Satori a Parigi
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Satori a Parigi

  1. 128 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Alla ricerca delle proprie lontane radici familiari, lo scrittore americano di origine franco-canadese Jack Kerouac, il maestro della Beat Generation, sbarca in Francia per trovare tracce dei propri antenati negli archivi di Parigi e della Bretagna. Un romanzo autobiografico nel quale il viaggio, ancora una volta, si colora di intense vibrazioni emotive.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2010
Print ISBN
9788804448365
eBook ISBN
9788852016769

1

Non so quando durante i miei dieci giorni a Parigi (e in Bretagna) ho avuto qualcosa come una illuminazione, che a quanto pare mi ha cambiato e dato una nuova immagine per sette anni a venire e anche più: insomma un satori: in giapponese “illuminazione improvvisa”, “improvviso risveglio”, o semplicemente “pugno nell’occhio”. – Insomma qualcosa è successo sul serio e una volta a casa, mentre mi abbandono alle prime fantasticherie e cerco di mettere ordine in tutti quegli avvenimenti confusi abbondanti, mi sembra proprio che quel satori mi fu regalato da un autista di taxi di nome Raymond Baillet, a volte penso che sia scaturito dal mio terrore paranoico nelle nebbiose strade della Bretagna occidentale alle tre del mattino, oppure che fu Monsieur Casteljaloux e la sua splendida sconvolgente segretaria (bretone, capelli corvini, occhi verdi e fra labbra succulente due dentoni ben divisi, pullover a mano di lana bianca e braccialetti d’oro e profumo) o il cameriere che mi disse «Paris est pourri» (Parigi è marcia) o l’esecuzione del Requiem di Mozart nella vecchia chiesa di St-Germain-des-Près coi violinisti rapiti trasognati dai gomiti frementi di gioia perché i banchi e persino i posti riservati erano affollati di tanta gente distinta (e fuori si addensa la bruma) o, in nome di Dio, dove, quando? I viali diritti alberati delle Tuileries? O il rombo del ponte che oscilla sopra la Senna risonante dei giorni festivi che attraversai tenendomi il cappello con una mano anche se sapevo che non era il ponte a oscillare (quello di fortuna al Quai des Tuileries) ma io ebbro di cognac di nervosismo di insonnia dopo un viaggio di dodici ore dalla Florida in aereo e le attese fastidiose all’aeroporto, i bar, le angosce?
Come in un altro libro autobiografico userò il mio vero nome, al completo, Jean Louis Lebris de Kérouac, perché voglio parlare di quando andai a indagare sul mio nome in Francia, e non ho paura di dare in pasto al pubblico il nome di Raymond Baillet perché di lui (in relazione al mio satori a Parigi) posso solo dire che fu gentile, cortese, efficiente, sveglio, discreto e molte altre cose, ma soprattutto l’autista che mi portò all’aeroporto di Orly per il mio viaggio di ritorno a casa: e certo non gli capiteranno dei guai per questo – E poi probabilmente non vedrà mai il suo nome stampato nero su bianco perché escono tanti di quei libri adesso in America e in Francia che nessuno riesce a starci dietro, e se qualcuno gli dirà che c’è il suo nome sul “romanzo” di un americano, probabilmente lui non riuscirà mai a procurarselo, sempre che venga tradotto, e se lo trova poi, non gli dispiacerà leggere che lui, Raymond Baillet, è un gran signore e un gran autista e che fece una gran impressione a un americano che lui condusse all’aeroporto.
Compris?

2

Ma come ho già detto non so come mi venne quel satori e adesso l’unica cosa da fare è cominciare dall’inizio e forse lo scoprirò al fulcro della storia e me lo rigodrò fino in fondo, una storia che racconto per il gusto di un po’ di compagnia, e questa è un’altra (e la mia preferita) definizione di letteratura, qualcosa che si racconta per il gusto della compagnia, per comunicare il senso del religioso, del timore-amore reverenziale, sulla vita vera, in un mondo vero che la letteratura (come in questo libro) dovrebbe riflettere.
In altre parole, dopo di che me ne starò zitto, storie e favole confezionate su quel che sarebbe potuto accadere SE… vanno bene per i bambini e gli adulti cretini che hanno paura di vedersi riflessi in un libro, così come hanno paura di guardarsi in uno specchio quando hanno il vomito o sono feriti o sbronzi o pazzi.

3

Insomma, questo libro dirà, abbi pietà di tutti noi, e non prendetevela con me che l’ho scritto.
Sto in Florida. Quando arrivai alla periferia di Parigi sul grosso jet dell’Air France, notai come era verde la campagna del Nord in estate, a causa della neve invernale che s’era sciolta proprio in quel prato di ranuncoli. Più verde che in ogni altro paese di palme, soprattutto in giugno e prima che agosto (Août) risucchi tutto. L’aereo non atterrò con un tonfo alla georgiana. E con questo alludo a quel carico di eminenti rispettabili cittadini di Atlanta che carichi di doni tornavano a casa verso il 1962 quando l’aereo andò a sbattere su una fattoria e tutti creparono, e non si alzò mai più e metà Atlanta fu orbata di quelle presenze e tutti i doni sparpagliati per Orly che bruciavano, una grande tragedia cristiana che non poteva essere addossata al governo francese dato che i piloti e gli altri membri dell’equipaggio erano tutti cittadini francesi.
L’aereo atterrò per benino ed ecco Parigi in un grigio freddo mattino di giugno.
Sull’autobus dell’aeroporto, un esule americano fumava la sua pipa godendosela tranquillamente e discorreva col suo compagno appena sceso da un altro aereo probabilmente da Madrid o qualcosa così. Durante il viaggio non avevo parlato con la stanca pittrice americana perché lei si era addormentata mentre sorvolavamo Nova Scotia nella fredda solitudine dopo New York e la spossatezza di dover offrire milioni di drinks a tutta la gente che le stava attorno come a una bambina – e comunque non sono affari miei. A Idlewild mi aveva chiesto se mi sarei cercato la mia vecchia fiamma a Parigi: – no (E avevo torto.)
Perché ero l’uomo più solo di tutta Parigi, se possibile. Erano le sei del mattino e pioveva e io presi l’autobus dell’aeroporto per la città, vicino a Les Invalides, poi un taxi e pioveva sempre e domandai all’autista dov’era tumulato Napoleone perché sapevo che doveva trovarsi lì intorno e, non che importi, ma dopo una pausa che io giudicai sdegnosa definitiva, lui si decise a puntare un dito e disse «».
Morivo dalla voglia di visitare la Sainte-Chapelle dove San Luigi, re Luigi IX di Francia, aveva collocato un frammento della Vera Croce. Ma non la vidi nemmeno di lontano, se non dieci giorni dopo quando ci sfrecciai accanto e Raymond Baillet me la indicò. E morivo dalla voglia di vedere la chiesa di San Luigi di Francia nell’isola di San Luigi sulla Senna, perché così si chiama la chiesa dove fui battezzato a Lowell, Massachusetts. Be’, alla fine ci arrivai e seduto col cappello in mano stetti a osservare dei tipi con le giacche rosse che suonavano lunghe trombe vicino all’altare, e l’organo di sopra, magnifici cansòs medievali e cantate da far venire l’acquolina in bocca a Händel, e di punto in bianco una donna con figli e marito arriva e mi mette venti centimes (4 cents) nel mio povero torturato incompreso cappello (che tenevo capovolto preso com’ero dall’ambiente) per insegnare loro la caritas, ovvero misericordia, e io accettai per non ferirla nei suoi istinti evangelico-didattici o per non imbarazzare i figli, e mia madre in Florida mi disse poi «Perché non hai messo i venti centimes nella cassetta delle elemosine?» ma allora non ci pensai. Tanto non era abbastanza da creare problemi e inoltre la prima cosa che feci a Parigi dopo aver riordinato la mia stanza d’albergo (con un gran muro rotondo, forse a nascondere un caminetto) fu dare un franco (20 cents) a una mendicante francese con i foruncoli «Un franc pour la Française» (un franco per la francese) e poi un franco a un mendicante di St-Germain al quale urlai «Vieux voyou!» (vecchio teppista) e lui rise e disse «Che cosa?… Teppista?» e io «Già non puoi mica farla a un vecchio francocanadese» e oggi mi domando se quella frase lo ferì perché io volevo dirgli “Guenigiou” (straccione) e invece mi venne “voyou”.
Straccione e basta.
(Per straccione bisognerebbe pronunciare “guenillou”, ma non si dice così nel francese di trecento anni fa che è stato conservato intatto a Quebec e si capisce ancora nelle strade di Parigi per non parlare delle fattorie del Nord.)
Scendeva i gradini della superba enorme chiesa di La Madeleine un vecchio vagabondo dignitoso con un abito lungo scuro e la barba grigia, né greco né Patriarca ma probabilmente un membro della Chiesa Siriaca; e magari un surrealista in vena di burle. Bah.

4

Cominciamo dall’inizio.
L’altare a La Madeleine è una gigantesca scultura marmorea di lei (Maria Maddalena) grande quanto un isolato e circondata di angeli e arcangeli. Lei tende le mani come una statua di Michelangelo. E gli angeli hanno ali enormi spioventi. Un isolato intero di lunghezza. Una chiesa lunga e stretta, fra le più strane. Niente guglie, niente gotico, ma, credo, riecheggia lo stile di un tempio greco. (Perché diavolo vi sareste, o vi siete, aspettati che andassi a vedere la torre Eiffel fatta di nervature d’acciaio e di ozono… Quanto ci si può infastidire a salire in ascensore e prendersi gli orecchioni da centocinquanta metri di altezza? L’ho già fatto sull’Empire State Building di notte nella bruma col mio direttore.)
In taxi andai in albergo che era poi una pensione svizzera credo ma l’impiegato di notte era un etrusco (stessa roba) e la cameriera ce l’aveva con me perché tenevo la porta e la valigia chiuse a chiave. La signora che dirigeva l’albergo non fu felice quando inaugurai la mia prima serata con una folle danza erotica in compagnia di una donna della mia età (43). Non posso dire il suo vero nome, uno dei più antichi nella storia francese, sin prima di Carlomagno, e il suo antenato era un Pipino (principe dei Franchi). (Discendente di Arnolfo, L’Évêsque di Metz.) (Pensate, dover combattere frisi, alemanni, bavaresi e mori.) (Nipote di Plectrude.) Be’, questa vecchia era una cosa incredibile a letto. E non posso approfondire i particolari intimi. Certo è che mi fece persino arrossire. Avrei dovuto dirle di mettere la testa nella “poizette” (vecchia parola francese per gabinetto) ma naturalmente era tanto deliziosa che non ce la facevo a parlare. L’ho incontrata in uno di quei bar pomeridiani di Montparnasse regno dei gangsters senza traccia di gangsters. E lei si è impossessata di me. E poi vuole sposarmi naturalmente, dato che funziono così bene a letto e sono un ragazzo simpatico. Le ho dato 120 dollari per gli studi di suo nipote, o per vecchienuove scarpe da parrocchia. Mi ha davvero rovinato il bilancio. Il giorno dopo comunque avevo ancora denaro abbastanza da comperarmi i Livres des Snobs di William Makepeace Thackeray alla Gare St-Lazare. Non è una questione di denaro ma di anime che se la passano bene. Nella vecchia chiesa di St-Germain-des-Prés, quel pomeriggio ho visto alcune francesi di Parigi che quasi piangevano mentre pregavano sotto un muro chiazzato di sangue intorbidato dalla pioggia. «Ah, ah, les femmes de Paris» esclamai e così sentii la grandezza di una Parigi che piange per le follie della rivoluzione e allo stesso tempo si rallegra di essersi liberata di tutti quei nobili dai nasi lunghi e dai quali io discendo (principi di Bretagna).

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Satori a Parigi
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. (Strano Capitolo). 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. Copyright