Chi ha più di quarant’anni sa benissimo chi era un remigino, ovvero chi, come me, aveva la fortuna di iniziare l’anno scolastico il 1° ottobre, il giorno di San Remigio.
Il primo giorno di scuola non si dimentica mai, più o meno come il primo bacio.
Varcai il portone della scuola Giacomo Matteotti di Firenze con l’emozione di conoscere i nuovi compagni della prima elementare e il volto dell’insegnante che mi avrebbe accompagnato per ben cinque anni della mia vita.
A mio cugino Fabrizio, qualche anno più grande di me, era capitata una maestra giovane e carina, appena diplomata; già era invidiato da tutta la scuola. A me capitò il maestro Umberto Terzi, un uomo tutto d’un pezzo nel suo abito grigio, una figura all’antica che pareva emerso dalle pagine del libro Cuore: severo ma giusto, e allo stesso tempo molto generoso, buono, comprensivo.
I miei compagni di classe erano simpatici. Con alcuni di loro, penso soprattutto ad Andrea, strinsi presto quel genere di amicizia che dura per la vita. E con il passare dei giorni imparai ad apprezzare anche le qualità del mio maestro.
Sapeva come prenderci e aveva una capacità nel racconto davvero straordinaria. Quando spiegava non si sentiva volare una mosca perché riusciva sempre a calamitare l’attenzione.
Ogni venerdì premiava il migliore di noi con una medaglia di cartone. Chi la vinceva avrebbe avuto l’onore di indossarla fino al venerdì successivo, giorno in cui sarebbe stato eletto un altro compagno di classe, meritevole di tale onorificenza.
Un compagno di classe (di cui non ricordo il nome), che era un vero secchione, ne ebbe ben dieci consecutive! Un record che rimase ineguagliato per l’intero ciclo di elementari.
Non ricordo esattamente quante medaglie vinsi, ma di sicuro ricordo il primo rimprovero del mio maestro.
Fin da quella tenera età dimostravo infatti una certa indole per la pesca. E cosa ci erano andati a mettere proprio al centro del cortile della mia scuola? Una bella vasca rotonda piena d’acqua e di pesci rossi.
Per un pescatore, sia pure alle prime armi, qualsiasi pesce, di qualunque colore e dimensione, si muova in un corpo liquido, costituisce una tentazione irresistibile.
Così mi organizzai e trasformai l’ora della ricreazione in una battuta di pesca quotidiana.
Come suonava la campanella a metà mattina, uscivamo tutti in cortile e anziché tirare due calci al pallone o giocare a nascondino, io mi andavo a sedere sul bordo del vascone, tiravo fuori furtivamente il filaccione e, usando come esca pezzetti della mia merenda, lo calavo nell’acqua mentre fingevo di seguire con attenzione il gioco dei compagni.
Fin da allora, malgrado la passione, i risultati non erano brillanti. Quei pesci erano grassi e passavano sdegnosi davanti a quella lenza improvvisata.
Una sola volta mi riuscì l’impresa e fu anche l’ultima. Presi all’amo un pesce e il maestro Terzi prese all’amo me, per un orecchio!
Mi fece rimettere il pesce in acqua e quando ormai pensavo di rimanere senza un orecchio, mollò la presa, intimandomi di non fare più certe bravate. Ero mortificato e già mi immaginavo le conseguenze di quel gesto, in una concatenazione da manuale: nota sul registro, convocazione della mamma, punizione. Ma il maestro sorrideva sotto i baffi.
“Se ti piace tanto pescare” disse “vorrà dire che un giorno faremo una bella lezione sui pesci così, quando li pescherai, saprai riconoscerli.”
Tirai un sospiro di sollievo e dopo qualche settimana mantenne la promessa.
Il maestro Terzi fu per me una figura maschile molto importante. Avevo perso il mio babbo quando avevo appena sedici mesi: troppo presto per poterne apprezzare le qualità. E se avessi dovuto immaginarmelo, mi sarebbe piaciuto che fosse un po’ come il mio maestro delle elementari.
Grembiule nero, colletto bianco e fiocco blu. La tenuta d’ordinanza dell’alunno di prima elementare anni Sessanta.
Ma ero molto orgoglioso anche della mia cartella nuova coperta di pelo di cavallino a chiazze bianche e marroni. Non aveva certo il prezzo di certi zainetti firmati di oggi – aveva l’anima di cartone e ritengo che il famoso pelo di cavallino fosse sintetico –, ma già allora acquistarla comportava un piccolo sacrificio, e per molti, naturalmente anche per me, restava l’unica cartella da usare per tutti e cinque gli anni di corso scolastico. Arrivava alla fine abbastanza esausta, con qualche angolo scucito, una chiusura saltata e il pelo consunto che in qualche punto non c’era più.
Nella cartella avevo il corredo minimo ma immancabile del bravo scolaro: astuccio con matite di legno, temperino e gomma da cancellare, quaderni neri con bordo rosso, uno a righe, uno a quadretti. A tutto questo si aggiungevano gli accessori che facevano la ricchezza del bambino di prima elementare: la gomma pane (non si è mai capito a cosa servisse, ma era importante averla e finivano sempre per fregartela) e un vasetto di colla Coccoina con il pennelletto al centro... Alzi la mano chi, inebriato dal suo inconfondibile odore, non ha avuto almeno una volta la voglia di assaggiarla!
In alternativa alla Coccoina, un’altra risorsa era la boccetta di Vinavil di cui si spalmava uno strato sottile ma consistente sulle mani, poi si aspettava che asciugasse, quindi si asportava come una seconda pelle con effetto da film dell’orrore.
Non vi è chiaro se qualcuno è più vicino ai trenta che ai quaranta e non volete chiedergli l’età? Basta dare un’occhiata al braccio, all’altezza della spalla e, se ha la cicatrice del vaccino antivaioloso allora è nato o negli anni Sessanta o Settanta, perché in Italia la pratica del vaccino fu sospesa nel 1977. Chi l’ha fatto non se lo può scordare. Veniva eseguito con un ago particolare che causava una piccola escoriazione. Nel giro di tre o quattro giorni si formava una piccola ferita rossa e irritata che diventava una vescica, si riempiva di pus e cominciava a seccarsi. Dopo due o tre settimane la crosticina cadeva, lasciando sul braccio l’inconfondibile cicatrice permanente, simile a una moneta da cinque lire che crescendo diventava da cinquanta e poi da cento! Una specie di marchio che accomuna alcune generazioni nell’arco di meno di vent’anni.
Be’, io non ce l’ho! La mia mamma non voleva certo sottrarmi alla vaccinazione, ma ci pensò il mio pediatra, il dottor Lucio Senigagliesi, che a me e alle sue figlie, Sofia e Annarita, non la fece.
Era sua convinzione, infatti, che se ci fosse stata davvero un’epidemia di vaiolo, avremmo dovuto tutti ripetere la vaccinazione perché anche chi l’aveva già fatta avrebbe potuto contrarre la malattia... Insomma, grazie al mio pediatra posso far credere a ragion veduta di essere un ragazzo degli anni Ottanta!
L’alluvione di Firenze. Come dico spesso ai “Migliori anni”: io c’ero! Ed è uno dei miei primi ricordi. Avevo cinque anni e conservo nella memoria come dei flash visivi di quel triste evento che ha lasciato un segno sulla città e sui fiorentini.
La pioggia incessante dei giorni precedenti... Con altri bambini del quartiere andammo a vedere l’Arno che sfiorava le sommità delle arcate del Ponte Vecchio.
Poi l’acqua che scorreva per le strade di Firenze, travolgendo le automobili e allagando i primi piani delle case... Era il 4 novembre 1966.
La mia mamma e io, fortunatamente, abitavamo nella parte alta di Firenze. Lì il fiume non riuscì ad arrivare. Ma stavamo in apprensione per gli zii e i cugini perché non riuscivamo a metterci in contatto con loro. Telefono, acqua, gas ed energia elettrica erano fuori uso e non c’era nessuna possibilità di comunicare. Seguivamo le notizie alla radio e ancora oggi ricordo nitidamente la cronaca di Marcello Giannini, allora caporedattore della sede RAI di Firenze; durante il suo giornale radio, con la geniale intuizione di un cronista di razza, per far meglio comprendere la gravità di ciò che stava accadendo, calò il suo microfono fuori dalla finestra e fece sentire in diretta la furia dell’Arno che scorreva nelle strade: “Ecco” disse Giannini “non so se da Roma sentite questo rumore. Bene, quello che state sentendo non è un fiume, ma è via Cerretani, è la via Panzani, è il centro storico di Firenze invaso dalle acque”.
L’acqua iniziò a defluire il giorno 5 lentamente e costantemente fino a rimanere stagnante, in alcune sacche, dopo aver lasciato un segno orizzontale nero sui muri che mostrava fino a dove era arrivato l’Arno.
A terra il fango copriva e imbrattava ogni cosa. La città fu isolata per parecchi giorni.
Le scuole chiusero. La mia venne adibita ad alloggio per i militari impegnati giorno e notte a effettuare i soccorsi e a sgombrare le strade.
Poi arrivarono gli “Angeli del fango”, centinaia di giovani e meno giovani di tutte le nazionalità, che volontariamente prestarono aiuto per salvare le opere d’arte e i libri antichi strappando al fango la testimonianza di secoli di arte e di storia. Questa incredibile catena di solidarietà è una delle immagini più belle che conservo di quella tragedia (oltre a quella della scuola chiusa, naturalmente!).
Io ci andavo con una Lancia Fulvia, anzi con due. Era il periodo a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta.
Mia mamma lavorava come bambinaia presso i signori Marchionne che avevano due figli, Alessandro e Valeria, più o meno miei coetanei.
Nel mese di luglio si partiva tutti insieme per Castiglioncello.
Anzi, per la precisione, si trascorrevano quindici giorni al mare e quindici giorni in montagna, prima a Castiglioncello, appunto, poi a San Martino di Castrozza, sulle Dolomiti.
Il primo del mese partivamo con le due auto di famiglia, due Lancia Fulvia. Sulla prima salivamo noi bambini con le due mamme. Nell’altra il dottor Luciano Marchionne con il cane e tutti i bagagli.
Dopo due settimane di mare lasciavamo la casa a Castiglioncello, si facevano di nuovo i bagagli, si risaliva in macchina, di nuovo, noi bambini con le mamme su una Fulvia, il signor Marchionne con il cane e i bagagli sull’altra Fulvia e via verso le montagne.
Durante quelle vacanze mia mamma si occupava di noi bambini e sbrigava le faccende di casa.
Alessandro, Valeria e io trascorrevamo il nostro tempo come tre fratelli, mangiavamo insieme, giocavamo insieme.
Loro erano di carnagione chiara. Rispetto a me sembravano svedesi, Valeria in particolare era la classica bambina dai lunghi boccoli biondi e gli occhi azzurri. E io invece, già allora, ero un piccolo Calimero.
È capitato più di una volta che in spiaggia qualche amica un po’ indiscreta chiedesse alla signora Marchionne se per caso fossi un loro figlio adottivo.
I signori Marchionne affittavano una casa al centro del paese. La mattina andavamo in spiaggia. Si tornava più o meno all’ora di pranzo quando il sole si faceva troppo punitivo per le carnagioni chiare di Valeria e Alessandro (certo, non per la mia!). Dopo il riposino pomeridiano delle ore calde ci veniva concessa la “libera uscita”, potevamo andare a giocare in pineta o scorrazzare per le strade, andare alla gelateria a prendere un cono, e si rientrava per l’ora di cena, poco prima del tramonto.
Castiglioncello per me era un luogo magico non solo per il suo mare, le scogliere, i tramonti che ancora oggi mi sorprendono, ma anche perché eravamo sul finire degli anni Sessanta e si respirava ancora aria di Cinecittà. Già dagli anni Cinquanta era diventata la meta prediletta del Cinema italiano, quello con la “C“ maiuscola. Nel ’62 Dino Risi aveva girato lì Il sorpasso che non è solo un film, è il ritratto esistenziale dell’Italia di quegli anni, è un brano d’antologia che non ci si può stancare mai di rileggere. E lì andavano in vacanza Marcello Mastroianni con la moglie Flora Carabella, Vittorio Gassman, la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico che invitava a casa sua Monicelli, Visconti, Nino Rota, Lina Wertmüller. Io aspettavo la domenica per andare a messa perché in chiesa avrei incontrato Paolo Panelli e Bice Valori.
Ma soprattutto aveva casa qui – una b...