Quando era preoccupato accendeva troppe sigarette e di preoccupazioni, in quel momento, ne aveva e come. Per quanto possibile, cercava di affrontare uno per volta i problemi che gli si presentavano nella vita. Anche i più gravi. Un problema per volta.
Adesso di problemi ne aveva tanti e insieme: un cinghiale con un piede in bocca, un incendio doloso, uno dei suoi uomini al pronto soccorso, il cadavere di uno sconosciuto. Ne aveva un altro, per lui il più importante: Francesca sparita dalla faccia della Terra. O almeno dalla faccia di Casedisopra e dintorni.
Il campanello si era appena fatto sentire: un suono cortissimo, timido. «Fai passare, Goldoni, fai passare.»
L’ispettore si era acceso una sigaretta ed era andato a consumarla davanti alla finestra aperta del suo ufficio e da lì l’aveva visto avvicinarsi e non aveva aspettato che l’agente Goldoni glielo annunciasse.
«Fai passare, fai passare.» Spense la sigaretta, non gli serviva più, e sedette alla scrivania. Indicò la sedia: «Accomodati, Novello».
«Ho un po’ di fretta. Dovrei scendere in città... Mi hai chiesto di venire?»
«Lo sai, c’è una tua risposta in sospeso» e vedendo lo stupore sul viso del giovane: «Non mi hai chiesto tu di parlarmi da solo?»
«Ah, sì, ma non è importante.»
«Per me sì.»
Novello lasciò perdere la fretta e sedette. «Perché ero ancora lassù, sì. Be’, prima di tornare in paese, avevo fatto una scappata alla Ca’ Storta.»
«A fare che?»
«A controllare che a Francesca non fosse accaduto...»
L’ispettore si alzò, andò accanto a Novello e si chinò su di lui. «Balle, Novello. Te l’avevo già detto io che alla Ca’ Storta Francesca non c’era! Cosa sei andato a fare alla Ca’ Storta? Se ci sei andato!»
«Che discorsi fai, Poiana? Se ho detto Ca’ Storta...»
«Ti credo. A fare cosa?» Novello non rispose. L’ispettore cambiò tono, offrì una sigaretta e lo rassicurò. «Tranquillo, Novello, non c’è niente che tu non possa dirmi. Voglio solo capire dov’è finita Francesca. E anche tu, se è tua amica, no?» Gli accese la sigaretta.
«Tu non fumi?» chiese quello.
«Allora? La vogliamo trovare sta benedetta ragazza o no?»
«È la tua ragazza?»
«Cosa dici, Novello? Sto facendo il mio lavoro. Una persona è sparita in mezzo a un bosco, io sono un forestale e dunque... che c’entra se è la mia ragazza?» Novello taceva. «Se può tranquillizzarti: non è la mia ragazza, non voglio nessuna ragazza, almeno per adesso, va bene?»
La sigaretta era ancora a metà e Novello la schiacciò nel posacenere. «Non so dove possa essere.»
«Eppure sei andato a cercarla alla Ca’ Storta.»
«Ero preoccupato per lei, va bene?»
«Vuoi dire che sei interessato a lei per motivi... come li vogliamo chiamare? Di sesso?»
«È una bella ragazza» si lasciò scappare Novello.
«Così va bene. Sei stato altre volte alla Ca’ Storta?»
«Questo che c’entra?»
«Ti dispiace rispondere?»
«Sì, forse sì, qualche volta ci sarò passato, ma non di recente.»
«E ci sei andato per incontrarti con Francesca?»
«No, mai per Francesca.»
L’ispettore frugò nel cassetto della scrivania e: «Hai già veduto questi oggetti?» e posò sulla scrivania la boccetta di Acqua di Parma, mutandine e reggiseno rosa e scheda telefonica dal bordo bruciacchiato. Il giovane diede un’occhiata al materiale e, piuttosto sorpreso, guardò l’ispettore. «Li hai visti o no?»
Novello annuì. «Sì, le mutandine, forse di Cristina, qualche volta... ma il resto no.» Fece una pausa imbarazzata. «Dove le hai trovate?»
«Fanno parte dell’inchiesta.»
«Cosa c’entrano con l’incendio? Non capisco...»
«Per il momento neppure io, ma tutto quello che ho trovato e troverò sul luogo dell’incendio e nei dintorni verrà schedato e vagliato. L’hai visto, c’è di mezzo un cadavere.»
Novello s’arrabbiò. «E che c’entrano le mutandine forse di Cristina? È proprio necessario?»
«Calmati, Novello. Se Cristina non c’entra con le mutandine...»
«Sì, ma metti che suo padre lo venga a sapere... tu sai com’è Badilone, no? Quello mi ammazza di botte. È geloso come un... non so cosa. Me lo ripete ogni volta che vado a prendere Cristina: “Se imparo che fai del male alla mia piccola...”.»
L’ispettore sorrise: «Tu non le fai del male, anzi, potendo, le fai del bene. Quindi, niente paura. Ma metti che siano di Cristina, come mai si trovavano alla Ca’ Storta?».
«Alla Ca’ Storta?» e la meraviglia si stampò sul viso di Novello.
«Pensavi che le avessi sfilate personalmente a Cristina?»
«Alla Ca’ Storta» ripeté Novello sottovoce. «Proprio non capisco, non capisco...»
«E di questa che mi dici?» chiese l’ispettore mettendo sotto il naso del ragazzo la scheda telefonica bruciacchiata.
«Non ne so niente. Io uso il cellulare e Cristina pure. Dove l’hai trovata?»
L’ispettore Gherardini non rispose e, rimessi tutti i reperti nel cassetto, andò a battere una mano sulla spalla del giovane. «Tranquillo, quegli oggetti non usciranno dal mio ufficio.»
«Allora, me li puoi restituire e così Cristina...»
«Una cosa per volta, Novello. Per ora accontentati: nessuno saprà che ho trovato le mutandine alla Ca’ Storta. Almeno non lo si saprà dall’ispettore Marco Gherardini. Per altri non posso impegnarmi.»
«Cosa vuoi dire, Poiana?»
«Lo sai, il paese è pettegolo. Ti saluto, Novello, e stammi bene», ma il giovane, che sembrava imbalsamato, non si alzò e Gherardini fu costretto a sollecitarlo prendendolo per un braccio.
«Come sta tuo padre, Giorgio?» e Poiana posò sul bancone della bottega un sacchetto di carta con dentro qualcosa.
«Ooo, Poiana, come vuoi che stia? Come uno che gli hanno messo il cuore d’un altro. Non vedi che tocca sempre a me stare dietro sto banco?»
«Con i tempi che corrono, ringrazia che hai un banco.»
«Forse hai ragione, ma guarda che st’anno non è come anno scorso.» Guardò che non stesse entrando un cliente e confidò: «St’anno i villeggianti si sono portato il mangiare da casa. Ogni tanto entra uno che ordina mezz’etto di prosciutto...».
«Io ne voglio un etto.»
«E te lo mangi tutto in un giorno? Farai indigestione.»
«... e lo voglio toscano.»
Giorgio si mise ad affettare, continuando a chiacchierare. «Come i piatti che prepara mi’ madre. Finisce che ce li mangiamo noi. Ecco qua: un etto e dieci grammi. Che si fa, Poiana? Si lascia o non te la senti di spendere qualche centesimo in più?» Incartò continuando a lamentarsi per la crisi. Poi: «Ti serve altro?».
Gherardini indicò un vassoio sotto il vetro del banco. «C’ha ‘na bella faccia.»
«Baccalà alla livornese. La mi’ mamma è di Livorno e ogni venerdì prepara il baccalà. Non sta a me dirlo, Poiana, ma è una bontà» e, presa una vaschetta di plastica, cominciò a riempirla di baccalà. «Guarda, voglio che lo senti. Non me lo paghi, ma voglio che lo senti.»
«Ooo, Giorgio, non sarà che te ne vuoi liberare? Piano, piano, quanto ce ne metti? Lo sai che vivo solo, no?»
«Crepi l’avarizia, oggi la va così» e sbattuta la vaschetta sul piatto della bilancia, digitò l’importo unitario. «Garda qua, solo sei euro! Ti lascio i centesimi e niente ringraziamenti.»
«Un piatto leggero, ideale per il caldo.»
«Il baccalà va bene per il caldo e per il freddo e se lo dice la mia mamma... Altro?» e alla negazione di Poiana, mise i due acquisti nella sportina di plastica targata “Prodotti tipici della montagna” e si trasferì alla cassa.
Gherardini pagò e quando ebbe in mano lo scontrino, lo controllò e dal portafoglio ne prese un altro. «A proposito» disse, «ti ricorda qualcosa st’altro scontrino?» e gli porse quello trovato nella sportina alla Ca’ Storta. «Da’ un’occhiata agli acquisti e alla data.»
Giorgio lo fece e scosse il capo. «E come vuoi che faccia a ricordare tanto tempo fa?»
«Giusto, con la ressa di clienti che t’entrano in bottega. Ti aiuto: può essere stata Cristina a fare sta spesa?»
Giorgio controllò di nuovo, annuì e disse: «C’hai ragione! Cristina, proprio, e sai perché m’è venuto a mente? Cristina non mette quasi mai piede nella mia bottega». Si assicurò ancora che non ci fossero clienti in vista. «Detto fra me e te, Poiana, io alla signora Margherita ci darei due colpi. Non so se ho reso il concetto» e sorrise a quella che lui riteneva una battuta di spirito.
«Più che alla figlia?»
«Più che alla figlia di sicuro. Vòi mettere?»
«Badilone sarebbe contento di saperlo.»
«Ooo, Poiana, non mi farai lo scherzo di raccontarlo a Badilone, anche se quello pensa più al lavoro che a sua moglie!»
«Adesso però mi spieghi: stiamo parlando di Cristina e tu mi tiri fuori Margherita.»
«È perché Cristina, che non viene quasi mai in bottega da me, quel dì l’è venuta per conto di sua madre Margherita, ecco perché.»
Il complicato ricordo di Giorgio bastò alla curiosità di Gherardini, che chiese ancora: «A proposito di Margherita, hai veduto Francesca di recente?».
«Sì, qualche giorno fa, forse una settimana, non so. Da allora non l’ho più vista. Salutamela. Un’altra che varrebbe la pena di...» e fece il classico gesto volgare per indicare il rapporto sessuale.
«Mi sa che a te andrebbero bene tutte» e, salutato con un cenno, stava per lasciare la bottega quando Giorgio: «Ooo, Poiana. Dimentichi questo» disse sollevando e mostrando il sacchetto di carta posato sul bancone.
«Non è mio» disse l’ispettore.
«Come non è tuo? Mi prendi per il culo? T’ho visto bene mentre lo posavi...»
«Guardaci dentro.»
Il bottegaio frugò e trasse fuori il coltello da macellaio. Sorpreso guardò Gherardini. «O come fai ad averlo tu?»
«È tuo o no?»
«È mio, è mio, ma come... M’è mancato tempo fa e credo anche di sapere come.» Con un gesto Poiana lo invitò a proseguire. «Niente, non voglio fare del male a nessuno. Per un coltello, poi.»
«Non lo dirò in giro.»
«Giura.»
«Due palle, Giorgio! Che m’importa del ...