto nocivo. Si sarebbe detto che rimpiangesse di non aver indosso, non già una rivoltella, ma una scatola di polvere insetticida, Poirot lo squadrò con disprezzo e pensò: “In realtà, ci sono inglesi tanto sgradevoli e tanto ridicoli che sarebbe un’ottima cosa sopprimerli fin dalla nascita”.
Il gentiluomo dall’aria militaresca, dopo una occhiata feroce, si impossessò del «Times», girò la propria poltrona in modo da non vedere Poirot e si mise a leggere.
Poirot aprì il «Punch».
Lo scorse con attenzione, ma non trovò nessuna battuta divertente.
Il ragazzo apparve sulla soglia e chiamò il colonnello Arrowbumby. Il signore si alzò e usci.
Poirot stava riflettendo sul grottesco cognome, quando la porta si aprì per lasciare passare un uomo sulla trentina...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prefazione
- POIROT NON SBAGLIA
- Postfazione
- Copyright