Ventuno racconti
eBook - ePub

Ventuno racconti

  1. 400 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Ventuno pezzi di bravura in cui risuona la voce limpida dello scrittore americano. In parte inediti e in parte pubblicati su rivista, questi ventun racconti vanno ad aggiungersi ai leggendari quarantanove pubblicati nel 1938.

Tools to learn more effectively

Saving Books

Saving Books

Keyword Search

Keyword Search

Annotating Text

Annotating Text

Listen to it instead

Listen to it instead

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2011
Print ISBN
9788804451037
eBook ISBN
9788852020827

PARTE PRIMA

Testi successivi alla raccolta dei Quarantanove racconti pubblicati in volumi e riviste
Traduzione di Ettore Capriolo

Una traversata

Sapete com’è al mattino presto all’Avana, con i vagabondi ancora addormentati contro i muri degli edifici; prima ancora che arrivino i furgoni del ghiaccio con il ghiaccio per i bar? Be’, noi attraversammo la piazza dalla banchina al caffè Perla di San Francisco per prendere il caffè, e nella piazza era sveglio soltanto un mendicante che stava bevendo acqua dalla fontana. Ma quando entrammo nel caffè e ci sedemmo, erano in tre ad aspettarci.
Ci sedemmo e uno di loro si avvicinò.
«Be’?» disse.
«Non posso farlo» gli dissi. «Mi piacerebbe farle questo favore. Ma le ho già spiegato ieri sera che non potevo.»
«Fissi lei il prezzo.»
«Non si tratta di questo. Non posso farlo. Punto e basta.»
Anche gli altri due si erano avvicinati, e se ne stavano lì con aria triste. Erano molto simpatici e mi sarebbe piaciuto potergli fare quel favore.
«Mille l’uno» disse quello che parlava bene l’inglese.
«Non mi faccia sentire in colpa» gli dissi. «Non posso proprio farlo.»
«Dopo, quando cambieranno le cose, potrebbe essere molto importante per lei.»
«Lo so. Sono tutto dalla vostra parte. Ma non posso farlo.»
«Perché?»
«Io mi guadagno da vivere con la barca. Se la perdo, perdo il mio sostentamento.»
«Con quei soldi può comprarsene un’altra.»
«Non in prigione.»
Pensavano evidentemente che bisognasse soltanto convincermi; l’uomo infatti insistette.
«Si prenderebbe tremila dollari e più avanti potrebbe essere molto importante per lei. Non è una situazione che può durare, lo sa.»
«Senta» dissi. «A me non interessa chi sia il presidente di questo paese. Ma negli Stati Uniti io non porto mai niente che possa parlare.»
«Insinua forse che noi parleremmo?» disse uno di quelli che non avevano aperto bocca. Era arrabbiato.
«Ho detto niente che possa parlare.»
«Le sembriamo delle lenguas largas
«No.»
«Sa cos’è una lengua larga
«Sì, uno con la lingua lunga.»
«E sa a quelli che cosa facciamo?»
«Non faccia il duro con me» dissi. «Siete stati voi a farmi questa proposta. Non vi ho cercati io.»
«Zitto, Pancho» disse all’arrabbiato quello che aveva parlato per primo.
«Ha detto che noi avremmo parlato» disse Pancho.
«Sentite» dissi. «Vi ho solo detto che non porto niente che possa parlare. I liquori non possono parlare. Le damigiane non possono parlare. Ci sono anche altre cose che non possono parlare. Gli uomini invece possono parlare.»
«Possono parlare anche i cinesi?» domandò lui, parecchio ostile.
«Possono parlare ma io non posso capirli» risposi.
«Insomma non vuole?»
«Ve l’ho già detto ieri sera. Non posso.»
«Ma non parlerà?» disse Pancho.
L’unica cosa che non aveva capito lo aveva reso ostile. Immagino che c’entrasse anche la delusione. Non gli risposi neanche.
«Lei non è una lengua larga, eh?» domandò, ancora ostile.
«Non credo.»
«Cos’è? Una minaccia?»
«Senta» gli dissi. «Non faccia il duro al mattino presto. Non dubito che lei abbia tagliato la gola a una quantità di persone. Ma io non ho nemmeno preso il caffè.»
«Dunque non dubita che io abbia tagliato la gola a delle persone?»
«No» dissi. «E non me ne frega niente. Non è proprio capace di parlar d’affari senza arrabbiarsi?»
«Adesso sono arrabbiato» disse lui. «Mi piacerebbe ucciderla.»
«Oh, Cristo» gli dissi, «non faccia tante chiacchiere.»
«Su, Pancho» disse il primo. Poi a me: «Mi dispiace moltissimo. Vorrei che lei ci portasse».
«Dispiace anche a me. Ma non posso.»
I tre s’avviarono verso la porta e io li seguii con lo sguardo. Erano giovani di bell’aspetto, indossavano bei vestiti; nessuno di loro portava il cappello e tutti sembravano avere un mucchio di soldi. Parlavano comunque come se avessero un mucchio di soldi e parlavano quel tipo d’inglese che parlano i cubani con i soldi.
Due di loro parevano fratelli e l’altro, Pancho, era un po’ più alto, ma apparteneva alla stessa specie. Snello, ben vestito e con i capelli lucenti. Non doveva essere cattivo come parlava. Forse era solo molto nervoso.
Quando uscirono dalla porta e voltarono a destra, vidi una macchina chiusa attraversare la piazza dirigendosi verso di loro. Per prima cosa partì una lastra di vetro e il proiettile si frantumò contro la fila di bottiglie da esposizione della vetrina a destra. Udii che i colpi continuavano e, bop, bop, bop, c’erano bottiglie che andavano in frantumi lungo tutto il muro.
Saltai dietro il bancone sulla sinistra e per vedere dovevo guardare oltre il bordo. La macchina si era fermata e accanto a essa s’erano accovacciati due tizi. Uno aveva un Thompson e l’altro un fucile automatico a canna mozza. Quello col Thompson era un negro. L’altro indossava uno spolverino bianco da autista.
Uno dei ragazzi era steso, a faccia in giù, sul marciapiede, proprio davanti alla grande vetrina sbriciolata. Gli altri due si erano messi al riparo dietro uno dei furgoni della birra Tropical, posteggiato davanti all’adiacente bar Cunard. Uno dei cavalli del furgone era caduto con la sua bardatura e scalciava, l’altro cercava di buttarsi avanti a capofitto.
Uno dei ragazzi sparò dall’angolo posteriore del furgone e il proiettile rimbalzò sul marciapiede. Il negro con il Thompson abbassò la faccia sin quasi a toccare il suolo e da lì fece partire una raffica contro la parte posteriore del furgone, e naturalmente uno fu abbattuto e cadde verso il marciapiede con la testa sopra l’orlo. Lì s’afflosciò, coprendosi il capo con le mani e l’autista gli sparò con il fucile, mentre il negro faceva partire un’altra raffica, ma con poche possibilità di colpire qualcosa. Potevi vedere su tutto il marciapiede i segni lasciati dai pallettoni, simili a spruzzi d’argento.
L’altro trascinò per le gambe quello che era stato colpito dietro il furgone e io allora vidi il negro buttarsi a faccia in giù sul selciato per sparare un’altra raffica contro di loro. Poi vidi Pancho venir fuori dall’angolo del furgone e ripararsi dietro il cavallo ancora in piedi. Si staccò dal cavallo, con una faccia bianca come un lenzuolo sporco, e colpì l’autista con la sua grossa Luger, che reggeva con tutt’e due le mani per tenerla ferma. Tirò due volte sopra la testa del negro, che stava venendo avanti, e una volta basso.
Centrò una gomma della macchina, perché vidi levarsi uno spruzzo di polvere sulla strada quando venne fuori l’aria, e a tre metri di distanza il negro lo colpì al ventre con il suo Thompson, e doveva essere l’ultimo proiettile rimasto perché vidi che lo gettava via, e il vecchio Pancho piombò a sedere e si piegò in avanti. Stava cercando di rimettersi in piedi, sempre tenendo stretta la Luger, solo che non riuscì ad alzare la testa, e il negro prese il fucile che l’autista aveva lasciato cadere vicino alla ruota della macchina e gli fece saltare mezza testa. Un signor negro.
M’affrettai a mandar giù un sorso dalla prima bottiglia che trovai aperta e ancora adesso non saprei dirvi cosa fosse. L’intero episodio mi aveva fatto star male. Scivolai via, sempre dietro il bancone e, passando per la cucina, uscii da dietro. Feci un largo giro intorno alla piazza, senza gettare neanche uno sguardo alla folla che stava rapidamente affluendo davanti al caffè, e, passato il cancello, mi trovai sulla banchina e poi a bordo.
L’uomo che aveva noleggiato la barca mi stava già aspettando. Gli raccontai quel che era successo.
«Dov’è Eddy?» mi domandò questo Johnson che l’aveva noleggiata.
«Non l’ho più visto da quando hanno cominciato a sparare.»
«Crede che lo abbiano colpito?»
«Niente affatto. Le ho già detto che i soli proiettili entrati nel caffè sono finiti sulla vetrina. È successo quando la macchina è arrivata alle loro spalle. È allora che hanno abbattuto il primo dei tre, proprio davanti alla vetrina. Venivano con questa angolazione…»
«Lei ha l’aria di esserne molto sicuro» disse.
«Stavo guardando» replicai.
Poi, alzando gli occhi, vidi Eddy che stava arrivando dalla banchina, e pareva più alto e trasandato del solito. Camminava con tutte le giunture fuori squadra.
«Eccolo.»
Eddy aveva un brutto aspetto. Al mattino presto non lo aveva mai troppo bello, ma adesso era proprio brutto.
«Dov’eri?» gli domandai.
«Sul pavimento.»
«Ha assistito alla scena?» gli domandò Johnson.
«Non me ne parli, signor Johnson» gli disse Eddy. «Mi vien da vomitare soltanto a pensarci.»
«Le conviene bere qualcosa» gli disse Johnson. Poi a me: «Be’, vogliamo uscire?».
«Tocca a lei decidere.»
«Come s’annuncia la giornata?»
«Come quella di ieri. Forse anche meglio.»
«Usciamo allora.»
«D’accordo, appena arrivano le esche.»
Stavamo portando a pescare sulla corrente questo tizio da tre settimane e io non avevo ancora visto un soldo, a parte i cento dollari che mi aveva dato...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione di Vincenzo Mantovani
  4. VENTUNO RACCONTI
  5. Parte prima
  6. Parte seconda
  7. Nota dell’editore italiano
  8. Copyright