![]()
Katrine e Joakim Westin si trasferiscono con i loro due bambini, Livia e Gabriel, sull’isola svedese di Öland. Stanchi dello stress di Stoccolma, hanno acquistato Åludden, una grande villa sul mare risalente alla metà dell’Ottocento come i due fari storici dell’isola che la fiancheggiano. Secondo una leggenda locale, la casa sarebbe stata costruita con il legname proveniente dal drammatico naufragio di un bastimento tedesco durante una tempesta invernale nel XIX secolo.
Quello che per i Westin doveva essere un idilliaco nuovo inizio non tarda a trasformarsi in tragedia quando Katrine muore nel tratto di mare antistante la villa. Mentre l’autunno lascia il posto a un gelido inverno, Joakim si rende conto che Åludden nasconde drammatici segreti e nella stalla di fronte alla casa scopre una piccola stanza cieca sulle cui pareti sono stati incisi i nomi delle persone decedute nel corso di centocinquant’anni.
Le tragiche storie di alcune di quelle vittime (dal ragazzino annegato perché la lastra di ghiaccio su cui correva si infranse, al guardiano del faro morto durante la Prima guerra mondiale per lo scoppio di una mina, alla donna che tornava dalla casa dell’amante e che morì assiderata durante una tempesta di neve ecc.) riaffiorano attraverso le pagine di diario di Mirja Rambe, la madre di Katrine – un’artista dal carattere duro e anticonformista che aveva vissuto per alcuni anni a Åludden.
Il passato s’intreccia al presente e i morti tornano a parlare con i vivi, manifestandosi nella vita di Joakim e dei suoi bambini (ma anche della poliziotta Tilda e di altri abitanti dell’isola) con sogni e visioni inquietanti, che costringono i personaggi a fare i conti con i propri traumi. In particolare, mentre si avvicina il Natale e sull’isola incombe una tempesta di neve terribile e implacabile, Joakim deve affrontare il suo segreto più intimo e nero, la misteriosa scomparsa, qualche anno prima, della sorella maggiore Ethel, devastata dalla droga e con la quale lui e la moglie avevano avuto un profondo conflitto. Il cadavere di Ethel non è mai stato trovato…
Un romanzo emozionante e drammatico, sospeso tra il gotico e il thriller, nel quale si intrecciano vicende psicologiche, storiche e atmosferiche, creando un universo misterioso e appassionante.
Johan Theorin è nato nel 1963 a Göteborg. Giornalista e scrittore, ha debuttato con L’ora delle tenebre (Mondadori 2008), che gli ha fruttato prestigiosi riconoscimenti internazionali come miglior esordio. Con La stanza più buia ha vinto nel 2010 il CWA International Dagger, il più importante premio internazionale per il thriller. Attualmente è l’autore di maggior successo in Svezia e in Scandinavia. I suoi libri sono tradotti in tredici paesi.
Johan Theorin
LA STANZA PIÙ BUIA
Traduzione di Laura Cangemi
La stanza più buia
Ogni inverno, i morti si radunano per festeggiare il Natale. Una volta, però, vennero disturbati da un’anziana zitella. Il suo orologio si era fermato, e così si era alzata troppo presto ed era arrivata in chiesa in piena notte. Da fuori sentì il tipico brusio della messa natalizia: la chiesa era affollatissima. D’un tratto l’anziana donna vide il suo fidanzato di un tempo. Era annegato molti anni prima, e invece adesso era seduto a un banco della chiesa in mezzo agli altri.
LEGGENDA POPOLARE SVEDESE
È qui che comincia il mio libro, Katrine: nell’anno in cui fu costruita la casa padronale di Åludden. Per me rappresenta qualcosa di più dell’abitazione in cui ho vissuto con mia madre. È stato il luogo in cui sono diventata adulta.
Un pescatore di anguille, Ragnar Davidsson, mi disse una volta che gran parte degli edifici era stata costruita utilizzando il carico di una nave tedesca naufragata che trasportava legname. Gli credo. Sulla parete del fienile in fondo alla stalla, in una tavola di legno è incisa la scritta IN MEMORIA DI CHRISTIAN LUDWIG.
Ho sentito i morti sussurrare nelle pareti. Hanno tante di quelle cose da raccontare.
In una casetta di pietra di Åludden, Valter Brommesson sta pregando, le mani giunte. Prega che il vento e le onde provenienti dal mare questa notte non travolgano i suoi due fari.
Gli è capitato altre volte di vedere delle tempeste, però mai una bufera del genere: un muro bianco di neve e ghiaccio sopravvenuto da nordest, che ha bloccato i lavori di costruzione.
I fari, Signore. Lascia che riusciamo a completarli…
Brommesson è un costruttore di fari, ma è la prima volta che ne realizza due lenticolari sul Baltico. È arrivato sull’isola di Öland nel mese di marzo dell’anno precedente e si è subito messo al lavoro, assumendo la manodopera, ordinando argilla e pietra calcarea e prendendo a nolo dei robusti cavalli da tiro.
La primavera frizzante, l’estate calda e l’autunno soleggiato sono stati piacevolissimi, sulla costa. I lavori sono proceduti bene ed entrambi i fari hanno cominciato a innalzarsi lentamente verso il cielo.
Poi il sole è scomparso, è arrivato l’inverno e, con l’abbassarsi della temperatura, la gente ha cominciato a parlare di tempo da tormenta. Ed ecco che alla fine è arrivata: una sera, sul tardi, la tormenta si è avventata sulla costa come una belva.
Con l’avvicinarsi dell’alba, il vento comincia finalmente a placarsi.
In quel momento, tutt’a un tratto, si sentono delle urla dal mare. Provengono dalle tenebre al largo di Åludden: lunghe e strazianti grida di aiuto in una lingua straniera.
I richiami fanno riscuotere Brommesson, che a sua volta sveglia i muratori sfiniti dal lavoro.
«Si è arenato qualcuno» dice. «Dobbiamo uscire.»
Gli uomini sono assonnati e restii ma lui riesce a farli alzare e uscire nella neve.
Insieme, la schiena curva per proteggersi dal gelido vento contrario, arrancano fino alla spiaggia. Brommesson gira la testa e vede che le due costruzioni di pietra incomplete sono ancora lì, affacciate sul mare.
Nell’altra direzione, a ovest, non vede niente. La costa piatta dell’isola si è trasformata in un ondulato deserto di neve.
I muratori si distribuiscono sulla spiaggia e fissano lo sguardo sul mare.
Non si riesce a distinguere niente tra le ombre grigio scuro che incombono sul banco di sabbia, ma mescolati al fragore delle onde si sentono ancora deboli richiami, oltre al cigolio di chiodi strappati dal legno che si frantuma.
Una grande nave si è incagliata sul banco di sabbia, e sta affondando.
Alla fine, agli uomini impotenti non resta che ascoltare i rumori e le grida di aiuto provenienti dalla nave. Per tre volte hanno cercato di mettere in mare una delle loro barche, ma tutti i tentativi sono falliti. La vista è pessima e i cavalloni sono troppo alti, e oltretutto l’acqua è piena di pesanti travi di legno.
La nave incagliata doveva avere sul ponte un carico immenso. Una volta che lo scafo ha cominciato ad affondare, il legname è stato spazzato via dalle onde, finendo fuoribordo. Le travi sono lunghe come arieti e vengono sospinte a riva a cataste intere. Hanno cominciato a riempire le insenature intorno alla punta e sbatacchiano l’una contro l’altra, urtandosi continuamente.
Quando dietro la fosca coltre di nuvole grigiastre sorge il sole, viene trovato il primo cadavere. È un giovane uomo che galleggia sulle onde a una decina di metri dalla riva, le braccia tese come se fino all’ultimo avesse cercato di aggrapparsi a una delle travi intorno a lui.
Due muratori entrano nell’acqua bassa, afferrano ai due lati la camicia di lana grezza e trascinano a riva il corpo sul fondo sabbioso.
Sul bagnasciuga gli uomini prendono un polso ciascuno e tirano forte. Il morto viene su dall’acqua, ma è alto e con le spalle larghe, ed è difficile portarlo a braccia. Devono trainarlo su per il pendio erboso coperto di neve, con l’acqua che cola dai vestiti.
I muratori si raccolgono in silenzio intorno al corpo, senza toccarlo.
Alla fine Brommesson si china e gira il cadavere sulla schiena.
L’annegato è un marinaio con i capelli folti e neri e la bocca larga, ora semiaperta, come se si fosse arreso nel bel mezzo di un respiro. Gli occhi fissano il cielo grigio.
Il capomastro gli dà una ventina d’anni e spera che fosse scapolo, ma potrebbe anche essere stato un padre di famiglia. È morto lungo una costa straniera, e probabilmente non conosceva neanche il nome dell’isola davanti alla quale è naufragata la sua nave.
«Più tardi dovremo chiamare il pastore» dice Brommesson, chiudendo gli occhi al morto per evitare quello sguardo vitreo.
Tre ore dopo intorno a Åludden sono già stati sospinti a riva i corpi di cinque marinai. Anche una tavola di legno rotta a metà è arrivata sulla spiaggia: CHRISTIAN LUDWIG – AMBURGO.
E legname. Montagne di legname.
Il carico della nave naufragata è un dono. Ora appartiene alla corona svedese, la stessa corona che finanzia i fari di Åludden. I muratori hanno improvvisamente accesso a una quantità di legno di pino di ottima qualità, del valore di diverse centinaia di riksdaler.
«Bisogna che diamo tutti una mano a tirarlo in secca» dice Brommesson. «Faremo delle cataste, fuori della portata delle onde.»
Annuisce pensoso e alza lo sguardo verso il pendio coperto di neve. Sull’isola la scarsità di foreste è cronica, e invece della piccola abitazione in pietra che era stata progettata per i guardiani dei fari e le loro famiglie a Åludden, adesso con il legname trovato potrà costruire una casa molto più grande.
Brommesson ha una visione: una proprietà imponente con un’abitazione piena di stanze e sale. Una dimora sicura per le persone che dovranno occuparsi dei suoi fari, qui ai confini del mondo.
Ma sarà una casa costruita con il carico di un naufragio, e queste cose possono portare sfortuna. Ci vorrebbe un oggetto votivo p...