Scritto nel 1950, Di là dal fiume e tra gli alberi narra le vicende di un cinquantenne colonnello americano reduce dalla Seconda guerra mondiale, follemente innamorato di una ventenne nobildonna europea. Con i suoi pazzeschi e disperati modi di dire, di fare, di bere, di distruggersi con dolcezza, l'ufficiale diventa l'ennesima maschera dello scrittore che, giunto alla maturità, inizia a sentire tutto il peso della propria vita. Fa da affascinante sfondo al racconto un ambiente in gran parte veneziano, dall'Hotel Gritti all'Harry's Bar, dalla laguna ai palazzi della buona società, ma anche la campagna di Fossalta in cui il protagonista - come l'autore giovane, come il tenente Henry di Addio alle armi - trent'anni prima è stato ferito e per la prima volta ha scoperto la caducità umana. Il tema principale è infatti quello, caro a Hemingway, dell'uomo di fronte alla più difficile delle esperienze, la morte. Una morte attesa durante una solitaria convivenza quotidiana.

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- Italian
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Di là dal fiume e tra gli alberi
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Letteratura generaleXII
Erano al loro tavolo nell’angolo in fondo al bar dove il colonnello aveva i due fianchi al riparo, e poteva riposarsi in pieno abbandono contro l’angolo della sala. Il Gran Maestro lo sapeva perché era stato un bravissimo sergente in una buona compagnia di fanteria, in un reggimento di prim’ordine, e non avrebbe messo il colonnello a sedere in mezzo alla sala così come non avrebbe preso una posizione difensiva stupida.
«L’aragosta» disse il Gran Maestro.
L’aragosta era imponente. Aveva dimensioni doppie di quelle che avrebbe dovuto avere un’aragosta e il suo spirito ribelle era scomparso nella cottura, per cui adesso pareva il monumento del proprio io defunto; con gli occhi sporgenti e tutto, e delicate antenne lunghissime destinate a farle sapere ciò che gli occhi piuttosto stupidi non potevano dirle.
Assomiglia un po’ a Georgie Patton, pensò il colonnello. Ma probabilmente non ha mai pianto in vita sua quando ha dovuto spostarsi.
«Credi che sia dura?» domandò in italiano alla ragazza.
«No» li rassicurò il Gran Maestro, inchinandosi di nuovo con l’aragosta. «Non è dura. È soltanto grossa. Loro conoscono la qualità.»
«Va bene» disse il colonnello. «Servila.»
«E che cosa vogliono bere?»
«Che cosa vuoi, Figlia?»
«Quello che vuoi tu.»
«Capri bianco» disse il colonnello. «Secco e molto freddo.»
«È già pronto» disse il Gran Maestro.
«Ci stiamo divertendo» disse la ragazza. «Ci stiamo divertendo di nuovo e senza dispiaceri. Non è imponente, quest’aragosta?»
«Sì» rispose il colonnello. «È meglio per lei se è tenera.»
«Lo sarà» disse la ragazza. «Il Gran Maestro non mente mai. Non è meraviglioso che la gente non menta mai?»
«Meraviglioso e molto raro» disse il colonnello. «Proprio adesso pensavo a un tale che si chiama Georgie Patton che probabilmente non ha mai detto la verità in vita sua.»
«Tu non hai mai mentito?»
«Ho mentito quattro volte. Ma ero sempre molto stanco. Non è una scusa» soggiunse.
«Io ho mentito molte volte da bambina. Ma per lo più era per inventare delle storie. O almeno lo spero. Ma non ho mai mentito per trarne vantaggio.»
«Io sì» disse il colonnello. «Quattro volte.»
«Saresti diventato generale, se non avessi mentito?»
«Se avessi mentito come gli altri, sarei diventato tenente generale.»
«Saresti più felice, se fossi tenente generale?»
«No» disse il colonnello. «Non lo sarei.»
«Metti un momento in tasca la mano destra, quella vera, e dimmi come ti senti.»
Il colonnello ubbidì.
«Magnifico» disse. «Ma devo restituirteli, sai.»
«No. No, per favore.»
«Non parliamone adesso.»
Proprio in quel momento venne servita l’aragosta.
Era tenera, con la particolare grazia sdrucciolevole di quel muscolo spasmodico che è la coda, e le tenaglie erano eccellenti; né troppo magra né troppo grassa.
«L’aragosta si riempie con la luna» disse il colonnello alla ragazza. «Quando non c’è la luna non è buona da mangiare.»
«Non lo sapevo.»
«Forse è perché quando c’è la luna piena mangia tutta la notte. O magari è che la luna piena le porta da mangiare.»
«Vengono dalla costa dalmata, vero?»
«Sì» disse il colonnello. «È quella, la vostra costa ricca di pesci. Forse dovrei dire la nostra costa.»
«Dillo» disse la ragazza. «Non hai idea di come siano importanti le cose quando vengono dette.»
«Sono maledettamente più importanti quando si mettono sulla carta.»
«No» disse la ragazza. «Non credo. La carta non vuol dire niente, se le parole non sono dette con il cuore.»
«E se non hai cuore, o se hai un cuore che non vale niente?»
«Tu hai un cuore e non è un cuore che non vale niente.»
Accidenti, se non lo cambierei con uno nuovo, pensò il colonnello. Chissà perché fra tutti i muscoli proprio questo mi ha tradito. Ma di questo non parlò e si mise la mano in tasca.
«Sono magnifici» disse. «E tu sei magnifica.»
«Grazie» disse lei. «Me lo ricorderò tutta la settimana.»
«Basterebbe che tu ti guardassi nello specchio.»
«Lo specchio mi annoia» disse. «Mettersi il rossetto e muovere le labbra per stenderlo bene e pettinarsi i capelli troppo pesanti, che vita per una donna, o anche per una ragazza, innamorata di qualcuno. Quando si vorrebbe essere la luna e varie stelle e si vorrebbe vivere con un uomo e averne cinque figli, guardarsi allo specchio e fare i trucchi delle donne non è molto divertente.»
«Allora sposiamoci subito.»
«No» disse. «Dovevo prendere una decisione su questa e su molte altre cose. Ho un’intera settimana di tempo per prendere le mie decisioni.»
«Anch’io le prendo» disse il colonnello. «Ma su questa sono molto vulnerabile.»
«Non parliamone. Fa un po’ male ma credo che sia meglio sentire che piatti di carne ha il Gran Maestro. Per favore, bevi il tuo vino. Non l’hai ancora assaggiato.»
«Lo assaggio adesso» disse il colonnello. Così fece ed era pallido e freddo come i vini di Grecia, ma non pastoso, e pieno e bello come il corpo di Renata.
«Ti assomiglia molto.»
«Sì. Lo so. Per questo ho voluto che tu l’assaggiassi.»
«Lo sto assaggiando» disse il colonnello. «Ora ne berrò un bicchiere pieno.»
«Sei buono.»
«Grazie» disse il colonnello. «Lo ricorderò tutta la settimana e cercherò di esserlo.» Poi disse: «Gran Maestro!».
Quando il Gran Maestro si avvicinò, felice, con l’aria di un cospiratore, e dimenticando la sua ulcera, il colonnello gli chiese: «Che carne hai che valga la pena?».
«Non lo so di preciso,» disse il Gran Maestro «ma ora vado a vedere. Il suo compatriota è laggiù a portata di voce. Non ha voluto sedersi nell’altro angolo.»
«Bene» disse il colonnello. «Gli procureremo qualcosa da scrivere.»
«Scrive tutta la notte. Me l’ha detto un collega che lavora nel suo albergo.»
«Bene» disse il colonnello. «Questo dimostra che è attivo, anche se è sopravvissuto al suo talento.»
«Siamo tutti attivi» disse il Gran Maestro.
«In un modo o nell’altro.»
«Ora vado a vedere che carne c’è.»
«Guarda bene.»
«Io sono attivo.»
«E sei maledettamente furbo.»
Il Gran Maestro si allontanò e la ragazza disse: «È una cara persona, e mi piace che ti voglia così bene».
«Siamo amici» disse il colonnello. «Spero che abbia una bella bistecca per te.»
«C’è una bellissima bistecca» disse il Gran Maestro ricomparendo.
«Prendila tu, Figlia. Io le mangio sempre alla mensa. La vuoi poco cotta?»
«Cotta pochissimo, per favore.»
«Al sangue»28 disse il colonnello «come diceva John quando parlava in francese al cameriere. Crudo, bleu, o comunque falla pochissimo cotta.»
«È poco cotta» disse il Gran Maestro. «E lei, colonnello?»
«Scaloppine29 al marsala e cavolfiore al burro. Più un carciofo con olio e sale, se c’è. Tu che cosa vuoi, Figlia?»
«Puré di patate e insalata.»
«Sei una ragazza che deve crescere.»
«Sì. Ma non devo crescere troppo e neanche in direzioni sbagliate.»
«Credo che vada bene» disse il colonnello. «Che cosa ne dici di un fiasco di Valpolicella?»
«Non abbiamo fiaschi. Questo è un buon albergo, capisce. Arriva in bottiglie.»
«Dimenticavo» disse il colonnello. «Ricordi quando costava trenta centesimi al litro?»
«E tiravamo i fiaschi ai corpi di guardia alla stazione dai treni militari?»
«E tiravamo tutte le granate rimaste e le facevamo esplodere giù per le colline mentre ritornavamo dal Grappa?»
«E la gente vedendo le esplosioni credeva che vi fosse stato uno sfondamento, e non ci si faceva mai la barba, e si portavano le Fiamme nere30 sulle giubbe grigie aperte e i maglioni gri...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Cronologia
- Bibliografia
- Di là dal fiume e tra gli alberi
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- XVIII
- XIX
- XX
- XXI
- XXII
- XXIII
- XXIV
- XXV
- XXVI
- XXVII
- XXVIII
- XXIX
- XXX
- XXXI
- XXXII
- XXXIII
- XXXIV
- XXXV
- XXXVI
- XXXVII
- XXXVIII
- XXXIX
- XL
- XLI
- XLII
- XLIII
- XLIV
- XLV
- Copyright
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